Io mela tu melo

Martedì 26 marzo, ore 17.00
presso l'Associazione Ananda Marga,
V.P.Fedele, 24 - Roma (S.Giovanni-Appio Latino)

Senza i contributi delle famiglie la scuola muore

  • Mercoledì, 13 Marzo 2013 09:32 ,
  • Pubblicato in Flash news
Rassegna.it
13 03 2013

Allarme Anief: presidi costretti a chiedere fino a 300 euro a famiglia. Tagli sull'istruzione per 8 miliardi di euro, 200mila unità di personale e 2mila scuole. "Il lento assorbimento delle risorse mette a rischio il diritto alla formazione"

Istituti scolastici allo stremo, i presidi costretti a chiedere fino a trecento euro a famiglia, per comprare carta igienica, toner e pagare bollette. E l'allarme lanciato dall'Anief, l'associazione sindacale professionale, che denuncia le richieste che i dirigenti inviano costantemente ai genitori degli studenti, “spacciando quella che dovrebbe essere una donazione per un obbligo di legge”

L'Anief, in un comunicato, punta il dito contro gli ultimi governi, che “hanno sottratto indebitamente all’istruzione pubblica 8 miliardi di euro, 200mila unità di personale e 2mila scuole”. Una sistuaizone insostenibile, mentre il ministero pubblica una nota ufficiale, ricordando ai capi d’istituto che sino al terzo superiore l’istruzione deve essere gratuita, come sancito dall'art. 34 della Costituzione.

Il Ministero, quindi, ribadisce la volontarietà dei contributi scolastici da parte delle famiglie, ma – secondo l'associazione - “nulla fa per evitare questa procedura sempre più in voga nelle 9mila scuole italiane, contraria agli articoli 23 e 34 della Costituzione”. L’Anief si fa comunque portavoce di un malessere generalizzato nella scuola pubblica.

Considerando che a seguito del dimensionamento la maggior parte degli istituti contano almeno 700 alunni, ogni scuola che richiede contributi alle famiglie, si ritrova un “tesoretto che può arrivare anche a 300mila euro annui”. Soldi che vengono impegnati per la manutenzione, gli approvvigionamenti di cartoleria, toner, carta igienica, bollette, oltre che per tutte le attività e i materiali a supporto della didattica. A volte anche per finanziare progetti e le ripetizioni dei docenti.

Strumenti e prestazioni che altrimenti verrebbero meno. Lo Stato, infatti, versa per questo genere di esigenze fondi sempre più esigui. Ma non è una novità. Basti pensare al taglio di 200mila posti di lavoro in sei anni, alla cancellazione di 8 miliardi di euro a partire dal 2009, oltre a mezzo miliardo sottratto di recente al miglioramento dell’offerta formativa. Ma anche alla sparizione di 2mila scuole, malgrado la sentenza della Corte costituzionale dello scorso mese di giugno, allo spostamento di un terzo del Fondo d’istituto per ‘coprire’ gli scatti di anzianità del personale. Per non parlare della prospettiva che vorrebbe introdurre risparmi ad oltranza travestiti dalla logica del merito.

Il risultato di questo processo sono le classi “pollaio”, con oltre 30 alunni nella stessa aula, la riduzione sostanziale dei fondi destinati all’abbandono scolastico e al recupero delle carenze formative, la didattica in generale più povera. Con il personale, docenti e Ata, sempre più professionalmente ed economicamente impoverito. E che in futuro si vorrebbe anche porre in regime di concorrenza.

Ora, però, il Miur ricorda, tramite una nota del capo dipartimento Lucrezia Stellacci, che “simili comportamenti, oltre a danneggiare l'immagine dell'intera Amministrazione scolastica e minare il clima di fiducia e collaborazione che è doveroso instaurare con le famiglie, si configurano come vere e proprie lesioni al diritto allo studio costituzionalmente garantito”. E si pongono, inoltre, “come una grave violazione dei propri doveri d’ufficio”. Anche perché nella scuole statali la frequenza della scuola dell'obbligo (sino al terzo anno compreso delle superiori) deve essere gratuita, come sancito dall'art. 34 della Costituzione. Solo nel biennio finale precedente alla maturità sono previste delle tasse scolastiche, peraltro solo per gli studenti per i quali non è previsto l’esonero.

“Quello che hanno realizzato gli ultimi Governi sulla scuola – commenta Marcello Pacifico, presidente Anief – è un processo di lento assorbimento di risorse. Umane, finanziarie e strutturali. Per sopperire alle necessità immediate, tanti dirigenti scolastici pensano allora di rivolgersi ai genitori dei loro alunni. È una scelta sbagliata, ma che comprendiamo. Il rischio è che l’evolversi di questa situazione conduca le scuole statali italiane nella stessa situazione delle Università. Dove le logiche privatistiche, del merito e dei tagli hanno comportato la chiusura di decine atenei, di centinaia di corsi e dipartimenti. Con insegnamenti non di rado affidati a docenti a contratto non remunerati o pensionati”.

I BES (bisogni educativi speciali) spiegati ai prof

  • Lunedì, 11 Marzo 2013 10:54 ,
  • Pubblicato in Flash news
Vita.it
11 03 2013

Una circolare del Miur dà indicazioni operative sull'introduzione nella scuola dei bisogni educativi speciali, ovvero il diritto a un piano personalizzato per difficoltà legate allo svantaggio culturale o economico.

I bisogni educativi speciali entrano nella scuola. Il 6 marzo è arrivata anche la circolare del Miur che contiene le indicazioni operative per attuare la direttiva del 27 dicembre 2012, quella che appunto introduce i Bes e ridefinisce l’organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica.

Quella direttiva viene presentata come la ridefinizione e il completamento del «tradizionale approccio all’integrazione scolastica, basato sulla certificazione della disabilità, estendeno il campo di intervento e di responsabilità di tutta la comunità educante all’intera area dei bisogni educativi speciali, comprendente svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici dell’apprendimento o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della lingua e della cultura italiana perché appartenenti a culture diverse». Ed ecco il punto: «la direttiva estende a tutti gli studenti in difficoltà il diritto alla personalizzazione dell’apprendimento».

Chi decide lo svantaggio?
Superata la logica della certificazione, chi valuta e stabilisce lo svantaggio culturale e socioeconomico? Come? Secondo la circolare «tali tipologie di BES dovranno essere individuate sulla base di elementi oggettivi, ad es. una segnalazione degli operatori dei servizi sociali, ovvero di ben fondate considerazione pedagogiche e didattiche». Nel caso di difficoltà linguistiche «le misure compensativi avranno carattere transitorio» e dovranno essere messe in atto solo «per il tempo strettamente necessario». A rilevare le criticità presenti in ciascuna classe sarà il GLI-Gruppo di lavoro per l’inlcusione, che rileva di BES presenti nella scuola ed elabora un Piano Annuale per l’Inclusività che faccia il punto ogni anno sull’efficacia degli strumenti messi in atto nell’anno scolastico trascorso. Lo stesso GLI dovrà valutare ogni anno il grado di inclusività della scuola, in modo da «accrescere la consapevolezza dell’intera comunità educante sulla centralità e la trasversalità dei processi inclusivi in relazione alla qualità dei risultati educativi».

Sara De Carli

La Repubblica
28 02 2013

Ancora scritte omofobe sui muri delle scuole. Questa mattina, denuncia il Gay center, gli studenti del liceo classico Socrate, alla Garbatella, hanno trovato frasi sconcertanti sui cancelli: "Froci vi uccidiamo. Froci al rogo". Insulti e minacce pesanti subito cancellate dal personale scolastico dopo che l'episodio era stato denunciato al numero telefonico del centro per i diritti degli omosessuali.

Dopo il caso del liceo Tacito, quando uno dei quattro rappresentanti di istituto, gay, fu preso di mira, "si tratta di un nuovo episodio di omofobia, di aggressione e di intimidazione in una scuola di Roma - spiega il comunicato dell'associazione - Al liceo Socrate siamo impegnati da cinque anni con gli studenti, i docenti e i dirigenti scolastici in progetti anti-omofobia. Proprio lo scorso anno gli studenti del Socrate hanno vinto il progetto Niso con il video Discriminaction dove raccontavano la loro percezione dell'omofobia. E già per domani è fissato un incontro con gli studenti a scuola, nell'ambito del corso che svolgiamo con loro".

"Il Socrate- dice Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay center- è da tempo una scuola aperta al tema dei diritti degli omosessuali,
grazie al supporto dei dirigenti e dei docenti. Evidentemente c'è qualcuno o qualche gruppo organizzato che non apprezza il lavoro che stiamo portando avanti e che cerca di intimidire gli studenti ed i docenti, a cui va la nostra solidarietà. Azioni di questo tipo meritano la condanna di tutti e vanno contrastate. Chiediamo al Comune di rimuovere le scritte e alle forze dell'ordine di individuare i responsabili. Purtroppo- conclude Marrazzo- questo è l'ennesimo episodio che si realizza davanti a una scuola. Cosa che ci spinge ancor di più nell'impegno educativo verso il rispetto delle diversità e sui diritti nei confronti dei giovani".

Il vicepreside del liceo, però, il professor Mauro Castellani, racconta di aver "già rimosso la scritta, non molto grande sul cancello esterno della scuola. Un brutto episodio, compiuto probabilmente da qualcuno che nulla ha a che fare col Socrate, dove invece da 4 anni portiamo avanti progetti contro le discriminazioni e per la sensibilità sulle differenze di genere".

Conferma anche il preside Vincenzo Rudi che spiega: "Le abbiamo trovate stamattina, quando abbiamo riaperto dopo le elezioni. Erano sul montante del cancello esterno, in alto, fatte con lo spray. Devono essere comparse nella notte fra ieri e oggi. Le abbiamo subito fatte cancellare. Erano una chiara provocazione visto che il nostro liceo è sempre in prima linea nelle attività per le pari opportunità". L'ufficio sampa del Campidoglio ha poi precisato che "la squadra decoro Ama ha provveduto a rimuovere le scritte omofobe comparse in via Padre Reginaldo Giuliani".

Nella notte era comparsa anche "una croce celtica sulla locandina che abbiamo messo all'esterno con le regole sull'utilizzo della palestra. Quella per ora non si può cancellare, servono dei solventi speciali per non danneggiare tutto il cancello" sggiunge rammaricato il dirigenre scolastico. Il clima di intimidazioni e scritte minacciose fuori dalle scuole a Roma è "fluttuante- conclude il preside- con momenti di maggiore recrudescenza. Con le elezioni probabilmente c'è stata questa recrudescenza. La vigilanza comunque è alta, e abbiamo informato anche le forze dell'ordine".

Il Circolo Mario Mieli, intanto ha voluto esprimere "la propria solidarietà agli studenti del Socrate". "Qualche settimana fa siamo stati accolti proprio al liceo Socrate nell'ambito delle attività autogestite dagli studenti, trovando un ambiente positivo, interessato e molto attento alle questioni dell'omofobia e proprio per questo vogliamo sottolineare la nostra vicinanza a tutti gli studenti che sicuramente si sono sentiti colpiti dalla insulsa violenza di quelle frasi, forse proprio in ragione del loro impegno - spiega in una nota Andrea Maccarrone, presidente del circolo - Dobbiamo contrastare in tutti i modi qualsiasi tentativo di intimidazione e di minaccia di stampo omofobico e la strada è quella perseguita dalle associazioni presenti sul territorio che già da anni operano nel campo della formazione e dell'educazione contro il bullismo e le discriminazioni in base all'orientamento sessuale. Sarebbe importante che tutte le scuole prevedessero dei corsi di formazione in tal senso".

E se per Renata Polverini "le scritte omofobe comparse sulle mura del liceo Socrate di Roma sono l'ennesimo atto di inciviltà da condannare con fermezza", Gianluca Peciola, coordinatore romano di Sel, ritiene che "l'intolleranza omofoba a Roma sta toccando livelli allarmanti e il clima di intolleranza nei confronti delle persone omosessuali deve richiamare con forza l'attenzione delle istituzioni sulla necessità di un provvedimento legislativo contro l'omofobia. E' necessaria una rivoluzione culturale che coinvolga tutti i livelli della società, a partire da progetti di educazione nelle scuole".


Nonostante tutte queste criticità, i dipendenti che hanno risposto al questionario si sentono orgogliosi di quello che fanno (in una scala da 1 a 5 la valutazione media è 4). Rispetto al 2011, in definitiva, l'orientamento alla diversity presenta solo piccole variazioni. Le imprese stanno lavorando su diversi fronti, con alcuni discreti risultati sugli aspetti soft e più formali (per esempio la carta dei diritti), ma le attività orientate alla diversity restano ancora momenti spot nella vita quotidiana dell'impresa, senza scendere nell'operatività, come conferma il leggero peggioramento in tema di monitoraggio della diversity.

L’8 marzo delle bambine

  • Giovedì, 28 Febbraio 2013 05:36 ,
  • Pubblicato in Flash news
Leiweb
28 02 2013

Da grande farò l’architetta. E poi la maestra, l’esploratrice, l’avvocata e la casalinga. A ben guardare, i sogni delle bambine ci dicono tutto sulle donne di oggi e di domani. Alessandra Ghimenti, una giovane documentarista toscana, ha trasformato questa intuizione in un lavoro itinerante e autofinanziato nelle scuole elementari italiane. Ha cominciato in una scuola di Altopascio, in provincia di Lucca, poi ha continuato con alunne, e alunni, del centro di Milano, e ora sta lavorando con una scuola in provincia di Brescia. «L’idea di Ma il cielo è sempre più blu… è nata dopo aver letto il libro di Loredana Lipperini Ancora dalla parte delle bambine.

Giro classe per classe ponendo domande come: Chi si occuperà dei tuoi bambini? Che differenza c’è tra maschio e femmina? Maschi e femmine possono fare le stesse cose? Sono domande che restituiscono un quadro piuttosto preciso di come stanno crescendo i nostri figli, soprattutto femmine, ma che fotografano anche le forti differenze e resistenze culturali del nostro Paese. Le bambine della scuola milanese per esempio, sembrano essersi liberate dai vecchi stereotipi di donna debole o casalinga, mentre quelle di Altopascio riescono ancora a immaginarsi solo come maestre, parrucchiere, showgirl…».

Gli stessi adulti, a onor di cronaca, hanno reagito in modo diverso: disinteressati ad Altopascio, tanto da non ritenere opportuna una proiezione collettiva, e costruttivi a Milano, dove hanno chiesto alla scuola di lavorare sull’educazione di genere. Perché, a 40 anni dal testo di Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine, il loro futuro, di donne e persone, è ancora un tema che scotta e che ci può far capire che tipo di mondo stiamo costruendo per tutti, donne e uomini.

L’educazione delle bambine
Se lo dice lo psichiatra dedicato alle problematiche dell’infanzia e dell’adolescenza Gustavo Pietropolli Charmet che far crescere una femmina è molto più divertente, bisognerà pur crederci. «Rispetto solo a pochi decenni fa, il rapporto tra genitori e figlie femmine è profondamente cambiato. Oggi alle bambine vengono offerte le stesse esperienze educative riservate un tempo esclusivamente ai maschi e sono sottoposte a una grande spinta in avanti: se per i loro coetanei non è cambiato quasi nulla, per loro, il mondo è tutto nuovo.

Del vecchio stereotipo di femminilità rinunciataria e masochistica di fatto, è rimasto ben poco, siamo semmai passati a un “modello da combattimento” dove, non solo ci sono pari opportunità, ma forse anche qualche opportunità in più sul piano sportivo, sociale, sentimentale o sessuale. Questo si riscontra fin dalla quarta e quinta elementare quando non si parla già più di bambine, ma di giovani femmine. La precocità è un dato importante perché ci dice che, se si esercita meno pressione educativa, etica o valoriale, le ragazzine tendono a imporsi rispondendo con successo a modelli diversi: da quello dell’esaltazione della bellezza a quello da prime della classe, fino, fenomeno recente, a rivendicare il loro potere generativo e diventando madri adolescenti». Ammettiamolo, è difficile diventare donne in questo contesto: tra veline e corpi evanescenti, tra mamme wonder woman e madonne arrampicatrici.

E ci piaccia o meno, gli stereotipi di genere, vecchi e nuovi, ma sempre mutuati dalla sottocultura dei media, condizionano ancora la loro crescita e non sempre positivamente. Eppure, aiutare le bambine, e i bambini, a uscire da questi stereotipi, si può. Educare alla differenza, al cambiamento, e perché no, alla felicità, è possibile. «Sono i bambini per primi a sentire il bisogno di capire meglio la loro diversità». A parlare è Barbara Mapelli, docente di Pedagogia delle differenze di genere all’Università degli Studi di Milano Bicocca. «Nel progetto ImPARIaSCUOLA è stato avviato un percorso di riflessione soprattutto con i genitori delle elementari. La scuola italiana, al contrario di Paesi come la Svezia dove la Pedagogia di genere è materia di studio obbligatoria per chi vuole diventare insegnante, non prevede nulla che educhi a diventare donne e uomini consapevoli.

È invece diffusa una finta neutralità, una neutralità che in pratica legittima la persistenza di molti stereotipi per altro messi in ridicolo dai bambini stessi, se solo viene data loro la possibilità di farlo. Impariamo a guardare la televisione e la pubblicità con i nostri figli. Impariamo a usare, a casa come a scuola, la doppia desinenza: per loro è un gioco che per altro, si è scoperto, alza pure il livello di attenzione. Il rischio maggiore infatti è quello che le bambine facciano propri falsi modelli di emancipazione o una femminilità esasperata e ridicola». Il rischio è, in definitiva, quello di rinunciare a se stesse per rispondere a icone di eccellenza sotto le quali si rimane inevitabilmente schiacciate.

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