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Alcuni anni fa - eravamo già in piena crisi - dopo una trasmissione in cui un noto economista di sinistra si era a lungo diffuso sulla necessità di rimettere in moto la crescita, gli avevo chiesto: ma davvero pensi che l'economia italiana possa tornare a crescere a breve? ...

Renzi, il jobs act e la precarietà infinita

  • Martedì, 18 Marzo 2014 09:28 ,
  • Pubblicato in Flash news

Ingenere
18 03 2014

Anche Renzi, come chi lo ha preceduto, sembra ritenere che il problema principale del mercato del lavoro in Italia sia la rigidità dei contratti di lavoro, non la carenza di domanda. Perciò, nonostante nel solo 2013 si siano persi 413.000 posti di lavoro (dati Istat), il primo pezzo del tanto annunciato jobs act è una ulteriore flessibilizzazione dei contratti di lavoro, con l’allungamento della possibilità di rinnovare i contratti a termine fino a otto volte in tre anni. Ciò significa la possibilità di spezzettare un rapporto di lavoro in contratti di 4-5 mesi, salvo ricominciare da capo, con un nuovo lavoratore/lavoratrice allo scadere dei tre anni. Come ciò si concili con il promesso contratto unico a tutele crescenti rimane un mistero. Ed è difficile che questa ulteriore precarizzazione dei rapporti di lavoro favorisca la ripresa economica, ovvero la competitività delle nostre imprese a livello nazionale. È, infatti, un forte scoraggiamento ad investire sulla forza lavoro, specie su quella in ingresso, dato che l’orizzonte temporale della “prova” si allunga a dismisura ed assume ancora più di prima un carattere neppure tanto sottilmente minaccioso, o ricattatorio, dato che rinnovi o mancati rinnovi possono avvenire a tempi cortissimi.

Nella stessa direzione va la modifica, un vero e proprio ritorno indietro, dell’apprendistato, con l’eliminazione sia dell’obbligo a garantire formazione, sia di quello ad assumere a tempo determinato almeno un venti per cento degli apprendisti prima di avviare nuovi contratti di apprendistato – una delle buone innovazioni introdotte da Fornero. La differenza tra contratti di apprendistato e contratti a termine si annulla di nuovo, pur rimanendo a livello formale (ciò che probabilmente aprirà a nuove sanzioni UE).

Se questo è il modo di investire sui giovani, di offrire loro un orizzonte di vita meno incerto dell’attuale, mi sembra che non ci siamo proprio. Perché sono loro i primi cui si applicherà questa doppia estensione della precarietà, fatta di contratti brevi senza alcuna ragionevole garanzia di stabilizzazione dopo tre anni di rinnovi (se va bene). Sono loro i primi a rischiare di entrare in una porta girevole all’infinito, che oltretutto difficilmente consentirà loro di maturare diritti a una indennità di disoccupazione decente, tra un rinnovo e l’altro. Senza che si crei un solo posto di lavoro in più e probabilmente senza fermare l’emorragia di posti di lavoro – moltissimi dei quali stabili, a tempo indeterminato - in corso ormai da anni.

Per le donne, poi, vi saranno costi aggiuntivi. La possibilità di fare contratti brevi, rinnovabili più volte, consentirà ai datori di lavoro di ignorare del tutto legalmente la norma sul divieto di licenziamento durante il cosiddetto periodo protetto. Non occorrerà neppure più far firmare, illegalmente, dimissioni in bianco, o indagare, sempre illegalmente, sulle intenzioni procreative al momento dell’assunzione. Basterà fare loro sistematicamente contratti brevi, non rinnovandoli alla scadenza in caso di gravidanza. Con l’ulteriore conseguenza negativa che molte donne non riusciranno a maturare il diritto alla indennità di maternità piena. E faranno fatica ad iscrivere il bambino all’asilo nido, dato che non potranno dimostrare di avere un contratto di lavoro almeno annuale.

Chissà se, come ha fatto la ministra Boschi per la questione delle norme antidiscriminatorie nella legge elettorale, le ministre considereranno anche questa penalizzazione aggiuntiva per le donne di una riforma già di per sé negativa, un piccolo scotto del tutto marginale da pagare sull’altare delle riforme “epocali”.

* Articolo pubblicato in contemporanea con Lavoce.info

Corriere della Sera
17 03 2014

L’attesa è sulle grandi società pubbliche: sulle nomine si misurerà la capacità del governo di essere davvero innovativo

di Maria Silvia Sacchi

Uno dei primi atti di Matteo Renzi premier è stata una diffida. Diretta a una società pubblica che non aveva rispettato le quote di genere nel proprio consiglio di amministrazione. La società non aveva, cioè, nominato un numero sufficiente di donne in Cda tale da raggiungere il 20% imposto dalla legge Golfo-Mosca. Se non si adeguerà, il consiglio di amministrazione decadrà e dovrà essere nuovamente nominato (con il 20% di consigliere).

Il fatto risale ai primissimi giorni del governo Renzi e la firma del presidente del Consiglio si deve al fatto che non c’è, in questo governo, un ministro o un vice ministro con delega alle Pari opportunità. A vigilare sul rispetto delle quote, quindi, è lo stesso Renzi.

Il nome dell’azienda diffidata direttamente dal premier non si sa, ma l’episodio permette di riflettere sulla differenza tra politica ed economia in tema, appunto, di quote. Bocciate alla Camera per il parlamento, sono invece legge per le società quotate e a controllo pubblico.

Uno dei punti è che le società offrono una «flessibilità» impossibile per il parlamento.

Le aziende hanno reagito alla Golfo-Mosca (una legge che anche loro hanno mal digerito) restringendo o, più frequentemente, allargando i propri Cda. Diminuendo, cioè, o aumentando il numero dei consiglieri, in questo modo annacquando l’ingresso di un corpo estraneo al sistema di potere italiano come sono le donne. Estraneo perché finora non ne hanno fatto parte e dunque sono un qualcosa di sconosciuto. Per questo fanno paura: non si sa come si comporteranno. Un’incognita troppo grande per l’azionista che invece voglia indirizzare l’andamento del cda. Un po’ come è stato con l’ingresso dei consiglieri indipendenti, e forse non è un caso che la gran parte delle donne inserite nei Cda per effetto della legge Golfo-Mosca ricoprano proprio il ruolo di indipendenti.

Ma il punto principale è che delle quote si sono visti gli effetti. Al contrario di quanto si diceva e si temeva prima della loro approvazione, le quote di genere nella media hanno portato più attenzione al merito per le donne e anche per gli uomini. Hanno abbassato l’età dei consigli. Hanno portato a una riflessione sulle competenze dei consigli stessi.

Ora l’attesa è sulle grandi società pubbliche. Qui, però, il tema è molto più complesso della questione di genere, perché sulle nomine si misurerà la capacità del governo di essere davvero innovativo.

 

Il vuoto della parità di genere nella legge elettorale è un "vulnus per le nostre istituzioni democratiche, per la rappresentanza è un brutto messaggio che lanciamo al Paese e non solo alle donne", ha detto ieri in aula Roberta Agostini, prima firmataria degli emendamenti bocciati, amareggiata dopo la settimana di battaglia. Che adesso si sposta al Senato, ma ha lasciato segni. ...

Le mimose avvelenate di Renzi

  • Venerdì, 07 Marzo 2014 00:00 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
Daniela Preziosi, Il Manifesto
7 marzo 2014

"Ragazze la parità di genere non è nell'accordo. Accantoniamo la questione. Ma se l'accordo non arriva, sugli emendamenti il governo dovrà esprimere parere negativo". Sorellanza zero. Le donne del Pd chiedono che si lasci almeno libertà di coscienza. ma a poco servirebbe. ...

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