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Il Fatto Quotidiano
23 12 2014

Ospito volentieri sul mio blog le riflessioni di Lorenzo Gasparrini che ringrazio.

Battiato, Benigni, Bizzarri. Un insulto, una metafora, una sineddoche: tre sessismi diversi, ma egualmente odiosi e ingiusti. E che, detti da persone del mondo dello spettacolo, le cui parole hanno grande risonanza, fanno molto danno a tutti e tutte.

Battiato: “Ci sono troie in parlamento”, la storia è ormai famosa. Come è ormai altrettanto famoso il banale argomento, usato da Battiato come da milioni di uomini che abitualmente usano insultare così persone di tutti i generi, che “ho solo parlato di un malcostume politico, non parlavo certo di donne. Io non sono mai stato sessista e chi mi conosce lo sa bene”.
Rimane il fatto, incontrovertibile e inattaccabile da qualsiasi buona intenzione, che per insultare si è scelto un termine che non ha corrispettivo al maschile. Non ce l’ha perché nella storia patriarcale e maschilista della nostra società, solo la condotta sessualmente libera delle donne – anche nel senso della prostituzione mirata a ottenere benefici – è oggetto di insulto. Quella maschile no, infatti per quest’ultima non c’è la parola. Non si insulta un uomo di potere perché, di fronte a una donna che glielo vuole estorcere tramite il sesso, cede o concede una parte di quel potere. E’ questo, per l’appunto, il sessismo della parola “troia”, usato nel senso di Battiato: la colpevole è sempre lei, perché quel comportamento è definito come femminile; anche se si vuole intendere i parlamentari maschi, li si definisce “schifose donne”.

Né Battiato né nessun altro può cambiare la storia dei rapporti tra uomini e donne depositata nel nostro linguaggio. Stupisce che un maestro delle parole come lui, sedicente “mai stato sessista”, non si renda conto di questa banale inattaccabile realtà, che con le sue stesse parole ha ratificato ancora una volta.

Benigni: se si spiega la costola di Adamo con la parità dello stare al fianco, allora quel fianco non deve voler dire protezione. Perché se dici che qualcuno nasce da te per essere protetto, stai instaurando una gerarchia, nella quale tu sei grande e forte e proteggi il piccolo e debole, che sarebbe nato da te. E se questa storiella la usi per spiegare il rapporto tra uomini e donne, è sessismo – cosa confermata da una rapida e facile verifica dell’originale. Sessismo neanche tanto nascosto: che parità è quella tra uno che genera un altro da proteggere? Al massimo è una concessione: è paternalismo.

Il quale paternalismo, non a caso, viene da un testo sacro nel quale i protagonisti sono tutti uomini, tranne una donna che partorisce vergine un figlio non del suo compagno. La realtà è che, per quante storie ci vogliamo inventare, tutti e tutte nasciamo dal corpo di una donna. Sarebbe il caso di ricordarsene anche quando si va in tv a fare divulgazione – o a pretendere di farla.

Bizzarri: “Addio a una figa spettacolare”. Strano che un uomo non capisca che essere denotati dai propri genitali non fa piacere. Eppure “coglione” e “testa di cazzo” raramente sono accettati come complimenti. Però a una donna essere chiamata come una sola parte del proprio corpo, quella destinata al sesso e alla riproduzione, dovrebbe suonare come un apprezzamento. Si chiama sessismo anche questo, e anche in questo caso non contano le intenzioni, e anche in questo caso non è difficile capire perché. Io posso decidere che in una bastonata ci metto tanto amore, ma quello che la riceve non sente l’amore, sente la bastonata; anche se nel mentre gli dico “io ti amo!”. Chissà che avrebbe pensato Virna Lisi, mito della storia del cinema mondiale, del fatto che un uomo di spettacolo per ora un pochino meno rilevante di lei la chiamasse tramite il suo organo sessuale, e pretendendo di farle così cosa gradita.

Battiato, Benigni, Bizzarri. E’ evidente che loro, gli autori, anzi i pronunciatori di quelle parole, non sanno niente di sessismo, non si ritengono sessisti; ed è normale. Sono tre “normali” uomini, cresciuti – pur in periodi e contesti diversi – in una “normale” società sessista e maschilista, come quella in cui viviamo. Non è colpa loro se usano abitualmente un linguaggio che rispecchia lo squilibrio di potere vigente tra i generi, squilibrio mantenuto efficace anche dal linguaggio quotidiano.

Nati in un mondo che educa da piccoli alla discriminazione sessista, cresciuti in un mondo di “cose da uomini” e “cose da donne”, adulti bombardati da media ipocriti e devoti, per marketing, al potere vigente – e come pretendere che sia facile per gli uomini capire cos’è il sessismo? Non ne hanno colpa.
Un po’ meno normale è che non lo vogliano capire, quando glielo si fa notare. Preferiscono non informarsi, per poi doversi assumere una responsabilità; questo comportamento, senza dubbio, è tutta colpa loro.

A prezzo di fior di morti ammazzati per secoli, il razzismo lo si è capito, per esempio, e l’antisemitismo pure, e la discriminazione verso i disabili anche; a fatica, ma dopo innumerevoli battaglie civili si è data una bella ripulita pure al linguaggio. Però quella sessista pare proprio una discriminazione più scomoda da capire; perché se gli studi, le ricerche e le statistiche che la confermano ci sono da pochi decenni, invece di morte ammazzate perché donne ce ne sono moltissime, e anche da parecchi secoli. Però ancora ci si difende dicendo “io no”, o “i problemi sono altri”, oppure sostenendo che chi ti fa notare il sessismo è un/una moralista, un/una bacchettone/a, o – peggio ancora! – un/una femminista.

Battiato, Benigni, Bizzarri – e tanti altri: guardate che a furia di insultare la propria intelligenza, va a finire che quella s’offende e se ne va. E con tutte le ragioni.

Sei povero e del Sud? Allora sei corrotto

Pregiudizi verso il Sud ItaliaDavanti a una tesi così forte - si vota di più alle amministrative perché si è più corrotti e si è più corrotti perché si è più poveri prima di cedere all'imprecazione, si cercano le fonti. Effettivamente a un quarto dell'articolo compare la parola magica: Il Sole 24 ore. Ma il riferimento è solamente alla classifica delle città più ricche e più povere stilata ogni anno dal giornale di Confindustria. Tutto il resto è un sillogismo costruito dal giornalista e fondato - questa è la nostra chiosa - sul peggiore razzismo e classismo.
Angela Azzaro, Cronache del Garantista ..

Corriere della Sera
17 11 2014

Così hanno risposto a un sondaggio. E in pratica?

di Elvira Serra

La discriminazione vista dagli adolescenti può riservare qualche sorpresa. A dispetto dei proclami politically correct degli adulti, infatti, per loro vengono trattati meno bene gli omosessuali (93%), i Rom (92%), le persone grasse (87%), gli africani (79%), quelli molto poveri (72%), i disabili (72%), i musulmani (68%) e, sorpresa!, i meridionali (43%).

Sotto accusa, chi contribuisce alla diffusione dei pregiudizi: Internet e televisione, per più di sei studenti su dieci. Mentre lo sforzo di contrastarli viene fatto soprattutto dalle famiglie, per quasi sette su dieci, e dalla scuola, per la metà dei 1.002 intervistati dall’Istituto Piepoli che ha accolto l’invito dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza a interrogare i giovanissimi su razzismo e stereotipi.

«Questo sondaggio rientra in un disegno che prevede, tra le altre cose, di monitorare il mondo degli adolescenti, intercettarne le energie, individuarne le potenzialità e i bisogni ai quali ancora non siamo riusciti a dare una risposta», spiega il Garante per l’Infanzia Vincenzo Spadafora.

Il profilo che è emerso conferma il fatto che i ragazzini di oggi sono molto meglio di come li disegnano. Lo si capisce da certe risposte, che andrebbero lette ai loro genitori. Per esempio: è giusto che siano soprattutto le donne a fare i lavori di casa? Solo il 16% è d’accordo, l’84% per nulla o poco. Così come non condividono le affermazioni di chi dice che un ragazzo straniero non sarà mai il primo della classe; che se in tivù parlano di un furto o un crimine viene subito da pensare che il responsabile potrebbe essere un extracomunitario; che se scoprissero che un compagno è gay lo eviterebbero in modo che non si pensi che pure loro lo sono.

«In genere gli adolescenti hanno meno pregiudizi rispetto a noi adulti, sono pronti a ripartire sempre con percezioni magari inedite della realtà che a volte sono proprio imprevedibili, non hanno preconcetti iniziali, ti possono sorprendere», interviene lo scrittore Eraldo Affinati, forte della sua esperienza di insegnante alla Città dei Ragazzi di Roma.

Quando i compagni di classe fanno gli spiritosi e prendono in giro i coetanei per l’aspetto fisico, gli intervistati non la trovano per niente una cosa divertente e innocente. E infatti condannano totalmente i casi di cronaca che hanno per protagonisti adolescenti presi di mira perché sovrappeso. Però l’essere grassi resta al centro del maggior numero di episodi di discriminazione ai quali assistono e che peraltro li hanno riguardati direttamente nel 16% dei casi. Un dato che non sorprende Affinati: «A quell’età uno studente sta provando la sua identità. Può sembrare rigido perché è fragile, aderisce a immagini preconfezionate, è più influenzabile dai miti contemporanei che vede sui giornali o nel piccolo schermo». E Spadafora aggiunge: «Queste dinamiche fanno pensare che ci sia sempre bisogno di una sorta di perfezione e omologazione e di riflesso l’esigenza di sopraffare il più debole, identificato con il grasso».

Conforta, però, leggere che per gli adolescenti le cose che pensano li faccia apprezzare di più da chi ancora non li conosce siano il carattere e la simpatia, con l’intelligenza e la cultura. Potessero cambiare qualcosa di loro stessi, magari vorrebbero essere più creativi o più bravi a scuola. Non più belli.

Conclude il Garante: «In definitiva il messaggio per noi adulti è che dobbiamo sgretolare la cultura dei giudizi “prima”. E quello può essere soltanto compito nostro».

 

Se l'uomo forzuto fa la maglia

  • Mercoledì, 16 Aprile 2014 12:48 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO
Francesca Sironi, L'Espresso
16 aprile 2014

Ettore il macho che nasconde un segreto. Il papà che aspetta un figlio. Cloe, sei anni, che vuole lo zaino di Spiderman. Sono alcune delle storie di settenove, una piccola casa editrice fondata pochi mesi fa. Con un obiettivo: superare i pregiudizi. Per combattere la violenza sulle donne. Trasmettendo la parità ai più piccoli. Parla la fondatrice, Monica Martinelli.

Corriere della Sera
17 02 2014

La sfida di sei ragazzi: impariamo un lavoro e realizziamo i nostri sogni

di Michela Proietti

Di sera, quando si tolgono gli abiti da lavoro, sono davvero stanchi. Edoardo, il più giovane del gruppo, ha girato il mondo con i genitori e i due fratelli. «I ricordi sono sempre molto belli quando si viaggia, ma starci dentro è diverso, non mi ero mai reso conto che esistesse un lavoro come quello che sto facendo ora». Edoardo ha 20 anni e la sindrome di Down. Ha appena iniziato un tirocinio nell’Hotel Melià Aurelia Antica di Roma: dovrà occuparsi della manutenzione e dice che ogni cinque minuti è chiamato a risolvere un piccolo problema. «Il primo giorno è stato veramente duro, un impatto troppo forte, ma poi sono migliorato». Ha imparato a togliere e mettere le lampadine, a lavorare con il trapano, «anche se all’inizio non sapevo farlo e ho rischiato di farmi male». Una sfida condivisa con altri ragazzi Down, assunti come lui con un contratto di formazione: Nicolas alla reception, Martina cameriera ai piani, Benedetta e Livia cameriere di sala, Emanuele aiuto cuoco.

Le loro giornate di lavoro sono riprese dalle telecamere, che da lunedì prossimo trasmetteranno nella docu-fiction «Hotel 6 stelle» di Claudio Canepari, in onda su Rai3, come è possibile l’integrazione di un disabile nel mondo del lavoro. Il progetto, sostenuto dall’Aipd, l’Associazione italiana persone down, è stato sostenuto da Palmiro Noschese, area manager dell’hotel romano, con l’idea che nella diversità ci sia un valore aggiunto.

Attualmente in Italia un bambino su 1.200 nasce con la sindrome di Down e grazie allo sviluppo della medicina e alle maggiori cure si può parlare di un’aspettativa di vita di 62 anni. «Il messaggio che vogliamo comunicare è che tutti ce la possono fare. Attraverso la formazione tutti possono arrivare ovunque. La tivù ci aiuterà semplicemente a veicolare questo messaggio, perché speriamo che altre aziende possano seguire la nostra strada. Non temo le critiche, se saranno critiche costruttive ben vengano: stiamo facendo una lavoro di cui siamo orgogliosi».

Timidezza, entusiasmo, qualche volta sopportazione: con un’altalena di sentimenti, i ragazzi hanno imparato a convivere con le telecamere. Per Benedetta è stata una sfida nella sfida. «Mi hanno imbarazzato molto le riprese». Prima di fare la cameriera di sala nell’hotel romano ha lavorato in un supermercato. «Mi occupavo di sistemare la merce negli scaffali, ma questo tirocinio mi piace molto: il momento più bello per me è servire il breakfast, preparare le colazioni e prendere le ordinazioni». Ha 23 anni, è diplomata al liceo scientifico, ama la danza moderna e la ceramica. «Qui ho fatto delle belle amicizie, sono stata e sono molto felice: mi piacerebbe che questo fosse il mio lavoro fisso per il futuro».

Con un sogno più forte di tutti gli altri: «Vorrei tanto che le mie aspettative sentimentali si realizzassero». Emanuele, l’aiuto cuoco diplomato all’istituto alberghiero, sta con Moira e sogna di sposarla e fare una famiglia. Come tanti ragazzi della sua età vorrebbe diventare uno chef famoso, puntando sulle sue specialità: la pasta e il risotto ai funghi. E poi un altro sogno: «Vorrei che tutti i ragazzi con la sindrome di Down, non solo in Italia, ma in tutto il mondo, potessero lavorare. Lavorare è possibile».

Durante il tirocinio formativo John Peter Sloan avvicinerà i ragazzi allo studio della lingua straniera, per migliorare il rapporto con i clienti, e ognuno di loro sarà seguito da un tutor per tutta la durata dello stage. Nicolas, il concierge del gruppo, è andato oltre i ruoli: «Il tutor è diventato il mio amico e il mio confidente». Dice che fin da ragazzino sognava di andare in tivù con la giacca e la cravatta: «Questo per me è un traguardo». Il suo racconto è un saliscendi di emozioni. «È molto bello lavorare, dà tanta gioia e mi sento felice. Significa essere indipendente, avere lo stipendio e le mance, vorrei poterlo fare 24 ore su 24 per sposarmi con la mia ragazza, andare via da casa dei miei genitori e vivere con lei tutta la vita». Il futuro però lo preoccupa: «Lo stage sta per finire e io non so cosa farò dopo».

L’obiettivo dell’esperienza è quella di trasformare il tirocinio in una concreta opportunità lavorativa, valorizzando le capacità di ognuno. Livia, cameriera di sala, ha un’attitudine particolare con il pubblico: è estroversa, solare e la sua passione è il nuoto sincronizzato, lo pratica a livello agonistico e ha vinto già delle medaglie. Una disciplina e un entusiasmo che trasferisce anche quando serve ai tavoli. «Se per caso mi scivola un bicchiere? Asciugo e pazienza, la prossima volta farò più attenzione». Calma e rigore. «Non ho mai avuto a che fare con un cliente incontentabile, ma se mi dovesse capitare lo manderei a parlare direttamente con il direttore. In questo lavoro non bisogna entrare in confidenza, bisogna mantenere rispetto e il giusto distacco. Siamo in un hotel 6 stelle!».

Per Martina, cameriera ai piani, questa è la prima occasione seria di lavoro. Ha 31 anni e ogni giorno sistema le stanze secondo le sue regole: bagno pulito a fondo, camera ben ordinata e aspirapolvere passato ovunque. Una delle sue paure è quella di essere criticata e non capita dagli altri: «Vorrei dare voce a tutti quelli che, come noi, cercano lavoro. È vero che in Italia c’è la crisi, ma a tutti serve una possibilità».

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