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Vita riproduttiva ai tempi del neoliberismo

Danza MatisseAmbra Lancia, DinamoPress
15 maggio 2015

Pochi giorni fa la Marcia per la Vita. La novità del neofondamentalismo dei giorni nostri è la riproposizione della proprietà sessuale, economica, produttiva e riproduttiva, illimitata, oltre il futuro, dei corpi delle donne.

Corpi e vita riproduttiva ai tempi del neoliberismo

  • Venerdì, 15 Maggio 2015 14:09 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
15 05 2015

Pochi giorni fa la Marcia per la Vita. La novità del neofondamentalismo dei giorni nostri è la riproposizione della proprietà sessuale, economica, produttiva e riproduttiva, illimitata, oltre il futuro, dei corpi delle donne.

Il 10 maggio a Roma c’è stata l’ennesima (la quinta nella capitale) marcia per la vita. Niente di nuovo, insomma. La solita manifestazione degli invasati oltranzisti cattolici, fascisti, sessisti, omofobi e molto altro. Tra i vari gadget (quasi tutti rigorosamente a forma di feto, sic.) cartelli contro la 194, la pillola del giorno dopo, l’aborto, e contro le donne che procedono in questa scelta, ne spiccavano alcuni come: “io non sono un grumo” e “l’utero è mio e decide Dio” (!). Slogan per affermare” la sacralità della vita e la sua intangibilità dal concepimento alla morte naturale senza alcuna eccezioni e […] compromesso”. La “vita” in questione da difendere, è chiaramente quella dell’embrione e del feto, non certo quella delle donne.

E poi ricordiamoci che qui conta più un embrione che gli esseri umani vivi di questo mondo. Ma a quale momento del concepimento si riferiscono esattamente? Da quando scatta il regime di sacralità? Sembra non esserci una logica in queste sparate fantasiose degne dell’annosa questione sull’uovo e la gallina. Eppure è proprio questo il problema, poiché spesso cotanto fanatismo morboso e macabro viene liquidato come fenomeno folkloristico, ma se ci soffermiamo un po’ non è esattamente così nella società odierna, considerando che tutte queste convinzioni si sono infilate da tempo nel servizio sanitario, negli ospedali pubblici e nei consultori.

In Italia la legge 194, frutto di una conquista delle lotte delle donne, formalmente garantisce la possibilità di scegliere e di abortire, ma di fatto, viene quotidianamente svuotata di senso, resa inefficace dalle politiche governative e dal numero enorme dei medici obiettori (in Lombardia, Basilicata, Molise e Sicilia il numero degli obiettori supera l'80%, mentre nel Lazio si va oltre il 90%). L'obiezione di coscienza sull'aborto garantisce la carriera di molti medici, diventa misura del ricatto, cattiva abitudine che si insinua nelle pratiche correnti degli ospedali e che rallenta e di fatto impedisce a centinaia di donne di poter scegliere per sé. Non a caso, di fronte agli ostacoli e alle umiliazioni che ogni donna deve subire, in Italia è in aumento il numero degli aborti clandestini, soprattutto tra le adolescenti e le donne migranti. All’estero anche il mercato dei farmaci illegali online, dove senza ricetta è possibile acquistare il misoprostolo.

I movimenti pro-life sono dei veri e propri gruppi di pressione a livello mondiale che condizionano ogni tipo di scelta politica, economica e sociale. E’ un dato di fatto. Negli Stati Uniti in questi decenni hanno acquisito un potere senza precedenti. È stato George W. Busch a formalizzare l’apologia della vita dopo l’evento dell’11 settembre 2001 da lui definito e reinterpretato come un atto di violenza contro la vita in sé. Di conseguenza a livello pubblico-mediatico il passaggio verso la “guerra per preservare e proteggere la vita in sé” è breve.

Sempre nello stesso anno è stata estesa la copertura sanitaria ai non-nati, i primi negli USA a beneficiare di un garantito e incondizionato diritto alla salute, almeno fino al momento della nascita. Neoconservatorismo, economia neoliberale e cultura pro-life, dunque: qual è il nesso?

Pensiamo a uno dei più influenti divulgatori delle idee economiche neoliberali, il giornalista del Wall Street Journal (ma non solo) George Gilder (per un periodo ghostwriter di Nixon), uno degli esponenti di spicco della destra evangelica e creazionista, sostenitore della natura essenzialmente religiosa dei fenomeni economici.

Come suggerisce Melinda Cooper, in “La vita come plusvalore – Biotecnologie e capitale al tempo del neoliberismo”, la “teologia del capitale di Gilder afferma nel mondo la fede nei poteri generativi e redentivi dell’imperialismo del debito americano”. “Non a caso l’opera di Gilder è molto studiata e citata nel mondo del management finanziario sugli investimenti e il debito, dove creazione della vita e creazione di denaro (di plusvalore da debito, di attese e promesse) sono questioni trattate in modo analogo dalla dottrina teologica”.

L’impresa economica deve essere sostenuta da una “nazione forte”, ovvero quanto più possibile svincolata da ogni “obbligo sociale” verso i propri membri, in cui la misura originaria del valore è la nazione, appunto, “che è la forma della proprietà che si concretizza nella più conservatrice delle istituzioni morali: la famiglia”.

E la nozione di “diritto alla vita” del non nato, è l’emblema di questo insieme di norme economiche, politiche, morali, secondo cui il non nato rappresenta anche la nazione, il potere “creativo e rigenerativo” del debito contenuto all’interno della politica sessuale della vita familiare eterosessuale, possibilmente bianca. Il neoliberismo riconfigura significativamente le relazioni tra debito e vita diversamente da come si erano formalizzate nello stato sociale della metà del XX secolo.

Un ritorno e una reinterpretazione aggiornata al ventunesimo secolo al modello liberale classico della crescita, più influenzato dalla biologia e dalle teorie evoluzioniste che da quelle meccaniche.

La novità del neofondamentalismo ai tempi dell’economia neoliberale, della finanziarizzazione dell’economia e di una politica che opera in modo speculativo, è la riproposizione della proprietà sessuale, economica, produttiva e riproduttiva, illimitata, oltre il futuro, dei corpi delle donne.

Anche la concezione della vita stessa diventa una risorsa bioeconomica da colonizzare ed espropriare. “Studiose come Saskia Sassen e Isabella Bakker hanno analizzato la sinergia creatasi tra l’asservimento al debito e la diffusione di forme di lavoro estremamente flessibili e femminilizzate (lavoro affettivo, sessuale, domestico)”.

Il capitalismo avanzato investe e trae profitto dal controllo scientifico ed economico e dalla mercificazione di tutto il vivente. Controllare la riproduzione in tutti i suoi aspetti “è altamente produttivo” (prefazione di “Biolavoro globale. Corpi e nuova manodopera di Melinda Cooper, Catherine Waldby).

Il mercato della riproduzione assistita è in espansione, considerando che molte persone desiderano avere un figlio proprio ricorrendo alla maternità surrogata, oppure alla fecondazione in vitro. Una esternalizzazione della fertilità, in cui la biologia va a rinegoziare i limiti della riproduttività femminile, ma solo per chi può permetterselo.

L’altra faccia “progressista” del capitalismo avanzato è quella che, invece, esalta l’emancipazione femminile, ma in senso esclusivamente individualistico e “unidimensionale”, come a ragione scriveva Nina Power nel suo “La donna a una dimensione”. Un femminismo neoliberale che rivendica un ruolo più attivo delle donne nei luoghi di lavoro, ma quali precondizioni garantisce loro? La nuova forma di capitalismo neoliberale non vuole le donne a casa come madri full time, anzi: le vuole lavoratrici, ma con stipendi più bassi.

E in molti casi è il datore di lavoro che scandisce i ritmi e i tempi di vita. Il livello più alto in tal senso è stato toccato nella Silicon Valley, con la proposta di Google e Apple di erogare benefits aziendali a sostegno di adozione e procreazione, comprensivi di migliaia di dollari per il congelamento degli ovuli delle loro dipendenti. Nel tech-world, ancora largamente dominato dagli uomini, dare la possibilità di programmare una famiglia a lungo termine, offrirebbe un’attrattiva e una fidelizzazione in più per le lavoratrici, assicurando il loro talento e ritmo a tempo pieno nell’azienda il più a lungo possibile, contribuendo a divulgare esternamente l’immagine della wonder woman, la donna che vuole e può avere tutto.

In realtà si tratta semplicemente di posticipare l’ipotesi di mettere su famiglia non secondo una propria scelta, ma adattando il proprio ciclo biologico all’agenda aziendale. Anche qui sottomettendo il proprio corpo al capitalismo delle corporations.
Nel mondo (in Italia è un’altra storia…) inizia ad essere sempre più evidente la tendenza a normare in senso neoliberalista le nuove tecnologie di procreazione assistita e in senso sempre più fondamentalista la contraccezione e l’aborto.

I pro-life hanno un loro peso anche in Europa, 27 circa nel parlamento europeo. E in Italia la legge 40/04 l’hanno praticamente rimaneggiata loro, i pro-life.

E’ evidente che il nodo della riproduzione rimane troppo aperto, considerando che alle donne spetta sempre l’ultima parola su tutto. La domanda è ancora: cosa succede ai nostri corpi, alla nostra libertà sessuale, riproduttiva, ai tempi del neoliberismo e delle nuove tecnologie?. “Vengono incitati costantemente a produrre, a non sprecare, a riprodurre e conservare l’eccesso”. Corpi continuamente messi a lavoro, normati, sfruttati. Eppure, probabilmente, un primo passaggio sarebbe quello di abbandonare l’ossessione individualista e “unidimensionale” insita nella forma del capitalismo avanzato, in cui l’atomizzazione forzata nel mondo del lavoro, nei luoghi abitativi, etc, viene presentata come una scelta individuale, come la tua libertà. E invece non lo è.

Ambra Lancia

Globalist
10 04 2015

"Spesso le disabilitate si sentono porre bizzarre domande, tipo: 'Ma tu, qui, senti?' come se fossero una parabolica. Allora, non disabilitati di qualunque sesso siate, sappiate che: il 'sentire' non è solo questione tattile ma anche, e forse soprattutto, di fantasia, immaginazione, gioco. Quindi, abbandonate le vostre paure sensoriali e buttatevi a capofitto sulla vostra disabilitata. Ne trarrete solo vantaggi e sollucheri. Entrambi". Eccola, la lesson number 6 di Barbara Garlaschelli, scrittrice milanese che, sul suo profilo Facebook, tiene lezioni sul sesso con persone 'disabilitate': "Odio la parola disabili, così ho scelto di usare 'disabilitati' e 'non disabilitati' - racconta -. Volevo proprio dare l'idea di meccanico, immaginarci macchine".

Garlaschelli, in sedia a ruote dall'età di 16 anni, è arrivata alla sesta lezione: "Facebook è un mezzo potentissimo. Quando ho cominciato, l'ho fatto per divertimento, volevo vedere cosa sarebbe successo. Spesso mi hanno fatto domande su come, dai disabili, è affrontato il 'problema' del sesso, che già chiamarlo 'problema' la dice lunga. Ma in fondo io credo che il sesso sia un tabù in tutte le sue declinazioni, a maggior ragione se legato a disabili".

Stile divertente, ironico, senza scadere in tecnicismi né melodrammi: "Volevo sdrammatizzare, mi sono ispirata a Sex & the City, e ora mi sono fatta un po' prendere la mano. Diciamo che la comicità di certi racconti spero possa incuriosire chi capita sulla mia pagina, spingerlo a volerne sapere di più". L'argomento per le varie puntate arriva da spunti trovati e qua e là ed esperienze vissute in prima persona: "La mia vita è stata molto ricca, in proposito. Mi sono capitate tante cose incredibili, ho sentito tante domande assurde, tipo: 'E le gambe dove le metto?' Ma che domanda è? Non so, vuoi provare a smontarle?".

Tra i commenti che accompagnano ogni lesson, anche quelli di 'non disabilitati': "Alcuni rimangono un po' spiazzati. Il fatto che sia una donna a scrivere di certi argomenti, sembra fatto ancora più eccezionale: il sesso per un uomo viene sempre dato più per scontato. Ma la realtà è ben diversa: le persone con la mia disabilità che hanno problemi legati al sesso sono in maggior parte uomini. E poi, troppo spesso le persone disabili vengono immaginate senza pulsioni né desideri: e perché mai? Alcuni non disabilitati pensano che una volta che troviamo qualcuno che ci sta, ce lo accalappiamo per la vita, per farne il nostro badante.

Non è così! Anche noi viviamo le nostre bellissime avventure! Altri hanno soggezione, diffidenza, paura. Altri ancora ci credono di cristallo, troppo fragili per essere mossi". Tante le lezioni in cantiere, liberamente ispirate a fatti realmente accaduti, strizzando l'occhio al Kamasutra. "Spesso è il disabilitato stesso ad avere nella testa la sedia a ruote, e il problema parte proprio da lì, dal non sentirsi liberi, dal percepirsi come manchevoli di qualcosa: ma gli arti non sono indispensabili per vivere un rapporto.
Io, per esempio, dove non sento sopperisco con quello che immagino. Chi non si sente libero, non si lascerà mai andare".

Nelle lesson, nessuna pretesa pedagogica o filosofica, solo spunti divertenti "per far capire che le persone disabili sono esattamente come tutti gli altri: le nostre disabilità sono ricchezze, non solo un limite". La scrittrice, finalista nel 2010 del Premio Strega con "Non ti voglio vicino", ammette che, però, la strada verso l'uguaglianza è ancora molto lunga: "Di sesso dei disabili se ne parla in due modi: o morbosamente o tecnicamente. Il linguaggio tecnico è una noia mortale, non si capisce nulla: aria fritta, di concreto non c'è nulla. E poi c'è l'altra faccia della medaglia, lo stile morboso. Io provo a mettermi nel mezzo, perché occorre trovare il modo di parlarne, perché bisogna farlo: il sesso, per i disabili, può essere anche un dispiacere molto grande se non vissuto serenamente".

Ambra Notari

Abbatto i muri
27 03 2015

Da piccola avevo l’hobby di legare le Barbie. Poi cominciò a piacermi il Bondage o lo Shibari. Pensavo di essere anormale e allo stesso modo mi sentivo quando mi piaceva stare con una mia compagna. La sensazione era sempre che qualcuno potesse vedermi e dire “ti comporti come una lesbica”. Mi piacevano i ragazzi e anche le ragazze. Tutto di me diceva che i miei comportamenti sarebbero stati percepiti dal mondo come “malsani”. La mia curiosità però mi spinse oltre. Volevo seguire l’itinerario delle mie attrazioni. Lo feci, seppur tra mille difficoltà.

Dovete sapere che pensarsi strane, un po’ malate, in special modo se qualcuno rilascia giudizi pessimi su quel che non capisce, o ti giudica una sadica se pieghi una bambola per realizzare legamenti degni di Udinì, inibisce la possibilità di curiosare, ricevere corrette informazioni, trovare le persone giuste con le quali soddisfare le tue curiosità. Lo stigma, la censura, che ti obbligano all’autocensura, ti impongono di restare nascosta in una zona grigia in cui non puoi chiedere e se chiedi qualcuno potrebbe prenderti per matta. Si cresce male con certe preferenze. O trovi gente che ti ride in faccia o trovi persone che si fingono esperte e sono quelle delle quali non mi fido.

Il bondage si pratica con persone delle quali ti fidi. Ed è un’arte, per davvero. Io, per lo meno, la vedo così. Non ho mai fatto cose superlative, giusto le basiche, applicate in senso attivo e passivo. Provavo e provo soddisfazione a essere legata e a legare. L’ho fatto con entrambi i sessi e anche questo è un grande tabù. Dirsi bisessuali non è una cosa semplice. Unisci questo ai miei gusti sessuali e immagina come sono cresciuta. Attorno a me il silenzio. A fingere interesse per situazioni delle quali non mi fregava un cazzo. Le attenzioni pudiche condivise dalla compagna di scuola, le esibizioni vanitose di quell’altra. E io pensavo solo a come avrei potuto godere se solo mi fosse stato semplice poterne parlare, almeno per essere rassicurata circa il fatto che non ero sbagliata.

Come intercetti qualcuno che ama quello che ami tu? Con chi lo scopri? La gente non ce l’ha mica scritto in fronte che pratica bdsm. E’ un segreto, non si dice, così come non si dice che ti piacciono gli uomini e le donne. Si vive doppiamente nell’oscurità, per quanto si possa leggere e trovare un po’ di riferimenti almeno su internet. Pensate però a me come una persona che vive in una realtà non molto affollata. Immagina che se avessi proposto a qualcuna di farsi legare, nel giro di un paio d’ore, lo avrebbero saputo tutti. Pensa a quel che potrebbe dire tuo padre, tua madre, persone alle quali ho appena accennato, da poco, di essere bisessuale e loro a dirmi “evidentemente abbiamo sbagliato qualcosa”.

E non si rendono conto che ad essere sbagliato è questo loro modo di reagire chiudendosi a riccio e rifiutando ogni altra possibile opzione a parte l’eterosessualità. Pensa che nella mentalità comune ancora, se pur ti dedicano tempo e risorse per farti studiare, il tuo destino è quello di sposarti, fare dei figli, dare dei nipotini ai nonni. A che altro serviamo noi se non a riprodurci? Non è minimamente contemplata la valutazione del mio desiderio sessuale senza riproduzione conseguente. Dove si trova una persona che non ti giudica malata se invece che provare il dolore del parto a te piace patire, piacevolmente, per le corde che stringono la tua pelle?

Come è possibile che non si riesca a parlare di queste cose così come si parla di smalti e profumi? Non sai che liberazione poterne parlare ogni tanto senza essere giudicata. Sapendo di potermi fidare e di non vedere violata la mia privacy. Perché sono all’inizio di questo percorso che mi incuriosisce molto e non ho neppure, ancora, la forza di rivendicare tutto. È troppo forte il vincolo con una mentalità che mi ferisce e dalla quale non riesco ancora a liberarmi. Quando non mi farà più male, quando sarò forte abbastanza allora potrò raccontare di me a viso aperto, senza il timore di essere scoperta. Per il momento godo almeno di questo momento liberatorio. L’ho detto. E ora vado a studiare come fare nuovi nodi.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.

laglasnost

Lo famo social

  • Sabato, 28 Febbraio 2015 08:44 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
Mario Cubeddu, Panorama
26 febbraio 2015

Foto, video, registrazioni audio di amplessi
, girano sulle chat di Facebook e Whatsapp, a volte in conversazioni di gruppo, altre di profilo in profilo, di migliore amico in migliore amico, con confidenziali "non farlo vedere a nessuno" puntualmente disattesi. [...] L'enfasi mediatica e l'indignazione degli adulti non la capiscono. E non perché siano tutti dei piccoli depravati, o perché siano irrecuperabilmente e precocemente disincantati. ...

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