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Donne da macello

  • Domenica, 23 Novembre 2014 14:12 ,
  • Pubblicato in La Denuncia
Ilaria Bonaccorsi, Left
22 novembre 2014

"La questione rimane: quanto grande è quella parte di maschi nel nostro Paese a cui piace come pazzi "tenere sotto" le donne, da ogni punto di vista, quello sessuale prima di tutto?" [...] Riccardo Iacona torna in libreria, e per cercare di capire, più in profondità, cosa c'è attorno alla questione della violenza sulle donne, si concentra in un nuovo libro-inchiesta sul fenomeno della prostituzione. ...
Prostituzione e mercatoAssociazione RISING – Pari in Genere
9 novembre 2014

Illustre Sindaco Marino, con grande preoccupazione apprendiamo dell'iniziativa di destinare alcuni quartieri della nostra città alla prostituzione. Si tratta di una forma di regolamentazione che prende atto del fenomeno e lo favorisce, rendendo più semplice e controllato l'accesso al corpo di donne, già private della dignità personale.

Ma è davvero giusto punire i clienti delle prostitute?

  • Lunedì, 27 Ottobre 2014 10:12 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
25 10 2014

GIORGIA SERUGHETTI

L'Irlanda del Nord ha approvato la penalizzazione dell'acquisto di servizi sessuali. Dopo la Svezia, la Norvegia e l'Islanda, il modello proibizionista si diffonde in Europa.

Con l’approvazione in prima lettura della nuova legge sulla tratta e lo sfruttamento sessuale, l’Irlanda del Nord potrebbe diventare il nuovo avamposto del modello “svedese” o “nordico” di lotta alla prostituzione, l’approccio neo-proibizionista che mira a punire i clienti come via maestra per scoraggiare, ridurre e infine eliminare il commercio sessuale. Grazie a uno schieramento bipartisan di sostenitori della norma, al Parlamento di Belfast i voti favorevoli sono stati una maggioranza schiacciante – 81 contro i 10 contrari – e a Londra già si parla della necessità di estendere questa misura a tutto il Regno Unito.

Una coalizione che unisce varie sigle della società civile, e che ha forti appoggi anche a Westminster, ha lanciato la campagna End Demand, facendo pressione perché l’acquisto di servizi sessuali sia trasformato in reato, e la vendita decriminalizzata. Perché è così che la pensano i fautori del modello nordico in Svezia, in Norvegia, in Islanda dove è stato adottato, ma anche in Francia dove la legge è in discussione, al Parlamento Europeo che ha approvato una risoluzione in questo senso a febbraio, e ora in Uk: chi si prostituisce deve essere tutelato, non punito, perché non è che una vittima di questo business. Responsabile è chi paga.

In apparenza siamo di fronte alla panacea di tutti i mali, allo strumento definitivo per eliminare una pratica che anche buona parte del femminismo, non solo i pubblici moralizzatori dei costumi, ha storicamente criticato e combattuto. Dovrebbe però sollevare almeno qualche interrogativo il fatto che le persone stesse che si prostituiscono rimandino al mittente questa offerta di aiuto. Secondo un sondaggio commissionato dal Dipartimento di Giustizia, il 98% delle/i sex worker in Irlanda del Nord è contrario alla nuova legge: il 61% pensa che renderà il loro lavoro meno sicuro, l’85% pensa che non servirà a ridurre la tratta e lo sfruttamento. C’è anche chi, come Hannah, un’escort indipendente, rivela al Guardian che ha “pianto a dirotto” quando è passata la norma: “Non voglio questo, ho tutte le capacità per lavorare, perché mi portano via il lavoro?”.

Insomma, è chiaro che la preoccupazione prevalente dei decisori riguarda qui il trafficking, la tratta a scopo di sfruttamento sessuale. Ma i problemi sono almeno due. Uno è che non si tiene conto della realtà composita del mercato del sesso, dove coesistono costrizione e scelta, inganno e consapevolezza, strategie di sopravvivenza e progetti di vita familiare, miseria e ricchezza. La prostituzione è un universo plurale, sia per caratteristiche e motivazioni di sex worker e clienti, sia per modelli di business, luoghi di esercizio, tipologia dell’offerta. Trattarlo come luogo di soggezione universale non rende conto di questa pluralità di situazioni, e delle diverse volontà di chi vi è coinvolto.

Il secondo problema è che, come sostiene da tempo una fitta rete di organizzazioni europee e internazionali che opera in favore di sex worker e vittime di tratta, e che si è fatta sentire anche in occasione della discussione della risoluzione al Parlamento Europeo, la criminalizzazione porta con sé il rischio di maggiore precarietà, povertà, marginalità, violenza per le persone che si prostituiscono, anche quando vittime di sfruttamento, in particolare se straniere. Perché spinge questo commercio nel sommerso, accrescendone l’illegalità. Lo conferma anche un rapporto del Gruppo Hiv/Aids di UNDP, che raccomanda politiche di depenalizzazione, sostenendo tra l’altro il fallimento del modello neo-proibizionista in Svezia, che ha semplicemente spostato la prostituzione in luoghi più nascosti.

Come riporta ancora il Guardian, l’attivista per i diritti delle sex worker Laura Lee ha dichiarato, anche davanti al parlamento nordirlandese, che “se il modello svedese verrà introdotto in qualsiasi modo e forma nel Nord o nel Sud dell’Irlanda, lo Stato avrà le mani sporche di sangue”. Perché è falso che si possa punire il cliente senza colpire chi lavora nell’industria del sesso.

Insomma se l’intento è “salvare le prostitute” da se stesse, anche contro la loro volontà, siamo sicuri di averne il diritto? E se invece vogliamo aiutare chi si prostituisce a difendersi da sfruttamento, violenza, marginalità siamo sicuri che punire il cliente sia la strada giusta?

Corriere della Sera
27 10 2014

Le ultime sopravvissute chiedono le scuse dei giapponesi. Ai nostri genitori dicevano che saremmo andate a lavorare in fabbrica, ma poi ci consegnavano ai militari. Io sono stata portata via a 13 anni

di Clara Iatosti *

Seoul, Corea. Agosto 2014. Siamo nella cattedrale di Myong Dong. Francesco attraversa la navata, si ferma. Una donna anziana, alta, elegante nel suo abito tradizionale di seta cruda candida, gli prende la mano. La trattiene stretta nella sua, gli dice qualcosa, che l’interprete traduce. Il papa annuisce, visibilmente commosso. Anch’io conosco Bok-Dong, la signora in bianco. L’ho intervistata per la mia tv e non ho più dimenticato quel volto solcato dalle ferite dell’anima. Un passato atroce, il suo, nascosto tra le pagine più buie e sconosciute della storia dell’umanità.

Durante l’occupazione giapponese, la Corea – con altre regioni asiatiche controllate dal Sol Levante – visse l’orrore. Dal Chōsen, tra il 1910 e il 1945, le donne, spesso poco più che bambine, furono deportate al fronte e lì violentate per anni in bordelli per soldati; queste vittime di guerra furono chiamate eufemisticamente “donne di conforto”. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, vissero nascoste come proscritte. Nel paese dei mattini calmi, si voleva dimenticare la barbarie. Uscirono allo scoperto solo con le prime manifestazioni degli anni novanta. Le confessioni di ex ufficiali nipponici hanno fatto conoscere la loro sorte ad un pubblico più vasto, ma il governo giapponese afferma che non ci siano prove di questo crimine, non riconosce responsabilità e non apre i suoi archivi. Stime approssimative parlano di 300.000 deportazioni.

Ho incontrato Bok-Dong a Seoul, nel museo della guerra e dei diritti umani (negati) delle donne. Ormai, sono rimaste in vita solo una cinquantina di loro. Sono anziane, qualcuna malata e il ricordo è lacerante, ma non si sottraggono alle domande.

«Dal Giappone non vogliamo soldi – mi ha detto Bok Dong -, ma che finalmente ammetta tutte le atrocità commesse. Non è vero (come dicono) che eravamo volontarie, non è assolutamente vero. Vorremmo che si scusino e che ammettano ciò che hanno fatto».

«I giapponesi mentivano. – ha aggiunto Won-Ok, l’altra gentile signora coreana che ha accettato di incontrarmi – Ai nostri genitori dicevano che saremmo andate a lavorare in fabbrica, ma poi ci consegnavano ai militari. Io sono stata portata via a 13 anni, ora ne ho 87. Non ho mai potuto dimenticare, perché essere “rapite” anche solo una volta è un dolore troppo grande. Ma a noi è accaduto tante volte e abbiamo subito violenza da tanti uomini. Non vorrei ricordare, è troppo penoso e quando, come oggi, mi ritrovo a farlo, rivivo quanto accaduto e la notte poi non riesco a dormire».

Originaria di Pyong Yang, finita la guerra, è rimasta bloccata a Singapore, senza soldi, né documenti. Rimpatriata dagli americani in nave, dopo due settimane di mare, voleva cercare abiti puliti prima di tornare a casa, ma la divisione della Corea (dramma nel dramma) l’ha sorpresa al Sud e non ha più rivisto i genitori e i quattro fratelli. Conclusa l’intervista, Bok-Dong mi ha preso la mano. «Per favore, fai conoscere al mondo la nostra storia. Devi dire come si è comportato il Giappone nei nostri confronti. Tanti giornalisti stranieri sono venuti, ci hanno domandato, ma poi non hanno fatto nulla. Aiutaci a far conoscere la nostra storia e il nostro dolore. Ormai siamo molto anziane. Le altre non ci sono più. Vorremmo vedere un mondo diverso prima di morire». Anch’io ho annuito, di fronte a tanto coraggio.

Il Fatto Quotidiano
29 09 2014

Un anno di reclusione, con sospensione condizionale, ed oltre mille euro di multa: questa la pena concordata con la Procura. I quattro sono accusati di prostituzione minorile. Proseguono gli accertamenti dei pm sugli altri indagati, tra i quali ci sono Mauro Floriani, marito di Alessandra Mussolini, e Nicola Bruno, figlio del parlamentare di Forza Italia

Un anno di reclusione, con sospensione condizionale, ed oltre mille euro di multa. La Procura di Roma ha dato il via libera a quattro patteggiamenti di clienti delle due minorenni che si prostituivano in un appartamento dei Parioli. Per i pm i quattro, tutti accusati di prostituzione minorile, non solo erano clienti delle due ragazzine, ma erano anche consapevoli che fossero minorenni.

La pena di un anno di reclusione, previa sospensione, concordata dagli inquirenti con i quattro clienti, è identica a quella inflitta a due clienti, Francesco Ferraro e Gianluca Sammarone, nel processo a Mirko Ieni, ritenuto il ‘dominus’ del giro di squillo che si prostituivano ai Parioli e condannato a dieci anni. Nello stesso processo sono stati condannati la madre di una delle due ragazzine (sei anni), Nunzio Pizzacalla (7 anni), Riccardo Sbarra (sei anni), Marco Galluzzo (tre anni e quattro mesi), Michael De Quattro (quattro anni).

Dopo il via libera ai quattro patteggiamenti, che consentirà agli indagati di evitare la scomoda pubblicità che sarebbe derivata da un dibattimento pubblico, gli inquirenti devono completare gli accertamenti sugli altri indagati. E sono una sessantina i clienti, presunti o tali, indagati dal procuratore aggiunto Maria Monteleone e dal pm Cristiana Macchiusi. Tra questi Mauro Floriani, dirigente di Trenitalia e marito della senatrice di Forza Italia Alessandra Mussolini, e Nicola Bruno, figlio di Donato, parlamentare di Forza Italia. Per un gruppo di clienti è stata chiesta la proroga degli accertamenti. Per coloro che risultassero non avere avuto rapporti con le due ragazzine o che fossero ignari della loro minore età si prospetterebbe l’archiviazione del procedimento.

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