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Il sessismo sui banchi di scuola. Un sondaggio inglese

  • Venerdì, 06 Dicembre 2013 15:02 ,
  • Pubblicato in Flash news

inGenere
06 12 2013

È vero, certe cose si imparano da piccoli. Si impara che sono normali e ci si deve abituare agli sfottò riferiti al sesso. Si impara che da ragazze, e poi anche da adulte, si sarà giudicate per il proprio aspetto fisico invece che per le proprie capacità.

Su 1.300 ragazze dai 7 ai 21 anni che hanno partecipato al sondaggio dell’associazione inglese Girlguiding, la stragrande maggioranza ha dato risposte tali da segnalare un livello di sessismo definito “scioccante” nel report Girls’ Attitudes. Scioccante per l’enorme diffusione degli atteggiamenti sessisti, dei sentimenti negativi che ne derivano per le ragazze, ma anche per la pervasività riscontrata sin da piccolissimi, e per la loro diffusione in particolare tra i banchi di scuola.

L’87% delle intervistate pensa che i giudizi sul loro conto saranno basati sul loro corpo (e non sul loro cervello). Più di un terzo (36%) è stata indotta a considerarsi stupida per il fatto di essere femmina (e la percentuale arriva fino al 60% se si isola il dato del gruppo 16-21 anni). E sono quasi tutte convinte che i parametri di giudizio cui saranno sottoposte non sono gli stessi che valgono i maschi: il 76% è convinto per esempio loro, le ragazze, saranno giudicate severamente per condotte sessuali ritenute invece accettabilissime per i ragazzi.

Le molestie sessuali, le avances pesanti, i palpeggiamenti e gli sfottò risultano poi molto frequenti a scuola, anche tra i giovanissimi. Sentirsi gridare “apprezzamenti” sessuali è capitato a 6 ragazze su 10 nelle scuole, nelle strade poco di più: è capitato al 62%, ma fino al 76% se si prendono le risposte delle ragazze sopra i 16 anni. Le molestie sono state invece concrete per il 70% delle ragazze dai 13 anni in su, di cui un 28% a base di palpeggiamenti.

E le cose non stanno migliorando, anzi sembra si sia innescata la marcia indietro, le ragazze sembrano sempre meno sicure di loro stesse, sempre più preoccupate degli sguardi ai loro corpi. Confrontando i dati con quelli dell’anno scorso si nota un aumento del 33% di coloro che non si sentono soddisfatte del loro aspetto fisico: un dato in costante aumento, che l’anno scorso aveva fatto registrare un +29% e l’anno prima +26%.

Ed è molto diffusa sin dalla tenera età la chiara percezione dell’importanza dell’aspetto fisico, una “appearance pressure” che d’altronde le giovani rinfacciano ai media e alla società stessa: l’80% (dagli 11 anni in su) pensa che in tv si parli troppo del peso corporeo delle donne, ma quasi tutte (il 71%) dichiarano di voler perdere peso. E addirittura 1 bambina su 5 alle scuole primarie (dai 7 agli 11 anni) ha riferito di essere già state a dieta almeno una volta (e un 21% dice di aver provato la dieta di una vip).

Dopo aver subito tanta pressione, le giovanissime si adattano: a partire dalla scuola secondaria quasi tutte (il 90%) fanno consapevolmente qualcosa per uniformarsi alle norme di genere, ed evidentemente ci spendono anche bei gruzzoletti, nota ancora lo studio. Dagli 11 ai 16 anni, il 77% si depila e il 64% si trucca anche per andare a scuola. Il 40% indossa reggiseni imbottiti, il 33% usa prodotti per l’abbronzatura, e solo il 9% non fa nessuna di queste cose.

Però vogliono lavorare nella vita, nonostante le insicurezze e la mancanza di autostima, hanno delle aspirazioni e riconoscono che l’indipendenza economica sarà parte della loro felicità, anche se a percentuali decisamente più contenute rispetto alla parte del sondaggio su sessismo e molestie. Il 45% aspira ad avere un buon lavoro o fare carriera, e il 32% ha menzionato i soldi o l’indipendenza economica.

Ma più si avvicinano al mondo del lavoro, più aumenta la consapevolezza su pay gap e altre discriminazioni. Il 54% tra chi ha più di 16 anni pensa che i datori di lavoro preferiscono gli uomini. Il 56% delle più grandi pensa che fare figli produrrà effetti negativi sulla carriera lavorativa.

Sul report, il Guardian ha pubblicato un articolo sui contenuti e un altro con commenti e opinioni.

Parigi, l’onda rosa dell’Ena: uno studente su due è donna

  • Giovedì, 05 Dicembre 2013 11:17 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
05 12 2013

Per la prima volta dal 1945, nella “superscuola” dell’amministrazione pubblica francese la percentuale di ammesse è al 45 per cento: un salto rispetto al passato.

Liete novelle dal fronte francese della parità fra i sessi. L’onda rosa sommerge l’Ena, l’Ecole National d’Administration, la superscuola della classe dirigente, fucina dell’élite transalpina. Per la prima volta dal 1945, cioè da quando l’Ena fu fondata, quasi uno studente su due è femmina. Le donne, è stato annunciato ieri, rappresentano il 45% degli ammessi alla promozione 2013, selezionati dopo un concorso di spaventosa difficoltà. Non è un passo avanti, ma un salto: le donne erano il 28,75% nel ‘12 e il 37,5 nell’11.

La promozione 2014-’15 (l’Ena dura due durissimi anni) accoglie 80 futuri «enarchi», divisi in tre categorie: 40 escono da un concorso esterno, insomma sono studenti (tutti già laureati e masterizzati), 31 da un concorso interno, cioè sono già funzionari dello Stato e 9 dal cosiddetto «terzo concorso», cioè arrivano dal settore privato o associativo. Per il concorso interno, la percentuale di donne fra gli ammessi arriva addirittura a quota 61,3%. Del resto, è una signora anche la direttrice della scuola (e non è la prima), Nathalie Loiseau.

Il tema della parità è estremamente «spinto» dalla politica, specie da quando al potere c’è la gauche. In un colloquio organizzato in ottobre nella sede parigina dell’Ena (che da alcuni anni ha traslocato la sua base a Strasburgo nell’ambito di un’altra ossessione francese, la decentralizzazione), le ministre dei Diritti delle donne, Najat Vallaud-Belckacem, e della Funzione pubblica, Marylise Lebranchu, avevano sottolineato con soddisfazione l’aumento del numero di donne fra gli alti funzionari statali. Ma avevano anche detto che le donne al vertice non sono in ogni caso abbastanza: secondo madame Vallaud-Belckacem, «nel 2012 le donne rappresentavano il 25% dei quadri dirigenti e superiori della funzione pubblica dello Stato, ma erano il 52% dei funzionari».

Da qui un nuovo giro di vite per imporre la parità. Una legge dello scorso marzo prevede l’instaurazione di una quota progressiva di donne fra gli alti funzionari pubblici nominati ogni anno, pena sanzioni finanziarie per le amministrazioni inadempienti. La quota rosa è fissata al 20% dal 1° gennaio scorso, ma salirà al 30 a partire dal ‘15 e al 40 dal ‘17.

L’Ena si è già messa avanti con il lavoro. E ovviamente per chi si diploma lì non c’è problema a trovare posti prestigiosi. Un esempio? Dalla promozione «Voltaire» del 1977 (sono gli stessi studenti a decidere a chi intitolare il loro corso) uscirono Ségolène Royal, candidata socialista alle presidenziali del 2007, l’attuale ministro del Lavoro Michel Sapin, l’ex primo ministro (di Chirac) Dominique de Villepin, l’ex ministro della Cultura, Renaud Donnadieu de Varbes, l’attuale segretario generale dell’Eliseo, Pierre-René Lamas, e poi prefetti, ambasciatori e Pdg di grandi aziende pubbliche e private. Oltre, naturalmente, a quello che ha fatto più carriera di tutti: un certo François Hollande.

Alberto Mattioli

"Sono autistico e voglio andare a scuola"

  • Venerdì, 08 Novembre 2013 11:32 ,
  • Pubblicato in Flash news

Giornalettismo
08 11 2013

Alberto ha 20 anni ed è affetto da autismo. Ha da poco vinto la sua battaglia, quella di tornare a scuola, alla sede distaccata di San Vito dell’istituto professionale “Morvillo-Falcone” di Brindisi. Lo potrà fare almeno fino al 10 aprile 2014. A deciderlo il Tar di Lecce dopo il provvedimento fatto dalla dirigente scolastica che negava di fatto l’iscrizione del ragazzo al 5° anno. Alberto è così tornato a scuola ma di fatto si trova “solo”. Senza assistente e senza insegnante di sostegno, il ragazzo viene aiutato dai docenti e dalle sue compagne di classe che a turno gli danno una mano nei compiti e nelle lezioni.

LA VICENDA – La lotta di Alberto e dei suoi genitori è iniziata dopo l’ultimo consiglio scolastico, lo scorso anno, quando la famiglia, in linea con i docenti, decise di far proseguire gli studi del ragazzo dati gli ottimi risultati raggiunti a fine anno.

«Un documento – spiega la madre del ragazzo Antonietta Masiello – firmato dai dieci docenti della sua classe che sostenevano la necessità della ripetizione dell’anno scolastico da parte di Alberto, proprio per consolidare gli alti livelli raggiunti in questi ultimi mesi. È migliorato tantissimo, ma non volevano bocciarlo per non fargli fare una brutta figura davanti ai suoi compagni. Io ne ho parlato con Alberto, lui mi ha detto che voleva ripetere l’anno e io ho seguito solo le sue decisioni».

La legge 104/92 garantisce a chiunque sia affetto da handicap la possibilità di ripetere l’anno fino a un massimo di 3 volte. Perciò, sempre per non traumatizzare il giovane, si è preferito ammetterlo a fare l’esame di Stato (differenziato) con i suoi coetanei. I genitori comunque erano molto restii nel presentarlo davanti alla commissione. Una bocciatura avrebbe potuto danneggiare il ragazzo.

Secondo quanto riporta Victor Botta sul Quotidiano di Puglia (che ha seguito dall’inizio la storia) il giovane avrebbe già mostrato una certa insofferenza e malesseri fisici nei giorni precedenti all’esame. Si preferì perciò non far presentare Alberto davanti alla commissione. A luglio i genitori tornarono alla segreteria dell’istituto “Morvillo-Falcone” per iscrivere il ragazzo al 5° anno.

Il 26 luglio però arrivò la doccia fredda, ribadita via posta il 10 settembre, un giorno prima dell’inizio delle lezioni: «Si comunica che questo istituto non accetta l’iscrizione in quanto l’alunno ha concluso nell’anno scolastico 2012/13 il percorso quinquennale. Verrà rilasciato all’alunno l’attestato di credito formativo». Nero su bianco: il ragazzo non si può più iscrivere. D’altronde la dirigente nell’incontro a luglio lo spiegò ai genitori: l’iscrizione di Alberto sarebbe stato «uno spreco di risorse».

NON CI STIAMO - I genitori però non ci stanno, impugnano il provvedimento. Difesi dal legale Viviana Labbruzzo presentano richiesta di sospensiva al Tar di Lecce. I giudici danno ragione alla famiglia. L’allontanamento del giovane dall’ambiente scolastico «potrebbe rivelarsi particolarmente pregiudizievole per il ragazzo, avuto riguardo al suo stato di salute psichica».

Non solo, secondo al sentenza «la mancata frequentazione della scuola dove il giovane risulta essere ben integrato, può ripercuotersi negativamente sullo sviluppo ed il consolidamento delle sue capacità relazionali». Alberto torna in classe ma non è finita.

«Di fatto però – spiega la madre – Alberto ora è solo, senza un assistente ed un insegnate di sostegno che invece dovrebbe avere di diritto». «Un vittoria – spiega – a metà, perché Alberto da quando è rientrato il 2 ottobre non ha di fatto un assistente scolastico ed un insegnante di sostegno. Mio figlio viene assistito meravigliosamente dalle compagne di classe che a turno lo aiutano. Io sono andata personalmente dal provveditore per denunciare la situazione. Il provveditore ha preso anche i miei contatti ma di fatto non ha mai telefonato. Io non posso tornare chiedendogli “l’elemosina”. Ho speso dei soldi per questa battaglia, non mi sembra giusta che debba chinarmi e tornare a chiedere».

MANCA SOLO UNA COSA – Il ragazzo è contento, sta con i suoi compagni, segue le lezioni, anche se, come spiega la mamma: «Ha capito il grave periodo di sofferenza che abbiamo passato». Alberto ha in pratica concretizzato il suo desiderio, semplice e limpido, quello di poter studiare. Ma non è abbastanza, perché i risultati raggiunti nell’arco di 12 mesi potrebbero fermarsi proprio perché mancano le figure professionali in grado di accompagnare il ragazzo nel suo percorso scolastico.

«Noi – spiega Antonietta – abbiamo sempre partecipato con la scuola, felici di frequentarla. Gli insegnanti qui sono meravigliosi, capaci e volenterosi». Ma dall’altra parte? Da chi dovrebbe provvedere a dare all’alunno l’assistenza necessaria? Nessuna telefonata. «Almeno per comunicarci stiamo provvedendo… Nulla», racconta la madre.

«Noi – spiega – se abbiamo fatto questa battaglia è perché credevamo in questo ulteriore anno di studio. Ci hanno accusato di “parcheggiare” Alberto. Noi non parcheggiamo nessuno. Alberto fa canto, danza, tiro con l’arco, ippoterapia. Per noi è un percorso di riabilitazione per dargli maggiore autonomia». Un percorso che però necessita di figure specifiche. Un tassello ulteriore che Alberto dovrà aggiungere in una battaglia che non si dovrebbe neanche fare. Perché lui (e nessuno) è mai “uno spreco di risorse”.

Stefania Carboni



"Allora rifletti bene su questo aspetto della scuola per cortesia... perché se no è inutile che... io ti ritiro". La risposta: "Non mi puoi ritirare mamma non c'ho (ancora, ndr) 16 anni, non lo puoi fare". Fanno venire i brividi quelle conversazioni tra madre e figlia finite agli atti dell'inchiesta sulle due minorenni che in una stanza dei Parioli incontravano i loro clienti. ...

Bologna, classe solo di stranieri Scoppia polemica: «E' ghetto»

  • Mercoledì, 06 Novembre 2013 13:14 ,
  • Pubblicato in Flash news

L'Unita'
06 11 2013

Una classe composta di soli alunni stranieri, di nazionalità ed età diverse. Della serie «separati è meglio», tuona Roberto Panzacchi, papà delle scuole Besta di Bologna, al quartiere San Donato, dove solo nei giorni scorsi, è avvenuta la «scoperta» di questa situazione anomala, ad anno scolastico inoltrato. Tutti insieme, in una stessa classe, sono stati riuniti ragazzi stranieri tra gli 11 e i 15 anni, con difficoltà linguistiche. Gli italiani, altrove.

«È un arretramento pedagogico, diano spiegazioni», attacca non appena appresa la notizia Sel con il consigliere comunale Mirco Pieralisi. E anche il Pd insorge con il deputato Pd Edoardo Patriarca, componente della commissione Affari sociali: «Come si pretende di fare integrazione in una classe di soli stranieri? È inevitabile che si parli di classe ghetto - riferisce -. Sarebbe bastato distribuire i ragazzi stranieri per ogni classe, invece con la scusa dell'apprendimento della lingua italiana si è verificata una situazione a dir poco anomala».

Ma il dirigente scolastico dell’istituto comprensivo numero 10 Emilio Porcaro si difende: «Non vogliamo classi ghetto, è stata una scelta per andare incontro a queste famiglie di ragazzi arrivati ad agosto per evitare l’abbandono scolastico».

Ieri la denuncia pubblica da parte dei genitori, oggi le polemiche non si placano. La Regione Emilia-Romagna promette di “vigilare” e l’Usr (Ufficio scolastico regionale) convoca una conferenza stampa per dare spiegazioni, insieme al dirigente Porcaro: «Bisognerebbe ringraziare questa scuola invece di criticarla a priori», dicono, ricordando che nell’istituto ha anche sede il Centro terroriale permanente, che si occupa di formazione degli adulti e di insegnamento dell'italiano per stranieri.

L'esperienza avviata in quell'istituto, dichiara stamane il dirigente vicario dell'Usr, Stefano Versari, «non ha nulla di irregolare» e «non va confusa con una classe chiusa», anche perché gli alunni migranti «appena hanno le competenze d'italiano necessarie vengono reinseriti nelle loro classi di riferimento». Fatto che sarebbe già successo nel caso di due studenti moldavi. E una mamma avrebbe scritto una lettera alla scuola per ringraziare il preside di questa “accoglienza”.

Versari, pur promuovendo la sperimentazione delle Besta, tuttavia non intende fare un modello: «Li temo», scandisce, preferendo che ogni scuola trovi una strada propria.
Ad assicurare che su questa esperienza si vigilerà è l’assessore alla Scuola della Regione Emilia-Romagna Patrizio Bianchi che chiarisce: «Posto che abbiamo un ingresso di cittadini di altri paesi che hanno difficoltà di accesso alla lingua, questa è una struttura di transizione che serve ad approfondire la lingua italiana - chiarisce. - Questa cosa, che è stata concordata con l'Usr e con il Ministero riprende un'esperienza già fatta a Reggio Emilia. Quindi sicuramente bisognerà vigilare che non diventi un ghetto, ma è anche vero che questi ragazzi devono avere una struttura di transito e di accesso». La parola "ghetto" non piace per niente alla consigliera comunale del Pdl Valentina Castaldini: «Ma quale ghetto... - tuona - Questa è una possibilità data agli alunni stranieri di non rimanere indietro».

Certo è che il Consiglio di istituto, da cui è partita la denuncia, non sapeva dell’esistenza di questa classe - su cui aleggia lo spettro delle “vecchie” classi differenziali - fino a pochi giorni fa.
La scoperta è avvenuta durante l’ultimo consiglio di istituto. «Sono arrivate a fine agosto risorse per costituire una nuova classe e la scuola, con l’appoggio dell’Usr ha deciso di avviare questa “sperimentazione”», spiega Panzacchi, presidente del consiglio di Istituto, ed ex consigliere comunale, che ha denunciato la situazione.

«Non è una battaglia dei genitori contro la scuola - ci tiene a precisare - perché sappiamo bene che le risorse vengono date in tempi e modi sbagliati e che gli istituti e i docenti lottano ogni giorno per una scuola migliore, ma questa situazione non è accettabile». Perché, avviare una sperimentazione simile è pericolosissimo, secondo Panzacchi: «Potrebbe diventare una strategia per il futuro, dannosa per i ragazzi e per la società».

Un precedente, a cui si appiglia subito la Lega Nord che con il consigliere regionale Manes Bernardini avverte: «Il programma scolastico della Lega Nord conquista Bologna. La ‘classe ponte’ alle medie Besta ne è il primo esempio. Ora avanti così: tutte le scuole seguano questo modello». Approfitta della polemcia anche il presidente della Regione Veneto Luca Zaia che riferisce: «In Veneto c'è un'integrazione che funziona, lo dicono i numeri con 92 mila ragazzi stranieri che ogni giorno varcano le porte delle nostre scuole rappresentando il 12,8% degli studenti iscritt». In questa classe gli studenti potrebbero, quindi, fermarsi tutto l’anno o anche transitare per alcuni mesi. Il dirigente la chiama classe «fluida». «I ragazzi hanno altre occasioni da condividere con i coetanei italiani», aggiunge.

Ma nella città dove a scuola da sempre si sperimenta l’accoglienza, un fatto simile non viene accettato. «La scuola deve unire, non dividere, ed è ormai rimasta uno degli ultimi baluardi dell’integrazione», scandisce Panzacchi. Che fa anche notare come gli studi chiariscano che l’«educazione tra pari» aumenta le potenzialità di apprendimento dei ragazzi stranieri. «In questo modo invece, oltre a ridurre le potenzialità educative di questi giovani, si dà un esempio negativo anche ai ragazzi italiani da più generazioni ai quali dobbiamo insegnare una società non disgregata». La soluzione, per le famiglie, dovrebbe essere una distribuzione degli studenti in modo equilibrato in tutte le classi e un potenziamento dell’alfabetizzazione da effettuarsi il pomeriggio anche con il sostegno dell’associazionismo cittadino.

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