Il Paese delle donne
27 02 2013

“Che genere di programmi? Percorsi e canoni per una scuola che cambi", convegno promosso dal Laboratorio di studi femministi Anna Rita Simeone “Sguardi sulle differenze” dal 19 al 21 febbraio presso Sapienza Università di Roma, con il patrocinio di GIO (Gender Interuniversity Observatory) e della presidenza del Consiglio provinciale di Roma, con il sostegno del DESAI (Dipartimento di Studi Europei, Americani e Interculturali) e della Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza Università di Roma.

Proverò a raccontare questo convegno dal mio punto di vista: quello di un’insegnante di scuola primaria che cerca di interrogarsi su come coniugare la propria consapevolezza di genere con la propria vita quotidiana: l’educazione dei bambini e delle bambine. Mentre racconto potrei perdermi in una lunga carrellata di interventi, che hanno aggiunto alla mia formazione conoscenze che avevo parzialmente o non avevo affatto. E questo è un primo motivo per ringraziare le promotrici di questa iniziativa. Vorrei, invece, restituirvi un affresco che sta in un movimento molto più circolare, che è ciò che io percepisco della scuola italiana in questo momento rispetto al “tema” del convegno (passatemi il termine, so benissimo che non parliamo di un argomento ma delle nostre vite).

Partiamo dal punto in cui questo evento si è collocato: la scuola pubblica italiana messa in ginocchio da pesanti tagli e svalutazioni della professione docente, non a caso fortemente femminilizzata; l’assenza clamorosa da canoni e programmi ministeriali di qualsiasi riferimento ad autrici e percorsi che valorizzino lo sguardo di genere; la tenace resistenza che molte di noi praticano nello spingere in avanti il pensiero e l’immaginazione, nonostante l’invisibilità istituzionale alla quale sembriamo condannate. In un quadro come questo, proporre un convegno che metta al centro gli sguardi di genere nella didattica di ogni ordine e grado, finalmente, quindi, in una visione unitaria dello stare a scuola di bambini, bambine, ragazzi e ragazze, mi pare un intento coraggioso e altamente significativo.

Il convegno ha avuto un importante partecipazione, e qui vengo ad un punto cruciale: significa che il “tema” è già nelle corde di chi insegna, anche se ai piani più o meno alti del Ministero sembrano non essersene accorti. Oppure hanno scelto di ignorare la cosa perché non ne capiscono l’importanza, educativa e complessiva aggiungerei. La questione è come vibrano le corde, per rimanere nella metafora.

Ho appuntato alcune osservazioni che hanno attraversato molte relazioni, nelle quali mi ero pienamente ritrovata:
-che assurda contraddizione c’è tra l’essere insegnanti donne in una scuola con un corpo docente prevalentemente femminile e il trasmettere un sapere universale e neutro (che però non è né l’uno e né l’altro) che coincide con il maschile?
la comprensione di un testo letterario può essere, come ci ha suggerito Serena Sapegno, la possibilità di capire il sé, una rappresentazione delle relazioni, anche tra i generi, un’educazione delle emozioni?

Se stiamo su questo piano, ecco che il problema si sposta subito e non riguarda soltanto la questione di includere le donne nel canone; non basta inserire una sorta di “storia delle donne” nelle varie discipline. La vera sfida è attraversare con lo sguardo delle relazioni ciò che i testi suggeriscono, evocano, comunicano. Ma possiamo limitarci solo al testo, ai testi, ai contenuti?

Il convegno ha avuto l’indubbio merito di passare in rassegna tutte le discipline: la letteratura italiana, greca, latina, anglofona, la grammatica, la storia, la filosofia, la matematica, le scienze soft e quelle hard, la geografia, l’economia. E ancora: la toponomastica, gli archivi delle donne, gli albi illustrati, i libri di testo, i manuali, i progetti specifici.

Una miscellanea galoppante che mi suggeriva continuamente che sappiamo e facciamo già molte cose e che forse dovremmo accrescere la consapevolezza di come questo fare ci colloca di fronte ai bambini e alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze. Perché, prima ancora di fare progetti, noi siamo donne che entrano in relazione con persone in crescita. Questo, ad esempio, significa che non possiamo affidare ad esperti esterni qualcosa che radica prima di tutto dentro di noi: la nostra identità e il modo in cui aiutiamo le altre e gli altri a costruire la propria. E’ un tema delicato e soggetto ad equivoci questo, perciò merita più di un accenno.

Molte ragazze e ragazzi cercano di proporre la loro competenza - costruitasi in originali e validissimi curricula universitari o in esperienze professionali in ambito socio-educativo – all’interno delle scuole, nella formazione e nell’accompagnamento di insegnanti spesso attenti/e e motivati/e ad attivare un’ottica di genere. Ma il rischio è di concepire questo sguardo come un intervento. Sarebbe stato importante capire dal dibattito, sacrificato da tempi troppo stretti e da modalità troppo lineari, poco interattive, come le insegnanti e gli insegnanti, almeno i presenti, riflettono sui loro modi di essere donne e uomini nella pratica educativa. Ché non basta mostrare gli stereotipi in classe, ma bisogna scardinare ciò che ne è alla base.

Mi è piaciuto che proprio da una docente di scienze hard sia venuto un suggerimento in questo senso: dare la parola alle ragazze, perché altrimenti non la prendono, non sempre osano. Oppure capire cos’è che ancora ci fa definire le studentesse “diligenti” e gli studenti “intuitivi”. Chiedersi perché, alle elementari, ci rivolgiamo solo alle mamme e non anche ai papà quando ci confrontiamo sugli interventi educativi. Capire se c’è tempo, e imparare a prendercene, per una scuola della lentezza, dell’attesa, della lunga gestazione che fa nascere il pensiero; l’opposto, quindi, della velocità standardizzata dei test. Costruire, come echeggiava in qualche intervento, l’agorà e non l’olimpo. Laddove abbiamo tramandato l’universale neutro, aprire la crepa vitale ed autentica della differenza, delle differenze, con il nostro esserci fatto di corpo, mente, natura e cultura.

Il Fatto Quotidiano
22 02 2013

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, che nessuno studia. La sua storia, del resto, si esaurisce in 20 pagine, figure comprese. Abbiamo tentato un esperimento sui manuali di storia per capire come sono fatti, se sono esaustivi o presentano vuoti e zone d’ombra, analogamente a quanto fanno le classifiche internazionali sui democracy index. Così abbiamo preso i dieci testi più venduti tra quelli in dotazione nelle scuole medie e superiori milanesi, segnalati in base ai registri di cassa dello storico “Libraccio”. Li abbiamo fisicamente portati a una docente di storia contemporanea dell’Università Statale di Milano, scelta tra i massimi esperti in storia della cultura materiale. Emanuela Scarpellini, già insegnate a Stanford e Georgetown, li ha passati per noi sotto la lente e dopo quattro giorni ha emesso questa sentenza: “Il Secolo breve, per gli italiani, è diventato brevissimo. La politica si è impadronita della storia e penalizza il futuro dei nostri giovani”.

Matita rossa e blu in mano, allora su cosa studiano i nostri ragazzi?
Se guardiamo ai testi c’è una qualità media accettabile e contenuti molto omogenei. Ma basta analizzare indici e suddivisione dei capitoli per scoprire che l’intera età contemporanea è la vittima sacrificale della manualistica per le scuole. La storia repubblicana, ad esempio, viene risolta in 20-25 pagine. Uno studente finisce per sapere tutto di Otto von Bismarck o Cavour e ben poco del ruolo dei partiti nel Novecento, di De Gasperi, di come è nato il nostro welfare di cui tanto si discute.

A cosa è dovuta questa miopia?
In Italia la storia è intesa sopratutto come storia politica. Su quella più recente si attende, con prudenza a volte eccessiva, che ci siano posizioni consolidate sul fronte ideologico prima ancora che politico. Questo è avvenuto certamente per i totalitarismi e non senza aspre polemiche, non ancora sulla storia repubblicana degli ultimi 60 anni su cui permane un velo interessante e interessato. Noi lo vediamo agli esami, quando i diplomati non sanno rispondere a domande elementari, tipo: “Cos’è il compromesso storico?”.

Chi cancella la storia dai libri di scuola?
I manuali sono per forza il frutto di una selezione. Il punto è che guardare la storia con l’occhio della politica è per il nostro Paese una scelta molto infelice, visto che in questo ambito non abbiamo dato proprio il meglio di noi. Anche quella recente è fatta di luci e ombre, non tutti – evidentemente – vogliono ammettere le seconde insieme alle prime. Chi scrive i manuali lo sa ed è condizionato nelle sue scelte, ben oltre la responsabilità di rispettare il giudizio storico. I testi che produce spesso si limitano a fare la cronaca spiccia degli avvenimenti più importanti, senza entrare nel merito e nel contesto. E lasciano così un buco trentennale nella memoria dei più giovani.

Come si mette a segno un buco “da manuale”?
Trincerandosi dietro l’assunto che si può fare storia solo dopo 30 anni dai fatti, quando si possono aprire gli archivi. Questa scelta porta a escludere in blocco decenni di storia. Se negli ultimi anni, poniamo, la storia politica è fatta di fatti poco rilevanti e discutibili, ce ne sono altri di grande portata che meritano una prospettiva storica che viene semplicemente rimossa.

Cosa ha pensato sfogliando questi testi?
Che se uno venisse da Marte e volesse conoscere la nostra storia attraverso i testi scolastici arriverebbe a conclusioni distorte se non proprio false. Che la violenza nella storia, ad esempio, resti confinata al contesto europeo e fino alla metà del ‘900 e oggi sia perfino estinta. Nessuno, infatti, scrive delle guerre d’Africa, dei totalitarismi in Cina o delle repressioni in Sud America in tempi molto più recenti. La violenza invece è un tratto continuo della storia.

Due mancanze che ritiene gravi…
Non tutti i manuali hanno quella apertura verso l’internazionalizzazione che un giovane d’oggi deve avere. La maggior parte è impostata sul binomio Italia-Europa come motore della storia che è decisamente antistorico. L’Asia è un accenno, l’intera America Latina non c’è proprio, in barba ai forti collegamenti culturali ed economici che ha col nostro Paese. Questa rimozione, in un mondo globalizzato, può avere effetti molto negativi sulla proiezione dei nostri studenti nel mondo, limita i loro orizzonti e dunque le loro possibilità rispetto a studenti di altri Paesi meno tradizionalisti.

Siamo un popolo senza memoria?
In un certo senso sì. Ma forse è anche peggio. La tendenza della storiografia italiana a raccontare la politica produce una percezione distorta del ruolo che abbiamo nel mondo. E alla fine di noi stessi. Nei manuali la società, la scienza, la cultura, l’arte e in tempi recenti l’impresa e il made in Italy che ci fanno apprezzare nel mondo non ci sono. Pensate a come abbiamo saputo creare un modello di cucina che esportiamo ovunque e tanto lavoro può dare ai nostri giovani.

Quanta importanza hanno i testi scolastici?
Molta, fanno parte di quelle esperienze che contribuiscono a determinare l’identità di una persona, di una comunità e di una nazione intera. Il peccato originale dell’Italia, la politica padrona della storia, può condizionare sotto il profilo pedagogico gli studenti e alimentare negli italiani adulti la disistima, la fatica a rapportarsi col mondo e a intraprendere un cammino evolutivo nella pienezza della propria storia. Vince così quel vittimismo che ci trasciniamo dalla Rivoluzione industriale, spesso senza motivo.

E la storia che non leggiamo cosa potrebbe raccontare?
Molte altre storie. Ad esempio che a parte il Giappone, se stiamo alla storia, non esistono molte nazioni che abbiano saputo industrializzarsi ed elevare il proprio benessere velocemente come l’Italia. All’inizio del ‘900 avevamo un reddito pro-capite pari a un quarto di quello delle altre nazioni europee. In 50 anni siamo riusciti a portarci alla pari. In Spagna, per dire, hanno impiegato diversi decenni di più. Ma non ce lo raccontiamo mai, neppure a scuola. Con cosa andiamo a competere, se non conosciamo quello che abbiamo fatto e sappiamo fare?

C’è una via d’uscita o continueremo a trascinarci i vuoti?
La soluzione deve venire dal basso. Le case editrici stanno iniziando a integrare materiale di testo e prodotti digitali e multimediali per allargare col web i riferimenti culturali, economici, sociali a lungo così sacrificati. Il futuro lo immagino con testi ridotti al minimo e materiali “aperti”, dove i primi continueranno nella pretesa di avere tutta la storia, ma i secondi allargheranno l’orizzonte della conoscenza e permetteranno l’approfondimento verticale dei fatti e dei contesti.

Genitori, insegnanti, opinionisti, tutti in Italia e altrove sono preoccupati per i ragazzi. Vanno male a scuola, non stanno attenti, sono scarsamente interessati a quasi tutto. Insomma un disastro. È tutto (New York Times compreso) un chiedersi come mai questo accade, e un accettare scommesse sulla prossima estinzione del maschio. Qual è dunque la realtà? ...

Corriere della Sera
08 02 2013

Ospitiamo Cristina Obber, autrice di Non lo faccio più, La violenza di genere raccontata da chi la subisce e da chi la infligge. Il libro è uscito in autunno e, nel frattempo, è diventato un sito, o meglio un luogo dove raccontare di violenza, di relazioni, di paure e d’amore. E un progetto con i ragazzi delle scuole superiori. Nato come «momento di ribellione all’impotenza» di Cristina, sta diventando un progetto di formazione al futuro.

Ho visto più di mille studenti negli ultimi mesi. I giovani non sono un’entità omogenea, come non lo siamo noi adulti, come non lo sono le famiglie da cui provengono. Il microfono gira, parlano loro.

La partecipazione è molto attiva ed escono domande e considerazioni che rivelano interesse e un modo di approcciarsi alla vita tutt’altro che passivo. Si percepisce che gli stereotipi di genere regolano molte delle loro relazioni, ma anche che fremono per liberarsene. Si sentono cose che odorano di muffa rifiorita, cose che per chi come me era ragazza negli anni ’80 sembrano uscite dai documentari che Pasolini girava sulle spiagge di un’Italia in bianco e nero.

Le ragazze si sentono addosso il dito puntato se hanno più relazioni brevi anziché un rapporto duraturo, soffrono del fatto che al maschio invece la virilità venga riconosciuta proprio attraverso una libertà sessuale a loro negata.

Alcune dicono che nella coppia ci si adatta a fare quello che vuole lui, dalle piccole alle grandi cose. E prevale quella che Lea Melandri definisce la “missione salvifica delle donne”. Un gruppo di ragazze, sollecitate da un’ipotesi di violenza da parte del proprio ragazzo, mi hanno detto che non lo lascerebbero, che cercherebbero di capire perché l’ha fatto, che “L’amore non se ne va all’improvviso!”.

Fa male sentire giovani donne che sembrano rassegnate a soffrire, ad avere pazienza, a cercare di prendersi cura di un compagno come di un figlio, ma rincuora che nel contempo siano esse stesse ad essere critiche su questo ruolo che indossano come un abito, non vissuto ma subito. Hanno bisogno di credere che le cose possano cambiare.

Anche i maschi sembrano ingabbiati in ruoli da recitare, in ansia per avere una ragazza, anzi, per poter dire di averla, in difficoltà a gestire la rabbia, a misurare i confini dell’altro e del corpo dell’altro.

Alcuni sembrano pronti a rapporti costruttivi, ad assumersi e godere anche un ruolo di cura nella propria vita, ma in altri si percepiscono fragilità profonde e un’inconsapevolezza preoccupante su cosa sia la sessualità, vissuta come azione dovuta, come “Una cosa che si fa”, anziché come occasione di scoperta di sé e dell’altro.

In un istituto tecnico Alessio Miceli (ass. Maschile Plurale) ha letto una pagina del libro in cui Marco racconta di come e perché ha fatto violenza su una ragazza di 15 anni. Ha chiesto ai ragazzi di cercare parti di sé in quella visione del corpo delle donne, un corpo senza testa e senza parola. Di dimenticare le cose buone da dire e di guardarsi dentro. Un ragazzo ha detto che nel gruppo è difficile tirarsi indietro, anche in una cosa orribile come lo stupro, che “Sai che è sbagliata, che fa schifo, ma in gruppo potresti fare qualsiasi cosa”. Perché “Se non hai un carattere forte non riesci a tirarti indietro”.

Si apprezza la sincerità, ma spaventa questa accettazione della possibilità di agire una violenza così cruenta. E’ un “Può accadere” che va demolito con urgenza!

In un liceo due ragazzi mi hanno detto che se una ragazza accetta di essere accompagnata a casa e poi non ci sta, “E’un inganno”. E se mi inganni “Non ti puoi lamentare se ti insulto”, perché te lo meriti, perché “E’ logico!”, perché è così che si fa. Perché si scopa per divertirsi, “Mica siamo sposati che c’è l’amore”, “Mica puoi farti sempre e solo le canne”!

Come se la ragazza che si sottrae al copione passaggio=scopare fosse il carnefice, che ti tenta e poi ti toglie il boccone di bocca. Fa inorridire, ma chi ha trasmesso loro questo copione?

C’è anche chi rovescia questa immagine disarmante:

In un istituto commerciale stavamo parlando del piacere sessuale che nella violenza di genere ha origine nell’esercizio del potere sulla vittima e che viene meno nello scambio denaro-sesso con una prostituta. “Non è vero!, ha esclamato un ragazzo cercando il microfono, e ha proseguito spiegando che l’80 per cento delle prostitute è vittima di stupro prima di essere inserita nel circuito dello sfruttamento e che dunque andare con una prostituta significa rendersi complici della violenza cui è sottoposta”.

Sarà un caso che in quella scuola alcune insegnanti si occupino da anni di violenza di genere? Forse no. Forse nella scuola si dovrebbero affrontare queste discussioni non su iniziativa di qualche singolo insegnante ma istituendo percorsi di studi che permettano ai ragazzi di acquisire conoscenza e consapevolezza di sé.

Ho letto che il padre di Francesco Tuccia ha dichiarato “Ancora mi chiedo perché tutto questo è accaduto a mio figlio”. Avrebbe dovuto dire “Ancora mi chiedo come mio figlio possa aver fatto accadere tutto questo”. Cercare di comprendere il sentire maschile non significa ribaltare le responsabilità né confonderle. Quegli anni che aspettano Francesco in carcere gli dovranno servire per ricominciare dal suo agito ad interrogarsi e ricostruirsi, non a chiedersi di chi è la colpa, perché la colpa di quella violenza è sua. Mi auguro che in questo percorso i suoi genitori sappiano accompagnarlo.

E con loro le istituzioni, che sulla rieducazione dei soggetti violenti devono intervenire, per non restituirci gli uomini dal carcere come da un freezer, semplicemente intatti o peggio, incattiviti, con le donne e col mondo che li ha rinchiusi. I progetti rieducativi ci sono, manca la volontà della politica di assumersi le proprie responsabilità.

Nelle scuole si respira la sfiducia nelle istituzioni. Nelle forze dell’ordine, nella giustizia, sono gli stessi ragazzi ad invocare pene più severe. Chiedono perché chi compie reati non venga punito. Una ragazza di 18 anni, parlando di femminicidio, mi ha detto

“Se hai un ragazzo violento devi cercare di sopportare e farlo staccare piano piano perché lo stato non c’è, perchè se denunci -con i tempi della giustizia- quello si incazza e fa in tempo a farti chissàcchè!”.

I ragazzi dicono “Lo Stato ci sta togliendo tutto, il lavoro, la scuola, la giustizia!”. Quando parliamo di informazione, media, quando sveliamo cifre e modalità della violenza, si sentono ingannati, e hanno ragione. Grazie ai media (che poco approfondiscono ma che invece con l’utilizzo di terminologie inappropriate cementificano gli stereotipi di genere anche nelle notizie di stupro e femminicidio) la loro percezione dello stupro è molto lontana dalla realtà. Per la maggior parte di loro i casi di stupro sono pochi e per lo più ad opera di stranieri.

I giovani hanno bisogno di onestà!

In una scuola una ragazza mi ha chiesto: “Ma ormai che possiamo fare?” Ho risposto che devono e dobbiamo abolire la parola ORMAI dal vocabolario. Che ORMAI rappresenta l’alibi/fregatura per rimanere immobili, per non riconoscere in se stessi il dovere/potere di fare la propria parte sia nel proprio privato che a scuola, in fabbrica, in ufficio. E da subito. Propongo sempre la parola NONOSTANTE, presa a prestito dal libro di Mario Calabresi Cosa tiene accese le stelle. E questa sostituzione attribuisce responsabilità e restituisce speranza.

I giovani sono pronti. Dobbiamo solo dare spazio al loro impulso di liberazione. Dare loro fiducia, non solo a parole. Ci sono ragazzi e ragazze che hanno preso consapevolezza della loro possibilità e della loro capacità di farsi soggetti attivi nel cambiamento. Dobbiamo affidarci a loro.

Come Beatrice Serini, 22 anni (dell’associazione Non è colpa di Pandora), che mi accompagna nelle scuole milanesi. In un liceo, dove le studentesse ci hanno invitato ad un’assemblea autogestita, mentre Beatrice leggeva la storia di Veronica, in quella palestra affollata, tutti seduta a terra, c’era un silenzio assoluto; e mentre Beatrice/Veronica spiegava perché non ha denunciato la violenza, perché si sentiva in colpa, perché vorrebbe oggi prendere per mano quella ragazza confusa e sola che era e farsi visitare, avevo i brividi anche io.

Negli incontri in Veneto ci saranno con me Alberto Irone, 21 anni e Anna Azzalin, 20, della Rete Studenti medi del Veneto (che con l’UDI Padova, Venezia e Verona hanno promosso la campagna “Femminicidio: mettici la faccia”). Sono giovani che parlano ai giovani, di relazioni, di lavoro e di futuro. La consapevolezza significa possibilità di scelta. Solo con la discussione i ragazzi possono dare non solo un nome alle cose che ascoltano dall’esterno, ma anche a ciò che incontrano nei propri pensieri, ai propri sentimenti e alle proprie emozioni.

Sentirli parlare di questo tra loro, maschi e femmine insieme, è bellissimo.


Lo studente, che si nasconde dietro il nome del pilota Fernando Alonso, chiede aiuto su Internet: "Un prof mi ha ritirato il cellulare e se l'è tenuto, posso denunciarlo?". Risposta pronta di Woody: "Sì: E' Furto!!! Potresti registrare una conversazione, lo porti a dire che te lo ridarà quando vuole lui!!! Fallo, avrai il coltello dalla parte del manico!!! Odiosi prof!!!". ...

facebook