Mondine, storie di un movimento che parla ai freelance

  • Martedì, 04 Agosto 2015 12:07 ,
  • Pubblicato in Flash news

La furia dei cervelli
04 08 2015


Barbara Imbergamo, Mondine in campo. (Edit press) Un libro che racconta le battaglie sindacali, la capacità di auto-organizzazione delle mondine. Oggi sono utili per rispondere alle domande dei freelance imbrigliati nella stessa forma generale del lavoro: precario, conto terzi, senza diritti
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Roberto Ciccarelli

Il movimento delle mondine si strutturò in età giolittiana. Il fascismo cercò di imbrigliarne la leggendaria combattività sindacale con politiche paternalistiche e ispirate agli stereotipi coloniali sul corpo delle donne. In Emilia molte donne parteciparono alla resistenza contro il nazi-fascismo. Nell’immediato dopoguerra, l’emancipazione dallo sfruttamento di un lavoro stagionale – quaranta giorni all’anno – diventò il centro del conflitto politico tra la sinistra e i democristiani. Negli anni Sessanta l’industrializzazione della monda sostituì gran parte delle 180 mila lavoranti, ma i sindacati cercarono di trattenere le donne nelle risaie pensando che l’aumento del salario orario bastasse a rendere sopportabile un lavoro bestiale.

Queste sono le istantanee della storia raccontata da Barbara Imbergamo nel libro Mondine in campo, (Edit press) che esplora le ragioni di una centralità simbolica, sociale e politica assunta dalle mondine nella prima metà del Novecento. In una tradizione politica basata sulla soggettività operaia, quella della sinistra italiana, la storia delle mondine conferma che la conflittualità sociale e politica non è stata la prerogativa esclusiva della classe operaia cittadina e maschile.


Il libro di Barbara Imbergamo andrebbe letto come un capitolo della storiografia inaugurata da Edward P. Thompson, in Nascita della classe operaia in Inghilterra (un’opera che manca dalle libreria da moltissimi anni e che andrebbe nuovamente pubblicata). Durante il secolo il conflitto tra capitale e lavoro è stato molteplice, plurisenso e dislocato su scale temporali distinte. Non esisteva un soggetto unico del lavoro, ma una pluralità di condizioni operose e atipiche irriducibili a un contratto, a un’identità o una rappresentanza omogenea. Le mondine non erano operaie di mestiere. Erano invece sarte, contadine, raccoglitrici, stagionali, madri. Rientravano nel vasto mondo delle occupazioni multiple e temporanee, non dipendenti e precarie, quelle che sembravano essere scomparse con l’affermazione del lavoro salariato nel Novecento e che invece sono sempre esistite e ancora oggi costituiscono la realtà maggioritaria del lavoro.


Sia chiaro, le donne avventizie, precarie o giornaliere che lavoravano come mondine non hanno nulla a che vedere con quelle che oggi lavorano a partita Iva, con un contratto a termine o in stage. Ciò che invece le accomuna è la forma attraverso la quale erogano il lavoro: per conto terzi, cioè da «contrattiste indipendenti». Nel Novecento questa era considerata un’anomalia, oggi invece è la realtà dove i lavoratori sono apolidi senza diritti né cittadinanza. Un contesto politico definito «Quinto stato» dall’autrice del libro.

Scrivere un libro sulle mondine, spiega Imbergamo, serve a capire come soggetti estremamente deboli siano riuscite a conquistarsi un ruolo politico e a creare un potente immaginario fondato sull’emancipazione femminile e non solo sul salario o sul contratto – si pensi al film di Giuseppe De Sanctis Riso Amaro con un’indimenticabile Silvana Mangano. Le loro battaglie sindacali, la capacità di auto-organizzazione sono utili per rispondere alle domande di chi oggi è imbrigliato nella stessa forma generale del lavoro.
Pubblicato da Roberto Ciccarelli a domenica, agosto 02, 2015

Il Fatto Quotidiano
13 04 2015

E' dal 2010 che aumenta il numero di connazionali emigrati nella capitale della Germania. Ma spesso il lavoro che trovano non è all'altezza delle aspettative. Ecco alcune storie, dal settore della ristorazione alle startup, tra salari insoddisfacenti e sensazione di sradicamento
di Andrea D'Addio

Berlino? Un mito, ma non per tutti. Il numero degli italiani nella capitale tedesca continua a crescere dal 2010 raggiungendo nel 2013 lo 0,7% del totale ed il 4,2% tra tutta la comunità straniera. Si tratta di 22mila persone, senza contare chi non è registrato all’ambasciata. Non sono però tutte storie di successo. E sono sempre più i casi di chi deve mettere da parte le illusioni e confrontarsi con una realtà meno accogliente di quel che si pensa.

“Lavoro a Kreuzberg in un bar tedesco: sfruttato e pagato in nero” – “Il 18 febbraio 2015 dopo aver pagato 600 euro di caparra mi ritrovo senza lavoro con la prima rata dell’affitto al 3 Marzo”, racconta Luca, 23 anni, di Livorno. Per “un mese e mezzo” gira “con curriculum nello zaino” senza trovare niente. “Ho sempre lavorato come barista e cameriere ed ho fatto un corso base di tedesco – spiega – Dopo una ventina di tentativi falliti entro in bar-ristorante di Kreuzberg. Ci sediamo subito ed il gestore mi offre di lavorare dal lunedì al sabato dalle 10 alle 20 per 900 euro al mese”. E non netti, perché “200 andrebbero per la mia assicurazione medica”.

“Solo parte dello stipendio è in regola, ma non posso che accettare. Lo sfruttamento? In maniera diversa, ma esiste anche qui”

La retribuzione oraria? “2.91 euro, ben al di sotto degli 8.50 lordi all’ora lordi garantiti dalla nuova legge in vigore da gennaio scorso“. Luca a quel punto vorrebbe andarsene, ma ha bisogno di soldi. Subito. Quindi accetta “con l’idea, nel frattempo, di cercare altro”. Ed ecco la giornata tipo: “Apro il locale la mattina alle 10, pulisco tutto, anche i bagni. Faccio il servizio a pranzo e il bar il pomeriggio fino alle 20 quando comunque comincia il lavoro per la cena”. Luca è spesso solo e, sottolinea, “la responsabilità è enorme”. Dopo una settimana di prova “decidono finalmente di assumermi. Per aggirare il salario orario minimo mi vorrebbero in parte in nero“. E mentre prende tempo, lo contatta un altro ristorante per una prova. “Anche con loro però – conclude – è la stessa cosa: parte dello stipendio è in regola, parte no. Non posso però che accettare. Lo sfruttamento? In maniera diversa, ma esiste anche qui”.

“Nella catena italiana di pizzerie otto ore senza pausa. E buste paga ‘false'” – Non va meglio ai dipendenti dei ristoratori italiani a Berlino. Una storica catena di tre pizzerie – a Kreuzberg, Friedrichshain e Prenzlauer Berg – è il bersaglio di un appello lanciato da un gruppo di ex dipendenti stanchi di vessazioni e condizioni di lavoro. Chiedono alla Banda Bassotti e ai 99 Posse di non esibirsi in concerto il 17 aprile, perché quell’evento è organizzato anche dai gestori dei locali. “Nella Berlino ‘dei sogni e delle speranze’ – scrivono – ogni immigrato italiano è passato per uno di questi tre ristoranti a chiedere lavoro”. E questo anche perché “si è attratti dalle bandiere rosse e dalle foto di Che Guevara appese alle pareti”. Ma “la realtà che si trova lì dentro è diversa”.

“Dalla busta paga ti tolgono 90 euro per il cibo e le bevande consumati nel mese precedente”
Ecco, nello specifico, cosa intendono: “I ritmi di lavoro sono di otto ore ‘alla catena’ senza pausa“. In più “le paghe sono da miseria, ma soprattutto i soldi ti vengono dati spesso in nero”. E a fine mese spesso viene consegnata ai lavoratori una “busta paga falsa che ti invitano a firmare”, in cui l’importo scritto non corrisponde a quello erogato al lavoratore. In più “ti tolgono 90 euro per il cibo e le bevande consumati nel mese precedente”. Ferie e malattie? “Bisogna combattere per farsele pagare”. E “quando uno chiede spiegazioni rimangono vaghi, ma se si insiste possono arrivare al sequestro di alcuni documenti presi al momento dell’assunzione. Rossi? A parole. La cosa più triste è che loro da quelle idee di sinistra ne traggono immagine e profitto”.

“Laureati? Sei mesi di corsi intensivi non sono sufficienti per il mercato del lavoro” - Sono parole di chi lavora nella ristorazione, ma non si tratta di casi isolati. Gli ostacoli per gli italiani a Berlino sono tanti e creano la condizioni per lo sfruttamento. Il primo – e più importante – è la lingua. “Ci si trasferisce senza parlarla e sei mesi di corso, anche intensivi, non sono abbastanza per proporsi veramente nel mercato del lavoro dei laureati”, ci racconta Lucia Cocci, docente di tedesco freelance e reclutatrice per tre anni di personale per un’importante azienda berlinese. “Ingegneria, economia, pubbliche relazioni, architettura: a volte è possibile riuscire a lavorare con l’inglese, ma la concorrenza è alta. A Berlino non arrivano solo italiani, ma giovani e meno giovani da tutto il mondo. Quindi una buona conoscenza del tedesco è un punto in più che fa la differenza”.

“Ingegneria, economia, pubbliche relazioni, architettura: a volte è possibile riuscire a lavorare con l’inglese, ma la concorrenza è alta”
Servizio clienti, paga giusta. Ma nessuna possibilità di carriera – Ecco quindi che molti si riciclano nella gastronomia, tra camerieri, aiuti cuoco e baristi fino ad arrivare, se si hanno un po’ di soldi da parte e una famiglia in grado di aiutare, a un café o un ristorante di proprietà. Per tutti gli altri l’alternativa che va per la maggiore è il servizio clienti: l’Arvato, Zalando (e tutto il gruppo Rocket), Booking ed eBay sono solo alcune delle grandi società internazionali che da Berlino gestiscono le relazioni con la clientela di mezzo mondo, compresa l’Italia. E allora sì che la nostra lingua serve, anche se deve sempre essere associata almeno all’inglese. Paga oraria giusta e vita dignitosa? Sì, ma meglio non farsi illusioni, di carriera da fare ce n’è poca.

Startup, tra rischio e paga a progetto – La capitale tedesca negli ultimi anni è diventata anche uno dei principali incubatori europei di startup. Che spesso, però, aprono (e chiudono) dopo aver provato a lanciare l’ennesimo prodotto digitale. La paga? Minima, del resto chi può investire davvero quando è all’inizio? Racconta Enrico Sinatra: “Dopo vari lavori in ostello a 6 euro l’ora, finalmente trovo lavoro in un startup berlinese parzialmente finanziata dal governo tedesco. Il salario è a progetto. Prima mi offrono 8 euro l’ora per 20 ore settimanali, poi 450 per 40 ore settimanali. Rifiuto, ma in giro non c’è molto di meglio”.

“Amo il mio lavoro a prescindere dalla paga. Sempre che riesca a mangiarci”
Patrizio A., fotografo, 32 anni, veneto, ha invece commesso l’errore di fidarsi delle parole dei suoi datori di lavoro, a capo di un’agenzia berlinese che realizza foto per esercizi commerciali: “Con la scusa che il progetto era all’inizio, ho gradualmente accettato paghe sempre più basse rispetto a quelle contrattate all’inizio. Lavoravo con la mia attrezzatura e inizialmente gli ho portato anche la mia clientela. Nonostante tutto avrei potuto resistere, amo il mio lavoro a prescindere dalla paga, sempre che riesca a mangiarci”. La svolta arriva con una lettera da parte dell’assicurazione medica. “Scopro che i miei capi non solo non mi avevano pagato la copertura sanitaria, ma nel contratto c’era una clausola che non avevo letto bene e che li esonerava dal farlo. A parole, però, mi avevano garantito il contrario”.

“I tedeschi? Grande senso civico. E spesso famiglie disgregate” - A fronte di chi decide comunque di rimanere, c’è anche chi fa la scelta opposta: quella di tornare in Italia. Come Luigi Cornaglia, che ha vissuto a Berlino dal 2006 al 2010. Poi è rientrato nella sua Genova per provare la carriera – e ci è riuscito – di esperto di comunicazione aziendale e curare un nuovo business di commercio dell’olio verso la Germania. “Berlino mi manca per tanti aspetti, ma in Italia ho trovato una buona opportunità di lavoro. A posteriori posso dire di aver fatto bene”. I tedeschi? “Hanno grande senso civico, ma pochissima disponibilità agli affetti. Sono una comunità rispettosa ed equilibrata, ma le famiglie sono spesso disgregate e rancorose”. In pratica era “un modello che sentivo lontano da ciò che volevo, e voglio tuttora, per me stesso”.

“Berlino mi manca per molti aspetti. Ma a posteriori sono contento di essere tornata in Italia”
E l’aspetto emotivo per molti italiani non è secondario. Lo sa bene Giulia Borriello, psicologa, fondatrice dell’associazione per la salute mentale italiana in Germania, Salutare e.V. Il suo contatto con gli italiani a Berlino è quotidiano: “Le delusioni sono continue. L’adattamento per molti di loro è lento. Disoccupazione, costo della vita sempre più alto, difficoltà a realizzare rapporti d’amicizia stabili anche perché Berlino è un porto di mare, tanti passano e ripartono. Pesano anche le poche ore di sole invernale nonché, e soprattutto per chi è qui da più tempo, la malinconia di chi comincia a sentire fortemente lo sradicamento dalle proprie origini. Elementi che portano anche a riconsiderare la propria permanenza in Germania”. Perché a Berlino, ormai, il biglietto non è più di sola andata.

 

Il Fatto Quotidiano
15 12 2014

Non ho cambiato né il titolo, né una parola, di questa lettera arrivata – tra le altre – qualche giorno fa. Così eloquente, sulla condizione femminile e in particolare delle madri in Italia, da non aver bisogno di altri commenti. Quello che vorrei aggiungere, invece, è un’altra cosa: questa lettera racconta le conseguenze umane concrete delle mancate (vere) riforme, della corruzione, di anni di governi incapaci di far incamminare l’Italia sulla strada del cambiamento, nonostante l’insopportabile retorica sul cambiamento. E, magari, sull’importanza delle donne per il Pil.

Gentile Elisabetta Ambrosi,

mi sento di doverle scrivere per urlare tutta la mia frustrazione di madre single, con due figli che studiano, alla ricerca di un lavoro che non c’è. Ho perso due par-time in due mesi, avevo appena cominciato a respirare economicamente, in undici anni di precariato, ricerca continua di un lavoro, barcamenandomi, tra lavoro, casa, figli, responsabilità mai condivise, un potere decisionale, che negli anni è diventato abnorme. Ho rinunciato a tutti i sogni, le speranze, mai alla voglia di lottare e di far valere i miei diritti, maturati attraverso letture specifiche economiche-sociali, che non ritrovo nel welfare. Dopo vent’anni di Berlusconi, siamo dentro un baratro dal quale, forse usciremo poveri in canna tra una ventina d’anni ancora più poveri?

Abito in una piccola città un po’ provincialotta, anche qui cultura zero, attenzione nei confronti delle donne zero, lavoro zero, speranze zero, illusioni zero, lavoro lo trova solo chi è raccomandato, ho cercato raccomandazioni là dove sapevo che c’erano e la risposta è stata noi queste cose non le facciamo.

Ho bussato a tutte le porte possibili, ho inviato CV a mezza Italia, cerco tutti i giorni attraverso i siti specializzati, e qui mi scaperrebbe una fragorosa risata, quel posto di lavoro part-time, full-time, per un mese, un giorno, un ora, ma niente, di lavoro neanche l’ombra, in compenso la mia posta elettronica contribuisce (nel ricevere posta indesiderata di pubblicità, stronzate, vittorie dubbie di viaggi, buoni spesa, iphone, ipad, tagli di capelli, vini specialissimi e spumanti spumeggianti, ma non ho niente da festeggiare, cambia la tua vita con clik fai traiding, cos’è il traiding?) a mantenere in vita lavori fantasma che ingrassano chi? non capisco perchè i disoccupati debbano essere tormentati così!

Alle molteplici porte a cui ho bussato, mi sono sentita chiedere, ma i suoi genitori possono aiutarla? No non possono hanno una pensione da fame e la domanda ferisce la mia dignità. Parlando con una giovane donna alla quale esprimevo il senso di solitudine nel cercarsi un lavoro al pc senza poter guardare negli occhi nessuno, cercando di esprimerle il senso di abbandono che provavo, mi ha detto che forse non uscivo abbastanza, allora forse avevo bisogno del medico, ero forse depressa? Mi son cadute le braccia, non sono in depressione, sono solo molto, ma molto incazzata, perchè il welfare non ha tenuto conto dei problemi delle donne sole, perchè questa crisi è stata annunciata, parlata, discussa, urlata, ma per prevenirla realmente non si è fatto niente, per le donne sole assolutamente niente. Sono una guerriera stanca delle stronzate perpretate da uomini senza cultura, che contagiano donne a non acculturarsi, perchè nella mancanza di lavoro e di cultura, la violenza nei confronti delle donne aumenta, la mancanza di lavoro le rende schiave di un sistema maschilista e misogino, che invece di annullarsi degenera e diventa regola di vita.

In questo Bourdieu aveva capito perfettamente quali erano le radici della violenza sulle donne. Questo paese ci sta abbandonando a noi stesse, non ha capito quali dovevano essere le priorità per lo sviluppo lavorativo femminile, ma d’altra parte il governo Berlusconi ci avrebbe assicurato un futuro da prostitute, e non ho mai capito quelle donne che l’hanno sempre difeso a spada tratta, Dio mio quanto mi sono vergognata di essere italiana! Sono qui a chiederle, ma vale la pena continuare a lottare per un lavoro che non c’è? Dove sono i nostri reali dirittti di donne e madri?

Come la storia delle donne ci ha insegnato siamo ancora quelle più isolate, dimenticate, inascoltate, umiliate anche dalle donne che dovrebbero rappresentarci. Condannate ad una vecchiaia di povertà, anche stamani alle sette ero già al mio pc a cercarmi un lavoro che non c’è. Vorrei mollare ma non posso permettermelo ho due figli, per questo stamani ho deciso di scriverle, sperando di trovare in lei un alleata alla mia frustrazione, che sono sicura essere la frustrazione di tante donne. Per dire no alla violenza occorre dare possibilità alle donne di rendersi autonome economicamente, educare le future generazioni spetta soprattutto alla scuola, la cultura misogina è troppo radicata nella nostra società, è nascosta in quella frase che mi sento dire ogni giorno, da uomini e donne da dodici anni, ma il suo ex marito l’aiuta economicamente? Quell’aiuto non fa di me una donna libera e autonoma, al contrario mi rende schiava e martire di una cultura femminile che non c’è. La sola autonomia economica mi/ci può salvare.

 

Studenti in corteo: "Stop Jobs Act". Scontri vicino al Senato

  • Mercoledì, 03 Dicembre 2014 13:57 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA

La Repubblica
03 12 2014

A sfilare universitari, precari, sindacati di base a Palazzo Madama, dove si discute la riforma del lavoro varata dal governo Renzi. Spintoni e lancio di petardi contro le camionette degli agenti. Poi gli scontri in via Florida, feriti alcuni giovani con il volto sanguinante. Slogan contro Gianni Alemanno e Massimo Carminati.

Studenti in corteo: "Stop Jobs Act". Scontri vicino al SenatoTutti al Senato al grido di "Stop Jobs Act". Sfila per le vie del centro di Roma il corteo organizzato dal Laboratorio nazionale dello sciopero sociale, partito dalla stazione Colosseo della metro B. In testa lo striscione "Stop Jobs Act! Per salario minimo europeo e reddito di base, no Sblocca Italia - no Piano scuola". In marcia più di un centianio tra precari, studenti medi e universitari, associazioni, sindacati di base, che a largo Sant'Andrea della Valle si sono uniti agli attivisti in arrivo da Napoli, Bologna, Pisa, Padova e Venezia.

Qui la tensione è salita: sono state lanciate uova, fumogeni colorati e un petardo contro le camionette delle forze dell'ordine che presidivano il Senato, poi spintoni con i finanzieri in via di Torre Argentina, gli agenti hanno respinto una trentina di giovani e gli altri sono rimasti indietro. Alla fine, i manifestanti, alcuni con il volto coperto, sono tornati in via del Plebiscito diretti a piazza Venezia, ma sono stati bloccati dagli agenti. La situazione è degenerata: dopo mezz'ora di trattativa con le forze dell'ordine, in via Florida, gli agenti hanno temporeggiato prima di spostarsi, i manifestanti hanno tentato di avanzare e sono partite le cariche. Feriti alcuni studenti con il volto sanguinante. Sono state chiuse le vie attorno a Largo Argentina e a piazza Venezia e i manifestanti si sono concentrati in piazza dell'Enciclopedia italiana.

Numerosi i cartelli esposti durante la protesta come "Basta precarietà", "Reddito per tutti", "Il vero degrado è il lavoro gratuito". E non sono mancati slogan contro Gianni Alemanno e Massimo Carminati, l'ex sindaco indagato e l'ex Nar arrestato nell'indagine 'Mondo di mezzo' sugli intrecci tra mafia, politica e affari nella capitale che ha portato all'arresto di 37 persone. "Chi ha scritto il Jobs Act andava a cena con la cricca di Carminati e Alemanno. Vergognatevi!", hanno urlato dal camion i manifestanti.
Scuola, studenti in corteo: cariche vicino al Senato.

"E' una giornata di contestazione a un decreto infame, che riscrive in peggio le regole del mercato del lavoro e stabilizza la condizione di precarietà", spiegano gli organizzatori, annunciando: "Se oggi viene approvato il Jobs Act, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane saremo in strada in tutta Italia per continuare a combattere". L'appello è "alle sensibilità democratiche che ancora resistono nel Senato della Repubblica a tradurre le parole in fatti facendo ostruzionismo e opposizione in ogni modo all'approvazione della legge".

Tra lo sventolio di fumogeni rossi e blu lungo via dei Fori Imperiali, dal camion si sono susseguitigli interventi: "Vogliamo spazzare via la 'Terra di mezzo', dove criminali, fascisti e faccendieri dettano legge. I colpevoli sono dentro ai Palazzi, li andremo a cercare,dimostriamo la voglia di cambiare questo Paese, estirpare il cancro che governa Roma e l'Italia da troppi troppi anni", grida un manifestante al microfono. A Renzi oggi lo diciamo chiaro: il tuo Jobs Act non lo vogliamo!", ha aggiunto. Ricordate anche "le decine di scuole occupate a Roma, Napoli, Milano, Bologna. La vera 'buona scuola' non ha paura di presidi infami e studenti che rimangono in classe, invece di riprendersi gli spazi per costruire un futuro migliore".

Quattro cose per fare una vera "buona scuola"

  • Mercoledì, 03 Dicembre 2014 13:04 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
03 12 2014

Al primo punto delle proposte del governo in materia di istruzione c’è un piano straordinario di 150.000 assunzioni di aspiranti insegnanti iscritti alle graduatorie cosiddette ad esaurimento, come si legge nel documento “La buona scuola”. Un’immissione di ruolo in “aggiunta” all’organico ordinario, in un colpo solo, a settembre 2015. Di questi 150mila, un buon terzo sembra non aver mai messo piede di recente in una scuola pubblica, mentre migliaia di giovani insegnanti precari dovrebbero essere esclusi dalla mega stabilizzazione perché, per qualche dispositivo avverso, di quelle graduatorie non fanno parte.

Non tutti i 150.000 hanno superato selezioni impegnative, non tutti sono stati disponibili in passato a una mobilità territoriale che li avrebbe forse tirati fuori dai guai, non tutti sono giovani (età media 42 anni), in gran parte sono donne residenti in aree meridionali. Che forse lavorano altrove, forse sono state frustrate e demotivate da un’attesa troppo lunga, forse ora hanno troppi carichi familiari per cogliere la nuova opportunità. Quanto ai titoli, prevalgono quelli utili per il primo ciclo, mentre tra le materie scarseggiano i titoli in campo scientifico e tecnologico. A dir poco curiosa invece la sopravvivenza di classi di concorso come la stenografia, scomparse per naturale obsolescenza dal comunque antiquato elenco dei saperi scolastici.

È una buona idea eliminare le “graduatorie ad esaurimento”, questa enorme sacca di “diritti” cosiddetti “acquisiti” che inceppa fluidità e tempestività nell’utilizzo e nel ricambio fisiologico del personale, ma ci sono ottime ragioni per discuterne la sostenibilità politica e le destinazioni. Nessun problema per i 50mila posti liberi che solo una straordinaria avarizia politico-amministrativa ha affidato finora a supplenze quasi-annuali (tanto più che,in caso contrario, scatterebbero le salate sanzioni della Corte Europea per l’utilizzo di personale precario oltre i 36 mesi). Ma gli altri cosa andranno a fare? E come si giustifica un investimento così importante (3 miliardi circa ) mentre solo a fine 2018 dovrebbe scattare il primo modesto bonus (60 euro mensili per il 66% dei docenti, zero per il restante 34%) di una nuova carriera incentrata per la prima volta su “meriti e impegno” invece che sull’anzianità? Gli insegnanti italiani, tra i peggio pagati d’Europa, sono da sei anni senza rinnovo contrattuale e la nuova carriera - che già non entusiasma perché nella scuola l’anzianità ha parecchio a che fare con la professionalità (e anche perché la sola ipotesi di una verifica di quello che si sa fare fa venire l’orticaria) - dovrebbero pagarsela da sé, con i risparmi accumulati dall’eliminazione, di qui al 2018, degli scatti automatici di anzianità. Quanto ad altre priorità citate dalla “Buona Scuola”, alternanza studio-lavoro compresa, basta una scorsa alla legge di stabilità per capire che per tutte o quasi non ci sono nuovi investimenti ma piuttosto nuovi tagli. Anche di personale tecnico e amministrativo, cioè di quello che nella scuola manca davvero.

Certo in un periodo così difficile per l’occupazione (e dopo le ferite dei tagli di Gelmini-Tremonti: - 8,5 miliardi, cancellati qualcosa come 85.000 posti di lavoro) non sono tante le voci contrarie all’assunzione massiccia di nuovi insegnanti, ma sarebbe l’ennesima replica dell’approccio quantitativo ai bisogni della scuola, l’ulteriore sanatoria al buio di ogni criterio qualitativo con cui scegliere gli insegnanti. Chi avanza dubbi argomenta che andrebbero considerati gli effetti del calo demografico, che il rapporto numerico tra insegnanti e studenti in Italia si attesta nella media Ocse, e che le classi molto affollate non sono tantissime e si devono, più che a carenza di insegnanti, alle regole bizantine imposte dal ministero dell’istruzione. Bisogna inoltre ricordare l’esperienza ancora fresca delle “dotazioni organiche aggiuntive” di qualche anno fa, migliaia di insegnanti in più che dovevano anche loro essere “funzionali” al miglioramento della scuola, e che però sono stati per lo più sottoutilizzati. Succederà ancora, e come evitarlo? Nelle ultime settimane sono state avanzate molte ipotesi ma un tavolo di confronto non c’è, mentre la consultazione online appare inadeguata alla costruzione di soluzioni specifiche.

Copertura delle supplenze brevi a parte – che non sono certo il male peggiore della scuola italiana e per cui ci sarebbero soluzioni meno costose e più funzionali della sanatoria- gli ambiti più importanti cui destinare gli organici aggiuntivi sono essenzialmente quattro. In primo luogo la generalizzazione, in tutta la scuola per l’infanzia e nella scuola primaria, di un tempo lungo/pieno sempre più richiesto anche nel Mezzogiorno per il crescente ingresso delle donne nel mercato del lavoro. E sempre più importante per colmare il prima possibile le difficoltà di apprendimento e i problemi anche affettivi e relazionali di tanti bambini colpiti direttamente dai mille guai di questa fase. Va detto che il tema c’è,nel testo della “Buona Scuola”, ma annegato tra molti altri, senza considerare la diseguaglianza di opportunità per le famiglie e per i bambini insita in un tempo pieno che se nella scuola primaria di molte città del Nord e del Centro oscilla tra il 50 e il 90 per cento delle classi, nel Mezzogiorno precipita sotto il 10 per cento.

Il secondo ambito riguarda l’esigenza ormai stringente di una diffusione in tutte le scuole ad alta densità di studenti stranieri di laboratori permanenti di apprendimento dell’italiano come seconda lingua, e di insegnanti appositamente qualificati. È soprattutto per il trascinarsi delle lacune linguistiche che la scuola italiana non riesce a sanare la disparità per gli studenti di madrelingua non italiana, le cui carriere scolastiche sono falcidiate da un’enormità di ritardi scolastici, ripetenze, abbandoni precoci e perfino fenomeni di “segregazione formativa”.

Questo tema nelle 136 pagine della “Buona Scuola” non è neppure sfiorato. Un silenzio inspiegabile – gli studenti stranieri sono ormai 800mila, il 10% del totale – che oltre a segnalare una sottovalutazione profonda dei problemi di integrazione delle seconde generazioni, delinea un governo apparentemente insensibile agli effetti del calo demografico. Eppure un paese con sempre meno giovani non può permettersi di sprecare i talenti e le intelligenze.

Il terzo ambito riguarda l’introduzione, nella scuola secondaria di secondo grado, di aree opzionali che, come nei sistemi educativi di altri paesi, consentano ai giovani di verificare per tempo le proprie attitudini, rafforzare i propri interessi,responsabilizzarsi alle scelte future di studio e di lavoro. Nella “Buona Scuola” un accenno c’è, ma non legato al nuovo personale docente.

Infine il quarto ambito riguarda lo sviluppo- oggi condizionato, appunto, da precisi vincoli di organico – dell’offerta di educazione degli adulti, nella prospettiva del life long learning. Anche qui un tema di emergenza, tra le troppo basse competenze di base degli adulti italiani evidenziate da ogni ricerca comparativa internazionale e il bacino dei giovani adulti senza diplomi e qualifiche incessantemente alimentato da una dispersione scolastica parecchio sopra la media Ocse. Un buon terzo dei NEET, si sa, è in questa condizione, ragazzi italiani e ragazzi con background straniero. Ma questo delle scuole di seconda opportunità e dell’apprendimento lungo tutto il corso della vita è un tema che la politica italiana ha quasi sempre tenuto lontano dalle decisioni relative al sistema scolastico, e la “Buona Scuola” non fa eccezione.

Silenzi e sottovalutazioni che danno conto, al netto dell’involucro accattivante e di alcune novità effettive della “Buona Scuola”, di una continuità con alcune politiche scolastiche tradizionali ben maggiore di quello che si vorrebbe far credere. Che si rivela anche in altre parti e su altri temi del documento.Ma anche così qualcosa di buono potrebbe venirne, se ci fosse la possibilità di confronti di merito, e di luoghi politici e tecnici adatti allo scopo. Al momento non ci sono, ma potrebbe essere uno dei casi in cui la forma si fa sostanza.

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