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Il trendy pop del potere

  • Domenica, 27 Aprile 2014 10:35 ,
  • Pubblicato in Il Commento
Elettra Deiana
24 aprile 2014

Maria Elena Boschi, 33 anni, è ministra della Repubblica per le Riforme Costituzionali e i Rapporti col Parlamento. Nella fase attuale, per come si è arrivati al punto in cui siamo, si tratta di un ruolo decisivo per la vicenda politica del nostro Paese, per il destino del governo Renzi e il futuro della democrazia italiana.

Lavoro, la rovina del Jobs Act

Il Fatto Quotidiano
16 04 2014

Il Jobs Act, o almeno, la prima parte di quella che vuole essere la riforma Renzi del mercato del lavoro (l’ennesima in pochi anni) è inaccettabile.

È inaccettabile perché trova la sua ratio politica nella stessa retorica che ha accompagnato ogni riforma del mercato del lavoro che è stata introdotta nel nostro ordinamento negli ultimi quindici anni e secondo cui con l’aumento della cosiddetta “flessibilità” si avrebbe come effetto un aumento dell’occupazione.

Ma non vi è alcun nesso causale tra l’aumento della flessibilità e l’aumento dell’occupazione. Se si osservano i dati sull’occupazione dal 2004 ad oggi vediamo che, al netto della crisi, la progressiva riduzione dei diritti dei lavoratori (ovvero la precarizzazione sfrenata) ha avuto come unica conseguenza la perdita di potere contrattuale con un’incidenza sul reddito dei lavoratori a dir poco drammatica.

È inaccettabile perchè il D.L. n. 34/2014 è contrario alla normativa comunitaria (Direttiva 1999/70) in materia di contratti a tempo determinato.
Tale disciplina prevede che ciascuno degli Stati membri debba rispettare rigorosi principi di limitazione della temporaneità dei contratti e ribadisce la regola per cui il rapporto di lavoro è a tempo indeterminato, vietando inoltre agli ordinamenti nazionali di porre riforme peggiorative in materia (“clausola di non regresso”).

La nuova disciplina prevede la possibilità di stipulare contratti a tempo determinato a-causali (ovvero senza giustificazione) della durata complessiva di 36 mesi, all’interno dei quali è altresì possibile effettuare fino a 8 proroghe per ciascun contratto (con l’aberrante effetto di poter stipulare fino a 288 proroghe in 36 mesi senza motivazione alcuna – qui trovate un breve video che ne illustra le rovinose conseguenze).

Allo stesso modo è illegittima la riforma nella parte in cui viene modificato il contratto di apprendistato: eliminando ogni obbligo da parte dell’azienda di effettuare l’attività di formazione ai lavoratori apprendisti viene meno la causa stessa del contratto.

È evidente che nessuno assumerà più lavoratori con contratti a tempo indeterminato, così come evidente che i lavoratori assunti con questi nuovi tipi di contratti si guarderanno bene dall’avanzare richieste e rivendicare diritti sapendo che in qualsiasi momento potrebbero essere lasciati a casa.

È inaccettabile perché in questo modo il diritto al lavoro perde definitivamente ogni valore e con esso buona parte dei principi costituzionali che reggono il nostro ordinamento, dal momento in cui ogni accesso al lavoro avviene attraverso forme contrattuali che si fondano sul ricatto e lo sfruttamento della forza lavoro rispetto ai quali i lavoratori non avranno più alcuno strumento di difesa.

Per questi motivi, un gruppo di avvocati e giuristi, proprio in ragione dell’illegittimità delle norme contenute nel D.L. 34/2014, ha presentato un esposto alla Commissione Europea che invitiamo tutti a sottoscrivere. Lo trovate sul sito dei Giuristi Democratici; analogo esposto si trova anche sul sito dei Quaderni di San Precario.

Su sei società di cui rinnovare i cda, tre sono le presidenti indicate ieri dal governo, che dovrebbero salire a quattro quando Cassa depositi e prestiti fornirà la lista per Terna. ...

Per ritornare al lungo elenco delle riforme mancate, oltre al divorzio breve, a esser sintetici questi sono i temi: democrazia paritaria, matrimonio egualitario, unioni civili, coppie di fatto, tortura, clandestinità, diritto al voto per i migranti, ius soli, sistema carcerario, riscrittura della legge 40, depenalizzazione reati minori, negazionismo, chiusura dei Cie, testamento biologico, eutanasia, educazione sessuale, diritto di famiglia, 8 x mille, libertà religiosa e filosofica, prostituzione, scelta del cognome, omofobia, cambio anagrafico del genere, intersessualità. ...

Centri antiviolenza: Renzi, ascoltaci

Il Fatto Quotidiano
07 04 2014

di Nadia Somma

La violenza contro le donne è ancora una priorità in Italia: D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza, ha chiesto a Matteo Renzi che siano mantenuti gli impegni assunti dal precedente Governo contro la violenza sulle donne e in un appello pubblicato sul web e sulla stampa sta raccogliendo l’adesione delle cittadine e dei cittadini.

L’estate scorsa il Parlamento aveva ratificato la Convenzione di Istanbul che indica quali sono le azioni da compiere per prevenire il fenomeno e sostenere le vittime. Che cosa è accaduto in seguito? Il Governo Letta dopo l’approvazione della cosiddetta legge sul femminicidio, fortemente criticata dai centri, aveva attivato i tavoli interministeriali aprendo un confronto tra istituzioni ed associazioni per elaborare il nuovo Piano Nazionale Antiviolenza. L’obiettivo era quello di individuare le misure per prevenire il fenomeno e dare risposte adeguate alle richieste di aiuto. I centri antiviolenza rappresentati da D.i.Re vi avevano partecipato portando l’esperienza acquisita in vent’anni accogliendo migliaia di donne. Dopo la caduta del Governo Letta i tavoli sono stati interrotti e i centri antiviolenza non sanno ancora, dopo mesi, che ne sarà del lavoro che è stato svolto durante gli incontri.

Intanto il Piano Nazionale Antiviolenza attende ancora di essere rinnovato e non si sa che fine abbiano fatto i 17 milioni di euro che il precedente Governo aveva deciso di distribuire ai Centri Antiviolenza e alle Case Rifugio per il biennio 2013-2014, come era stato previsto dalla cosiddetta legge contro il femminicidio. A questo scopo il Dipartimento per le Pari Opportunità aveva già stilato un censimento dei centri antiviolenza che svolgono attività in ogni regione e che sono al limite della sopravvivenza per gli scarsi finanziamenti.

In un clima di continue incertezze, il Governo Renzi resta sordo alle richieste delle associazioni e dei movimenti delle donne di nominare un ministero per le Pari Opportunità, punto di riferimento per coordinare gli interventi e le strategie necessarie per contrastare violenza e discriminazioni. A marzo era circolata la notizia dell’assegnazione in delega a Teresa Bellanova, ma poi non se ne è saputo più nulla. A parte dichiarazioni di intenti e operazioni demagogiche e di facciata, non è stato realizzato altro.

Chi volesse dare la propria adesione all’appello D.i.Re può scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Tra le prime adesioni quella di Serena Dandini.

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