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L'istruzione pesa sempre meno nel bilancio dell'Italia. Si svalutano i titoli di studio, gli insegnanti, gli studenti, le scuole, mentre dovrebbero essere la priorità. Insomma, se esistesse un G8 della conoscenza, l'Italia ne resterebbe fuori. ...

Palermo, una scuola "ghetto" per bambini autistici?

  • Mercoledì, 03 Luglio 2013 10:59 ,
  • Pubblicato in Flash news
L'inkiesta
03 07 2013

Approvata mozione per aprire una scuola dedicata ai bambini autistici, poi il comune fa dietrofront

Un ghetto per bambini autistici? La mozione approvata dal consiglio comunale di Palermo il 22 maggio scorso, che prevedeva l’«istituzione di una scuola materna per bambini affetti da sindrome autistica», ha creato nel capoluogo siciliano un vespaio di polemiche. Da una parte, i consiglieri – che hanno votato all’unanimità la proposta (33 sì su 33 presenti) – sostengono che sì «la mozione forse non era scritta un granché bene, ma comunque l’obiettivo era dare maggiore assistenza, non discriminare». Dall’altra, l’assessore comunale alla Scuola Barbara Evola assicura: «La scuola non si farà». Ma dall’Associazione genitori soggetti autistici solidali (Agsas) dicono: «Questa del comune di Palermo è un’apertura importante verso l’autismo. L’idea di avere personale altamente qualificato già alla scuola materna potrebbe risolvere molti problemi».
 
Nella deliberazione del Consiglio (clicca sull’immagine sopra per leggere il documento completo), viene premesso che «nella città di Palermo si stimano 500 bambini di età compresa tra 0-6 anni affetti dalla patologia» e che la scuola materna è «uno degli strumenti di educazione e socializzazione a disposizione degli Enti locali». E per questo motivo, in virtù della legge 104 del 1992, si riteneva di «dover dare pari opportunità educative e di socializzazione a tutti i soggetti frequentanti la scuola materna». L’istituzione della scuola, a «orientamento cognitivo-comportamentale con personale specializzato in tecniche validate a livello mondiale (Aba, Teacch, Pecs)», sarebbe stata affidata, come si legge nel documento, alla onlus Agsas, Associazione genitori soggetti autistici solidali di Palermo, che già nel 2012 aveva presentato al comune il progetto “Educazione Infanzia” per l’integrazione dei bambini autistici sin dall’asilo.

Le scuole speciali sono state abolite proprio dalla legge 104 citata nella mozione, si è ricordato da più parti. La questione è arrivata fino alla politica nazionale, quando il deputato palermitano del Pd Davide Faraone ha denunciato l’accaduto: «La mozione approvata all’unanimità dal Consiglio comunale di Palermo per la costituzione di una scuola materna speciale per i bambini affetti da autismo ci riporta indietro di secoli. Questa proposta si pone fuori dalla legge italiana sull’integrazione dei bambini disabili a scuola, che è una tra le più avanzate al mondo. Così aumenterebbe il grado di discriminazione e di allontanamento dal resto della società. L’autismo ha bisogno di un sostegno e cura particolari, non di isolamento o sezioni speciali».  

«Il consiglio comunale ha stabilito delle cose in maniera impropria», commenta l’assessore comunale alla Scuola Barbara Evola. «La mozione è infelice nei contenuti. In ogni caso la scuola non si farà, perché non è voluta né è prevista dalla legge, in quanto nega il percorso di integrazione previsto dalla legge stessa». Certo, «l’esigenza dei genitori di avere più servizi in un unico centro polifunzionale che possa evitare alle famiglie di andare da una parte all’altra della città è stata espressa da più voci». Ma, insomma, non è così che si risolve.
«Siamo molto dispiaciuti per quanto accaduto», dice Paolo Caracausi, consigliere palermitano dell’Italia dei valori che ha presentato la mozione con il collega Francesco Mazzola, «l’idea era quella di fare una scuola materna aperta a tutti, ma che avesse dei servizi aggiuntivi specifici per i bambini affetti da autismo. Tant’è che nella mozione la legge 104 del 1992 viene citata. Magari è stata scritta male, ma il nostro obiettivo era quello di dare maggiore assistenza ai bambini, non di fare una scuola ghetto».

L’associazione Agsas, citata nella delibera ma poi successivamente cancellata tra due parentesi quadre (vedi sopra), precisa di «non avere mai avuto l’intenzione di chiedere l’istituzione di classi speciali, poiché da sempre si batte contro la ghettizzazione dei soggetti autistici». L’iniziativa del Comune, spiega Luigi Aloisi, presidente di Agsas, «rappresenta un’apertura verso l’autismo . Se si riesce a creare una classe con personale altamente qualificato, allora vuol dire che il Comune di Palermo è proiettato nel futuro. Potrebbe essere il primo Comune a farlo, un esempio da imitare». Niente scuole speciali, insomma, come da più parti è stato denunciato, «ma un servizio dove normotipici e autistici convivono per pari opportunità e socializzazione».

La vera ghettizzazione, denuncia Aloisi, «è voler mantenere lo status quo con insegnanti di sostegno nelle scuole, specializzate in handicap fisici e sensoriali, che non capiscono nulla di autismo e che creano un handicap nell’handicap. L’insegnante di sostegno presenta al bambino autistico relegato in fondo alla classe un programma diversificato rispetto agli altri bambini. Il bambino magari urla vedendosi trattato diversamente e allora viene portato fuori. È questa la ghettizzazione». Cominciare a lavorare dalla scuola materna, invece, potrebbe essere la soluzione. «Avere personale specializzato in deficit cognitivo-comportamentali sin dalla più tenera età, che prepari il bambino autistico al rapporto con i suoi coetanei, potrebbe eliminare anche la necessità dell’insegnante di sostegno alle elementari». A Palermo, «gli asili sono 26. Se per ogni asilo ci fosse una classe con personale specializzato, avremmo risolto il problema dell’autismo in città. Nel pieno rispetto della legge 104».

Lidia Baratta
Twitter: @lidiabaratta
 

Il Fatto Quotidiano
27 06 2013

Dopo Bologna, l’Italia. A 30 giorni esatti dal referendum sui finanziamenti pubblici alle scuole d’infanzia paritarie private, consultazione che ha decretato la vittoria dell’opzione ‘A’, quella che vorrebbe abrogare la convenzione cittadina e destinare tutti le risorse pubbliche disponibili agli istituti comunali, Articolo 33, comitato promotore della chiamata al voto, festeggia il ‘mesiversario’ facendo il punto della situazione. E tracciando gli obiettivi che i referendari si prefiggono per “cambiare una situazione che prosegue da 20 anni”: ottenere, prima di tutto, “l’abrogazione della convenzione”, riconsegnando alla scuola pubblica quel milione di euro oggi erogato agli istituti paritari privati, per la maggior parte confessionali, e poi esportare il modello Bologna in tutte le città italiane. Alcune delle quali “sono già al lavoro per organizzare un proprio referendum: da Bari a Milano, da Bergamo a Modena, a Brescia, a Roma”.

“Auspichiamo che il modello che, come cittadini, abbiamo creato qui a Bologna sia applicato in altre città – spiegano i referendari – perché in un momento così difficile per la scuola, fatto di tagli, carenze di personale e difficoltà oggettive legate a un quadro normativo del tutto sfavorevole, non possiamo permetterci che le risorse siano distratte verso altre realtà che non siano quelle comunali, pubbliche. La scelta deve quantomeno spettare ai cittadini”.

Cittadini come i 50.515 che il 26 maggio scorso sotto le due Torri hanno barrato l’opzione ‘A’, chiedendo al Comune di Bologna di cancellare la convenzione che attualmente devolve soldi pubblici a istituti privati, “cittadini che vogliono tutelare l’infanzia dei bambini, e cioè la scuola” e che “vogliono sostenere tutte quelle famiglie che vorrebbero iscrivere i propri figli agli asili e alle materne, ma che per via dei posti limitati finiscono o in lista d’attesa, o sono costretti a scegliere il privato, trovandosi a dover sostenere costi molti alti”.

A Bologna sull’esito del referendum, e quindi sulla convenzione tuttora in vigore, si parlerà il 29 luglio prossimo in Consiglio Comunale. Una discussione che probabilmente avrà toni accesi se si pensa che a maggio, proprio sulla consultazione, la maggioranza si era spaccata a metà : Sinistra Ecologia e Libertà con il Movimento 5 Stelle e Articolo 33, da un lato, il Pd dall’altro, schierato con il Pdl, la Curia, Confindustria “e con tutti gli apparati dell’estabilishment cittadino”, per usare le parole del direttore di MicroMega, Paolo Flores D’Arcais. Per questo, in vista “di quell’importante appuntamento”, Articolo 33, esattamente un mese dopo la chiamata alle urne, ha lanciato una campagna denominata ‘Post it’. Una serie di iniziative volte “a ricordare, prima di tutto al sindaco Virginio Merola, impegnato a sostenere l’opzione B e a salvare la convenzione, cos’hanno decretato con il proprio voto i cittadini”, la prima un flash mob di ‘post it umani’.

“Lo statuto – spiegano i referendari – dice che entro 60 giorni dalla consultazione il consiglio comunale deve deliberare, speriamo che nel farlo si tenga conto della volontà popolare. Noi siamo qui per ricordare l’esito della consultazione a chi siede sulle poltrone di Palazzo D’Accursio e abbiamo scelto questa campagna proprio perché i post it servono a rammentare ciò che rischiamo di dimenticare”.

“L’estate fa sudare, non dimenticare”, “il 26 maggio la città ha scelto la scuola pubblica” sono solo alcuni degli slogan scritti sui cartelli indossati dai ‘post it umani’ che hanno affollato il cortile del palazzo comunale il giorno del ‘mesiversario’ del referendum, proprio in contemporanea alla giornata conclusiva dell’istruttoria pubblica sulla scuola dell’infanzia organizzata dal Comune di Bologna. In contemporanea Massimo Bugani, consigliere comunale del Movimento 5 Stelle, ha lanciato un’idea che piace molto ai referendari.

“Tutti hanno mentito sapendo di mentire nel dire che senza quel milione alle private 1700 bambini sarebbero rimasti fuori dalle scuole dell’infanzia – spiega Bugani – quelle risorse coprono circa 350 – 400 posti che possono essere resi disponibili nelle scuole comunali semplicemente ridestinando al pubblico il denaro che la convenzione oggi eroga al privato. A quel punto resterebbero ‘fuori’ circa 150 bambini, che per il momento dovrebbero ricorrere ancora alle paritarie: per loro però potrebbe contribuire la Curia, si tratterebbe di un investimento di circa 200.000 euro l’anno. Certo, con tutti i vantaggi di cui gode, con tutti gli sgravi fiscali che le sono riconosciuti potrebbe valutare un impegno simile”.

“Non pretendiamo che un sistema in vigore da vent’anni sia smantellato in pochi giorni – precisano i referendari – ma dal Comune ci aspettiamo almeno un primo passo: che la convenzione sia ridotta. Noi, comunque, non ci arrenderemo, e se non saremo ascoltati allora il sindaco per primo dovrà rispondere davanti ai cittadini per non aver rispettato la volontà popolare”.

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