×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

Internazionale
17 07 2015

Un intrigo internazionale, un tentativo di insabbiamento o un faticoso cammino giudiziario verso la verità? È difficile definire con esattezza il caso dell’ex nunzio apostolico Józef Wesołowski, accusato di gravi reati legati alla pedofilia e per questo sottoposto a processo in Vaticano. Forse la vicenda è tutte e tre queste cose insieme e la battaglia intorno all’ex arcivescovo fa parte di quel processo di riforma portato avanti – non senza ostacoli – da papa Francesco.

Sta di fatto che la storia non sembra avere ancora contorni ben definiti e rimane avvolta in molte incertezze.

Józef Wesołowski è stato accusato di abusi sui minori e di possesso di un gigantesco archivio pedopornorafico negli anni che vanno dal 2008 al 2014. In particolare avrebbe commesso la maggior parte dei reati nella Repubblica Dominicana dove aveva svolto il suo ultimo incarico come ambasciatore del papa, quindi avrebbe proseguito l’attività criminosa in Vaticano.

Da qui la decisione della Santa sede di procedere alla riduzione allo stato laicale dell’arcivescovo in base a un procedimento canonico; contro questa sentenza Wesołowski ha presentato ricorso in appello. Quest’ultimo è ancora pendente, quasi a dire che anche sul piano ecclesiale la questione è ancora aperta.

Tuttavia Bergoglio, come ha precisato nel settembre 2014 il portavoce vaticano padre Federico Lombardi, ha dato il via libera all’arresto dell’ex nunzio quando ha deciso di dare impulso all’indagine del promotore di giustizia vaticano (una sorta di pubblico ministero), Gian Pietro Milano, che si è conclusa nel giugno scorso con il rinvio a giudizio dell’imputato.

L’11 luglio doveva dunque cominciare nella cittadella vaticana un processo per pedofilia clamoroso, senza precedenti, contro un ex arcivescovo e nunzio apostolico.

Ma “in apertura di dibattimento il promotore di giustizia ha comunicato che l’imputato non era presente in aula in quanto ricoverato in ospedale. Il tribunale ha preso atto dell’impedimento a comparire dell’imputato, a seguito dell’insorgere di un improvviso malore, che ha reso necessario il suo trasferimento presso una struttura ospedaliera pubblica, ove risulta attualmente ricoverato nel reparto di terapia intensiva”.

Così recitava il comunicato ufficiale diffuso dal Vaticano la mattina stessa dell’inizio del processo. Il Vaticano parla di “ricovero in una clinica” ancora in corso il 16 luglio.

La prima udienza, annunciata come particolarmente densa di spiegazioni circa il merito delle accuse e delle contestazioni, è durata in tutto sei minuti, il procedimento è stato poi rinviato a data da destinarsi.

La decisione non è piaciuta alla procuratrice generale della Repubblica Dominicana, Yeni Berenice Reynoso, che ha sottolineato come, sollevando la questione delle precarie condizioni di salute, l’ex diplomatico vaticano di 67 anni, intenda semplicemente sottrarsi alla giustizia.

A Wesołowski del resto sono contestati in particolare cinque casi di abuso sessuale su minori avvenuti nel paese caraibico; gli episodi sarebbero molti di più, ma su questi cinque sono state raccolte testimonianze e prove importanti attraverso indagini complesse. Ancora, va sottolineata la scelta di rendere pubblica la prima udienza da parte vaticana. A questo scopo era stato predisposto pure un pool di giornalisti autorizzati ad assistere all’inizio del procedimento; inoltre, dal punto di vista strettamente giuridico, la vicenda aveva un suo complicato ma perfetto incastro.

Un passo indietro
Nel luglio del 2013 papa Francesco, eletto da pochi mesi come successore di Benedetto XVI, aveva introdotto con un motu proprio, cioè un provvedimento legislativo di diretta emanazione del pontefice, un aggiornamento della legge penale nella quale si prevedeva tra l’altro un inasprimento delle pene per diversi reati compresi quelli relativi agli abusi sessuali tra cui anche il possesso di materiale pedopornografico, la violenza sessuale, la prostituzione e altro.

Si noti che il caso Wesołowski comincia a emergere tra Vaticano e Caraibi proprio nell’estate del 2013, quando cioè la vicenda dell’ex nunzio diventa un caso giudiziario nella Repubblica Dominicana. È in quel periodo che il cardinale e arcivescovo di Santo Domingo, Nicolás de Jesús López Rodríguez, informa Bergoglio di quanto sta per accadere. A quel punto il nunzio viene richiamato a Roma e destituito da ogni incarico.

Successivamente prendono il via il processo canonico e poi quello penale. Tuttavia con la contestazione a Wesołowski di aver conservato materiale vietato nei suoi computer fino al 2014, la giustizia vaticana risolveva il problema dell’impossibilità di applicare retroattivamente la nuova legge penale del 2013. Insomma la Santa sede aveva costruito intorno all’ex nunzio un meccanismo complesso ma difficile da smontare.

D’altro canto la vicenda si portava dietro una serie di ricadute internazionali. In primo luogo Wesołowski oltre a quella vaticana aveva anche la nazionalità polacca, da cui l’interessamento delle autorità di Varsavia verso l’ex nunzio. È stata anche ventilata l’ipotesi di una richiesta di estradizione da parte della Polonia. L’ex diplomatico, inoltre, non era l’unico a essere stato accusato di abusi sui minori nella Repubblica Dominicana, con lui figuravano infatti altri sacerdoti, pure di origine polacca, successivamente sottoposti a giudizio in patria.

C’era un legame tra queste diverse storie?

È questa un’altra domanda che finora non ha ricevuto risposta. Inoltre la vicenda Wesołowski ha avuto, poco più di un anno fa, anche un’ulteriore eco internazionale.

Quando nel maggio del 2014 il Vaticano è stato ascoltato dal comitato della convenzione Onu di Ginevra contro la tortura (procedura cui sono sottoposti gli stati aderenti alla convenzione), la vicenda Wesołowski è tornata a galla: infatti era stata inserita tra le varie richieste di chiarimento avanzate dai rappresentanti delle Nazioni Unite alla delegazione vaticana.

Una bomba a orologeria?
Nel corso di questi due (o poco più) funambolici anni di pontificato, papa Francesco ha dovuto affrontare alcune emergenze che gravavano sulla chiesa in modo drammatico.

La prima era quella degli scandali finanziari che ha fatto da detonatore alla battaglia per riorganizzare i dicasteri economici mentre il Vaticano si adeguava agli standard internazionali in materia di antiriciclaggio.

La seconda riguardava lo scandalo degli abusi sessuali sui minori. Considerato che alcune conferenze episcopali facevano resistenza passiva sull’argomento (tra queste quella italiana), il papa, come in altri settori, ha manovrato dall’alto facendosi aiutare da un gruppo di collaboratori.

Così è nata la Pontificia commissione per la tutela dei minori, guidata dal cardinale Sean Patrick O’Malley, frate cappuccino arcivescovo di Boston, che si avvale del supporto di ex vittime di abusi, di studiosi e psicologi tra cui diverse donne, novità non scontata Oltretevere.

Con il passare dei mesi alcuni vescovi anche di alto rango sono stati allontanati, mentre la vicenda Wesołowski doveva assumere un valore simbolico in questa strategia dimostrando che la chiesa sapeva andare fino in fondo.

Tuttavia non si può dimenticare che l’ex nunzio non è un qualsiasi prete di una parrocchia cittadina – come in tanti casi italiani recenti – coinvolto in reati che urtano la sensibilità e la moralità comuni oltre a essere particolarmente odiosi e gravi.

Wesołowski vanta una carriera di alto livello nella diplomazia vaticana, fa parte degli uomini legati a Karol Wojtyla che lo ordinò prima sacerdote poi arcivescovo, ha lavorato in diverse nunziature, dalla Costa Rica al Giappone, dall’India alla Svizzera, quindi ha ricoperto l’incarico di nunzio in Bolivia all’inizio degli anni duemila, è stato poi l’ambasciatore del papa in alcuni paesi caucasici quindi, nel 2008, lo ritroviamo come nunzio nella Repubblica Dominicana.

Ci resta fino all’agosto del 2013, l’estate dello scandalo. Le storie raccontate dai ragazzi coinvolti negli abusi sono pesanti, drammatiche, Wesołowski ha l’identikit di una persona malata che approfitta dei più deboli. E allora, inevitabilmente, sorgono dubbi circa il fatto che altri episodi possano essersi verificati in precedenza, sulle eventuali coperture di cui ha goduto a Roma e altrove per tanti anni, sulle possibili complicità diffuse in ambiente ecclesiale e non.

Sono tutte domande che dovranno trovare una risposta durante il processo

Francesco Peloso

L'anno del Signore 2015, il secondo del pontificato di papa Francesco, vede il primo prete arrestato per pedofilia proprio agli inizi del calendario, il 2 gennaio scorso [...] Dalle Alpi alla Sicilia, in diverse comunità sparse nello Stivale e nelle Isole maggiori e minori, dal 2 gennaio al 6 maggio scorso [...], si contano 18 ecclesiastici italiani arrestati o coinvolti in inchieste giudiziarie per fatti simili. In 120 giorni, e facendo la statistica con il metodo di Trilussa, fanno 4,5 preti al mese.
Filippo di Giacomo, il Venerdì-la Repubblica ...

Parroco arrestato a Vercelli: li adescava anche su Whatsapp

  • Venerdì, 24 Aprile 2015 10:44 ,
  • Pubblicato in Flash news

la Repubblica
24 04 2015

Ha abusato di tre ragazzi che frequentavano la scuola che dirigeva solo perché forte del potere dell'abito da sacerdote che indossava. Per questo don Massimo Iuculano, noto in città perché parroco della chiesa Sacro Cuore, dell’annesso oratorio salesiano “Belvedere” e direttore dell’istituto professionale Cnos-Fap di Vercelli, è stato arrestato questa mattina dalla polizia.

A raccontare degli abusi sono stati gli stessi ragazzi, quattordicenni e diciassettenni che frequentavano l'istituto Don Bosco di Vercelli. Proprio in quell'istituto dedicato al sacerdote che aveva a cuore i ragazzi il prete abusava di loro e della loro adolescenza.

Le indagini ora si stanno allargando ad altri casi: l'uomo contattava le sue vittime attraverso gli abituali canali di comunicazione giovanile come sms, Whatsapp e Facebook. Ma il sacerdote risultava infatti essere piuttosto attivo anche al di fuori della scuola: in quelle occasioni il prete mentiva sulla sua professione raccontando di essere impiegato in una non meglio precisata società e di essere attualmente in cassa integrazione. Così dopo aver ottenuto un incontro con le sue vittime proponeva loro incontri sessuali in cambio di piccoli regali come ricariche telefoniche o scarpe da calcio.

Il sacerdote aveva addirittura adibito una stanza apposita per gli incontri sessuali, dove metteva in atto sedute di "massaggi particolari" simulando competenze terapeutiche e sportive.

A far saltare l'organizzazione messa in piedi dal sacerdote, dopo la segnalazione delle vittime, un minore italiano di 14 anni e due diciassettenni di origine straniera, è stata la polizia che per settimane lo ha pedinato seguendo tutti i suoi movimenti e ascoltando le sue conversazioni.

Iuculano è stato arrestato con l'accusa di abusi sessuali e portato nel carcere di Vercelli. Una notizia che ha lasciato senza parole un'intera città. Sconvolto anche l'arcivescovo di Vercelli, monsignor Marco Arnolfo, che dicendosi vicino alle vittime ha disposto la sospensione del religioso da ogni potestà di ordine e di governo e dall’ufficio di parroco.

Floriana Rullo

 

"La priorità è tutelare da abusi, non evitare gli scandali"

  • Giovedì, 05 Febbraio 2015 14:33 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Stampa
05 02 2015

Il desiderio di evitare lo scandalo non può essere prioritario rispetto alla difesa di un bambino abusato da un sacerdote, perché «non c’è assolutamente posto nel ministero per coloro che abusano dei minori». Papa Francesco demolisce decenni di atteggiamenti improntati ad un uso improprio ed eccessivo della “discrezione” da parte di troppi vescovi che hanno coperto preti macchiatisi di atti di pedofilia. Lo fa in un passaggio di una lettera inviata ai Presidenti delle Conferenze Episcopali e ai Superiori degli Istituti di vita consacrata resa nota oggi. Bergoglio scrive: «Le famiglie devono sapere che la Chiesa non risparmia sforzi per tutelare i loro figli e hanno il diritto di rivolgersi ad essa con piena fiducia, perché è una casa sicura».

Ed eccolo il passaggio chiave: «Non potrà, pertanto, venire accordata priorità ad altro tipo di considerazioni, di qualunque natura esse siano, come ad esempio il desiderio di evitare lo scandalo, poiché non c'è assolutamente posto nel ministero per coloro che abusano dei minori».

Nella missiva il Pontefice ripercorre le tappe con cui si è arrivati alla nascita, fortemente voluta da Bergoglio stesso, della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. Tra pochi giorni tutti i membri della Commissione si riuniranno a Roma per la prima volta. Nato nel marzo dello scorso anno, l’organismo (creato da Jorge Mario Bergoglio per la prevenzione della pedofilia), conta 17 membri, rappresentanti di tutti i continenti, tra i quali otto donne, dieci laici e due persone, un uomo e una donna, che da bambini furono abusati da un prete. Un organismo interdisciplinare, guidato dal cardinale Sean O’Malley il cappuccino statunitense che, proprio da arcivescovo di Boston, negli anni passati aveva dovuto affrontare la questione della pedofilia nella sua diocesi.

«Al Vescovo diocesano e ai Superiori maggiori - osserva il Papa - spetta il compito di verificare che nelle parrocchie e nelle altre istituzioni della Chiesa venga garantita la sicurezza dei minori e degli adulti vulnerabili. Come espressione del dovere della Chiesa di manifestare la compassione di Gesù verso coloro che hanno subito abusi sessuali e verso le loro famiglie, le Diocesi e gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica sono esortati ad individuare programmi di assistenza pastorale, che potranno avvalersi dell'apporto di servizi psicologici e spirituali. I Pastori e i responsabili delle comunità religiose – prosegue il Pontefice - siano disponibili all'incontro con le vittime e i loro cari: si tratta di occasioni preziose per ascoltare e per chiedere perdono a quanti hanno molto sofferto».

«Per tutti questi motivi – conclude il Papa -, chiedo la vostra collaborazione piena e attenta con la Commissione per la Tutela dei Minori. Il lavoro che ho affidato loro comprende l'assistenza a voi e alle vostre Conferenze, attraverso il reciproco scambio di “prassi virtuose” e di programmi di educazione, formazione e istruzione per quanto riguarda la risposta da dare agli abusi sessuali».

Corriere della Sera
26 09 2014

Monsignor Jozef Wesolowski aveva un archivio segreto nascosto nel computer della Nunziatura di Santo Domingo. L’arcivescovo polacco di 66 anni arrestato tre giorni fa per volontà di papa Francesco dalla gendarmeria vaticana per pedofilia, custodiva oltre centomila file con foto e filmini pornografici: immagini scaricate da Internet e fotografie che le stesse vittime erano state costrette a scattare.

Una galleria degli orrori che in parte conservava anche sul proprio pc portatile. Si vedono ragazzini tra i tredici e i diciassette anni umiliati di fronte all’obiettivo, ripresi nudi, costretti ad avere rapporti sessuali tra loro e con adulti. Ora l’indagine prosegue per scoprire altri complici. Personaggi che avrebbero aiutato l’alto prelato a procacciarsi i minori e che potrebbero aver partecipato agli incontri a luci rosse. Nel capo di imputazione si parla esplicitamente di «reati commessi in concorso con persone ancora ignote» e gli atti dell’inchiesta fanno comprendere come i promotori di indagine del Vaticano abbiano già trovato alcuni elementi per arrivare alla loro identificazione. Sono proprio i verbali e le relazioni contenute nel fascicolo processuale a svelare i contorni di una vicenda che appare tutt’altro che chiusa e anzi potrebbe avere nuovi e clamorosi sviluppi. Perché il sospetto è che Wesolowski possa essere inserito in una rete internazionale ben più ampia di quella emersa sinora.

I quattro volumi e le foto cancellate
Quanto ampia possa essere questa rete ben si comprende leggendo la perizia informatica che ricostruisce l’attività del nunzio di Santo Domingo richiamato dalla Santa Sede un anno fa e poi «dimesso» dallo stato clericale. L’accusa evidenzia «la particolare abilità dell’imputato a utilizzare strumentazione elettronica che può essere reperita per connessioni illecite. Comportamento che l’imputato ha mostrato di perseguire con modalità fortemente compulsive».

Sono stati trovati «oltre 100 mila file a sfondo sessuale, ai quali si aggiungono più di 45 mila immagini cancellate». A mettere in allarme gli inquirenti è stata la scoperta di un vero e proprio archivio nel computer di proprietà del Vaticano «diviso in quattro volumi e contenente circa 130 video e più di 86 mila fotografie». Il resto Wesolowski lo aveva «salvato» nel computer portatile che usava soprattutto quando era in viaggio. Il materiale è diviso per genere, ci sono file in cui si vedono anche decine di bambine protagoniste di prestazioni erotiche, ma la predilezione era per i maschi.

I complici in rete e lo scambio di mail
Nella relazione degli esperti viene ricostruito tutto il «traffico dati» compresi gli accessi ai siti gay e la corrispondenza del monsignore. L’esame delle sue connessioni, le email e gli scritti custoditi nell’hard disk, può infatti svelare l’identità delle persone con le quali scambiava le immagini e fornire le indicazioni per arrivare a chi ha avuto un ruolo di fiancheggiatore. Gli investigatori sono convinti che Francisco Javier Occi Reyes, il diacono arrestato dalla polizia dominicana nel giugno 2013 che poi ha denunciato Wesolowski alle alte gerarchie vaticane con una lettera, sia soltanto una pedina di un gioco più grande. E per questo hanno esteso gli accertamenti a tutti i Paesi dove l’alto prelato è stato prima di arrivare a Santo Domingo. E soprattutto alle persone che avevano con lui rapporti frequenti.

La testimonianza dei tre bambini
Sono decine i minori che Wesolowski avrebbe adescato, ma nel fascicolo processuale vengono indicati soltanto i nomi di tre bambini e delle loro madri. Testimoni d’accusa che hanno deciso di denunciare l’orrore subito, la violenza che il religioso ha esercitato nei loro confronti. Hanno confermato quanto era stato in parte già ricostruito dalla polizia dominicana anche grazie al reportage di una giornalista di una televisione locale che aveva svolto un’inchiesta sulla doppia vita del religioso. Tra le accuse rivolte al monsignore c’è anche quella «di aver agito, essendo alto esponente delle gerarchie ecclesiastiche, con grave violazione dei suoi doveri istituzionali tanto da aver cagionato un danno all’immagine dello Stato e della Santa Sede». Ed è proprio questo il motivo che avrebbe convinto il Pontefice della necessità di dare il via libera alla clamorosa misura degli arresti domiciliari.

La difesa del nunzio: «Posso chiarire»
Martedì pomeriggio, quando è stato portato di fronte ai promotori d’accusa per l’esecuzione del provvedimento di cattura, monsignor Wesolowski ha dichiarato di voler parlare: «Posso chiarire la mia posizione, spiegare l’errore». Gli è stato spiegato che potrà farlo con l’assistenza di un avvocato, consapevoli però che le prove nei suoi confronti sono schiaccianti. Ed è stato proprio questo ad accelerare la decisione di procedere. Il rischio forte era che il nunzio venisse catturato in territorio italiano su richiesta delle autorità dominicane e poi estradato. In quel caso sarebbe stato obbligatorio trasferirlo in un carcere in attesa di completare la procedura con la Santa Sede. I promotori hanno dunque preferito giocare d’anticipo, agendo comunque in piena collaborazione con l’autorità giudiziaria di Santo Domingo. Nei prossimi giorni lo interrogheranno ed è possibile che decidano poi di processarlo con rito direttissimo, come del resto prevedono i trattati internazionali in materia di violenza sui minori.



facebook