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Vezzali ministra dello sport? #Nograzie

  • Domenica, 26 Luglio 2015 13:20 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO
Quentin Tarantino, Pulp FictionSamir Hassan, Il Manifesto
26 luglio 2015

Rimpasto. Campagna virale contro l'entrata al governo della campionessa oggi deputata di Scelta civica. Vezzali è l'italiana più medagliata della storia, e la sua nomina sarebbe un viatico per le Olimpiadi 2024.

Il Fatto Quotidiano
17 04 2015

Naviga in cattive acque l’Olimpiade di Rio 2016, in programma dal 5 al 21 agosto dell’anno prossimo. Migliaia di pesci morti sono infatti saliti a galla sulla superficie del lago Rodrigo de Freitas, situato a due passi dal Parco Olimpico, dove tra poco più di un anno dovrebbero tenersi le gare di canoa e canottaggio. Lo spettacolo è terrificante alla vista, l’odore nauseabondo all’olfatto.

L’assessore cittadino all’ambiente ha spiegato che la cosa è dovuta all’innalzarsi del livello del mare, che ha provocato un aumento della temperatura del lago, collegato all’Oceano su cui affaccia da un canale che permette l’ingresso dell’acqua. Ma gli abitanti della zona da tempo hanno denunciato l’inquinamento, gli scarichi abusivi e la spazzatura che stanno ammorbando le acque cittadine, compreso il lago Rodrigo de Freitas. E domenica scorsa c’è stata una manifestazione di protesta cui hanno partecipato migliaia di persone.

Il lago, infatti, è gestito in appalto da qualche anno da una compagnia privata, parte della multinazionale brasiliana Ebx, cui spetterebbe la bonifica delle acque. Ma, protestano gli abitanti, poco nulla è stato fatto. Altrettanto tragica è la situazione di Baia de Guanaraba, dove invece dovrebbero disputarsi le gare olimpiche di vela e windsurf. Settimana scorsa il quotidiano locale O Globo ha pubblicato le foto di una barca a vela che si è ribaltata dove essersi scontrata contro un ammasso di spazzatura che galleggiava nella baia. L’immondizia è ovunque: sporcizia, inquinamento, strani liquidi e carcasse di animali morti ammorbano la superfice delle acque e la spiaggia di Gloria Marina all’interno della baia. Tanto che il velista olimpico austriaco Nico Delle Karth, giunto sul posto per allenarsi, se n’è andato definendola “una fogna a cielo aperto”.

Nel prospetto olimpico la città di Rio s’impegnava a pulire l’inquinamento della Baia di Guanaraba dell’80%, ma il mese scorso l’appena insediato ministro regionale dell’ambiente ha dichiarato: “Non riusciremo mai a ripulire una percentuale così alta dell’acqua della baia, ma posso assicurare che non ci saranno problemi per gli atleti”. Il sindaco Eduardo Paes, dopo aver stimato in oltre 4 miliardi di euro i costi per ridurre anche solo del 50% l’inquinamento, poche settimane fa ha ammesso a Sport Tv che non sarà possibile farlo in tempo per le Olimpiadi, aggiungendo che anche lui non vede alcun problema per le gare. Oltre agli atleti, non sono ovviamente d’accordo gli ambientalisti e i residenti della zona, che denunciano il continuo spreco di fondi e di soldi pubblici destinati alla bonifica. La spazzatura che infesta Baia di Guanaraba e pesci venuti a galla nel lago Rodrigo de Freitas sono infatti un’immagine che vale più di mille parole. Tra i mille problemi del mega evento che Rio ospiterà il prossimo anno, non c’è però solo quello ambientale.

Ieri numerosi reparti della polizia in tenuta antisommossa hanno sgomberato con violenza uomini, donne e bambini che da una settimana occupavano un palazzo disabitato che dovrebbe essere trasformato in un hotel di lusso per i Giochi. L’edificio, di oltre venti piani, era un ex complesso residenziale rimasto disabitato dal 2012 quando è fallito l’impero del suo proprietario: l’ex industriale Eike Batista ora sotto processo per insider trading. Lo sgombero evidenzia l’altro enorme problema di una città da 12 milioni di abitanti desiderosa di farsi un make up in vista delle Olimpiadi, quello dell’abitare. Una vera e propria operazione di pulizia etnica, cominciata con la Confederations Cup del 2013 e continuata con i Mondiali del 2014 ha costretto buona parte della popolazione ad abbandonare le proprie case per l’insostenibile aumento dei prezzi. E le Olimpiadi sono l’ultima scintilla di una situazione esplosiva. “Stanno spendendo una marea di soldi per gli eventi sportivi e il lusso che li dovrà circondare – ha detto ieri Veronica Castro, che occupava l’edificio per dare un tetto ai suoi quattro bambini -, ma non investono in case, salute e educazione”.

Luca Pisapia
Twitter @ellepuntopi

Globalist
20 02 2014

Alcuni atleti ucraini hanno deciso di lasciare i Giochi invernali di Sochi per le violenze e i morti negli scontri a Kiev. Lo conferma il Cio. «Alcuni di loro hanno deciso di ritornare a casa - ha detto il portavoce del comitato olimpico Mark Adams -, Sergei Bubka (presidente comitato olimpico ucraino, ndr) rispetta la loro decisione».

Thomas Bach, presidente del Comitato olimpico internazionale, ha voluto esprimere con una nota un messaggio di cordoglio per quanto sta accadendo in Ucraina, elogiando i 43 atleti ucraini che stanno «con grande dignità» il proprio Paese: «Vorrei porgere le mie condoglianze a coloro che hanno perso i propri cari in questi tragici eventi ed esprimere solidarietà alla squadra ucraina in questo momento molto difficile. La loro presenza è il simbolo di come lo sport possa costruire ponti e contribuire ad unire nella pace popoli di diversa provenienza».

Nonostante la doverosa annotazione, il Cio ha però negato la possibilità agli atleti ucraini di gareggiare con il lutto al braccio per omaggiare le vittime degli scontri in piazza di questi giorni. L'ex campione di salto con l'asta Sergey Bubka, presidente del Comitato olimpico ucraino, aveva avanzato la richiesta, poi negata. Così, per protestare contro il diniego del Cio, Marina Lisogor ed Ekaterina Serdyuk non si sono presentate al via del team sprint dello sci di fondo, ufficialmente per "un infortunio".

Il Cio non ha reso noto chi e quanti atleti della delegazione ucraina (43 quelli presenti) hanno deciso di ritirarsi a tre giorni dalla chiusura.

Il Fatto Quotidiano
14 02 2014

Per quanto il tuo Suv possa andare veloce ci vuole poco meno di un giorno per percorrere i 1800 chilometri che separano Sochi da Mosca. Igor Ayrapetyan da qualche tempo li percorre in auto con a bordo una decina di cani per volta. Il quarantenne ha allestito un rifugio per randagi nel giardino di casa sua, nei pressi della capitale russa, e ha messo su una squadra di volontari coordinati tramite Facebook.

Igor si è improvvisato benefattore e si è messo in testa di salvare quanti più animali possibili dal massacro diventato orribile prassi quando un grande evento internazionale raggiunge quelle latitudini. Due anni fa, durante gli Europei di calcio, si calcola che a Kiev 30mila quattrozampe siano stati uccisi per strada dai “dog hunter”.

Per le amministrazioni locali, così come per quella centrale, i randagi “rovinano l’immagine del paese agli occhi del mondo”. Motivo sufficiente per teorizzare la strage: “Abbiamo un obbligo verso la comunità internazionale” ­ ha detto Sergei Krivonosov, un deputato della regione di Krasnodar, dove si trova Sochi. Da queste parti c’è un evidente problema con gli animali e il metodo più veloce per risolverlo è ammazzarli”. Del compito si è occupata e continua a occuparsi un’apposita società, la Basya Services, che si gioca la carta più banale e efficace: “I cani sono tanti e sono pericolosi per i nostri bambini” la giustificazione espressa dal responsabile Alexei Sorokin. Poi, però, in un’altra intervista Sorokin ha tradito il suo vero pensiero definendo i randagi “spazzatura biologica“.

Da ottobre, sostengono gli animalisti, i cani sono uccisi in modo sistematico a Sochi e dintorni. Almeno 300 al mese e la mattanza, lontano dalle telecamere, ancora va avanti. La sterilizzazione non è nemmeno presa in considerazione. Gli animali sono eliminati a bastonate o, più di frequente, avvelenati. Gli attivisti raccontano di gruppi di cani che vagano storditi per strada e di esemplari trovati morti a bordo strada accanto a bocconi di cibo tossico oppure con freccette infilate nel costato. Molti di loro fino a poco tempo fa vivevano nelle case dove sono stati eretti i cantieri per i Giochi. Le loro famiglie, espropriate dei terreni e trasferite nei centri cittadini, hanno abbandonato per strada gli animali per l’impossibilità di trovargli una nuova sistemazione.

Appelli contro il massacro sono stati lanciati da alcuni mesi da associazioni russe e organismi internazionali. Tra questi la Humane Society che ha pubblicato sul suo sito una dettagliata lista delle istruzioni per chi, da ogni parte del mondo, voglia adottare un cane in pericolo nella zona del Mar Nero. Queste organizzazioni però finora non hanno ricevuto nessun tipo di ascolto. Tanto meno da Vladimir Putin che pur negli ultimi tempi appare particolarmente interessato a evitare casi diplomatici e che ha sempre affidato alle foto con la sua labrador Koni la sacralizzazione del lato buono che ogni padre della patria deve avere. A livello mediatico la campagna per salvare i cani è stata offuscata dalla causa Lgbt che sta facendo la parte del padrone.

Si va avanti allora soprattutto sulla buona volontà e grazie all’entusiasmo dei singoli o di gruppi di amici. Lo provano le decine di piccoli rifugi per randagi sorti nell’ultimo periodo attorno a Sochi. Uno dei più grandi, nelle immediate vicinanze della sede delle gare, è stato realizzato a Baranovka. Lo ha fatto costruire Oleg Deripaska, uno che non ha proprio il curriculum del filantropo. Secondo Forbes Deripaska è il nono uomo più ricco del mondo. Grazie ai proventi dell’alluminio e all’amicizia con il presidente Putin è diventato uno degli oligarchi più potenti del paese. Deripaska è un amante dei cani ed è il principale finanziatore dell’associazione animalista Volnoe Deloe. In quella collezione di controversie politiche e morali che sono le Olimpiadi di Sochi uno come lui e Igor, che guida tutta la notte con dieci randagi nel bagagliaio, combattono la stessa battaglia.

Dario Falcini

Russian Kiss il pop contro Putin

  • Giovedì, 13 Febbraio 2014 10:13 ,
  • Pubblicato in Flash news

Circolo Mario Mieli
13 02 2014

Sono molte le voci levatesi in questi giorni contro la politica omofoba in vigore in Russia, soprattutto in occasione dei Giochi olimpici invernali di Sochi: l’idea di fondo di tutte queste proteste è quella di mostrare tanto a Putin quanto alle persone omofobe che non c’è niente di male nell’essere lesbiche, gay, bisessuali o transessuali.

Dalla Norvegia giunge il video Russian Kiss, della cantante Annie e dell’artista gay Bjarne Melgaard. Russian Kiss è il brano musicale lanciato da Annie in concomitanza con l’apertura delle Olimpiadi di Sochi.

La canzone Russian Kiss segue lo stile pop-elettronico di Annie, qui accompagnata da Richard X: è un mix di qualità e si va dal suono meccanico a motivi più ammiccanti fino a raggiungere il rave più europeo che porta ad alzare le mani in balli intensi.

Il video mostra diverse coppie di tutti i tipi (gay, lesbiche, etero, queer) che si baciano, tra cui anche l’artista Bjarne Melgaard. Annie, dal canto suo, utilizza una coreografia minima per sé, come nei suoi video precedenti. Corpi che mano a mano si tolgono i vestiti, si abbracciano e si uniscono ballando al ritmo della musica per dimostrare che l’amore è universale e che la musica può tutto. Parte dei proventi di Russian Kiss andranno per l’associazione All Out.

I diritti umani fondamentali sono qualcosa per cui si dovrebbe lottare in tutti i paesi, non solo in Russia: ora siamo tutti concentrati sulla Russia, ma facciamo in modo che non quest’attenzione non si trasformi una moda passeggere e, terminate le Olimpiadi invernali di Sochi, tutto cada nel dimenticatoio.

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