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"Basta Renzi, scioperiamo"

  • Venerdì, 05 Settembre 2014 09:48 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Manifesto
05 09 2014

"Noi non siamo incazzati con il governo Renzi: siamo stra-incazzati".

Se parli con i poliziotti riesci a capire come in poche ore, nel pomeriggio di ieri, sia montata la rabbia di tutto il comparto forse dell'ordine, fino a minacciare - per la prima volta nella storia italiana - uno "sciopero generale" di polizia, carabinieri, vigili del fuoco, esercito, marina, aeronautica e guardia di finanza. ...

 

Perché lo sciopero? "E' cominciata ad aprile, quando un lavoratore della Yue Yuen appena pensionato è andato a ritirare i soldi accumulati con i contributi sociali. O meglio i soldi che credeva di avere da parte, perché l'azienda aveva omesso di versare la quota degli straordinari ...

Coal Not Dole, fotografia di uno sciopero

  • Mercoledì, 28 Maggio 2014 12:00 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

L'Espresso
28 05 2014

Coal Not Dole (carbone, non sussidi), slogan coniato durante lo sciopero dei minatori del 1984-85, è anche il titolo del libro del fotografo tedesco Michael Kerstgens, in uscita presso la Peperoni Books, che di quello sciopero documenta gli aspetti sociali e psicologici. Fu indetto dalla MNU (National Union of Mineworkers) contro la massiccia privatizzazione e chiusura delle miniere voluta dal governo Thatcher. Per un anno intero, dal marzo del 1984 al marzo del 1985, le comunità di minatori, soprattutto gallesi e dello Yorkshire, guidate dal leader Arthur Scargill, incrociarono le braccia. Un braccio di ferro che culminò nella cosiddetta battaglia di Orgreave, dove in 5000 si scontrarono con altrettanti poliziotti a cavallo, e si concluse con una resa: i minatori tornarono al lavoro, per poi perderlo poco dopo. Ci furono 11.000 arresti, circa 20.000 i licenziamenti. A cura di Leonardo Clausi.

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Il Fatto Quotidiano
07 05 2014

“Liste di proscrizione, minacce di licenziamenti e contratto nazionale non rispettato. Siamo pronti alla lotta”. La sintesi è del sindacato Si Cobas, che è tornato a protestare al magazzino Ikea di Piacenza, portando davanti ai cancelli circa 200 lavoratori. Una manifestazione, iniziata alle 5 del mattino, che si era da subito radicalizzata con gli operai che hanno cercato di bloccare la produzione ma l’intervento delle forze dell’ordine, in stato anti sommossa, ha fatto desistere. Non sono mancate le manganellate, che hanno lasciato a terra alcuni lavoratori contusi. “Perché ci hanno picchiato?” si sono chiesti in molti. “Stiamo solo cercando di far valere i nostri diritti e invece siamo stati caricati con violenza”.

Sembra di essere tornati indietro nel tempo all’Ikea di Piacenza, il più grande centro di smistamento per il sud Europa della multinazionale svedese, che aveva già conosciuto in passato le proteste e gli scontri con le forze dell’ordine. Il focolaio è riesploso a causa della decisione, da parte della cooperativa San Martino (che gestisce il personale insieme alla Sigma, ndr) di sospendere 33 lavoratori. Un provvedimento che la coop ha giustificato adducendo ad una occupazione da parte di alcuni facchini di un reparto all’interno dello stabilimento per alcune ore, a seguito del cambio di mansione di un collega al quale era scaduta il patentino da carrellista. I lavoratori, per timore di vedere escluso il compagno, avrebbero bloccato l’attività del reparto. Differente la versione del sindacato di base, non riconosciuto dalla dirigenza ma maggioritario in quanto rappresentanza: “Vogliono escludere i nostri tesserati e ci hanno inviato delle lettere di sospensione non motivate”, hanno detto i sindacalisti Bruno Scagnelli e Roberto Luzzi.

E così è tornato il braccio di ferro tra Ikea e le coop che gestiscono i facchini da una parte e i Cobas dall’altra. “Ci lasciano a casa per pause caffè troppo lunghe”, avevano detto alcuni lavoratori appena erano stati raggiunti dal provvedimento. “La costante azione antisindacale svolta dalle cooperative San Martino e Sigma torna ad esprimersi con liste di proscrizione e minacce di licenziamenti con la copertura del colosso multinazionale del mobile low cost”, hanno risposto i Si Cobas in un comunicato stampa, redatto dopo l’incontro con la cooperativa che ha portato all’ennesimo nulla di fatto: “Non c’è stata trattativa, perché la coop si è presentata senza responsabile sindacale e a chi ci ha parlato ha detto di non avere autorità di dare risposte. Hanno difeso le sospensioni che però è illegittimo senza sentire i lavoratori come prevedono le norme” ha chiarito Roberto Luzzi del Si Cobas.

A prendere posizione contro questa versione è stato il presidente regionale di Confcooperative, Francesco Milza: “A un carrellista era scaduto il patentino utile a guidare il mezzo e, per la sua sicurezza e quella degli altri, era stato destinato ad altra attività. I loro compagni, invece, hanno colto l’occasione per occupare un intero reparto bloccando la produzione per alcune ore. E’ un atteggiamento che non possiamo tollerare” ha spiegato. Il quale ha aggiunto, volendo essere molto chiaro: “In un momento così delicato per il mondo del lavoro non ci sogneremmo mai di sospendere qualcuno per pause caffè o perché non ha il patentino rinnovato. Molto semplicemente per certe attività è necessario un documento rilasciato dopo visita medica. Il dipendente non avrebbe perso giorni di lavoro o lo stipendio ma sarebbe solamente stato cambiato di mansione in attesa di vedersi rinnovato il documento”.

La vicenda è stata richiamata ieri anche in Consiglio comunale, con il consigliere comunale di sinistra Carlo Pallavicini che si è schierato a favore dei facchini. “Ancora una volta – ha detto – Piacenza ha perso un’occasione per sviluppare la logistica che si conferma sempre più terreno di sfruttamento”. Ora il sindacato di base, a seguito di un’assemblea davanti ai cancelli, ha deciso di inviare le proprie richieste in forma scritta alla cooperativa in attesa di una risposta. Se non dovesse arrivare, hanno assicurato, “siamo pronti a protestare ad oltranza e a cacciare queste cooperative da Ikea”.

Dinamo Press
08 01 2014

I migranti in lotta sono determinati a proseguire la mobilitazione fino a quando il governo non accetterà le loro rivendicazioni, mettendo fine alle leggi autoritarie e razziste a cui sono sottoposti rifugiati e richiedenti asilo in Israele.

Leggi l'appello alla mobilitazione e al sostegno internazionale (trad. italiana di DINAMOpress)

Continua la lotta dei richiedenti asilo africani di Israele, determinati a proseguire fino a quando il governo non accetterà le loro rivendicazioni. Intanto varie associazioni israeliane dei lavoratori, come quella degli albergatori e della ristorazione, si sono schierate a fianco degli scioperanti.

Dopo le mobilitazioni di massa dell’altro ieri, con il corteo dei 30000 confluito in una Rabin square stracolma, e di ieri, davanti agli edifici delle principali istituzioni internazionali e delle ambasciate americana e di i molti Paesi europei, la giornata di oggi è stata segnata da una grande assemblea e poi da una conferenza stampa.

I manifestanti si sono riuniti a Levinsky Park, piazza simbolo della protesta, per discutere su come proseguire la mobilitazione. Numerose forze di polizia, con cavalli e tank pieni di skunk water presidiavano la piazza. Durante l'assemblea, che durerà tutto il giorno, e' stata annunciata una nuova marcia verso Gerusalemme. Moltissimi sono stati gli interventi dei richiedenti asilo e di solidarietà, tra cui quello molto sentito di Reuven Abergel, che negli anni 70 militava tra le pantere nere israeliane: “Voi siete rifugiati, se andrete in prigione, io vi raggiungerò”

La conferenza stampa, ospitata in uno spazio della comunità eritrea, non conteneva tutti i media presenti. Mulugeta, richiedente asilo eritreo, ha ricordato come siano state le politiche israeliane di arresti di massa e di durata indefinita ad averli costretti ad una decisione tanto difficile e gravosa come lo sciopero ad oltranza. I loro lavori erano gia' duri e mal pagati, la loro comunità gia' povera, ma hanno sentito di non avere scelta. Chiede che il governo la smetta di mentire alla popolazione e di istigare odio e paura verso di loro. Chiede che gli sia data una possibilita', almeno fino a quando non sara' possibile per lui tornare a casa in sicurezza.

Zemhret, anch'egli eritreo e da 6 anni in Israele, chiede che il governo cessi gli arresti di massa e liberi i fratelli nelle prigioni in mezzo al deserto. Ricorda come in queste prigioni siano in 130 a condurre uno sciopero della fame e come questi non abbiano accesso all'assistenza medica. Moussa viene dalla Repubblica Centraficana ed e' in Israele da anni. Spiega perche' ora si rivolgono alla comunita' internazionale: il governo israeliano continua, infatti, a sostenere di garantire I diritti umani, continua a dire che in Holot hanno cibo e acqua, “ma che cosa ne e' della liberta' e della giustizia. Cosa ne e' del nostro futuro?” L'appello alle NU e alla sua agenzia per I rifugiati e' forte, chiede che non restino ancora a guardare mentre il governo di Israele continua ad umiliarli, “we have no time to wait”.

Sumaya viene dal Darfour. Secondo lei “la lotta e' stata la migliore scelta possibile. Abbiamo anche mostrato di essere una comunità che rispetta la legge”. E' stato nel momento in cui hanno visto i propri fratelli marciare dalle prigioni nel deserto verso Gerusalemme che hanno capito che il momento di agire era giunto. “Non abbiamo leader, tutti insieme abbiamo deciso di muoverci...Sappiamo di non essere soli, in tutto il mondo ci stanno supportando. Noi non chiediamo molto, solo che Israele rispetti I trattati internazionali che ha firmato, che venga a controllare se siamo rifugiati, o no, che guardi cosa sta succedendo in Sudan ed in Eritrea. Israele e'stato tra i primi a firmare la Convenzione sui rifugiati negli anni 50. Se non vogliono rispettarla, che rimuovano la firma dal trattato.”

Alla domanda se hanno guardato alla storia del genocidio degli ebrei prima di venire qui rispondono: “Si, certamente, ma quello che abbiamo trovato non ha nulla a che fare con l'ebraismo, questo governo non ha nulla a che fare con l'ebraismo”.

Dal canto suo, il governo non sembra disposto a cedere su nessun punto. Il primo ministro ha ribadito la linea dell’esecutivo, secondo cui i manifestanti non sono rifugiati (nonostante la maggior parte provenga da Paesi sconvolti da conflitti interni, come l’Eritrea, il Sud Sudan e il Darfour) ma “infiltrati africani”, cioè migranti economici in cerca di lavoro che non hanno diritto a vivere in Israele. Oltre a respingere le richieste dei manifestanti, il governo ha anche deciso di infischiarsene delle decisioni dell’Alta Corte di Giustizia, che ha recentemente condannato le misure legislative che riguardano le forme, i tempi e le procedure di detenzione, dichiarandole contrarie al diritto alla libertà individuale e alle leggi fondamentali dello Stato di Israele.

Il governo è estremamente preoccupato ed è intenzionato a tenere il pugno di ferro perché il significato della lotta dei richiedenti asilo africani va oltre le richieste di riconoscimento della protezione internazionale e di garanzia dei diritti, ma riguarda lo stesso futuro di Israele, in bilico tra opposte possibilità. Quella di uno Stato multiculturale in cui anche i non ebrei possano godere di diritti e libertà, o quella di uno stato monolitico dal punto di vista religioso e razziale, determinato a inseguire la propria sicurezza interna attraverso il genocidio dei palestinesi e la deportazione di tutti i migranti africani.

Per il 22 gennaio, i richiedenti asilo hanno lanciato un appello alla mobilitazione internazionale a sostegno della loro lotta, invitando a manifestare davanti alle ambasciate e ai consolati israeliani per aumentare la pressione sul governo di Netanyahu

 

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