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#Giovani #LiberiDiAmare - Abbiamo i 5 finalisti!

  • Mercoledì, 19 Novembre 2014 11:50 ,
  • Pubblicato in Flash news
Aied Roma
19 11 2014

Il contest nazionale di AIED (Associazione Italiana per l'Educazione Demografica) Roma e Cocoon Projects “#Giovani #LiberiDiAmare - Una gara di idee: voce alle donne” (www.liberidiamare.it) è arrivato alla prima tappa importante: la selezione dei cinque progetti finalisti.

Eccoli qui:

ADVISEX
Love Sex Creative Express
SEX...BOOK
Sex: let’s talk!
Sex: the Teen App!

Al contest hanno partecipato circa 130 ragazze e ragazzi da tutta Italia inviando 50 idee.

I cinque finalisti, che sono il risultato della media del voto della comunità web e del comitato, si contenderanno la vittoria del premio dal valore totale di 10.000 euro, attraverso un pitch contest durante il convegno che si terrà a Roma il 28 novembre presso Grand Hotel de la Minerve – Piazza della Minerva 69.

Il comitato è composto da:

Luigi LARATTA - Presidente AIED Roma e Presidente Comitato
Emil ABIRASCID - Giornalista e CEO di StartupBusiness
Margherita DE BAC - Giornalista Corriere della Sera
Maria Vittoria DE MATTEIS - Sociologa e Giornalista Rai News 24
Maria Luisa GNECCHI – Deputata al Parlamento
Laura PREITE - Giornalista
Anna SAMPAOLO - Psicologa analista, sessuologa, coordinatrice dei corsi AIED Roma di educazione sessuale nelle scuole
Stelio VERZERA - Co-fondatore Cocoon Projects e Lean Innovation Coach
Loretta ZONA - Professoressa, Preside Liceo scientifico Morgagni.

L'agenda del 28 novembre è:

9,30 > Registrazione
10,00 > Benvenuto
10,15 > Tavola rotonda
11,45 > "Donne fuori scena" e "If you were me" ci raccontano l'esperienza di #NoViolenza #Donne 2013
12,00 > Pitch contest
12,45 > Coffee break
13,15 > "#Giovani #LiberiDiAmare - Una gara di idee: voce alle donne": come siamo andati
13,30 > Premiazione

Il convegno è aperto a tutti, AIED Roma e Cocoon Projects vi invitano a partecipare!

Sesso pazzo

  • Venerdì, 07 Novembre 2014 14:20 ,
  • Pubblicato in Flash news

Abbatto i muri
07 11 2014

E. mi scrive una cosa così: “E’ una storia delicata questa. Ma non potrei raccontarla se non sul tuo blog.” Io ne sono felice e la condivido con voi. Godetevela. Un abbraccio a E. e buona lettura!

- Il sesso fra dementi non lo possiamo consentire – sentenziò il Capo. A definirlo con la sua qualifica tecnica, il Capo è il Coordinatore della struttura residenziale psichiatrica in cui lavoro. I turni di notte me li pagano ventisette euro e cinquanta. Nella mia ingenuità di operatrice alle prime armi, avevo fatto l’errore di chiedere che venisse inserito come punto all’ordine del giorno della riunione mensile d’équipe la questione dei desideri e dei bisogni sessuali delle persone ospiti qui. La risposta fu così secca e disarmante da costringere me e pochi, pochissimi, altri operatori a auto-costituirci in un gruppo clandestino, quasi carbonaro, che abbiamo battezzato “Sesso pazzo”. Sembrerebbe uno scherzo, ma non lo è. Da pochi mesi – fino a quando non lo scopriranno e mi licenzieranno – io sono un’operatrice del “sesso pazzo”. L’elemosina che mi fanno per 12 ore di lavoro consecutivo in una comunità psichiatrica ad alta soglia, se vorranno, la potranno usare per sniffarci i componenti chimici dei farmaci (devastanti, letteralmente devastanti) che somministrano ai pazienti ad ogni loro sussulto emotivo, ad ogni rivendicazione di auto-determinazione, ad ogni risveglio del dolore e dei ricordi.

Marco ha solo 22 anni. All’età di 7 anni sua madre gli ha fracassato il cranio con una spranga di ferro. Lesioni cerebrali ed una sofferenza dentro atroce, incredula, risucchiante. Espulso dalla comunità per minori cui era stato affidato al compimento della maggiore età, ce l’hanno mandato qui, a fare non si sa bene cosa. Tenerlo qui, a botte di farmaci, tv e partite a calciobalilla, la domenica il gelato sul mare, è l’unica risposta che gli offre lo Stato, la collettività. Marco non è matto. Marco ha bisogno di decidere per sé.

Letizia e Franco si vogliono bene. Sono tranquilli. Hanno circa 50 anni. A loro viene permesso di andare da soli la mattina, al bar, a prendere un caffè. Questo lo chiamano “progetto di inclusione”.

Giovanni ha perso il lavoro a 60 anni, una moglie invalida ed una figlia disabile a carico. Si è dato fuoco davanti ai Servizi sociali. L’hanno portato qui.

Il marito di Mariella scopava con un altro uomo. Lei lo ha scoperto, ha avuto una brutta depressione. Non aveva un lavoro, non aveva una casa. L’hanno mandata qui. Pillole a gogò, pasti caldi ed un letto da rifare la mattina. Loro risolvono così.

I manicomi non esistono più, ma la gestione dei corpi da parte dello Stato – in nome di una presa in carico esclusivamente clinica e mai sociale e politica – è uno schifo peggiore: è la sovra determinazione delle vite fragili. Nonostante la convivenza forzata, nonostante i farmaci e l’isolamento, qui di nascosto, sussurrando, arrossendo, scrivendocelo su bigliettini gialli, tutti ci dicono che gli manca il sesso, e che sentono forte il bisogno di calore, corpi e carezze.

Così noi del “sesso pazzo”, le operatrici a pochi spiccioli per notte, abbiamo fatto quello che le donne sanno fare da sempre. Aggirare il sistema e rispondere ai bisogni. Di nascosto, distribuiamo preservativi e vibratori, biancheria intima secondo i gusti, abbiamo allestito una stanza (dicendo che era per le urgenze notturne) lasciando un pc per chi volesse guardare video porno e masturbarsi, organizzando i turni e i cambi lenzuola per le coppie che chiedono di stare in intimità. Abbiamo portato un paziente da una sex-worker come dite voi dicendo ai responsabili che lo accompagnavamo ad un colloquio di lavoro.

La notte facciamo finta di non vedere e di non sentire. Ci chiudiamo in ufficio con le birre e le sigarette. Anche noi operatrici abbiamo vite di merda: tutte precarie, incasinate, con figli a carico, compagni depressi e genitori che invecchiano. L’infelicità corrode anche noi. “La paura mangia l’anima”, diceva qualcuno. Vorremmo non avere più paura, noi e i nostri amici qui dentro: noi non vorremmo più vivere con la paura di essere scoperti noi e perdere quei 27,50 a notte, loro vorrebbero essere liberi di scopare e desiderare come, quanto e con chi vogliono.

La lotta è la stessa: liberare i nostri corpi dalla violenza sociale ed economica perché tornino ad essere corpi desideranti. Avere vite da scegliere come le vogliamo vivere. Avere sostegni adeguati. Non negoziare i diritti. Sentirci meno soli.


La vita online aumenta il disagio sessuale

  • Martedì, 28 Ottobre 2014 14:48 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Repubblica
28 10 2014

NASCONDERSI dietro un falso nome e una falsa immagine per intessere relazioni con altri utenti connessi allo stesso social network. È così che molti, giovani e non, affrontano il proprio disagio nel confrontarsi con gli altri. Ma questo tipo di comportamento non fa che alimentare le proprie insicurezze sociali e sessuali. A sostenerlo è il sessuologo Angelo Peluso, professore della Facoltà di medicina e chirurgia dell'Università Tor Vergata di Roma, durante un recente convegno: "I social network alimentano malessere e disagio nelle relazioni affettive e sessuali".

"Le identità recitate", ha proseguito Peluso, tra i fondatori Società italiana di sessuologia clinica, "caratterizzano le relazioni online attraverso la mediazione di fake, ovvero di false identità, che interagiscono costruendo immagini mascherate del sé e degli altri, in un sistema di rapporti collusivi". Quindi "la vita online provoca effetti placebo non solo in soggetti depressi e solitari ma in chiunque abbia un'insicurezza o disagio rispetto alla percezione della propria immagine", e "anche coloro che non hanno problemi di autostima affidano al web e ai social l'occultamento dei propri difetti e l'esaltazione di pregi non sempre reali". "I legami tra false identità", ha concluso il sessuologo, "generano benessere precario destinato a sgretolarsi quando i soggetti si calano nella dimensione delle relazioni reali, dove barare è molto più difficile".

MicroMega
24 10 2014

Al di là della visione standardizzata del disabile asessuato, infantile ed estraneo alla sfera del piacere erotico, esiste un mondo in cui queerness ed handicap si fondono in un abbraccio dolce e sovversivo, dove le presunte regole normative del sesso sono messe in discussione, rovesciate a pancia all'aria e ripensate in modo critico.

Nato all'inizio del Novecento come dispregiativo omofobico, il termine queer viene riutilizzato sovversivamente dal linguaggio della queer theory come concetto inclusivo, trasversale, che non ubbidisce al binarismo eterosessuale/omosessuale, che si appella senza distinzioni ad ogni tipo di sessualità marginale. La paura dell' “altro” nel contesto teorico sviluppato all'interno dei disability studies e della queer theory coinvolge da un lato i corpi imperfetti di individui affetti da menomazioni fisiche e mentali, dall'altro l'orientamento sessuale queer.

L'intento di questo articolo è quello di creare un ponte tra questi due tipi di emarginazione sociale in relazione alla sessualità. Attraverso il legame tra disabilità e queerness è possibile ripensare le rappresentazioni culturali delle pratiche normative-eterosessuali e dare spazio ad un nuovo tipo di approccio alla sessualità e all'identità di genere. Al di là della visione standardizzata del disabile asessuato, infantile ed estraneo alla sfera del piacere erotico, esiste infatti un mondo in cui queerness e disabilità si fondono in un abbraccio dolce e sovversivo, dove le presunte regole normative del sesso e della sessualità sono messe in discussione, rovesciate a pancia all'aria e ripensate in modo critico.

Da sempre il linguaggio medico opera a sostegno di un paradigma culturale che accomuna il sesso e la sessualità all'abilità fisica, escludendo così dal panorama erotico gli individui impaired, portatori di handicap. Fino a tempi recenti al concetto di disabilità è stato infatti attribuito uno studio prettamente medico, considerando la condizione dell'essere disabile come effetto diretto di menomazioni di tipo fisico e mentale. Soltanto nel 1980, con la nascita dell'anglosassone Social Model of Disability, al termine “disabilità” è stato dato un significato di tipo etico e culturale, discernendo il concetto di “menomazione” da quello di “disabilità”, quest'ultima definita da processi di esclusione sociale. Secondo il Social Model of Disability il germe dell'emarginazione sociale di individui portatori di handicap non si alimenta dei loro “difetti” fisici o mentali, ma nasce e si perpetua all'interno della nostra società; l'inadeguatezza delle infrastrutture, pensate esclusivamente per il cittadino non portatore di handicap, disabilita ed opprime gli individui diversamente abili alimentandone l'esclusione sociale.

Diversi esponenti dei Disability Studies puntano a stravolgere lo stereotipo del disabile asessuato e mostrarne il lato queer, “perverso”, che stride con l'ideale della sessualità “abile” ed eterosessuale accettata come “norma”. All'interno e attraverso questi studi, individui diversamente abili si raccontano nella loro intimità, tramutando i propri handicap in correnti di piacere erotico. Grazie a loro, la paura dell'anormalità fisica e sessuale si spegne alla soglia di un linguaggio queer, che si articola tra le forme imprecise del corpo disabile sprigionando una forma nuova di erotismo; un erotismo in cui queerness e disabilità, legati da un passato ed un presente di oppressione sociale, si uniscono in un imperativo sessuale che lotta contro gli stereotipi di genere e sessualità.

Orgasms in Our Ears

Julio ha perso la gamba sinistra in seguito ad un grave incidente d'auto. Julio decide di raccontare e condividere la propria esperienza all'interno della piattaforma online BENT: A Journal of Crip Gay Voices. BENT è un mondo virtuale all'interno del quale omosessuali portatori di handicap riflettono sulla condizione di disabilità in rapporto alla sfera sessuale. Partendo dalle proprie esperienze più intime, i protagonisti di BENT mettono in discussione la propria “anormalità” su due fronti, quello della sessualità queer e quello della menomazione fisica, impedendo ogni genere di categorizzazione identitaria. Julio, come altri utenti BENT, decide di lottare contro lo stereotipo del disabile asessuato e vulnerabile raccontando con tono provocatorio l'universo sessuale generatosi in seguito alla perdita della gamba: “Voglio parlare di tutto ciò che implica l'essere un disabile arrapato, esplorarne ogni eccitante dettaglio. Voglio demolire l'opinione comune che insiste sull'asessualità delle persone disabili, che giudica ripugnanti i nostri corpi deformi e bizzarri. Rifiuto l'idea del nostro essere impotenti, sgradevoli, bisognosi e dipendenti. La rifiuto e voglio che tutti voi la respingiate.”).

Julio racconta la propria disabilità come il veicolo attraverso il quale soddisfare i propri piaceri erotici: dopo l'amputazione il moncherino si è tramutato in zona erogena, il contatto diretto con la pelle provoca una sensazione di estremo piacere sessuale, il gioco erotico con l'amante ruota attorno ad un'assenza che nutre di passione. La disabilità di Julio, lontana dall'essere una “mancanza” all'interno del mondo della sessualità, si trasforma così in oggetto di desiderio sessuale che apre le porte a forme sempre nuove di erotismo: “Ho un nervo cauterizzato nel mio moncherino . . . che provoca una sensazione di immenso piacere quando lo tocco o accarezzo. Quando qualcun altro lo fa, quando un amante lo tocca, mi fa impazzire.” (Julio, “Orgasms in Our Ears”).

La storia di Julio sovverte i parametri normativi del sesso e della sessualità, stravolgendo da un lato l'ideale eterosessuale di riproduzione genitale e dall'altra i parametri convenzionali che predicano una forma fissa e “naturale” di piacere erotico. Tra le intime pagine di Julio il corpo deforme e “altro” dell'amputazione diventa un corpo sessualmente desiderabile. Rendendo erotica la sua disabilità, Julio smentisce il paradigma egemonico, supportato dal discorso medico, che accomuna il sesso all'abilità fisica, il sessualmente desiderabile alla “normalità” priva di menomazione, racchiudendo queerness e disabilità all'interno di uno stesso denominatore: la sessualità.

The time in the pleasure garden before the fall

Angela, intersessuale, racconta il suo approccio alla sessualità prima dell'intervento chirurgico di esportazione delle ovaie e amputazione del clitoride. Angela racconta di essere cresciuta senza alcun tipo di “ambiguità” fisica fino all'età di dodici anni, quando il clitoride ha iniziato a crescere in modo prominente: “I noticed the size of my clitoris growing more promently but I loved it. I had this wonderful relationship with it. I think of that time that I had, maybe six months before surgery, from the time that I noticed it and started to love it to the time that it was taken from me, it's like this time in the pleasure garden before the fall”. La madre decide di sottoporre la figlia ad una visita endocrinologa; dopo solo un mese, Angela viene ammessa all'ospedale di Chicago per un'operazione chirurgica.

Dopo l'intervento, soffre un drastico cambiamento nella sfera sessuale. La “normalizzazione” delle forme ambigue dei genitali ha ridotto drasticamente il grado di piacere sessuale provato precedentemente all'operazione: “Io so che la meravigliosa sensibilità che avevo prima dell'operazione chirurgica, sto parlando di sensibilità genitale, degli orgasmi che ho provato . . . è diversa dalle esperienze che mi sono state raccontate da altre donne in rapporto al loro corpo . . . è davvero doloroso per me . . . pensare che ciò che mi è stato portato via è un erotismo unico, specifico . . . un erotismo ermafrodita che deve spaventare davvero le persone e provocare un elevato stato d'ansia . . . questa parte di me così speciale . . . la nostra (ermafroditi) sessualità . . . c'è stata strappata via . . . questo significa, cosa ancora più importante, che la nostra forma di sessualità così speciale . . . che era unicamente ermafrodita . . . è stata portata via” (Hermaphrodites Speak).

L'approccio alla sessualità raccontato da Angela si appella ad un erotismo queer che nasce e si sviluppa dalle forme ambigue del corpo intersessuale; il suo anomalo clitoride, il suo organo “disabile”, modella nuove forme di piacere erotico che minano lo stesso discorso medico, basato sulla matrice eterosessuale che regola pratiche sessuali di tipo normativo. La storia di Angela reinterpreta l'idea egemonica di sessualità attraverso un continuo dialogo tra menomazione, disabilità e queerness, stravolgendo e ripensando il rapporto tra abilità fisica e sessualità, tra sesso ed identità di genere.

Virginia Zoli

Nel segno della vagina

  • Martedì, 07 Ottobre 2014 11:55 ,
  • Pubblicato in Flash news

Micromega
07 10 2014

Fattosi strada nei cortei dell'estrema sinistra, fra pugni e P38, il segno della vagina fu il gesto di una generazione di donne in lotta che rivendicavano il proprio sesso, fino ad allora visto come semplice privazione. Un libro ne ricostruisce oggi la storia, le incursioni in ambiti diversi fra cui quello artistico, e il lascito.

di Jamila Mascat

Comparso negli anni Settanta e scomparso nel giro di un decennio, il gesto femminista disegnava con le mani un buco d'aria a forma di mandorla che mimava la vagina innalzandola con le braccia in alto fin sopra la testa.

Nasceva in un'epoca in cui, scriveva Carla Lonzi, il sesso della bambina non aveva “nome, né vezzeggiativo, né carattere, né letteratura” e il rapporto tra i due sessi designava il rapporto “tra un sesso e la sua privazione”. In Italia erano gli anni del referendum sul divorzio (1974), dell'auspicata riforma del diritto di famiglia (1975), della legalizzazione dell'aborto con la legge 194 (1978). Ma erano anche gli anni in cui grazie al Codice Rocco i “delitti d'onore” (abrogati solo nel 1981) concedevano attenuanti agli assassini, mentre durante i processi per stupro agli aggressori venivano imputati reati “contro la moralità pubblica e il buon costume” (con la possibilità di optare per “matrimoni riparatori”) e alle donne i facili costumi.

Il segno della vagina fu perciò il gesto di una generazione di donne in lotta che agiva in modo inattuale – “ossia contro il tempo e sul tempo, avrebbe detto Nietzsche, e speriamolo, a favore di un tempo venturo” – proprio partendo dal basso, dall'esplorazione di genitali misconosciuti, imparando a guardarsi, toccarsi, sperimentarsi, amarsi e godere.

Curato da Ilaria Bussoni e Raffaella Perna (DeriveApprodi 2014, 192 pagine, costellate da un centinaio di foto, euro 20,00), Il gesto femminista. La rivolta delle donne: nel corpo, nel lavoro, nell'arte riflette sull'inattualità del segno della vagina. Un segno che si fa largo tra i pugni e le P38 nei cortei italiani e che, nonostante la prematura scomparsa, è rimasto anche nella memoria di chi la vagina a triangolo con le dita non l'ha mai fatta.

I sedici contributi che compongono il volume ritornano sulle tracce di un gesto dileguato che pure ha lasciato il segno, e s'interrogano retrospettivamente sul senso di un segno che rivendicava un sesso.

Questo sesso informe - “negativo, inverso, rovescio, dell'unico sesso visibile e morfologicamente designabile”, come voleva Luce Irigaray, che prendeva forma nelle strade e nelle piazze, durante i raduni, le manifestazioni e le proteste davanti ai tribunali. Questo sesso che non era un sesso, solo un organo invisibile, un attributo destinato alla riproduzione, che diventava finalmente sessualità, libertà e politica nelle mani delle donne.

Atti osceni in luoghi pubblici

Si trattò di uno “scatto creativo”, come ricorda Ilaria Bussoni con le parole di Lonzi, che liberando la parte anatomica dalla sua funzionalità organica, inventò un sesso imprevisto e attraverso una fessura d'aria dischiuse l'orizzonte delle nuove forme dell'immaginazione collettiva femminista.

In questo tripudio festoso, l'irruzione del segno della vagina sulla scena politica pubblica fu nondimeno un atto osceno. Non solo per la sfrontatezza allusiva del triangolo esibito, ma anche per come quel gesto inconsulto s'imponeva in uno spazio alieno sovvertendo i canoni del contendere politico. In questo contesto “se la forza-lavoro è già linguaggio, è una promessa di scambio (anche se iniquo), ... il sesso e la preocreazione, osserva Claire Fontaine, nella loro ambigua natura cultural-fisiologica, scivolano invece costantemente nel territorio torbido dell'animalità umana, dal lato della zoé e non del bios, in quella vita appunto che non sa portare l'aggettivo di politica”.

Eppure il gesto femminista rivendicava quell'aggettivo e se ne appropriava senza chiedere il permesso. La controparte maschile, invece, ricorda Letizia Paolozzi, complice una sordità radicata nel pregiudizio, non diede prova allora di grande ricettività. Nonostante la minaccia delle “streghe”, insomma, gli uomini non tremarono di fronte a quel buco brandito come un'arma. Ridotta all'osso, la battaglia dei sessi tra innovazione (“col dito col dito/orgasmo garantito”) e tradizione (“col cazzo col cazzo/è tutto un altro andazzo”) restituisce la misura dei limiti del confronto che oppose negli anni Settanta femminismo e patriarcato. Nell'immediato il sesso forte non ebbe orecchie per intendere, anche se il gesto della vagina non fu mai soltanto mimica, eloquente e muta, ma fu sempre e soprattutto un gesto parlato, cantato e scandito dagli slogan delle donne; un gesto che spalancava le labbra per nominare in coro l'aborto e la violenza (“La notte ci piace/ vogliamo uscire in pace”), le operaie e le casalinghe (“Le donne proletarie escono dalle cucine/fascisti padroni per voi sarà la fine”), la vecchiaia e il piacere (“La nonna non era frigida era separatista” si legge in un cartello impugnato da Alma Sabatini ritratta in una foto ricordata da Paola Agosti). Quelle parole non rimasero lettera morta e divennero artefici della rivoluzione femminista.

Da dove abbia origine il segno della vagina è storia incerta. Laura Corradi ne rinviene un antenato remoto tra gli Scritti dal carcere del leader curdo Abdullah Öcalan, secondo cui alla fine della civiltà sumera il triangolo, Shakti, veniva venerato come simbolo del potere generativo dell'universo. Ma in epoca recente, spiega Corradi, non è stato facile rintracciare la genesi di questo gesto, perché era come se fosse sempre esistito. Poi attraverso una catena di interviste, l'autrice è risalita a Giovanna Pala. Femminista italiana in trasferta a Parigi nel maggio del 1972 per partecipare a un enorme convegno sui crimini contro le donne che si tenne alla Mutualité, Pala salì sul palco insieme a una compagna greca per fare un intervento e poi, a conclusione, quel gesto ripreso dalla copertina di Le torchon brûle, una rivista femminista francese pubblicata tra il 1971 e il 1973.

Da quel momento il segno della vagina si diffuse in Italia in maniera contagiosa e poi, sporadicamente, fece la sua comparsa anche in Europa e Oltreoceano.

Farne un'arte

Nel rendere omaggio a questo segno, Stefania Consigliere e Lelia Pisani ricordano che la storia delle lotte delle donne è stata ed è tuttora attraversata su scala mondiale dalla presenza di numerosi altri gesti e altri simboli.

I corpi nudi, e ancora una volta osceni, delle donne togolesi che ad agosto del 2012 sfilavano davanti alle carceri di Lomé per chiedere la scarcerazione di 119 prigionieri arrestati dalle forze dell'ordine, sono solo un esempio tra i tanti invisibilizzati, a dispetto dei seni delle Femen e dei balaclava delle Pussy Riot, entrambi iperesposti alla costante attenzione dei media.

A differenza di questi ultimi, il gesto femminista non fu “messo in scena” ma agito per strada, né fu mai show ad uso e consumo dei riflettori, ma performance comune e corale, che ambiva alla condivisione piuttosto che alla spettacolarizzazione.

Quel gesto ironico e combattivo, infatti, si collocava all'intersezione tra l'individuo e il genere, incarnando un principio di individuazione che abbracciava l'imperativo della differenza – del fare la differenza – contro i diktat dell'emancipazione-assimilazione. Al tempo stesso il triangolo designava “singolarità esposta, e fierezza possibile solo a condizione di non essere la sola”, come spiega Federica Giardini. Si trattava, cioè, di una mossa che acquistava senso e forza nell'essere ripetuta e condivisa, piuttosto che nell'essere isolata e immortalata.

Per tutte queste ragioni il triangolo, che pure si lasciava fotografare – come testimoniano gli scatti di Paola Agosti e Agnese De Donato e le copertine delle tante riviste che circolvano in quegli anni (tra cui effe, Noi Donne, Sottosopra e Differenze) – ha sempre intrattenuto un rapporto travagliato con la produzione delle immagini e la loro intrinseca parzialità, come del resto il femminismo in genere. Nota Silvia Boldini, a proposito del repertorio femminista di quegli anni, che “l'impiego dello strumento fotografico ha operato quasi inevitabilmente una selezione, ha privilegiato il fuori della nostra pratica”, trascurando “il dentro della nostra politica” – cioè l'intimità (l'autoscienza, i gruppi, lo studio, le relazioni, l'inconscio e la sessualità) che non si prestava ad essere fotografata allo stesso modo.

Alla cultura visuale questo volume dedica ampio spazio, interrogando retrospettivamente i modi, le tecniche e l'impatto della riproduzione/rappresentazione dei corpi femminili nelle arti plastiche e nella critica d'arte (Raffaella Perna e Vanessa Martini), in fotografia (Angela De Donato, Paola Agosti), nel cinema (Alina Marazzi), e nell'ambito della performance (Francesca Gallo). La querelle tra essenzialismo e antiessenzialismo sorta intorno all'iconografia dei genitali femminili e al loro portato simbolico, solleva questioni politiche complesse – cosa raffigura una vagina? Cosa include e cosa esclude? Quanto fa appello alla biologia e al determinismo? Quanto è quindi riduttiva? – che si riverberano nel mondo dell'arte e trovano terreno fertile tra gli anni Settanta e Ottanta nel dibattito della critica postrutturalista femminista – di cui Griselda Pollock, co-autrice con Rozsika Parker di Old Mistresses: Women, Art and Ideology (1981), è una delle esponenti di spicco.

In arte come in politica quando “l'orrore del nientre da vedere” evocato da Irigaray diventa visibile, lo fa in modo irriverente e provocatorio. Per molte artiste di questo periodo, perciò, si tratta di riscattare quell'elemento oscurato e bandito dalla visione, tralasciando il resto del corpo femminile tradizionalmente erotizzato, e concentrandosi sull'apparizione del rimosso. Nascono con questo spirito alcune espressioni emblematiche dell'arte femminista d'avanguardia internazionale: da Hon (1966) di Niki de Saint-Phalle a The Dinner Party (1979) di Judy Chicago, da Aktionshose: Genital Panik (1969, foto sotto) di Valie Export a Toward a New Expression (1974) di Suzanne Santoro, da Vagina Painting di Shigeko Kubota (1965, foto a sinistra) a Interior Scroll (1975) di Carolee Schneemann, dall'Alfabetiere murale (1976-77) di Bianca Menna/in arte Tomaso Binga alla Paolina Borghese come Venere contestatrice (1977) di Verita Monselles.

Io sono mia?

Oggi che il gesto femminista è scomparso, salvo ricomparire raramente in contesti disparati - nei cortei contro la riforma della legge sull'aborto in Spagna o nei V-days contro la violenza sulle donne promossi da Eva Ensler e dalle Vagina Warriors – occorre, come questo libro sollecita a fare, tornare a interrogarsi sul valore metonimico di quel triangolo obsoleto: quale parte per quale tutto?

Nello spazio ristretto della vagina affiorano infiniti temi controversi, legati ai diritti riproduttivi contesi, al rapporto tra sessualità, potere e godimento, alle modificazioni genitali, all'uso pubblico e all'autodeterminazione dei corpi, all'intersezione ingarbugliata di genere, di razza e di classe.

Gli uteri riappropriati e sottratti alla norma riproduttiva richiamano infatti l'attenzione sulla divisione sessuale del lavoro e su quel fenomeno che, riecheggiando Marx, Leopoldina Fortunati aveva ribattezzato “l'arcano della riproduzione” (1981), ovvero, con le parole di Anna Curcio, “l'arcano della gratuità della riproduzione” asservita agli scopi della produzione. In tal senso, proprio il rifiuto dei ruoli riproduttivi a cui le donne – e sempre più donne dell'Est e del Sud del mondo – vengono relegate dal capitalismo di tutti i tempi, contribuisce ad alterare l'organizzazione globale del lavoro, rivelando i vincoli impliciti che sussistono tra costruzioni di genere, domesticità, patriarcato e capitale. A dimostrazione del fatto che le donne – e la vagine – liberate dai compiti riproduttivi assegnati loro si collocano, ora come in passato, dalla parte della lotta di classe.

L'identificazione di anima e corpo significata dal segno della vagina, che nasceva a risanare un antico dualismo, si presta oggi ad essere risemantizzata nel tentativo di riconcettualizzare la politica a partire dalla vita e dalla sua vivibilità, come auspica Cristina Morini, e nel tentativo di ripensare il potere a partire dalla colonizzazione che opera sui corpi, sulle menti e sugli affetti, tutti egualmente sussunti e valorizzati dallo sfruttamento del capitale. Nel momento in cui, infatti, il “paradigma prototipico” del precariato odierno diventa donna, le pratiche e teorie femministe – la cura, la relazione in primis – si trovano ad essere interpellate profondamente, in un modo che ancora una volta obbliga a pensare congiuntamente i costi produttivi e riproduttivi delle società in cui viviamo. “Allora – continua Morini – se il femminismo ha svelato all'origine che il personale è politico, oggi deve rendere manifesto che il sociale sta diventando privato”.

A monte di ogni eventuale sforzo di risignificazione contemporanea del triangolo, sorge un quesito importante, anzi dirimente, per giudicare della presunta (in)attualità del gesto, che riguarda i nuovi potenziali soggetti che possano e vogliano diventarne eredi. Angela, una delle autrici della Collettiva XXX, lamenta qualche difficoltà in proposito - “Farei un po' fatica a riconoscermi tutta lì”, confessa - perché esser-donna è più di così e perché il femminile s'incarna in tanti corpi dissimili che non si lasciano univocamente ricondurre alla sagoma di una vagina.

Cosa accadrebbe allora se, come suggerisce Stefania, quelle labbra disegnate con le dita si allargassero e si ricongiungessero in una nuova combinazione? Potrebbe uscirne fuori “qualcosa di intricato, scomodo, confuso, un po' assurdo 'favoloso' (per mutuare un aggettivo che rimanda all'esperienza transessuale”). Un nuovo segno della vagina, o forse un nuovo segno tout court, simbolo di qualcos'altro.

Un interrogativo altrettanto radicale riguarda il rapporto tra il gesto femminista e i confini contemporanei delle libertà sessuali. Nel suo contributo Ilaria Bussoni si domanda pertinentemente se – e cosa – il triangolo possa ancora esprimere e rappresentare “in una fase del biocapitalismo in cui per una donna il proprio capitale umano coincide con un patrimonio corporeo, identitario, seduttivo e sessuale da immettere nei circuiti della valorizzazione”. Su questa scia, quindi, verrebbe da chiedersi che ne è oggi dell'intramontabile adagio femminista “il corpo è mio e lo gestisco io” e che farne. Insomma, quali corpi, quali libertà e a quali condizioni?

Se le battaglie femministe scelgono di non collocarsi entro un'ottica meramente libertaria e in ultima istanza liberale, non possono accontenarsi di intendere la libertà dei corpi sul modello del libero mercato, non possono cioè contentarsi del traguardo della libertà dei consumi e dei costumi senza questionare criticamente la posta e il gioco.

Se, come ha efficacemente notato Ida Dominjanni nel contesto di un dibattito recente, “il neoliberalismo non governa reprimendo bensì usando le libertà: non vuole le donne oppresse né represse, le vuole libere, liberissime”, quantomeno in alcuni contesti geografici e sociali privilegiati, “questo non impedisce, ma [...] complica molto il nostro esercizio della libertà”.

Il trait d'union tra le metonimie di ieri e quelle di oggi, sembrerebbe dunque essere ancora una riflessione sul senso della libertà delle donne, sulla sua collocazione materiale e simbolica. A questa riflessione si richiede oggi come ieri, di tenersi sempre a distanza da moralismi facili e indifendibili, e di non retrocedere né cedere sulle proprie conquiste, ma anche, diversamente da ieri, di cogliere e contrastare i nuovi rapporti di dominazione imposti da un capitalismo patriarcale più capace di prima di avvalersi e alimenatarsi delle rivendicazioni delle libertà individuali.

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