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"Vivere l’arcobaleno"

  • Martedì, 09 Giugno 2015 10:25 ,
  • Pubblicato in L'Intervento
Maria Gigliola Toniollo
da "La famiglia omogenitoriale in Europa" (Ediesse)

(…) Sino a pochi anni fa, dire "genitorialità omosessuale" era un parlare astratto, il termine "omogenitorialità", infatti, fu un neologismo del '97 creato dall’Associazione dei Genitori e Futuri Genitori Gay e Lesbiche francese, che coniarono il termine "homoparentalité". L'omogenitorialità è quindi una dimensione relativamente nuova nel nostro contesto sociale e, come tale, solleva critiche, dubbi, paure, pregiudizi, domande:

La famiglia omogenitoriale in Europa

  • Martedì, 09 Giugno 2015 07:18 ,
  • Pubblicato in Il Libro
Martedì 9 giugno, ore 17.00
Città dell'Altra Economia - Roma

* Vedi la scheda del libro (Ediesse)
* Leggi un estratto del libro

In Italia non esiste uno strumento giuridico per riconoscere il genitore non biologico.

Roma Pride 2015

  • Sabato, 30 Maggio 2015 12:59 ,
  • Pubblicato in Banner
Roma PridePride Park
7-12 giugno

Città dell'altra Economia - Roma
Programma

Roma Pride - La parata
13 giugno, ore 15.00
Piazza della Repubblica

Milano in Movimento
11 05 2015

(Tira sempre più un casco che un pelo di fica) Siamo parte della rete NoExpoPride e numerose abbiamo partecipato al corteo che si è snodato nelle strade di Milano in occasione della MAYDAY NoExpo.

Abbiamo riempito quelle strade con le nostre parole e i nostri corpi, convinte che una visione non mainstream sui generi sia fondamentale all’interno di un movimento che si batte contro la devastazione e saccheggio dei territori, contro la precarizzazione selvaggia, contro la negazione dell’accesso ai servizi e ai diritti fondamentali.
Siamo state in piazza, quindi, con le nostre modalità, con i nostri corpi liberati e queerizzati, con boa fuxia e ombretti glitter, con vagine giganti di cartapesta che abbiamo fatto squirtare sui muri di alcune chiese, in un parossismo di tutto quanto ci viene quotidianamente negato: la libertà autodeterminata dei nostri corpi. Rivendichiamo e proponiamo una pratica orizzontale e condivisa di percorsi che si incontrano e costruiscono insieme.

Questo è il contenuto della nostra pratica politica e questo ancora una volta ci viene negato da Expo con la sua visione della donna funzionale solo a procreare e nutrire il pianeta, con il suo utilizzo opportunista e strumentale delle soggettività omosessuali a fini esclusivamente economici, e allo stesso tempo con il patrocinio alla predicazione omofoba leghista e fanatico-cattolica.

Per questo rivendichiamo la nostra rabbia, che si esprime anche con la forza erotica, gioiosa e passionale dei nostri corpi in corteo, riappropriandoci collettivamente delle strade e delle piazze della città, tessendo relazioni e costruendo legami, con cura e con l’attenzione di andare avanti insieme, senza lasciare indietro nessuna.
Oggi ci troviamo a fare un bilancio, sapendo che in quella piazza sono state messe in atto pratiche che come primo, e per ora unico, effetto hanno ottenuto quello di neutralizzare la complessità del nostro messaggio e del percorso che ha dato vita a quella mobilitazione, e in questo senso ci sentiamo di dire che l’ha sovradeterminata. Responsabiltà dei media? Si, certo. Ma anche di chi sapeva che sarebbe successo e ha agito ugualmente.

Noi froce lesbiche trans femministe rifiutiamo la riduzione del conflitto alla logica del “grande evento” da dare in pasto ai media nella società dello spettacolo o alla competizione tra ceti politici più o meno rivoluzionari.
Per noi, il conflitto è invece una pratica quotidiana che politicizza interamente le nostre vite e i nostri corpi, che tende alla costruzione di relazioni sociali diverse fuori e contro il sistema capitalistico, che si nutre di gesti che desiderano allargare il consenso e le possibilità di soggettivazione politica, invece che restringerlo a “stili di militanza” insostenibili per l’ecologia dei nostri corpi e per le nostre vite massacrate dalla precarietà.

Non sarà la sovradeterminazione di pratiche testosteroniche, né l’indignazione da divano di chi giudica senza partecipare a fermarci, né tantomeno quella dei media e del potere costituito che è andato a nozze con uno scenario amplificato e strumentalizzato.
Andiamo avanti, e lo facciamo a partire dalla totale e incondizionata solidarietà alle/agli arrestate/i post corteo, perchè il carcere non lo auguriamo a nessuno, consapevoli che non può che devastare le vita e produrre sempre nuovo dolore. scegliamo di dissentire, però, riprendendoci quello spazio politico oggi oscurato dal fumo del machismo e dai media, continuando ad occuparlo e trasformarlo con i nostri peli, i nostri corpi e le nostre parole che hanno l’ambizione di partire da sé per iniziare processi di cambiamento che portiamo avanti sia all’interno dei movimento che della società, con costanza e pazienza.

Rilanciamo quindi con forza i prossimi appuntamenti che ci siamo date da tempo:
17 Maggio: in occasione della giornata internazionale contro l’omo-transfobia: PASSEGGIATA GAIA e Assemblea Pubblica Milanese. Le strade saranno libere solo quando ce le riprenderemo. Attraverseremo delle strade rese insicure dalla politica securitaria e militarizzante del territorio. I nostri corpi queerizzati le libereranno con una presenza colorata e favolosa.

20 GIUGNO: NO EXPO PRIDE! Parata queer attraverso le strade milanesi. Il nostro diritto ad autodeterminarci rivendicato con un serpente queer. Contro il pink washing di women for expo, contro la gay street contro ogni ghetto e costrizione che ci impedisca di accedere a una vita libera e a diritti riconosciuti.
Froce, lesbiche, trans e queer della Rete NoExpoPride-Milano

Collettivo Shora
Collettivo Lucciole
Collettivo Ambrosia
Collettivo Bicocca

http://noexpopride.noblogs.org/?p=135

Corriere della Sera
22 12 2014

Una commedia che insegna, tra lacrime e risate, che l'unione fa la forza

di Stefania Ulivi

Nelle nostre sale è arrivato sull’onda della nomination ai Golden Globes come miglior commedia. Non era difficile prevedere, dopo la proiezione a Cannes e la standing ovation condita da applausi, lacrime e risate, la marcia trionfale di Pride di Matthew Warchus. Ovunque successi. Anche da noi le reazioni sono in linea. Nella prima settimana di programmazione la media per copia è stata altissima, 5.850 euro, superando la corazzata AG & G e il distributore italiano, Teodora, ha deciso di triplicare le copie in sala. «Ovunque troviamo lo stesso entusiasmo» ci ha confermato nella videointervista che trovate qui sopra Andrew Scott, interprete di uno dei personaggi chiave, Gethin, gestore della libreria gay londinese che è il quartier generale del gruppo LGSM (Lesbians and Gay Support the Miners) che va in sostegno ai minatori di un paesino del Galles, non troppo distante dal suo amato/odiato paese natale. La vicenda, com’è noto, è vera, seppur incredibile. Nell’estate 1984, in piena era Thatcher, mentre i minatori sono impegnati in uno sciopero fino alle estreme conseguenze, un gruppo di attivisti gay decide di raccogliere fondi in loro favore. Innescando una catena di effetti imprevedibili.

Lo sceneggiatore Beresford confessa che i suoi connazionali lo hanno stupito. «Nei cinema in Gran Bretagna la gente applaude a scena aperta, ride, si commuove. Eppure noi non siamo sanguigni come voi italiani, siamo un popolo anemico…». Tutti si dicono convinti che il segreto del successo sia il bisogno di solidarietà sempre più diffuso. «Non è un film per gay, o per persone impegnate politicamente. È per tutti, non siamo così diversi come vogliono farci credere», dice Andrew Scott. E Beresford rilancia: «La riposta in un momento di crisi come questo è la solidarietà, trovare un terreno comune che unisca, non divida».

Ma la ragione del successo di Pride sta soprattutto nel tono leggero e profondo con cui tutto questo viene raccontato. Una commedia sentimentale che insegna, tra lacrime e risate, che l’unione fa la forza. Per questo fa sorridere scoprire che in Usa la censura abbia deciso di vietarlo ai minori di 17 anni. Ancor più paradossale scoprire che lo abbia fatto in riferimento a due scene. Una, esilarante, in cui Imelda Staunton e le altre signore gallesi in là con l’età ospiti di uno degli attivisti gay passano in rassegna, ridendo fino alle lacrime, riviste porno e allegri sex toys. Nell’altra si intravedono un paio di frequentatori di un locale in lattice abbigliati. Inutile osservare che in tv o in rete qualunque adolescente può trovare, senza neanche fare la fatica di entrare in un cinema, scene assai più ardite e, certo, meno spiritose.

L’impressione, purtroppo, è che l’unica motivazione sia che i protagonisti di Pride sono gay.

Eppure se l’avessero guardato senza paraocchi, i signori della censura Usa dovrebbero ammettere che è un film per famiglie (provato per voi: visto insieme a figlio quindicenne con gioia e allegria reciproca, scusate se è poco. Gli è piaciuto cisì tanto che ci è tornato con gli amici) popolato di personaggi fantastici: uomini e donne, etero e gay, giovani e vecchi, estroversi e malmostosi, timidi e sfacciati, arditi e fifoni, ballerini provetti e repressi imbranati. Gente agli antipodi che, come spesso accade nella reatà, poteva non incontrasi mai e che, invece, proprio incontrandosi ha fatto la storia. (All’insegna della mescolanza anche le ottime scelte musicali con Billy Bragg e Pete Seeger che incrociano Bronsky Beat, Queen e Culture Club).

Un film animato, tra l’altro, anche da personaggi femminili sublimi. Le indomite anziane gallesi citate prima. La giovanissima Steph, la lesbica più tenera e simpatica vista al cinema. La casalinga che deve arrendersi all’evidenza: molti dei maschi per cui prepara i pasti sono mammolette al suo confronto (si prenderà una laurea e finirà in parlamento, cronaca vera ad altre latitudini). La madre, che seppur con sedici anni di ritardo, lascerà che la paura non la tenga più lontana dal figli omosessuale.

Il regista, Matthew Warchus (che ha da poco sostituito Kevin Spacey alla guida dell’Old Vic), dice che è una storia d’amore. Ha ragione. Lasciate che i ragazzini vedano Pride. Poi raccontateci com’è andata.

 

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