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Schiaffi dalla maestra all’allievo di colore

  • Mercoledì, 16 Ottobre 2013 11:04 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Stampa
16 10 2013

Tommy ha sei anni e da dieci giorni dorme con una mano appoggiata sulla guancia. Come per difendersi. Per nascondere lo schiaffo che lui e i suoi compagni di scuola dicono sia partito dalla maestra. Un episodio ancora da chiarire, che la stessa insegnante ha prima ammesso e poi smentito in una relazione invitata ieri mattina alla preside. Di certo c’è una famiglia furibonda, lei italiana e lui senegalese, che parla apertamente di gesti di razzismo. E c’è una denuncia «per abuso dei mezzi di correzione» presentata dalla coppia, che rientrando dall’ennesimo confronto in direzione si è trovata davanti a casa il marito della docente, intento a farsi un’idea di dove abitassero.

All’uscita da scuola

Sono le 16 di giovedì 3 ottobre. Tommy è in fila con gli altri compagni della scuola elementare di Carmagnola. Frequenta l’istituto da tre settimane. E’ vivace. Ride e scherza con i suoi nuovi amici. Sembra che il più vicino gli faccia il solletico. Lui si scansa, urta un altro con lo zaino e quasi lo fa cadere. La maestra, supplente di 53 anni, lo invita a ritornare al suo posto. Lo fa in maniera energica e, a sentire i bambini presenti, parte un sonoro ceffone. E’ uno di loro ad avvisare il padre di Tommy. Lui va dritto dalla donna per chiedere spiegazioni. Si sente rispondere che non è successo niente. Che il ragazzo è bravissimo. Ma quando sale in macchina, l’uomo vede le cinque dita stampate sulla guancia. «Mi brucia ancora», dice Tommy tra le lacrime.

Un gesto di rabbia
L’uomo torna dall’insegnante. Le dice di non farlo mai più. La replica arriva la mattina dopo davanti al dirigente scolastico, il suo vice ed entrambi i genitori. «E’ stato un momento di rabbia. Non è facile gestire 24 bambini tutti insieme» si sfoga la docente, che non si scusa. Volano parole grosse. La madre del piccolo insulta l’insegnante. «Ero accecata dalla rabbia - racconta - Come si fa a picchiare un bambino per così poco? E perché, tra tutti quelli che si stavano agitando, è stato preso di mira proprio lui? Se un docente non regge la pressione, allora deve cambiare mestiere». La preside, Carla Leolini, riesce a placare gli animi promettendo una rapida soluzione.

Il cambio di classe

La decisione viene presa nel giro di pochi giorni. Da lunedì la supplente non insegna più nella classe di Tommy. Qui il suo servizio si limitava a dieci ore settimanali, che saranno coperte dal corpo docente. «Abbiamo agito prima di tutto per la serenità del piccolo - dice Leolini -. Ho scritto un rapporto al provveditorato e spiegato che la decisione è stata presa in accordo fra tutte le parti. Quel che è successo veramente è ancora da chiarire. Di certo non possiamo che condannare qualsiasi gesto violento nei confronti degli alunni».
Tutto risolto? Nemmeno per sogno. Perché la maestra adesso ha cambiato versione. Parla di un «contatto accidentale» e minaccia querele per ingiurie e minacce. La mamma di Tommy viene informata durante l’ultimo consiglio di classe. A scuola arrivano anche il compagno, sempre più arrabbiato, e i carabinieri.

Spiati dal marito

Al ritorno a casa la famiglia trova un uomo accanto alla porta, che subito cerca di allontanarsi. Finge di entrare in un cortile a poca distanza, ma è sfortunato. La porta si apre ed esce il vero padrone di casa. Lo sconosciuto è il marito della maestra elementare. Dopo aver provato a convincere i presenti con un suo improvviso smarrimento, è costretto ad ammettere davanti ai militari di essere stato vinto dalla curiosità di sapere dove abitasse quel bimbo, che continua a ripetere: «Io quella maestra cattiva non la voglio più vedere».

Piccole storie di esclusione sociale nelle scuole romane

Huffington Post
10 10 2013

Una piccola storia "scolastica" ha attirato l'attenzione dell'opinione pubblica, e in particolare delle famiglie con figli piccoli in età scolare. Una storia che fa riflettere sulla necessità di un'etica pubblica nelle nostre istituzioni, a partire da una struttura di base come la scuola elementare pubblica.

L'istituto Francesco Guicciardini di Roma, al momento di realizzare la composizione delle classi di prima (i cui principi sono stabiliti da norme ben precise) riesce, in spregio a questi regolamenti, a dare vita a una classe formata da 13 bambini e una bambina, figlia di genitori stranieri.

Inutile raccontare lo scompiglio e l'indignazione dei genitori dei bambini, sia di quelli italiani sia stranieri. Sono apparsi servizi in prima serata al Tg1, articoli su importanti quotidiani nazionali, dichiarazioni degli amministratori locali di regione e comune.

La ragione è evidente. Se i regolamenti prescrivono che ci siano classi "armoniose", nella composizione di genere non è per creare problemi alla dirigenza della scuola Guicciardini. È per non costruire ghetti, dando vita a situazioni di esclusione e disagio per i bambini.

Una sola bambina in mezzo a tanti bambini può andare incontro a una situazione di solitudine, con serie e gravi conseguenze in un'età molto delicata. Tutte argomentazioni che la preside Rosetta Accetto sembra, secondo quanto raccontano i genitori, non condividere.

Nonostante le tante sollecitazioni, pare che la dirigente scolastica abbia sempre rifiutato di ricevere le famiglie coinvolte, almeno sino a quando il caso non è stato sollevato dai media. Altrettanto indifferente sembra essere stato l'ufficio provinciale scolastico, dove il dirigente avrebbe ricevuto i genitori per ben due minuti (120 secondi), prima di congedarli.

I rumors all'interno della scuola raccontano che la Ia A sia in realtà una classe residuale, di risulta, dove sono andati coloro che non avevano "santi in paradiso", insomma i non raccomandati. Sarebbe una grave violazione di quell'etica pubblica indispensabile per l'azione di ogni funzionario pagato dalla collettività, nelle grandi come nelle piccole cose.

Siamo certi, e ci auguriamo, che la preside Accetto possieda quell'etica e ripari al suo errore, certamente non volontario, riportando l'equilibrio in una comunità scolastica sconvolta da questo episodio.

Nel frattempo, per chiarire la vicenda, abbiamo presentato un'interrogazione parlamentare al ministro Carrozza. È una storia piccola, ma non da poco. Nell'Italia di oggi anche il benessere di una singola bambina diventa importante per la nostra vita collettiva.

Marianna Madia

Il Fatto Quotidiano
06 10 2013

Secondo il Times Higher Education University Ranking, la società britannica che ogni anno stila la lista delle realtà più qualificate, il nostro Paese non è all'altezza di molti degli standard internazionali. Prima Trento in posizione 221, seguono a scendere Milano Bicocca e Bologna
 
Insegnamento, ricerca, citazioni, contributo all’innovazione e prospettiva internazionale: questi i cinque principali parametri per giudicare l’importanza e la qualità di una università. E dall’indagine scientifica sui dati raccolti proprio all’interno di questa macro-aree, la società britannica “Times Higher Education University Ranking”, ogni anno stila la sua classifica dei migliori atenei del mondo. Una graduatoria di 400 istituzioni accademiche che condanna l’Italia a un ruolo di quasi assenza in tema di formazione universitaria. Nel ranking relativo agli anni 2013-2014, che nei primi 10 posti conta ben otto università statunitensi e due britanniche, gli atenei italiani ne escono con le ossa rotte. Prima classificata l’università di Trento. Ma per incontrarla bisogna scendere fino alla posizione 221. Un numero inclemente che non dovrebbe però sorprendere quanti quotidianamente denunciano il ritardo italiano in quest’ambito e la profonda incapacità nel migliorare gli standard, soprattutto in termini di contributo all’innovazione e ricerca. Voce quest’ultima che negli ultimi anni ha conosciuto solo feroci tagli. Il declino italiano è evidente: solo 15 gli atenei presenti nelle prime 400 posizioni.

Prima dunque, è l’Università di Trento, al 221° posto, che segna un discreto avanzamento rispetto al 274° dell’anno precedente. Seconda in classifica l’Università di Milano-Bicocca: 235° posto, in progressione rispetto al 262° posto del 2012-2013. Università di Trieste è al 245° posto, anche questa in risalita rispetto al precedente 272°. Università di Torino si piazza al 247° posto, meglio del 275° dell’anno precedente. Exploit dell’Università di Pavia oggi al 270° posto in netta risalita dal precedente 329°. Cresce anche l’Università di Bologna al 278° rispetto al precedente 282°. Chi scende è invece l’Università di Milano che si ferma al 289°, in calo rispetto al precedente 261° posto. Meglio va il Politecnico di Milano che risale al 292° dal 331° occupato l’anno precedente. Università di Padova scende al 333° posto, non molto distante dal 328° del 2012-2013. Università di Pisa: 334°, segna una lieve flessione rispetto al 330° raggiunto in precedenza. Migliora invece l’Università del Salento che arriva al 335, molto meglio del 384° dell’anno prima. Cambia poco a distanza di un anno la situazione dell’Università di Roma La Sapienza: 336°, due posizioni più giù rispetto al precedente 334°. Rientra dopo un ‘giro’ di sosta fuori della top 400, l’Università di Bari al 351° posto. Università di Ferrara si piazza 357° rispetto al 360° Posto dell’anno precedente. Chiude l’Università di Firenze al 358° posto, un crollo rispetto alla 282° posizione occupata nel 2013-2014.

A condannare gli atenei italiani è anche la particolare formula utilizzata per una valutazione scientifica e i parametri utilizzati. I criteri muovono lungo delle direttrici principali che rappresentano le missioni fondamentali delle università: l’insegnamento, la ricerca, il trasferimento di conoscenze e la visione internazionale. Tredici gli indicatori di performance, raggruppati in cinque aree. L’insegnamento, valuta l’ambiente di apprendimento e rappresenta il 30 per cento del punteggio della classifica generale. In questa categoria si impiegano cinque indicatori di performance. Seconda macro-area quella relativa alla ricerca. Anche questa categoria che rappresenta il 30 per cento del totale si compone di tre indicatori. Il più importante, con un coefficiente del 18 per cento, riguarda la reputazione di una università in quell’ambito. Ma cruciale per lo sviluppo della ricerca di livello mondiale è pure il reddito. È dai fondi investiti che dipende gran parte della ‘concorrenza’ e dei risultati. Questa voce ha un valore del 6%. Tanto quanto il volume: la misura di quanti articoli sono pubblicati nelle riviste accademiche indicizzate. Collegata in un certo senso a questa voce, anche quella relativa alle citazioni: vale da solo il 30% del totale e guarda al ruolo delle università nella diffusione di nuove conoscenze e idee. Molto importante è anche l’area della Prospettiva internazionale, che divide il coefficiente del 7,5% tra le voci persone e ricerca. Questa categoria analizza la diversità nel campus la capacità degli accademici di collaborare con i colleghi internazionali su progetti di ricerca. La capacità poi di una università di attrarre studenti e laureati provenienti da tutto il pianeta è la chiave per il suo successo. Ultima voce, quella relativa al reddito di settore, che misura la capacità di un universitario di aiutare l’industria con innovazioni. Missione ritenuta fondamentale nello scenario mondiale.

Scorrendo la classifica, salta subito all’occhio lo strapotere anglosassone: non solo Stati Uniti, ma anche Gran Bretagna, Canada e Australia. Ciò che emerge chiaramente però è la presenza di molte università, sebbene non nei primissimi posti, di paesi come Cina, India, Hong Kong, Sud Corea e altri giganti asiatici. Paesi dove forte è l’investimento sulla ricerca e il reddito di settore, cioè l’interazione tra università a aziende. Nelle nazioni in via di sviluppo questo rapporto è molto stretto. Spesso poi le università hanno corsi in inglese e possono attrarre anche insegnanti di facoltose università anglosassoni. Tutto ciò che di fatto manca all’Italia, così come ad altri paesi d’Europa come Francia e Spagna. Ex potenze destinate a cedere il passo anche sulla cultura.

La “Settimana dell’Inclusione” sui banchi di scuola

  • Venerdì, 04 Ottobre 2013 14:38 ,
  • Pubblicato in Flash news

Superando.it
04 10 2013

Spiegare ai bambini e ai ragazzi delle scuole di ogni ordine e grado che l’inclusione è una sfida, ma che accettarla fa vincere tutti e fa diventare migliori: è questo l’obiettivo della "Settimana dell’Inclusione", bella iniziativa promossa dal 7 al 12 ottobre da "ReaTech Italia", la grande rassegna dedicata a persone con esigenze speciali, in programma alla Fiera di Milano dal 10 al 12 ottobre.

Albert Einstein era dislessico, Beethoven sordo, Marylin Monroe balbuziente e la lista di personaggi famosi che hanno saputo affrontare i propri limiti e superarli sarebbe ben più lunga. Eppure, di fronte a una persona con disabilità o a un anziano malato, molti giovani – ma anche molti adulti – faticano ad accettarli, a capirne i limiti, a sapere come relazionarsi con loro.

ReaTech Italia, la grande rassegna dedicata a persone con esigenze speciali, in programma alla Fiera di Milano dal 10 al 12 ottobre prossimi, è partita proprio da quei grandi personaggi, per proporre nelle scuole di ogni ordine e grado, dal 7 al 12 ottobre, la Settimana dell’Inclusione, con l’obiettivo di spiegare ai bambini e ai ragazzi che l’inclusione è una sfida, ma che accettarla fa vincere tutti, fa diventare migliori.

"In Italia – afferma Francesco Conci, direttore esecutivo di Fiera Milano Congressi, organizzatore di ReaTech Italia – ci sono 4 milioni di persone con disabilità e oltre 7 milioni di anziani. Che cos’hanno in comune? Hanno esigenze speciali che li obbligano ad affrontare la vita in modo forse diverso dagli altri. Ciò però non significa certo che non abbiano qualcosa di importante da offrire agli altri, perché ciascuno di noi è unico e irripetibile e può crescere nella relazione con gli altri, trovare aiuto e offrirne. La nostra società deve quindi riscoprire che le persone valgono non per ciò che sanno fare o per ciò che possono produrre, ma per ciò che sono. Crediamo che sia importante che questi valori vengano trasmessi ai più giovani, che si imparino anche a scuola. Per questo, come ReaTech Italia, abbiamo deciso di lanciare la Settimana dell’Inclusione, un’iniziativa rivolta a tutti i tipi di scuole, che offrirà agli insegnanti supporti concreti, per affrontare il tema della disabilità e dell’accettazione dell’altro e del diverso".

Alle scuole e agli insegnanti, dunque, è stato proposto un percorso articolato che prevede la possibilità di lavorare in classe con gli alunni a partire da una serie di sussidi didattici e di spunti video e bibliografici, che saranno messi a disposizione nel sito di ReaTech Italia. Gli insegnanti potranno quindi chiedere ai ragazzi di realizzare degli elaborati (testi, immagini, video, presentazioni), che potranno essere postati sulla pagina Facebook dell’evento milanese: i più significativi saranno pubblicati su un grande wall ("muro") virtuale, in occasione dell’apertura della manifestazione, dal 10 al 12 ottobre.

Le classi che vorranno, poi, potranno visitare la manifestazione (che è ad ingresso gratuito) e partecipare alle numerose iniziative previste per le scuole: dalla giornata di sport paralimpico del 10 ottobre a una mostra di pittura tattile, dalla Pet Therapy alla Clownterapia, senza dimenticare un fitto calendario di incontri che comprendono tra gli altri un convegno sulla sicurezza stradale e numerose testimonianze di persone veramente uniche.

In particolare, nell'ambito della scuola, numerosi saranno gli eventi previsti all’interno di ReaTech Italia, tra i quali, ad esempio, il dibattito voluto dal blog InVisibili del «Corriere della Sera.it», ove il tema verrà affrontato insieme a una serie di esperti del settore e ai docenti che vorranno partecipare.

Barbara Orrico



Agora Vox
27 09 2013

Di­ver­se vol­te ci sia­mo sof­fer­ma­ti sul­l’i­na­de­gua­tez­za dell’ora di re­li­gio­ne cat­to­li­ca per trat­ta­re que­stio­ni come il dia­lo­go tra con­fes­sio­ni o l’o­mo­ses­sua­li­tà in una so­cie­tà sem­pre più se­co­la­riz­za­ta. Pro­ble­ma che di­ven­ta più cro­ni­co con l’au­men­to de­gli ado­le­scen­ti che non sono cre­den­ti o non si ri­co­no­sco­no nel­la re­li­gio­ne cat­to­li­ca. Sen­za con­ta­re che gli in­se­gnan­ti de­vo­no at­te­ner­si, pena il ri­ti­ro del­l’a­bi­li­ta­zio­ne, a pro­gram­mi re­dat­ti dal­la con­fe­ren­za epi­sco­pa­le “com­ple­men­ta­ri” al ca­te­chi­smo, e tal­vol­ta non sono ag­gior­na­ti né mol­to tol­le­ran­ti. Si sen­to­no quin­di sem­pre più casi di stu­den­ti che la­men­ta­no un ap­proc­cio poco mo­der­no del­l’Irc.

Un caso ecla­tan­te ac­cad­de a Ve­ne­zia l’i­ni­zio di que­st’an­no, quan­do ven­ne­ro pub­bli­ca­ti gli ap­pun­ti di un pro­fes­so­re di re­li­gio­ne del li­ceo Mar­co Fo­sca­ri­ni, in cui si trat­ta­va con un ap­proc­cio in­te­gra­li­sta il tema del­l’o­mo­ses­sua­li­tà.

L’ul­ti­mo epi­so­dio che evi­den­zia que­sta ina­de­gua­tez­za ar­ri­va dal li­ceo clas­si­co "An­ni­ba­le Ma­riot­ti" di Pe­ru­gia.

Qui l’in­se­gnan­te di re­li­gio­ne, per av­via­re una di­scus­sio­ne su cer­ti temi spi­no­si, non ha tro­va­to di me­glio che som­mi­ni­stra­re agli stu­den­ti un que­stio­na­rio. Si chie­de­va di at­tri­bui­re un voto (da 0 a 10) “in or­di­ne di gra­vi­tà sul­le prin­ci­pa­li col­pe di cui ci si può mac­chia­re”.

Nel lun­go elen­co a fian­co di rea­ti qua­li spac­cio di dro­ga, se­que­stro di per­so­na, in­fan­ti­ci­dio, abu­sa­re di bam­bi­ni e so­fi­sti­ca­zio­ne ali­men­ta­re, o al­tri com­por­ta­men­ti con­dan­na­bi­li come fare la guer­ra, tro­via­mo an­che omo­ses­sua­li­tà, abor­to, pro­sti­tu­zio­ne, eu­ta­na­sia, di­vor­zio, espe­rien­ze pre­ma­tri­mo­nia­li, uso di con­trac­cet­ti­vi, convivenza, “in­fet­ta­re con l’AIDS”, ma an­che “non cre­de­re in Dio”, “non an­da­re a mes­sa”, “non pre­ga­re mai”. Al­cu­ni stu­den­ti, in­di­gna­ti da que­sti ac­co­sta­men­ti, han­no dif­fu­so foto del que­stio­na­rio sui so­cial net­work.

L’as­so­cia­zio­ne Om­pha­los Ar­ci­gay Ar­ci­le­sbi­ca di Pe­ru­gia ha de­nun­cia­to l’ac­ca­du­to e chie­sto l’in­ter­ven­to del­le isti­tu­zio­ni.

“Che in una scuo­la pub­bli­ca si pro­pi­ni­no si­mi­li eser­ci­ta­zio­ni, con evi­den­te im­pat­to nel­la sfe­ra psi­co-emo­ti­va de­gli alun­ni è ve­ra­men­te sba­lor­di­ti­vo”, com­men­ta Emi­dio Al­ber­ti­ni, co-pre­si­den­te di Om­pha­los, in un co­mu­ni­ca­to, “men­tre le cro­na­che ci rac­con­ta­no tan­ti casi di gio­va­ni ra­gaz­zi omo­ses­sua­li, che ar­ri­va­no al sui­ci­dio per­ché si sen­to­no soli, emar­gi­na­ti e de­ri­si dai pro­pri com­pa­gni, la scuo­la si mo­stra spes­so ca­ren­te nel for­ni­re ga­ran­zia di in­clu­sio­ne a qua­lun­que in­di­vi­duo nel grup­po clas­se, man­can­do ine­vi­ta­bil­men­te l’o­biet­ti­vo fon­da­men­ta­le di di­sper­de­re atti di bul­li­smo e di­scri­mi­na­zio­ne”.

Il di­ri­gen­te sco­la­sti­co, Fi­lip­po Vin­cen­zo Ma­io­lo, per tut­ta ri­spo­sta ha par­la­to di “tem­pe­sta in un bic­chier d’ac­qua” sca­te­na­ta da Ar­ci­gay, pro­met­ten­do di ve­ri­fi­ca­re quan­to ac­ca­du­to con l’in­se­gnan­te. Nel frat­tem­po ci si chie­de, come fa Pa­squa­le Vi­det­ta sul suo blog de L’E­spres­so, se que­sto test nel fare az­zar­da­ti ac­co­sta­men­ti non sia espres­sio­ne di omo­fo­bia.

È al­quan­to in­fe­li­ce che sia­no mes­si sul­lo stes­so pia­no come “col­pe” di cui ci si può “mac­chia­re” gra­vis­si­mi rea­ti e di­ver­si pec­ca­ti. Ciò non con­tri­bui­sce a crea­re un buon cli­ma nel­la scuo­la, spe­cie tra ca­te­go­rie come non cre­den­ti o gay, per­ché può fo­men­ta­re un pre­giu­di­zio omo­fo­bi­co, ateo­fo­bi­co o d’al­tro tipo. Cer­to, non c’è pro­prio da stu­pir­si, vi­sto che la con­dan­na di cer­ti com­por­ta­men­ti — come es­se­re gay, atei, abor­ti­re, usa­re il pre­ser­va­ti­vo — è ri­ba­di­ta con for­za dal­la dot­tri­na cat­to­li­ca, seb­be­ne papa Ber­go­glio sia re­ti­cen­te a par­lar­ne per esi­gen­ze di im­ma­gi­ne, come ha fat­to ca­pi­re nel­l’ul­ti­ma in­ter­vi­sta a Ci­vil­tà Cat­to­li­ca.

L’ap­proc­cio del que­stio­na­rio è quin­di pret­ta­men­te e tri­ste­men­te cat­to­li­co, per­ché in ma­nie­ra im­pli­ci­ta eti­chet­ta con un pre­giu­di­zio ne­ga­ti­vo cer­ti atti, la­scian­do allo stu­den­te la pos­si­bi­li­tà di dare un pun­teg­gio al gra­do di pec­ca­to. No­no­stan­te i me­to­di as­sai di­scu­ti­bi­li, si po­treb­be ipo­tiz­za­re che l’in­se­gnan­te ab­bia agi­to con scar­sa re­spon­sa­bi­li­tà ma con buo­ne in­ten­zio­ni, allo sco­po di sti­mo­la­re un con­fron­to con gli stu­den­ti su temi de­li­ca­ti. Una ipo­te­si che ci ap­pa­re az­zar­da­ta: in tal caso per­ché tra le “col­pe” non in­clu­de­re an­che “cre­de­re in Dio”, “pre­ga­re”, “es­se­re omo­fo­bi” e “an­da­re a Mes­sa sot­traen­do tem­po a più uti­li at­ti­vi­tà”?

Uno stu­den­te gay del­la clas­se, in­ter­vi­sta­to, ha det­to che il que­stio­na­rio era sta­to di­stri­bui­to an­che l’an­no scor­so e “sen­za al­cu­na spie­ga­zio­ne pre­li­mi­na­re e sen­za so­prat­tut­to de­fi­ni­re il con­cet­to di col­pa”. Al che lui stes­so ave­va pro­te­sta­to e il pro­fes­so­re gli ave­va spie­ga­to “che si trat­ta­va di una sche­da non scrit­ta da lui, ma re­dat­ta anni pri­ma da uno stu­dio­so”. Ma ci tie­ne a pre­ci­sa­re: “Non è una per­so­na omo­fo­ba, non in­gi­gan­tia­mo la que­stio­ne”. Vi­sto il cla­mo­re de­sta­to, al­cu­ni al­lie­vi del­la clas­se han­no scrit­to una let­te­ra per di­fen­de­re il do­cen­te e il buon nome del­la scuo­la con­tro le sem­pli­fi­ca­zio­ni e il sen­sa­zio­na­li­smo dei gior­na­li.

La fi­na­li­tà del test, trat­to da una vec­chia in­da­gi­ne so­cio­lo­gi­ca, “era un con­fron­to di­ret­to su temi come l’a­bor­to e il sui­ci­dio”, spie­ga­no, e lo stes­so in­se­gnan­te “ci ha te­nu­to a pre­ci­sa­re che la voce ‘omo­ses­sua­li­tà’ non fos­se giu­sti­fi­ca­bi­le”. Cer­to di que­sto va te­nu­to con­to, ma que­ste par­zia­li spie­ga­zio­ni de­vo­no far ri­flet­te­re su un al­tro aspet­to. Se idee del ge­ne­re ven­go­no fa­cil­men­te vei­co­la­te nei li­cei, pur con tut­ti gli ac­cor­gi­men­ti e con­si­de­ran­do lo spi­ri­to cri­ti­co e la ma­tu­ri­tà dei ra­gaz­zi, si può solo im­ma­gi­na­re cosa può es­se­re in­cul­ca­to nel­le men­ti di bam­bi­ni che fan­no Irc per una o due ore alla set­ti­ma­na.

Va an­che fat­to no­ta­re che, pa­ra­fra­san­do Nan­ni Mo­ret­ti, le pa­ro­le che si usa­no sono im­por­tan­ti: si po­te­va cer­ta­men­te an­che cam­bia­re o cas­sa­re qual­che voce, per­ché ap­pun­to il pro­ble­ma non era solo l’o­mo­fo­bia stri­scian­te, ma il sot­to­fon­do di con­dan­na moralisti­ca che pas­sa con leg­ge­rez­za e met­te l’o­mi­ci­dio a fian­co di cose come l’a­tei­smo e l’o­mo­ses­sua­li­tà.

Ma a quan­to pare epi­so­di del ge­ne­re nel­le scuo­le sono solo la pun­ta di ice­berg cle­ri­ca­le, e nem­me­no tra i più gra­vi. Vi­det­ta rac­con­ta un fat­to pre­oc­cu­pan­te rac­con­ta­to­gli dal di­ri­gen­te di Om­pha­los, av­ve­nu­to qual­che mese fa al­l’Ip­sia Ca­vour-Mar­co­ni di Pe­ru­gia. Era­no sta­ti in­vi­ta­ti come as­so­cia­zio­ne nel­l’am­bi­to di un pro­get­to mi­ni­ste­ria­le con­tro il bul­li­smo, che col­pi­sce an­che gli omo­ses­sua­li nel­le scuo­le, ma un pro­fes­so­re ha ot­te­nu­to che qual­che gior­no dopo per “par con­di­cio” fos­se or­ga­niz­za­to un in­con­tro con il grup­po cat­to­li­co Lot Re­gi­na del­la Pace, che pro­muo­ve le te­ra­pie ri­pa­ra­ti­ve per "cu­ra­re" l’o­mo­ses­sua­li­tà.

Pre­oc­cu­pan­te che la pro­pa­gan­da in­te­gra­li­sta per “mon­da­re” i gay sia ri­te­nu­ta de­gno con­tral­ta­re al bul­li­smo omo­fo­bi­co, fat­to di umi­lia­zio­ni e pe­stag­gi. E che una scuo­la pub­bli­ca per­met­ta tut­to que­sto, sen­za por­si pro­ble­mi.

Il pro­ble­ma di fon­do, di fron­te a fat­ti del ge­ne­re, è piut­to­sto per chi sce­glie di far fre­quen­ta­re ai pro­pri fi­gli l’o­ra di re­li­gio­ne, o de­gli stes­si ra­gaz­zi che han­no po­si­zio­ni lai­che ma ac­cet­ta­no di se­gui­re l’Irc. Come noto, pur­trop­po di­ven­ta spes­so una scel­ta ob­bli­ga­ta, vi­sto il las­si­smo del­le scuo­le nel ga­ran­ti­re l’ora al­ter­na­ti­va (no­no­stan­te sia un di­rit­to ve­der­la at­ti­va­ta) o un’al­tra op­zio­ne ri­spet­to al­l’in­se­gna­men­to del­la re­li­gio­ne cat­to­li­ca.

L’Irc non è più ade­gua­to alla so­cie­tà che cam­bia e ha scar­sa va­len­za di­dat­ti­ca, con­si­de­ran­do che è un re­lit­to con­cor­da­ta­rio che an­dreb­be sem­pli­ce­men­te su­pe­ra­to. E che pesa per ol­tre un mi­liar­do di euro, sol­di con i qua­li si po­treb­be mi­glio­ra­re il si­ste­ma sco­la­sti­co nel suo com­ples­so, ren­den­do­lo più lai­co e plu­ra­li­sta. La no­stra as­so­cia­zio­ne for­ni­sce as­si­sten­za nel caso ci fos­se­ro pro­ble­mi o dub­bi nel­l’at­ti­va­zio­ne del­l’al­ter­na­ti­va. Chie­de­re che ven­ga­no ri­spet­ta­ti i pro­pri di­rit­ti è pos­si­bi­le, an­che qua­le stru­men­to per ga­ran­ti­re una scuo­la più plu­ra­li­sta e che con­ce­de sem­pre meno spa­zi al­l’in­te­gra­li­smo mon­tan­te.

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