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Poveri figli (Tiziana Barillà, Left)


Un pasto caldo, un posto tra i banchi di scuola, cure mediche, dei giochi, il senso di sicurezza. Il minimo indispensabile per un bambino. Eppure l'Italia, considerata ancora un Paese ricco, non sa più dare benessere ai suoi cittadini, ancor meno ai suoi bambini: 1 milione e 800mila minori vivono sotto la soglia di povertà e più di 700mila in condizioni di miseria assoluta. ...

Quel ricorso collettivo non favorisce la reale integrazione

  • Lunedì, 16 Settembre 2013 12:28 ,
  • Pubblicato in Flash news

Superando.it
16 09 2013

Pur giudicando pienamente legittime le ragioni di quel ricorso collettivo nazionale per il sostegno, lanciato da due madri di ragazzi con disabilità, Salvatore Nocera, vicepresidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), ribadisce che «l’obiettivo non dovrebbe essere quello di aumentare gli insegnanti di sostegno, ma di formare quelli curricolari, oggi assolutamente impreparati a lavorare con la disabilità»

Le ragioni di quell’idea di ricorso collettivo nazionale per il sostegno, lanciata tramite Facebook da due madri di ragazzi con disabilità, e della quale abbiamo ampiamente riferito nei giorni scorsi, sono del tutto legittime, secondo Salvatore Nocera, vicepresidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), «perché il numero degli insegnanti continua ad essere insufficiente, ma si tratta di un’iniziativa che è come “un’arma a doppio taglio”, in quanto la vittoria è quasi certa, ma ciò non favorisce la reale integrazione degli alunni con disabilità».

Infatti, dopo avere per altro sottolineato che «per il presente anno scolastico l’organico di diritto è stato incrementato di quasi 30.000 insegnanti, lasciando sostanzialmente immutato il numero dei docenti di sostegno (106.000 lo scorso anno), ma riducendo la precarietà e assicurando una maggiore continuità didattica, fondamentale per gli studenti con disabilità», Nocera ricorda che «l’obiettivo non dovrebbe essere quello di aumentare gli insegnanti di sostegno, ma di formare quelli curricolari, oggi assolutamente impreparati a lavorare con la disabilità».

«In altre parole – prosegue il Vicepresidente della FISH -, nella scuola italiana attuale, quando un ragazzo con disabilità resta senza insegnante di sostegno è praticamente abbandonato a se stesso, mentre così non sarebbe, se i docenti curriculari ricevessero l’adeguata formazione, come da anni chiediamo al Ministero e se, contemporaneamente, diminuisse il numero degli alunni per classe».

«Semplicemente vergognoso», poi, viene definito da Nocera il fatto che molti studenti con disabilità, nelle ore in cui non hanno il sostegno, tornino a casa. «Ciò – aggiunge – viola tra l’altro la Legge Quadro 104/92, che vieta l’esclusione dalla frequenza scolastica a causa della disabilità».
Rispetto infine all’anno scolastico appena iniziato, non sono troppo ottimistiche le parole di Nocera, secondo il quale, «anche se le famiglie si vedranno per lo più assegnate le stesse ore di sostegno dello scorso anno, come sempre, però, in assenza dell’insegnante di sostegno, i ragazzi saranno abbandonati a loro stessi». (S.B.)

Il Fatto Quotidiano
16 09 2013

Pochi giorni fa il governo ha annunciato l'inserimento di 26mila docenti dedicati a questo servizio nei prossimi tre anni. Gli addetti ai lavori (sindacati, associazioni, genitori) riconoscono l'inversione di tendenza rispetto al passato: "Ma le risorse sono ancora scarse". Secondo i dati Flc Cgil raccolti da ilfattoquotidiano.it, in dieci anni gli alunni con diagnosi sono aumentati del 51%. In Lombardia, Lazio e in tutte le regioni del centro-nord non si arriva nemmeno a un insegnante ogni due allievi
di Enrico Bandini

“Misure urgenti in materia di istruzione, università e ricerca”. Il consiglio dei ministri ha dato il via libera pochi giorni fa al decreto legge presentato da Maria Chiara Carrozza. Tra le varie disposizioni si è stabilita l’immissione in ruolo in 3 anni (2014-2016) di 26 mila docenti di sostegno. L’organico di diritto (cioè le assunzioni “stabili”) si arricchirà di 4.800 unità quest’anno, 13 mila l’anno prossimo e 9 mila nel 2015/2016. Come questo contingente verrà distribuito sul territorio e nei vari livelli scolastici, però, ancora non è dato saperlo: sarà necessaria una contrattazione a livello nazionale e regionale. All’indomani del provvedimento sono in molti a chiedersi se con queste nuove assunzioni verranno davvero attutiti i problemi ormai strutturali di una scuola che dovrebbe essere “dell’integrazione e dell’inclusione”, ma che non sempre riesce a esserlo.

Il sistema scolastico statale accoglie ogni giorno nelle classi il 95% dei bambini e ragazzi con disabilità: secondo i dati del ministero dell’istruzione si tratta di circa 203 mila alunni, seguiti nel 2012/2013 da 101.301 insegnanti di sostegno (erano 98.083 nel 2011/2012), che costano allo Stato circa 4 miliardi all’anno.

I dati della Flc Cgil nazionale, relativi all’anno scolastico 2012/2013, evidenziano una situazione di squilibrio tra le cattedre di sostegno messe a disposizione dal Miur e il numero degli alunni disabili. Il divario è più forte al centro-nord del Paese, a partire dal Lazio dove 23.405 alunni disabili un anno fa erano seguiti da 9.889 insegnanti, in un rapporto quindi di 2,4. Seguono Lombardia (31.327 studenti e solo 13.675 posti di sostegno per un rapporto di 2,3), Veneto (15.479/6.908; rapporto 2,2), Umbria (2790/1245; 2,2), Abruzzo (5.842/2.639; 2,2), Toscana (10.729/5.092; 2,1), Liguria (5.102/2.434; 2,1), Marche (5.827/2.718; 2,1), Emilia Romagna (13.098/6.430; 2,0), Piemonte (13.943/6.839; 2,0), Friuli (2.861/1.402; 2,0). Al Sud la situazione è di poco migliore, ma non scende sotto il rapporto di 1,6 di Molise, Basilicata e Calabria (Campania, Puglia, Sardegna sono a 1,7, Sicilia a 1,8). E la forbice si amplia: gli alunni con una disabilità crescono ogni anno di quasi 7 mila unità, aumentando così del 5%, tanto che dall’anno scolastico 2000/2001 al 2010/2011 si è avuto un incremento del 50,9%, mentre i docenti messi a disposizione non sono in grado di rispondere a tutte le loro esigenze per una carenza di organico.

Sono molti di più i disabili nelle scuole secondo Toni Nocchetti, presidente dell’associazione “Tutti a scuola”: “L’anno prossimo – chiarisce – ci saranno 221mila alunni certificati di cui l’80% è grave (con una disabilità intellettiva, non autosufficienti al 100%) ovvero 176.800 di loro. Siamo di fronte a una carenza da almeno 80-90mila unità. Ora uno studente disabile ha dalle 14 alle 10 ore alla settimana con un insegnante di sostegno, su una frequenza di almeno 30 ore. A ciò si aggiunga che al Sud non ci sono enti locali in grado di finanziare assistenti all’educazione che sopperiscano, almeno in parte, alla carenza di insegnanti”.
Sui forum online appaiono le prime reazioni al decreto approvato lunedì scorso: a commentare la notizia sono associazioni e familiari di alunni con una disabilità, ma anche insegnanti di sostegno che cercano di capire che ricaduta vi potrà essere sulla loro situazione lavorativa. Dal mondo dei docenti proviene, lapidario, il commento di Libero Tassella, responsabile di “Professione Insegnante” che pubblica un post sul sito dell’associazione intitolato “La montagna ha partorito il topolino”. “Se leggo di applausi e sorrisetti – scrive – di comunicati sindacali compiacenti nei confronti di quel decreto legge non posso che pensare a due cifre: i 400 milioni nel triennio stanziati dal governo per la scuola, un niente, e agli 8 miliardi e più che alla scuola pubblica statale, non alla paritaria, sono stati sottratti nel corso degli ultimi 5 anni. E questo niente, questa bazzecola, a fronte della colossale cifra sottratta da Gelmini e da Tremonti oggi viene sapientemente venduta dalla propaganda ministeriale, governativa, politica, sindacale come un’inversione di tendenza! È una vittoria di Pirro: ben altra inversione di tendenza era auspicata dagli insegnanti e da tutto il personale della scuola, soprattutto da Letta, dalla Carrozza e dal loro partito, il Pd, dopo anni di finta opposizione alle decisioni di Tremonti e Gelmini sulla scuola, dopo mesi e mesi di propaganda su scuola e insegnanti, dopo alcuni mesi di governo a parlare e a lanciare moniti”.
Su altri toni, sempre critici ma decisamente più moderati, è la Flc Cgil nazionale che vede nel decreto un “intervento utile ma non risolutivo”, “un’inversione di tendenza” sì, ma “rispetto al niente degli ultimi anni in cui era funzionato solo il solo turnover, diminuito dall’introduzione della riforma Fornero”. Insomma si tratta di un primo passo, di “un impegno, ma “le risorse sono ancora scarse”, come dichiara dal sindacato Domenico Pantaleo. “E ora toccherà al ministero dell’economia renderle esigibili”.

Per Gabriella D’Abbiero, madre di un disabile di 44 anni e presidente di Anffas Onlus Bologna (associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva e/o relazionale) “il cammino che la scuola deve fare è ancora molto lungo: certo la situazione è un po’ migliorata e hanno riparato all’obbrobrio fatto negli anni passati, ma quelli contenuti nel decreto sono numeri ancora esigui e poi quando si parla di studenti certificati non bisognerebbe dimenticare il tipo di disabilità che presentano: un insegnante di sostegno dovrebbe avere un numero congruo di ore e con un solo alunno, se costui è un disabile grave. C’è infine la questione della formazione”, conclude D’Abbiero: “Le famiglie e il mondo della scuola hanno bisogno di insegnanti motivati a lavorare sul sostegno e preparati sulle varie problematiche psico-fisiche. È un impiego che richiede umanità e competenza. Non può essere svolto bene da chi lo vede solo come un ripiego, una scorciatoia per arrivare prima al posto di ruolo”. Insomma, il provvedimento firmato dal ministro Carrozza segna certamente un’inversione di tendenza, ma basta confrontare i numeri per concludere che per gli alunni che necessitano un sostegno i problemi sono tutt’altro che risolti.
A dare il via alla prima grande azione legale contro il Ministero è un esercito di madri con figli portatori di handicap. Donne in difficoltà con l'educazione scolastica dei figli perché i loro ragazzi hanno avuto poche ore di sostegno ...

La 27 Ora
12 09 2013

Gli stereotipi di genere nascono e crescono sui banchi di scuola. Già, perché che le femmine sono fragili e i maschi forti ce lo sentiamo ripetere fin da piccoli. E la colpa è anche un po’ dei libri dei testo e dei sussidiari che si rifanno alla tradizione narrativa delle fiabe. Dettagli? Non proprio, se si pensa che proprio alle elementari e alle medie i bambini si formano una coscienza di sé e degli altri. Se infatti tanto in questi mesi si è parlato di violenza di genere e di omofobia – lo abbiamo scritto anche su questo blog più volte – uno dei sistemi più efficaci per combattere le discriminazioni e i fenomeni di bullismo è di educare i ragazzi fin da piccoli al rispetto.

Un’impresa non facile. Soprattutto perché già sui banchi di scuola i bambini assimilano il concetto che uomo e donna sono diversi. Niente parità. Le principesse hanno un ruolo. E i principi un altro (ne avevo parlato anche qui). Basta infatti sfogliare le antologie adottate nelle scuole per rendersi conto che la disparità di genere si annida anche lì, tra i racconti e le fiabe.

Ad analizzare il tema è stata Irene Biemmi dell’Università di Firenze, autrice di “Educazione sessista. Stereotipi di genere nei libri delle elementari” (Rosenberg&Sellier, Torino 2010).

Quindi anche la scuola è sessista?

“Solitamente, quando si parla di pari opportunità, la scuola viene erroneamente percepita come un luogo protetto. Le statistiche ci dicono che le ragazze sono più brave e che l’80% del corpo docente è donna. Ma la scuola non è un’oasi felice, proprio come il web o la tv. E trasmette acriticamente gli stereotipi di genere”.

Quali sono gli strumenti attraverso i quali si trasmettono questi stereotipi?

“Uno di questi è il libro di testo. Analizzandone alcuni di 4° elementari mi sono concentrata sugli aggettivi che venivano utilizzati per i personaggi maschili e per quelli femminili. E il risultato è stato sorprendente. Gli uomini erano “audaci”, “coraggiosi”. Ma anche “irosi” e “violenti”. Mentre le donne erano “vanitose”, “pettegole”, oppure “dolci”, “sensibili” e “fragili”".

Intelligenti, mai…

“No, la dimensione che emerge per la sfera femminile è quella della debolezza. E per il lato maschile, anche se è presente la componente negativa dell’ira e della violenza, il concetto dominante è la forza. Ed è inutile dire come questo influenzi il comportamento dei ragazzini che un giorno diventeranno adulti. Ma non solo. A scuola si legittima e si giustifica una realtà che non esiste più. E si rimarca l’idea della differenza tra i sessi”.

Questo influenza anche i comportamenti tra bambini?

“Certo, se uno di loro è meno forte, meno maschio o più timido allora viene accusato di essere una femminuccia. Inoltre maschi e femmine si fanno un’idea distorta gli uni degli altri. Ma anche di se stessi”.

Torniamo ai libri di testo. Quali sono gli altri elementi che hai riscontrato?

“I personaggi maschili si muovono in spazi aperti e liberi, lavorano e si mostrano in pubblico. Mentre le femmine stanno chiuse in casa con il grembiule. Questa rappresentazione è chiaramente mutuata dalle fiabe. Ma le maestre, che dovrebbero invece spiegare ai bambini come questa dicotomia non corrisponda alla realtà, invece la seguono”.

Quindi è un paradosso: la scuola è per lo più femminile. Ma sono le stesse donne e maestre a replicare il modello di disparità?

“Già, ed è per questo che è particolarmente importante la formazione. All’Università di Firenze teniamo corsi universitari ad hoc. E presto seguirò una collana di testi per l’infanzia per Edt dedicata proprio alla questione di genere”.

E sui libri di testo cosa proponi?

“Devono cambiare. E devono essere adeguati e attualizzati. Con la consapevolezza che la parità di genere va insegnata. Fin da piccoli”.

Marta Serafini

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