Il Fatto Quotidiano
13 06 2013

Nelle scuole italiane ci sono buone pratiche per educare gli studenti e le studentesse al “genere”. Con questo termine si intendono tutte le lezioni e gli incontri che cercano di rompere gli stereotipi che riguardano il ruolo sociale, la rappresentazione e il significato dell’essere donne e uomini. Questi stereotipi – secondo i quali, ad esempio, le donne sarebbero destinate a svolgere certe mansioni, come essere dedite alla cura dei figli, degli anziani e della casa, e gli uomini invece fatti per il lavoro che produce reddito e la carriera - sono contenuti anche nei libri di testo. Lo dimostrata Irene Biemmi, ricercatrice universitaria, che ha analizzato dieci manuali per le scuole primarie e ha condensato il suo lavoro nel libro “Educazione sessista, stereotipi di genere nei libri delle elementari”.


Tiene corsi di educazione al genere partendo dall’analisi dei messaggi che arrivano dai media Lorella Zanardo, autrice de “Il corpo delle donne“, che dai suoi centinaia di interventi con le studentesse e gli studenti ha tratto il libro “Senza chiedere il permesso”. “Negli incontri, che spesso avvengono in scuole difficili, lavoro da sola oppure con un team di esperti di media – spiega Zanardo – Registriamo quotidianamente i programmi che le ragazze e i ragazzi guardano, come ad esempio “Uomini e donne” (trasmissione televisiva in onda su Canale 5 dal lunedì al venerdì alle 14.45, ndr), e poi li analizziamo, senza criticarli ma dando indicazioni su come viene usata la telecamera, come vengono fatte le inquadrature, che rappresentazione viene data degli uomini e delle donne. Quando gli studenti e le studentesse vedono che usiamo un linguaggio a loro familiare, quello delle immagini appunto, si aprono, si mettono in discussione. Ci accorgiamo che sono curiosi, avidi di apprendere nuovi punti di vista, spesso incapaci di esprimere i pensieri che hanno”.

Molti corsi sono stati tenuti in Toscana, dove Zanardo ha realizzato il progetto “Nuovi occhi per i media”, durante il quale ha formato 15 figure in “media education” che a loro volta hanno tenuto lezioni a 16mila studenti in due anni. Anche in Trentino Zanardo e il suo team hanno formato 15 esperti, neolaureati, che insegneranno educazione ai media e al genere in 100 scuole della Regione. “Metà del nostro lavoro è volontario, l’altra metà invece viene finanziata da enti e associazioni. Il problema è che riusciamo a soddisfare soltanto una piccola parte delle richieste”. Zanardo aggiunge poi che ci sarebbe bisogno di corsi di genere che al loro interno si occupino nello specifico di educazione sessuale, vista l’ignoranza persistente che regna tra i giovani nonostante l’invasione di pornografia che arriva anche da Internet. “E questo lo dico da madre di figli che frequentano le scuole a Milano, in cui parlare di questi temi è ancora tabù”.

Proprio di educazione alla sessualità e al genere si occupa l’associazione “L’ombelico” che ha diversi progetti a Milano e a Roma. A Milano “L’ombelico” ha organizzato in più di 60 classi, per un totale di 12 scuole primarie, l’iniziativa “Parole dette e non dette”, per prevenire le violenze sessuali e fornire consapevolezza sul proprio corpo. “Ragioniamo su cosa vuol dire essere maschi e femmine, su come ci rapporta alla sessualità anche in base alle diverse età, su come si crea il rispetto di sé e degli altri”, spiega Stefania Girelli, educatrice e coordinatrice dell’associazione. Un altro progetto, in corso a Roma, dal titolo “E se non fosse la cicogna? Le parole che aiutano grandi, piccoli e piccole a parlare di sessualità” è diretto ai genitori dei bambini che vanno agli asili nido, per aiutarli a combattere gli stereotipi di genere che si propongono, anche a livello inconscio, già dai primi mesi di vita. “Abbiamo deciso di iniziare dai genitori che hanno bimbi così piccoli perché è necessario che sviluppino presto consapevolezza rispetto a certe tematiche. Dagli incontri nelle scuole primarie, infatti, ci siamo accorti che i bambini di 9 e 10 anni sono già a contatto con la pornografia, che fruiscono attraverso siti porno e videogiochi collegati con chat, nell’inconsapevolezza totale delle famiglie”, dice Girelli. “L’ombelico” ha attivato poi il progetto “Io sono speciale”, un corso di educazione alla sessualità, alle scuole Baricco di Torino, Micca di Milano e Rovani di Sesto San Giovanni, in provincia di Milano. L’anno prossimo, invece, partiranno a Milano e Concorezzo, provincia di Monza e Brianza, corsi di formazione per insegnanti e genitori. Nel loro lavoro gli operatori de “L’ombelico” ispiriamo al documentario “Bomba libera tutti”.

E’ promosso dall’Unione donne in Italia (Udi) il progetto attivo da quattro anni a Modena, finanziato con il contributo della Fondazione cassa di risparmio di Modena e tenuto da Serena Ballista e Judith Pinnock, educatrici e autrici dei manuali “Bellezza femminile e verità, modelli e ruoli nella comunicazione sessista” e “A tavola con Platone”. Le scuole coinvolte quest’anno sono Venturi e Selmi di Modena e l’intera scuola media di Nonantola. “Facciamo dei laboratori di quattro incontri, di due ore ciascuno, che hanno come scopo il contrasto alla violenza di genere, che può sfociare, come dimostrano i tristi casi di cronaca riportati dai media, nel femminicidio – spiega Pinnock. – Inoltre ci occupiamo del tema della pubblicità sessista. Da parte delle studentesse e degli studenti, in genere, le reazioni ai nostri interventi didattici sono positive”. Le Udi di tutta Italia, all’interno della campagna “Immagini amiche”, hanno organizzato incontri di confronto in molte altre scuole d’Italia ma quello di Modena resta il solo con valore didattico. “Al Selmi – continua Pinnock – l’anno scolastico 2011/2012 è finito con temi su tracce legate alle tematiche di genere, che poi sono stati regolarmente valutati”.

La Provincia di Milano ha invece avviato il progetto – promosso dalla consigliera di Parità uscente Tatiana Biagioni – “Impari a scuola” che lo scorso anno ha coinvolto gli istituti milanesi Pisacane e Poerio, Beltrami, Molinari, Cfp Terragni. Attraverso tre incontri di due ore ciascuno ha formato gli insegnanti per fare in modo che l’educazione di genere venisse integrata con il resto delle materie come storia, storia dell’arte e italiano. Inoltre in alcune scuole, come al liceo tecnologico Molinari, sono stati creati dei moduli ad hoc per sensibilizzare gli studenti e le studentesse sulle tematiche di genere che hanno portato alla realizzazione di un video in cui, attraverso interviste, si dà uno spaccato di quali sono i ruoli all’interno delle famiglie degli alunni, e di un progetto di toponomastica.

Anche la Provincia di Monza ha aderito al progetto: nella scuola Elisa Sala, dopo il primo anno di sperimentazione, è stato inserito nel piano di studi un modulo permanente dedicato alle questioni di genere. Oltre alla formazione dei docenti, ci sono progetti anche per i genitori. Dopo una resistenza iniziale, sono in molti quelli che hanno partecipato agli incontri, durante i quali è stato proiettato il video “Ma il cielo è sempre più blu”.

Un’altra iniziativa, che deve ancora partire, si chiama “La filosofia è maschia” rivolto alle scuole superiori, ideato da Fiammetta Mariani, specializzanda in filosofia alla Sapienza di Roma, in collaborazione con Lorenzo Gasparrini, dottore di ricerca in Filosofia estetica sempre alla Sapienza. L’obiettivo del progetto è di offrire una “controdidattica” di genere in grado di fornire strumenti critici a ragazzi e ragazze su temi e questioni urgenti. “Il punto di partenza – racconta Mariani – è la decostruzione della didattica filosofica legata al pensiero della tradizione e mai sdoganata da una sostanziale narrazione patriarcale che esclude le donne”. Il progetto ha partecipato al contest di finanziamento dell’Associazione italiana per l’educazione demografica.

Roma, firma la petizione per salvare la scuola Pisacane

  • Giovedì, 06 Giugno 2013 10:42 ,
  • Pubblicato in Flash news

Frontiere news
06 06 2013

Roma, quartiere di Torpignattara. La scuola elementare Carlo Pisacane versa ormai da svariati anni in condizioni insostenibili: muri fatiscenti, sporcizia, reti idrauliche dei sanitari in bella mostra, spazi esterni completamente abbandonati. Situazione che ha del paradossale se si considera che la Pisacane, esclusivamente grazie alla passione degli insegnanti, riesce a fornire una preparazione interculturale e una didattica formativa ben al di sopra della media dei restanti istituti della Capitale.

Lo racconta Leila, la mamma di una bambina di cinque anni che l’anno prossimo frequenterà la scuola in questione, che spiega a Save The Children come lei ed altri genitori abbiano dovuto (e voluto) pulire e imbiancare autonomamente l’edificio per permettere ai bambini di studiare in un ambiente migliore: “Il Municipio ci aveva negato il permesso di sistemare la scuola, ma noi siamo andati lo stesso. Nessuno avrebbe avuto il coraggio di multarci mentre facevamo gratis un lavoro al posto del Comune.”.

Nonostante questo interesse dei genitori, dalle istituzioni non arrivano risposte riguardo eventuali lavori di serio recupero; per questo le famiglie e Save The Children stanno promuovendo una petizione che possa dare il via agli interventi da parte di personale competente. La Pisacane, ad ogni modo, è solo la punta di un iceberg: la maggior parte degli edifici scolastici (il 15% di quelli censiti) sono stati costruiti prima del 1945.

Secondo i dati forniti dal MIUR, solo il 30% delle strutture ha meno di 30 anni e appena l’8% è stato progettato secondo le normative antisismiche, nonostante l’elevata sismicità del territorio italiano. Un edificio su due, addirittura, non dispone nemmeno di una scala di sicurezza esterna.

FIRMA LA PETIZIONE A QUESTO LINK

Omosessualità, i tabù della scuola

Il Fatto Quotidiano
05 06 2013

Ancora un ragazzo che tenta di farla finita perché gay. Un sedicenne che si lancia dal balcone della scuola durante l’intervallo. Forse non ha scelto a caso quel luogo che lo avrebbe dovuto accogliere, comprendere. E’ accaduto nei giorni scorsi a Roma all’istituto nautico Colonna. Prima di lanciarsi nel vuoto ha detto all’amica del cuore: “Solo tu e mia madre mi capite, ma io non posso andare avanti così. Voglio morire”. Qualche giorno prima su Facebook aveva scritto: “Basta, non ce la faccio più davvero. Adesso mi prendono in giro anche sulla metropolitana”. Ma nessuno sembra essersi accorto. Il preside dell’istituto ha detto che il ragazzo non ha mai mostrato segnali di disagio e per i compagni del ragazzo ha previsto l’arrivo in classe dello psicologo di turno. Qualche giorno fa un 17enne aveva scritto una lettera a La Repubblica: “Io sono gay, ho 17 anni e questa lettera è la mia ultima alternativa al suicidio in una società troglodita, in un mondo che non mi accetta sebbene io sia nato così”.

Ora mi chiedo: ma dov’è la scuola? Dov’erano gli insegnanti del ragazzo di Roma per non vedere il disagio di quel sedicenne? Perché in quella scuola non si è mai affrontato questo tema? Nelle classi parlare di gay resta un tabù. Vietato. Le parola sesso e ancor più omosessuale sono vietate. Qualche anno fa in una classe quinta della primaria lessi un articolo che parlava di uno studente americano che si era gettato dalla finestra perché l’amico l’aveva sorpreso a baciarsi con un compagno e l’aveva fotografato. Il giorno seguente mi ritrovai a scuola otto mamme: “La prego non parli più di queste cose. Sono troppo piccoli”. Ricordo che dopo aver spiegato a queste donne che proprio i loro figli si prendevano in giro con parole come finocchio, gay, ricchione, feci una provocazione lasciandole attonite: “Ma voi sapete che uno dei vostri figli potrebbe essere omosessuale?”. Al giorno d’oggi la stima dell’ “uno su venti” è stata adottata dall’Organizzazione mondiale della sanità. Abbiamo tremendamente bisogno di cambiare il dizionario della scuola: dobbiamo iniziare a parlare di omosessualità già alla scuola primaria dove secondo una ricerca condotta sull’indice della presenza reale del fenomeno del bullismo omofobico il 13,9 % dei ragazzi della primaria si è sentito preso in giro con parole come frocio; mentre nella secondaria di primo grado il 9,5% e alle superiori il 2,9%.

Ecco perché l’altro giorno ho letto con i miei ragazzi l’articolo che parlava di questo ragazzo che ha tentato il suicidio. Le prime volte che ho parlato di gay anche nella mia classe spuntavano i sorrisetti: nessuno aveva mai parlato loro di questi argomenti. Ora non capita più.

Un’Italia che aspira ad avere una legislazione che assicuri il diritto al matrimonio gay e le adozioni per le coppie omosessuali deve partire dalla scuola.

A #Bologna si riparte da 50.000

  • Lunedì, 27 Maggio 2013 08:30 ,
  • Pubblicato in Flash news
Giap
27 05 2013

E così l’esercito di Serse è stato battuto. Cinquantamila bolognesi (59%) hanno risposto alla chiamata dei referendari e hanno votato A, contro circa 35.000 che hanno votato B (41%).

In totale poco più del 28% degli elettori. Una percentuale che a botta calda consente ai sostenitori della B, il Partito Democratico in testa a tutti, di provare a sminuire la valenza del voto e di spingersi a dire che “si è trattato di una battaglia ideologica che non interessa la gran parte dei cittadini. I bolognesi hanno capito che la sussidiarietà è la chiave di volta laddove lo Stato non riesce ad arrivare” (E. Patriarca). Come a dire: non è successo niente, tireremo diritto.

Invece qualcosa è successo, per quanto possano fare i finti tonti. Il PD infatti non ha sostenuto la linea dell’astensione, ha fatto l’opposto, ha mosso le corazzate e l’artiglieria pesante per mandare la gente a votare B. Si è speso il Sindaco in prima persona (che ha mandato una lettera a casa dei bolognesi per invitarli a votare B, e ha fatto un tour propagandistico per tutti i quartieri), gli assessori, il partito locale, i parlamentari da Roma… Ai quali si è aggiunta la propaganda nelle parrocchie, quella del PdL, della Lega Nord, di Scelta Civica, della CISL, e gli endorsement di Bagnasco, di Prodi, di Renzi, di due ministri della repubblica, più le dichiarazioni di Ascom, Unindustria e CNA.

Questa santa alleanza contro i perfidi referendari ideologici è riuscita a muovere soltanto 35.000 persone (incluse le suore, le prime a presentarsi ai seggi ieri mattina). Significa che una buona parte dell’elettorato di quei partiti e dei fedeli cattolici, ha disobbedito agli ordini di scuderia ed è rimasta a casa oppure ha votato A.

Invece un comitato di trenta volontari, appoggiato solo da un paio di partiti minori e qualche categoria sindacale, che ha raccolto l’appoggio di tutti gli ultimi intellettuali e artisti di sinistra rimasti in Italia, ha portato a votare quindicimila persone in più.

Questo dato politico è il più interessante e pesante.

Da un lato perché significa che il tema della riaffermazione del primato della scuola pubblica rompe gli schieramenti, i vincoli d’obbedienza, le usuratissime cinghie di trasmissione, e allude a una sinistra reale che potrebbe e dovrebbe ricostruirsi a partire da alcuni temi fondativi.

Dall’altro lato perché se con le percentuali si può giocare al ribasso o al rialzo, invece con i numeri assoluti c’è poco da fare, vanno presi come sono. E cinquantamila sono esattamente la metà dei voti che Virginio Merola ha preso nel 2011, quando è stato eletto sindaco. Se questa giunta e questa classe dirigente hanno intenzione di tirare diritto, come traspare dalle prime dichiarazioni, dovranno considerare l’eventualità concreta che la marcia, scandita a ogni passo dall’incertezza e dalla paura, termini con una disfatta. Le notizie che giungono dalla capitale non saranno di conforto per lorsignori: un altro mix micidiale di scarsa affluenza e sconfitta; disgusto per gli schieramenti politici e per qualcuno più che per altri.

La risposta a tutto questo è quella di Bologna: organizzazione dal basso e ingaggio della cittadinanza sui temi importanti, sulle scelte di indirizzo. La dimostrazione che “si può fare”.
Dunque oggi si riparte da qui. Da quota cinquantamila. Avanti.

La 27esima ora
10 05 2013

“Eh, no, stasera non possiamo vederci. Ecco… è che stasera devo… ridipingere i muri della classe di mio figlio… sai com’è, hanno tagliato i più fondi, così…”

Genitori di corvée.

Coi bidoni di tinta dai colori allegri a tirare a lucido pareti incupite dal tempo o davanti ai fornelli a spadellare e a fare torte e marmellate da vendere sui banchetti nell’atrio.

Spediti in biblioteca a fare i turni, per scoprire che basta un anno di distanza di età da tuo figlio e c’è un abisso quanto a “gusti letterari”.
Chiusi nella saletta giù in fondo alle scale a catalogare i regali – questo proprio no, lo buttiamo, troppo rovinato; questo sì, sì, questo va bene, ecco mettiamolo qua, questo cosa dici? Potrà piacere ai bambini? – per la lotteria di cui poi vendere i biglietti a tutto il parentado (magicamente in queste occasioni si riscoprono proprio tutti i parenti, sai quello zio che non sentivi da tanto tempo? Ecco, mamma, lo comprerà no un biglietto, costa “solo” 2 euro), ai vicini di casa, ai colleghi dell’ufficio con cui è una sorta di scambio, io li compro a te e tu li compri a me e poi ci sono anche i benefattori “senza scopro di lucro”, come il collega single che non fa mai mancare il suo contributo e anche il parrucchiere da cui vai da tanti anni ed è come fosse tuo zio e dove conosci tutte le clienti…
 
Più difficile mettere la mano del volontario là dove servono certificazioni, bisogna aver la fortuna di avere nel “portafoglio genitori” lo specialista.
Ognuno dà quel che può in termini di tempo e di aiuto.

Lo fanno già da anni, i genitori di tutta l’Italia. Ma bisognerà intensificare l’azione dopo l’allarme lanciato ieri dal presidente dell’Unione province d’Italia Antonio Saitta:
 ”Con i tagli previsti dalla spending review l’apertura di tutte le scuole per il nuovo anno scolastico è a rischio - ha detto -. In particolare, il 7-8% per cento degli edifici ha bisogno di lavori per l’estate che non possono essere fatti per il patto di stabilità. Ci vuole coerenza del governo e di tutta la classe politica. Letta ha detto che ci sara’ un piano di edilizia scolastica. Agisca”.

Già, agisca presidente, perché se non si riparte da qui, proprio non si riparte.

Su quasi 2 miliardi di spese messe in programma per il 2013 le Province dovranno rivedere al ribasso i loro impegni per oltre 900 milioni (430 milioni per il funzionamento e 513 per gli investimenti). Una palestra su quattro potrebbe restare chiusa per le attività pomeridiane. Le Province gestiscono più di 5mila edifici scolastici per un totale di oltre 117mila classi.

Ma se è vero che la scuola dovrebbe funzionare di per sé e non cadere a pezzi visto che paghiamo le tasse, è anche vero che quest’obbligo dei genitori di darsi da fare ha anche degli indubbi risvolti positivi.

 “Sono un grande occasione di incontro, di conoscenza e di scambio di esperienza”, dice Federico Steiner, professionista della comunicazione ma per nove anni (ha tre figli) nel consiglio di istituto (di cui 6 da presidente) del comprensivo Pascoli, cui fanno capo due elementari (Ruffini e Rasori) e una media inferiore (Mauri) in una zona centrale di Milano.

“Abbiamo sempre dedicato le raccolte fondi a progetti specifici, mai in modo indistinto”.

L’ultimo, durato tre anni, è assolutamente professionale: la completa ristrutturazione degli impianti sportivi della media Mauri, “un esempio di virtuosa ed efficiente collaborazione tra pubblico e privato”, dice Steiner.

Lì sono stati anche fortunati perché avevano molte competenze in casa…. Un papà architetto ha fatto il progetto, ovviamente a titolo gratuito; insieme al dirigente scolastico sono andati in Comune a presentarlo a due assessorati, “ e loro hanno detto “bellissimo, noi possiamo fare questo e questo, ma questo no” e la parte mancante l’abbiamo fatta noi selezionando le ditte per le attrezzature sportive…” Adesso c’è una palestra tutta nuova e campi sportivi che saranno inaugurati a breve dall’assessore al Benessere, Sport e Tempo libero del Comune di Milano Chiara Bisconti.

 “Quella del genitore che vuole rendersi partecipe è una esperienza di servizio – dice ancora Steiner -. Per usar una frase molto detta ma vera, la scuola è innanzitutto la vita degli studenti e dei professori, mentre per i genitori è un momento importante ma di passaggio. Per i professori è la loro vita quotidiana. Se arrivi con approccio di chi dice “non funziona niente, adesso metto tutto a posto io” non ottieni niente. Invece, tenendo conto che è un momento fondamentale di formazione per tuo figlio, affiancarti alla scuola pubblica in spirito di servizio può aiutare a migliorarla e a renderla più efficace ed efficiente. Al di là della didattica pura, che è esclusivamente di competenza dei docenti. Anche nelle istituzioni come il Comune c’è moltissima gente che, se viene giustamente considerata, si fa i quattro per te. Naturalmente, io parlo della mia esperienza, poi magari c’è qualcuno che non lo fa, ci sono dirigenti scolastici che non sono disponibili. Nella mia esperienza ne ho avuti tre diversi e con tutti il dialogo è stato possibile”.

Da Milano a Pordenone, dove “dall’impegno e dalla passione di un gruppo di genitori è nato il progetto Doposcuola “Don Milani” che, in maniera silenziosa ma costante, sta prendendo forma e numeri nella realtà di Spilimbergo”. Qui dalla scuola intesa come spazio fisico, si è passati all’oratorio. Dove, dallo scorso ottobre un gruppo di ragazzi ha iniziato a trovarsi i pomeriggi del lunedì e mercoledì dalle 15 alle 18 per fare i compiti e studiare insieme. Da gennaio il servizio offre anche dei corsi specifici per approfondire in piccoli gruppi una disciplina esplicitamente richiesta da ragazzi e famiglie con l’aiuto di insegnanti ed esperti della materia, creando un gruppetto di massimo 5 ragazzi per ogni disciplina. I propulsori del progetto sono un gruppo di genitori della cittadina friulana che hanno fondato l’associazione “Mosaico di genitori” e progettato il doposcuola in collaborazione con la Cooperativa sociale Itaca, già operante nel territorio con diversi servizi, la rete Libra, il progetto della Parrocchia “Oratorio in rete” e l’Ambito socio assistenziale 6.4.

“Da un’analisi sul territorio – dicono alla Cooperativa Itaca – era emersa infatti l’esigenza di creare una proposta all’interno del territorio comunale che mirasse ad un aiuto nello svolgimento dei compiti dei ragazzi della scuola secondaria di primo e secondo grado. In questi due ordini scolastici infatti non esiste la possibilità di rientri pomeridiani e questo creava nelle famiglie non pochi problemi sia nell’esecuzione dei compiti sia nel trovare un luogo sicuro nei pomeriggi in cui i genitori sono al lavoro”.

Non sono gli unici esempi, ovviamente, l’Italia è piena di scuole bisognose e di genitori volonterosi. Che tra una pennellata e l’altra imparano a conoscersi e a convivere, sotto lo sguardo felice dei propri figli che si sentono orgogliosi, “quello l’ha fatto il mio papà!”, “quel disegno è della mia mamma!”.

Voi che rapporto avete o avete avuto con la scuola? E pensate che sia più un bene o un male che siano i genitori a doversi sobbarcare di compiti che non sono loro?

Maria Silvia Sacchi

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