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La terra dei fuochi «non deve morire». Appello dei vip

  • Giovedì, 03 Ottobre 2013 10:14 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Mattino
03 10 2013

Attori, cantanti, giornalisti, uomini di spettacolo più o meno conosciuti, speaker radiofonici e televisivi, hanno aderito in cento e altri si aggiungono di giorno in giorno.

Tutti hanno deciso di "adottare" un comune della terra dei fuochi, tutti hanno accettato di posare in foto con un cartello in cui oltre al nome del comune "adottato" compare la scritta "non deve morire".

L'iniziativa è collegata a una pagina Facebook "La terra dei fuochi non è sola", per raggiungerla seguite questo link: http://on.fb.me/GzOTYL

Napoli nobilissima ha talvolta il difetto di esporre il peggio di sé e di sottovalutare i suoi stessi meriti. È stato sottovalutato il no di massa al lavoro forzato imposto dai tedeschi, pena la fucilazione. Per molti anni sono state accettate le cifre ufficiali della ribellione, poco più di cento morti e poche centinaia di combattenti. ...

Giancarlo e la Mehari un viaggio senza fine

  • Venerdì, 20 Settembre 2013 09:54 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Mattino
20 09 2013

La Mehari del sacrificio torna al Mattino, da dove Giancarlo Siani partì per il tratto finale di una vita troppo corta, la sera del 23 settembre del 1985. Ad attenderla, 28 anni fa, c’era il commando degli assassini.

Ad attenderla, stavolta, ci saranno gli studenti che nel Salone Siani del giornale discuteranno di un ragazzo come loro, divenuto esempio. Poi la Mehari sarà un monumento, nella Rotonda della Legalità in via Caldieri, un simbolo di riscatto per la città.

Quell’auto perduta e ritrovata è essa stessa una metafora del passaggio di Giancarlo sulla terra: è senza copertura, in piena aria, come il sorriso sulla faccia imbiancata dai segni della pace della foto famosa.

Pietro Gargano

Rapinatori inseguiti e uccisi: boom di mi piace sul web

  • Venerdì, 06 Settembre 2013 13:42 ,
  • Pubblicato in Flash news

Linkiesta
06 09 2013

Il web, come pure l'opinione pubblica, si è diviso: tra chi dà ragione al ragazzo che, dopo una rapina, ha inseguito i suoi rapinatori per vendicarsi e chi invece no.

La storia la conoscete: Napoli, Via Posillipo; una coppietta è in macchina e viene fermata da due ragazzini in motorino, gli rubano i cellulari, poi scappano. Di qui alla tragedia - la vera tragedia - il passo è breve, brevissimo: una corsa che parte dalla zona alta del capoluogo partenopeo e finisce al suo centro, un fuggi-fuggi che si conclude nel peggiore dei modi. Con la morte dei due giovanissimi rapinatori e l'accusa di omicidio del loro inseguitore/vittima.

Ieri, pubblicato in anteprima su Il Mattino, è stato diffuso il video di questo inseguimento e i mi piace, come pure le condivisioni e i commenti, sono letteralmente fioccati: ancora una volta, la gente ha avuto quello che voleva e cioè poter guardare, vedere e giudicare. Come quando al Colosseo i romani decidevano sul destino dei combattenti: nel nostro caso però il pollice è virtuale, blu e stampato su una pagina di facebook.

La domanda che sorge spontanea è: condividere un video, farlo rivedere più e più volte, venderlo come anteprima e imporsi sugli altri giornali per un'esclusiva che non c'è, è veramente giusto? O forse no? O forse, molto più semplicemente, andava lasciato solo il resoconto di un fatto di cronaca, senza che venissero aggiunti dettagli come questo?

Il giornalista che ha scritto l'articolo vi dirà che ce ne era bisogno; che la gente doveva sapere. Ma cosa?, mi chiedo io. Doveva sapere della rabbia umana, della frenesia e della continua e bestiale ricerca della vendetta? Dei pali divelti, dell'inseguimento, dei corpi sbattuti come uova su un marciapiede, dei vetri distrutti e di un automobilista che ha visto tutto e che non si è fermato? La gente doveva veramente sapere tutto questo?

Il giornalismo - io credo - dovrebbe dare informazioni: informazioni essenziali, informazioni senza le quali sarebbe difficile vivere e scegliere i propri governanti. Il giornalismo non dovrebbe giocare al ribasso; inseguire una notizia finché ti dà notorietà e visibilità. Se non ci fosse stato internet, con i suoi social network, questo video, forse, non sarebbe mai apparso: o magari sì, in tv, ma solo per un secondo - per via di quell'etica dei contenuti sensibili.

Oggi, con internet, siamo davanti all'ennesimo circo: c'è chi muore e chi perde; chi va in galera, soffre, uccide; e c'è chi, nascosto dietro il suo computer, vede, giudica, pensa - e sentenzia. Come un giudice nella sua corte, ma senza martelletto o scranno: basta una poltrona, un mouse e uno schermo. E il gioco - perché per certi questo è - è fatto.

Gianmaria Tammaro


 

L'infanzia rapita, I bambini armati di Napoli

Corriere della Sera
05 09 2013

Il calcio di un fucile il grilletto ben visibile e poi una parte in ferro che sembrava il carrello privo di caricatore. Era un fucile. Lo imbracciava un ragazzino di una decina di anni che appena si è accorto di essere visto ha cominciato a correre. Tutto si è consumato in pochi secondi, la strada era sconnessa e per questo le immagini non sono chiarissime.

Il ragazzino si è rifugiato in un varco di fronte a quella specie di favelas/discarica a cielo aperto di via delle Brecce a Napoli che chiamano campo rom. Pochi minuti dopo è uscito in bici. Senza perdere tempo è corso in un bar ad avvisare alcuni uomini che si sono precipitati fuori per cercare di rintracciare chi aveva fatto le riprese.

LA BIDONVILLE DI NAPOLI - E' accaduto durante uno dei giri a Gianturco, periferia est di Napoli: giri necessari per documentare il fenomeno della prostituzione minorile. Si dice che molti ragazzini e ragazzine avviate alla prostituzione provengano da lì. Un luogo spettrale che potrebbe sembrare Korogocho o Dandora a Nairobi o una bidonville di Rio de Janeiro. Un luogo sopraffatto da rifiuti e topi dove i bambini fanno lo slalom con le biciclette tra fusti, rottami ed escrementi. Un luogo nel quale però spesso si vedono entrare ed uscire auto di grossa cilindrata.

Che ci faceva un ragazzino con un fucile smontato? Lo aveva trovato nei rifiuti? Lo stava portando a qualcuno? Perché quando ha visto che c'era una telecamera è scappato via? Chi è andato ad avvisare e perché?

I MINORI USATI DALLA CAMORRA - I bambini a Napoli spesso vengono utilizzati nelle operazioni militari dei clan o comunque nel «sistema camorra». Emerge da molte indagini della Dda, di carabinieri, polizia e guardia di Finanza che spesso hanno documentato l'impiego di minorenni come vedette o trasportatori di armi. Sono i nuovi «muschilli» e il principio è sempre lo stesso di trent'anni fa: le conseguenze giudiziarie per un minorenne sono molto meno gravi qualora venga trovato in possesso di armi o droga e quindi i camorristi preferiscono trasferire i rischi sui ragazzini.

«COSI' ARRUOLANO NOI RAGAZZINI» - Il meccanismo lo spiega bene una ragazza di diciassette anni della zona tra Miano e Secondigliano che ha visto tanti amici arruolati dai clan e perfino i suoi fratelli. E' stata intervistata di spalle e in maniera anonima non solo perché è minorenne ma soprattutto per proteggerla, perché il suo modo di parlare «anticonformista» rispetto all'ambiente che è costretta a frequentare già più di una volta l'ha messa nei guai.

Il quadro che descrive è agghiacciante: i clan utilizzano i ragazzini per trasportare le armi, nasconderle e anche usarle, senza alcuno scrupolo. Una delle mansioni sempre più affidate ai minori è proprio quella di occuparsi delle armerie: puliscono i “ferri” (in gergo sono le pistole) li portano in posti impensabili e poi li vanno a prendere quando servono. «Dipende dalle cosiddette capacità... se sono di fiducia possono anche tenere il ricavato delle piazze di spaccio; ma se c'è un conto sbagliato, anche se loro non c'entrano niente vengono picchiati come se fossero adulti».

UN PREZZARIO (ANCHE PER UCCIDERE) - Poi elenca un prezzario che resiste e si adegua a qualsiasi crisi: «I guadagni dipendono dall'andamento delle piazze di spaccio. Il budget settimanale può andare dai 1500 euro, 2mila e a volte anche 3mila per uno spacciatore, mentre un palo guadagna circa 150 euro al giorno. Chi detiene le armi guadagna di più perché è richiesta responsabilità, chi fa il cassiere 5/600 euro alla settimana ma comunque dipende da quanta droga si vende«.

E per uccidere? «Beh.. quello dipende dalla persona che stai andando ad uccidere. E' chiaro che il prezzo è diverso se devi uccidere un ragazzo di una piazza di spaccio o un boss avversario».

Pensi davvero che possano mandare a fare questo genere di cose a dei ragazzini? «Si. Sicuramente». Con lo stesso distacco imposto dalla precoce esperienza e da un vissuto troppo denso per la sua età aggiunge che i ragazzini che diventano killer di solito si drogano: «Una persona con un minimo di cervello, non dico di intelligenza, non ha la forza di togliere la vita ad uno che nemmeno conosce, di cui non sa niente e che gli hanno fatto vedere solo in fotografia. Sono quelli che non hanno niente da perdere ma non hanno capito niente. Quelli più grandi fanno rischiare la vita e la galera ai più piccoli».

I RAGAZZINI ARMATI - Intanto scorrono le immagini girate dai carabinieri per conto dei pm della dda di Napoli durante l'ultima guerra di camorra tra i cosiddetti «girati» e gli «scissionisti», bande di camorra che gestiscono profitti milionari. Le figure con il volto oscurato sono tutti minorenni. Come soldati si passano le armi, le puliscono, controllano, stanno in trincea. Le famiglie spesso se non sono complici sono silenti. Un silenzio assenso che suona come una condanna.

«A volte è la famiglia che li avvia o che li sfrutta, in altri casi sono i ragazzini che vivendo in famiglie molto povere e contesti degradati, subiscono il fascino di questi personaggi della criminalità organizzata», spiega Gina Bonsangue, una delle operatrici sociali più qualificate e attive a Napoli.

La sua esperienza è quella formata nei quartieri cosiddetti difficili, come la Sanità, dove i bambini sono tanti, la criminalità pervasiva e la rassegnazione della gente perbene tenace. «I bambini vengono pagati profumatamente e i soldi li portano in casa contribuendo al bilancio familiare. - conclude Gina - Sono infanzie rubate, anzi io parlo di abusi sui minori anche in questi casi perché lasciare che un minore lavori, per giunta ai limiti della legalità, è un abuso e una violenza».

Amalia De Simone


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