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"Lo so, ho fatto un gesto estremo - dice e si racconta al telefono sulla strada di casa - perché a noi ci trattano come le ultime persone sulla faccia della terra, e non ci fanno sapere niente". Alza la voce, tutti l'ascoltano con timore: "Noi siamo il cuore pulsante della scuola - urla - Io la prossima volta mi brucio di nuovo". ...

We shall overcome

Internazionale
30 07 2013

Sono trascorsi due mesi dal referendum bolognese sui finanziamenti comunali alle scuole d’infanzia paritarie private. Ieri il consiglio comunale si è ritrovato in maniche di camicia, con il costume da bagno già in valigia, a votare sul da farsi. Cioè niente. Ci sono volute ben due lunghe sedute consiliari per appurarlo.

Il consiglio comunale di Bologna ha respinto l’atto di indirizzo presentato da Sel (in maggioranza) e dal M5s insieme a Federica Salsi, l’epurata da Grillo (all’opposizione). Le forze politiche che hanno appoggiato il referendum del 26 maggio chiedevano che si prendesse atto del risultato uscito dalla urne. Degli ottantaseimila votanti, cinquantamila (cioè il 59 per cento) si sono detti a favore dello spostamento dei fondi comunali dalle scuole d’infanzia paritarie private a quelle pubbliche.

Il Pd si è invece espresso con un ordine del giorno per il mantenimento dello status quo precedente al referendum, e i gruppi consiliari di PdL e Lega l’hanno votato, elogiando l’operato e la posizione della giunta comunale.

Il sindaco Merola ha ringraziato gli oppositori-alleati, specificando però che non si tratta delle prove generali di grandi intese anche a Bologna. In effetti viene da dire che qui si è piuttosto in presenza di “basse intese”, davvero infime, se ciò su cui Pd e PdL si sono trovati d’accordo è ignorare l’esito di una consultazione popolare.

Del resto, è pur vero che il “democratico” sindaco Merola l’aveva annunciato già prima del voto che nulla sarebbe cambiato, a prescindere dal risultato. Dunque tutto come da copione.

Probabilmente non c’era da aspettarsi granché di diverso da forze che portano avanti una politica di piccolissimo cabotaggio, di gestione minima dell’esistente, di attenzione a non urtare alcun equilibrio di potere, nella speranza che le persone si abituino un po’ alla volta alla cessione di sovranità, alla perdita di democrazia, che elaborino il lutto, e passino oltre stringendo ancora di un buco la cinghia.

Tanto meno ci si poteva aspettare uno strappo dagli alleati di maggioranza vendoliani, che hanno condotto il dibattito consiliare con argomentazioni giuste, ma solo dopo averle disinnescate in partenza con la premessa che la suddetta maggioranza non era in alcun modo in discussione.

È meglio specificare che, parlando di democrazia, non la si intende come ideale o come feticcio formale. La democrazia è prima di tutto un’attitudine pratica all’apertura, alla discussione, alla condivisione delle decisioni che riguardano una comunità attraversata inevitabilmente da disaccordi e conflitti. La democrazia è quell’insieme di pratiche imperfette che fanno attrito rispetto allo slittamento progressivo della società verso l’oligarchia, l’unanimismo e l’autoritarismo. Un processo che avanza non già a passo di marcia, ma per forza d’inerzia e per pusillanimità politica.

E i promotori del referendum, gli eroici spartani del Nuovo Comitato Articolo 33? Sono rimasti in Piazza Maggiore non stop per tre giorni e tre notti, dandosi il cambio su un piedistallo, come statue viventi, esponendo un cartello molto semplice: “Rispetto per il referendum”.

Infine, ieri, quando ormai è stato chiaro che i giochi erano fatti, hanno emesso l’ultimo comunicato, avanzando una richiesta provocatoria a tutto il consiglio comunale, maggioranza e opposizione trasversali: se dalla consultazione popolare non siete in grado di trarre alcuna conseguenza, né di tipo amministrativo né di tipo politico, abbiate il coraggio di modificare lo statuto comunale e cancellare lo strumento del referendum consultivo.

In effetti, dopo il voto consiliare di ieri che senso potrebbe mai avere chiedere di essere ancora consultati?

Del resto, basta alzare lo sguardo sull’Italia e constatare che, oltre a un parlamento eletto con una legge che avrebbe fatto invidia ai paesi del socialismo reale, abbiamo il secondo governo non eletto consecutivo, sorretto dalle medesime forze conservatrici.

Questa nazione è diventata una repubblica presidenziale de facto, senza elezione diretta del presidente. E attualmente è governata da una compagine tanto promiscua quanto immobile che riesce a compattarsi perfino di fronte a una plateale violazione dei diritti civili e internazionali come il caso Ablyazov.

Di fronte a tutto questo che importanza potrà mai avere un referendum consultivo ignorato? Ne ha. È il caso di preoccuparsi di ogni segnale che ci dice forte e chiaro a cosa dovremo fare fronte.

La partita bolognese finisce così, nel mezzo di questa lunga estate calda, ma resta l’esempio pratico di ciò che è successo, l’incredibile esperienza di lotta dal basso che ha sfidato i vertici della politica e dell’economia cittadina e li ha battuti sul campo. Resta il paradosso in cui questi si sono chiusi, incapaci di riconoscere la sconfitta, costretti a negare la realtà, arroccati dentro il palazzo, mentre fuori il mondo cade a pezzi (per dirla con Marco Mengoni).

I reduci della battaglia, che ieri si sono visti negare anche il minimo riconoscimento dei loro sforzi e della vittoria ottenuta insieme a cinquantamila bolognesi, non stanno a lagnarsi o a piangersi addosso. Raccolgono lancia, spada e scudo e tornano a lucidarli per la prossima occasione. Perché di questo almeno si può stare certi: non mancheranno le occasioni per ingaggiare ancora battaglia insieme a tutti coloro che vorranno esserci. In difesa della scuola pubblica e contro l’arroganza del potere politico.

“We shall overcome / some day…”

Non mostra i centimetri di pelle di Wonder Woman o di Catwoman. Ma, in quanto a superpoteri, non ha nulla da invidiare alle colleghe occidentali. La sua missione è però assai più ardita, perché reale: Burka Avenger, la "vendicatrice in burqa", la prima super-eroina "made in Pakistan" è una docile maestrina che, celando la sua vera identità sotto un velo integrale e un pastrano neri, sfoggia micidiali mosse di karate, e penne e libri che diventano armi magiche, per combattere contro degli sgherri che vogliono radere al suolo le scuole delle bambine. ...

Il bambino che voleva usare il bagno delle femmine

Corriere della Sera
25 07 2013

Da oltre un anno Coy Mathis, che ha 6 anni e frequenta la prima elementare in Colorado, si veste come una bambina. I genitori hanno spiegato alla sua scuola che Coy si sente femmina, pur essendo biologicamente maschio. Hanno ottenuto che il suo passaporto la riconosca come una bambina.

Ma lo scorso dicembre, la mamma ha ricevuto una telefonata dalla scuola. La avvertivano che Coy non avrebbe più potuto usare il bagno delle femmine, come aveva fatto fino ad allora. Poteva usare quello dei maschi, oppure quello “misto” degli insegnanti.

E’ iniziata così la battaglia dei coniugi Mathis, seguita dai più importanti media americani: hanno fatto ricorso alla commissione diritti civili del Colorado, in nome della legge contro la discriminazione in vigore nello Stato.

Il risultato: la scuola di Fountain-Fort Carson è stata giudicata colpevole di discriminazione nei confronti di Coy.

“Negandole il diritto di usare il bagno delle bambine come tutte le sue coetanee si e’ creato un ambiente ostile, discriminatorio e insicuro”, ha dichiarato la commissione, affermando che la scuola ha tentato di convincere Coy ad ignorare la propria identità di genere.

E’ accaduto in una cittadina del Colorado che si trova vicino a Colorado Springs, in una zona conservatrice dello stato. La scuola si è difesa in passato dichiarando di “aver tenuto conto non solo delle esigenze di Coy ma anche di quelle degli altri studenti, dei loro genitori e dell’effetto che un ragazzino con genitali maschili che usa il bagno delle ragazze potrà suscitare quando Coy crescerà”.

In realtà, in America, le regole in casi come questo sono diverse di Stato in Stato. A New York, ad esempio, la legge dice che gli studenti non possono essere discriminati sulla base dell’identità di genere, mentre invece un tribunale del Maine ha concluso in passato che una scuola che aveva impedito ad una bambina transgender di usare il bagno delle femmine non avrebbe violato i suoi diritti.

Per le associazioni che difendono i diritti dei bambini transgender, la vittoria di Coy rappresenta una decisione importantissima.

Ma da notare è anche il modo in cui questa storia è stata spesso percepita dal pubblico. Tra le migliaia di commenti ad un articolo su Coy pubblicati di recente sul sito della Cnn, per esempio, molti esprimevano dubbi sul fatto che un bambino così piccolo possa avere consapevolezza della propria identità di genere, e accusavano i genitori di aver sbagliato ad “assecondarlo”; qualcuno li accusava poi di avere come obiettivo la notorietà personale.

Gli esperti interpellati dai media americani dicono però che già intorno ai 3 anni un bambino può mostrare i primi segni di identificazione con un sesso diverso da quello cui appartiene biologicamente. La consapevolezza di questa identità di genere, spiegano, non va confusa con l’orientamento sessuale, che si sviluppa solo successivamente. “L’identità di genere riguarda chi siamo – ha spiegato una pediatra in tv sulla Cnn -, mentre l’orientamento sessuale riguarda con gli vogliamo avere rapporti sessuali”.

La decisione presa in Colorado ha anche respinto l’obiezione della scuola che nel certificato di nascita Coy è identificato come un maschio, in quanto documenti legali e medici successivi riconoscono che e’ una femmina. La commissione anche aggiunto che “le ricerche recenti mostrano che categorizzare i bambini come maschi e femmine solo sulla base dell’anatomia è un approccio semplicistico in una questione difficile e complessa”.

Viviana Mazza

Il preside sacerdote che abusava degli alunni

  • Giovedì, 18 Luglio 2013 13:57 ,
  • Pubblicato in Flash news

Giornalettismo
18 07 2013

Arrestato con l’accusa di abusi sessuali perpetrati su una dozzina di alunni, tutti di età compresa tra i 12 e i 14 anni. A finire in manette è il preside del Colegio Salesianos ”San Ignacio” di Cadice, nel sud della Spagna.

IL SESSO NON ERA UN TABÙ” - La maggior parte degli studenti dell’istituto, racconta l’Huffungton Post spagnolo, si è detta “sbalordita” dalla notizia: l’insegnante, di cui sono state rese note soltanto le iniziali del nome, F.J.L., ha quarant’anni e ha insegnato anche in diverse classi della scuola.

Una studentessa, che ha preferito mantenere il proprio anonimato, racconta che nelle ore di lezione tenute dal preside il sesso non era mai un argomento tabù: “Scherzavamo spesso, ma non avremmo mai sospettato che potesse commettere abusi: non avevamo mai sentito una parola in proposito”. E ancora: “Abbiamo parlato spesso degli abusi commessi dai sacerdoti e lui diceva che era una montatura, una polemica esagerata, e che i c’erano più pedofili tra i medici che non tra i sacerdoti”.

PENE CORPORALI E MINACCE - La notizia ha fatto rapidamente il giro della scuola, tra lo stupore e lo sbigottimento degli studenti: a essere vittime degli abusi sarebbero stati soltanto ragazzi, e non si hanno notizie di studentesse coinvolte.

Fonti vicine agli inquirenti hanno rivelato come l’uomo fosse solito infliggere severe pene corporali agli studenti, e che ne avrebbe profittato per cercare un contatto fisico con gli alunni senza che questi fossero consenzienti, minacciandoli perché non rivelassero a nessuno l’accaduto.

Secondo la polizia, ora che la notizia è diventata di dominio pubblico, potrebbero uscire allo scoperto altre vittime, che fino ad oggi avevano taciuto gli abusi subiti.

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