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Ilaria e Miran 20 anni dopo

  • Mercoledì, 19 Marzo 2014 17:08 ,
  • Pubblicato in Il Ricordo
Fulvia degli Innocenti, L'Unità
18 marzo 2014

Il 20 marzo è il primo giorno di primavera anche in Somalia, dove fa caldo tutto l'anno e in quel periodo c'è ancora un clima secco, in attesa dei monsoni che porteranno la stagione delle piogge. ...

Articolo Tre
13 03 2014

“La giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e il suo operatore, del quale non si conosce ancora il nome, sono stati uccisi oggi pomeriggio a Mogadiscio nord in circostanze non ancora chiarite. Lo ha reso noto Giancarlo Marocchino, un autotrasportatore italiano che vive a Mogadiscio da dieci anni”.

Il mistero della morte di Ilaria Alpi e di Miran Hovatin inizia così: con poche righe battute dall’Ansa, il 20 marzo del 1994. Erano le 14.43, in Italia e, in breve, la notizia rimbalzò su tutti i terminali dei quotidiani e delle televisioni. Non si sapeva ancora molto; soltanto poche informazioni, per lo più lacunose e non chiare. Soltanto con il trascorrere delle ore vennero a emergere le prime ricostruzioni: i due erano stati uccisi a colpi di kalashnikov da un commando formato da sette uomini. In Somalia, in quegli anni, imperversava la guerra civile: un agguato di questo genere poteva essere considerato, per quanto terribilmente, un rischio del mestiere.

Ilaria e Miran, però, non si trovarono semplicemente nel posto sbagliato al momento sbagliato. La loro morte fu voluta, intenzionale: come la stessa perizia della polizia scientifica dimostrò, gli assassini volevano la morte delle loro vittime, tanto più che le altre persone che, al momento dell’agguato si trovavano assieme ai due, rimasero illese. I colpi erano stati sparati appositamente verso la giornalista e il suo operatore. Da chi e perché, sono domande che ancor’oggi, a vent’anni dalla morte, continuano a non trovare una risposta chiara e soddisfacente.

Per questo, adesso, una petizione mira a far sì che circa 8mila documenti e dossier segreti, archiviati dalla Camera, vengano resi pubblici. Atti scottanti, sicuramente, che dovrebbero riguardare per lo più i traffici di rifiuti che in quegli anni cominciavano a configurarsi come fonte di guadagni per la criminalità organizzata, con il placet di apparati statali deviati e corrotti. Documenti che, dunque, potrebbero aiutare a far luce su un mistero che si trascina avanti da due decenni, tra insabbiamenti e depistaggi, segreti ed enigmi.

Ilaria Alpi era giunta in Somalia proprio per indagare sui misteriosi traffici che qui si vedevano compiuti. Armi e rifiuti tossici, nello specifico. Assieme al proprio collega, si recò anche a Bosaso, una piccola città nel nord-est del Paese, vero e proprio crocevia di business illeciti. Vi lavorarono per quattro giorni, dal 16 al 20 marzo. Poi, poche ore dopo esser rientrati a Mogadiscio, vennero freddati.

“Ero al Nord della Somalia mentre quella giornalista ficcava il naso negli affari di Bogor, il sultano di Bosaso, e immaginavo che l’avrebbero minacciata di non andare più in là di tanto”, ha raccontato in proposito il somalo Ilija Fashoda. Il resoconto proviene da Guido Garelli, uomo dei servizi e attualmente detenuto. In una lettera datata 1999, lo 007 raccontò di aver incontrato a Nicosia l'africano, due mesi dopo il duplice omicidio, e di aver parlato con lui del delitto. “Quello che di sicuro le ha creato dei problemi è il fatto di aver "grattato" le questioni della cooperazione”, avrebbe raccontato in quell’occasione Fashoda. “Ho saputo con certezza”, avrebbe aggiunto, “che la giornalista aveva ripreso delle scene nel Nord della Somalia, con delle lunghe carrellate sulle casse di materiale in mano alle "bande" di Bosaso: tu sai che origine avevano quelle armi, no?”.

Non è difficile, oggi, immaginarlo. Ai tempi, invece, erano in pochi a poterlo anche solo supporre e Alpi era una di questi. Lei, probabilmente, aveva compreso quali fossero le dinamiche che intercorrevano tra il “signore della guerra” Bogor e le istituzioni italiane. Gli apparati statali deviati, i servizi segreti che avevano contribuito già nei decenni antecedenti a far precipitare l’Italia nel terrore della strategia stragista. Quegli stessi servizi segreti che, a Trapani, crearono il Centro Scorpione, una propaggine di Gladio, su cui si interessò anche il giornalista e sociologo Mauro Rostagno. Lui, che a Trapani dirigeva una comunità di recupero, si era trovato a scoprire, quasi per caso, come, a pochi chilometri dalla città, nei pressi di un vecchio aeroporto militare, si portassero a compimento operazioni misteriose. Una la riuscì persino a filmare: un grosso aereo da cui venivano scaricate casse piene di medicinali e caricate altre piene di armi, a suo dire destinate proprio alla Somalia. Rostagno venne ucciso poco tempo dopo, ufficialmente per mano di Cosa Nostra.

Su Gladio, poi, investigò anche Giovanni Falcone, negli ultimi mesi della sua vita. A seguito dell’attentato di Capaci, i documenti sul suo pc riguardo quell'unità stay behind in terra siciliana vennero manomessi. Evidentemente era giunto a qualche verità, così come, forse, anche Nino Agostino, uno dei due agenti dei servizi che, nel giugno dell’89, salvarono il giudice dall’attentato all’Addaura, frutto di “menti raffinatissime”. Prima di morire in circostanze misteriose, Agostino si recò più volte a Trapani, proprio dove trovava sede Gladio. Forse mise al corrente delle sue indagini anche il collega e amico Emanuele Piazza, l’altro agente “salvatore” di Falcone, che sparì nel nulla il 16 marzo del ’90.

E torniamo ad Alpi e alla Somalia: tra coloro che conoscevano Emanuele Piazza vi era Vincenzo Lo Causi, sottoufficiale del Sismi, per un periodo in forza al Centro Scorpione. Ancor più importante, era l’informatore della giornalista del Tg3, e lo rimase fino al novembre del ’93, quando, a Mogadiscio, qualcuno non lo mise a tacere per sempre.

Cosa faceva in Africa? Stando a quanto raccontano alcuni atti giudiziari, vi si era recato per rintracciare i personaggi coinvolti nell’illecito commercio dentro il quale avrebbero viaggiato anche scorie radioattive. In pratica, in Somalia arrivavano armi dall’Italia, per rinfocolare la guerra civile e, in cambio, il Paese accettava di nascondere rifiuti tossici, provenienti, sempre, dalla nostra nazione. Fruttando, ovviamente, miliardi alla criminalità organizzata.

A gestire tutto il sistema, faccendieri italiani e stranieri, complici di politici, specialmente dell’area socialista. Testimoni confermano questa versione. E’ il caso per esempio di Francesco Corneli, ex collaboratore del Sisde che raccontò come il dittatore somalo Siad Barre, tra il 1990 e il 1991, avesse ai suoi referenti socialisti in Italia di procurargli “armamenti di alta tecnologia”.

Ilaria Alpi, probabilmente, scoprì, imbeccata da Li Causi, tutto questo, e raggiunse qualche verità. Nei giorni antecedenti alla sua partenza per Bosaso, la giornalista incontrò anche Faduma Mohammed Mamud, figlia dell’ex sindaco di Mogadiscio, che, interpellata dai giudici, raccontò come la donna le avesse confidato di seguire “una certa pista, una pista abbastanza pericolosa”. “Era una questione delicata, di cui non dovevo parlare con nessuno, salvo con qualche persona che poteva aiutarci, di cui potevo fidarmi ciecamente”, proseguì la testimone. “Lei si interessava a certe cose orrende che venivano fatte sulle coste somale. Aveva appreso che erano stati scaricati rifiuti tossici; cose che noi sapevamo già. Ma eravamo impotenti, non potevamo farci niente”.

“Io le dissi”, aggiunse Mamud, “che dal 1988 le cose avevano cominciato ad andare alla deriva; non avevamo guardiacoste, non avevamo niente. Avevo sentito che in quasi tutto il litorale somalo, a Merca, a Mogadiscio, a Obbia, nel Moduk, in Migiurtinia (l’area di Bosaso, ndr) erano sepolti dei fusti di cui non si conosceva il contenuto. Ho inoltre fatto notare a Ilaria che erano comparse in Somalia delle malattie nuove, e che si erano registrate morie di pesci”.

Si parla, ovviamente, delle cosiddette “navi dei veleni” o “navi a perdere”: imbarcazioni che, abbandonate le coste italiane, raggiungevano la Somalia per poi affondare, portando con sé, negli abissi, anche i loro carichi di rifiuti tossici. Ne parlò persino il pentito dei Casalesi Carmine Schiavone, partendo dal Lazio, da Gaeta, che era la base di partenza delle navi della compagnia italo-somala Shifco. Dieci giorni prima che Alpi partisse per la Somalia, i pirati di Bosaso presero in ostaggio proprio una di queste imbarcazioni, spingendo, forse, la giornalista a volerci veder più chiaro. Fu così che si recò dal Bogor, per la sua ultima intervista. In essa, la donna tentò di comprendere il vero ruolo della Shifco, scontrandosi con risposte evasive quando non allusive.

“Sono sicuro che anche da Gaeta partissero le armi e i rifiuti, proprio in quel periodo”, ha ricordato Schiavone, da poco tornato agli onori delle cronache per le sue rivelazioni sulla terra dei fuochi. Operazioni, queste, organizzate “non da noi, ma dai servizi di sicurezza”. E assegnate, come si evince dai documenti delle Nazioni Unite, alla compagnia Shifco. In un rapporto del 2003, gli analisti dell’Onu riportarono infatti il caso di un trasporto clandestino di armi, avvenuto nel 1992, attraverso un trasbordo – avvenuto al largo delle coste somale – che sarebbe stato garantito “apparentemente da un peschereccio della compagnia” italo-somala.

Importante ricordare, ovviamente, come il clan dei Casalesi possa essere considerato una filiale di Cosa Nostra in Campania.
A fronte di tutto ciò, non appare difficile comprendere il motivo per cui Ilaria Alpi e MIran Hovatin vennero uccisi. Probabilmente scoprirono quello che non sarebbe dovuto esser scoperto e furono puniti per questo, messi a tacere, neutralizzati. E, come in un copione già conosciuto, tutte le loro scoperte vennero occultate.

I bagagli della donna vennero manomessi subito dopo l’omicidio,, il taccuino su cui aveva appuntato le sue riflessioni venne fatto sparire.

Restano così vent’anni di misteri e indagini cadute nel vuoto. Di depistaggi e insabbiamenti. E di tenacia, da parte di chi, ora, chiede a gran voce che sia fatta finalmente verità.

La Libia non c'è più, ormai si è somalizzata

  • Sabato, 12 Ottobre 2013 15:05 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO
Tommaso Di Francesco, Il Manifesto
11 ottobre 2013

Per capire l'evolversi della crisi libica abbiamo intervistato Angelo Del Boca, storico del colonialismo italiano e massimo esperto internazionale della Libia.
Come giudica il sequestro da parte delle milizie armate del primo ministro libico Ali Zeidan, poi liberato?

Somalia: stupri e violenze sessuali

  • Martedì, 03 Settembre 2013 09:34 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Paese delle donne
03 09 2013

In Somalia, le donne e le bambine che vivono nei campi improvvisati per le persone sfollate rischiano fortemente di subire stupri e altre forme di violenza sessuale: e’ quanto ha dichiarato oggi Amnesty International, di ritorno da una missione di ricerca nel paese.


I ricercatori di Amnesty International hanno incontrato decine di donne e ragazze, alcune delle quali – una di soli 13 anni – erano state recentemente stuprate. La maggior parte di loro non ha presentato denuncia alla polizia temendo di essere stigmatizzata e nutrendo poca fiducia nella capacita’ o nella volonta’ delle autorita’ di svolgere indagini.

‘Molte delle donne che abbiamo incontrato vivono in rifugi fatti di pezzi di stoffa e di plastica, che non offrono alcuna sicurezza; nel contesto dell’assenza di legge che prevale nel paese e della mancanza di sicurezza all’interno di questi campi, non stupisce affatto che si verifichino questi orribili abusi’ - ha dichiarato Donatella Rovera, Alta consulente di Amnesty International sulle crisi.

Nella seconda parte di agosto, una ragazza di 14 anni che vive in un campo di Mogadisicio e’ stata stuprata nella sua tenda e si sta appena riprendendo da un attacco di epilessia. Ha raccontato ad Amnesty International:

‘Ho aperto gli occhi e c’era un uomo che mi stava togliendo i vestiti. Ho cercato di urlare ma lui mi ha stretto le mani alla gola. Mia cugina di 4 anni si e’ svegliata e l’uomo le ha detto di stare zitta. Ha fatto quello che voleva fare e se n’e’ andato’.

La nonna della ragazza ha dichiarato ad Amnesty International che i vicini, svegliati dalle urla della ragazza, hanno visto un uomo di 30 anni, con indosso un kikoi (un abito tradizionale) e con un bakor (un bastone da passeggio), allontanarsi dalla tenda e correre via.

Un’altra donna, madre di cinque figli, ha raccontato ad Amnesty International di essere riuscita ad allontanare un uomo armato che era entrato nella sua tenda per stuprarla, agli inizi di agosto. Durante la lotta, l’uomo le ha sparato su entrambe le mani. A seguito di questo episodio, la donna ha perso il figlio di cui era incinta di tre mesi.
Sebbene l’aggressione sia stata segnalata alla polizia, questa non ha aperto alcuna indagine.

Le indagini, i processi e le condanne per stupro e altre forme di violenza sessuale sono un fatto raro in Somalia e pertanto le sopravvissute sono poco incentivate a presentare denuncia alla polizia. Alcune donne hanno subito ulteriori abusi e stigma.

Le procedure eseguite dalla polizia, tra cui interrogatori privi di tatto e invadenti, acuiscono spesso lo stigma nei confronti di chi e’ sopravvissuta alla violenza sessuale. Nonostante l’alto numero di aggressioni sessuali, le poliziotte in servizio sono poche.

Secondo le Nazioni Unite, nel 2012 in Somalia vi sono stati almeno 1700 casi di stupro nei campi per i profughi interni, il 70 per cento dei quali ad opera di uomini armati che indossavano uniformi governative. Quasi un terzo delle sopravvissute aveva meno di 18 anni.

‘L’incapacita’ e la mancanza di volonta’, da parte delle autorita’ somale, d’indagare su questi crimini e portare i responsabili di fronte alla giustizia, rende le sopravvissute allo stupro ancora piu’ sole e contribuisce al clima d’impunita’ che rende certi gli aggressori che riusciranno a farla franca’ – ha sottolineato Rovera. ‘Occorrono azioni concrete per assicurare giustizia alle vittime e inviare il segnale chiaro e inequivocabile che la violenza sessuale non puo’ essere e non sara’ tollerata’.

Due decenni di conflitto e di carestie periodiche hanno costretto centinaia di migliaia di somali a lasciare le loro case per rifugiarsi in campi sempre piu’ grandi e affollati, nei quali la sicurezza e’ assente e le condizioni umanitarie agghiaccianti. Sebbene le condizioni di sicurezza nel paese siano migliorate, in Somalia c’e’ ancora oltre un milione di sfollati.

Leggi il documento ‘Rape and sexual violence in Somalia – An ongoing epidemic’
http://www.amnesty.it/Somalia-stupri-e-violenza-sessuale-su-donne-e-bambine-sfollate e presso l’Ufficio Stampa di Amnesty International Italia.

La Repubblica
29 03 2013

Nel tormentato Paese del Corno d'Africa gli sfollati interni soffrono ogni sorta di sopruso, violenze sessuali sulle donne comprese, oltre che altre forme di abusi. Lo riporta un dossier di Human Rights Watch (HRW), organizzazione che effettua monitoraggi sui diritti umani. Il rapporto, non a caso intitolato "Ostaggi dei guardiani", e segnala il comportamento dei guardiani dei campi per i quali i rifugiati sono diventati redditizi

TAG somalia, Profughi, Violenza contro le donne, Stupri, Human Right Watch ROMA - Un nuovo governo sostenuto dalle Nazioni Unite è salito al potere in Somalia lo scorso settembre, con il compito di porre fine a più di 20 anni di conflitto nel paese. Nel tormentato Paese del Corno d'Africa gli sfollati interni soffrono ogni sorta di disagio, comprese le violenze sessuali sulle donne oltre che altre forme di abuso. Lo riporta un dossier di Human Rights Watch (HRW), organizzazione che effettua a livello globale monitoraggi sul rispetto dei diritti umani.

Il nuovo governo non cambia le cose. L'abuso avviene per mano di gruppi armati, che comprendono anche uomini appartenenti alle forze governative. Nella relazione di HRW, le donne fuggite alle carestie e ai conflitti descrivono gang di violentatori nei campi della capitale, Mogadiscio. I gestori dei campi - spesso alleati con le milizie - chiedono in cambio cibo e altre prebende, afferma il rapporto di HRW. Il quale sottolinea inoltre come il nuovo governo somalo, salito al potere nel settembre dello scorso anno ha fatto ben poco per cambiare la situazione sul terreno.

I guardiani-carcerieri nei campi profughi. Secondo alcune testimonianze, riportate nel rapporto di HRW, "i guardiani che controllano i campi, di fatto tengono sostanzialmente prigioniere le persone che vi abitano" scrive David Mepham, direttore britannico dell'Organizzazione. "Non sono veramente in grado di svolgere il loro ruolo, assumono generalmente un comportamento molto offensivo, nei confronti di persone che sono in difficoltà gravi, in serio bisogno".

Gli sfollati sono un affare. Il rapporto, non a caso intitolato "Ostaggi dei guardiani", concentra l'attenzione su coloro che sono fuggiti nei campi di Mogadiscio dal 2011. La ricerca effettuata ha permesso di chiarire che i campi di dei rifugiati sono diventati redditizi per alcuni, tanto è vero - si sottolinea - che i custodi si rifiutano di lasciare che gli abitanti vadano via. Alcuni dei peggiori abusi, come la violenza sessuale contro donne e le ragazze sfollate, non vengono normalmente denunciate perché si temono rappresaglie.

I racconti delle donne stuprate. La relazione contiene citazioni strazianti di donne che raccontano di essere state violentate. C'è l'esempio di Quman, di 23 anni, incinta di nove mesi, costretta a subire rapporti sessuali da parte di tre uomini in uniforme dell'esercito governativo. Un'altra donna, Safiyo, ha dovuto subire l'amputazione della gamba, dopo essere stata violentata e colpita da colpi di fucile. HRW cita anche la discriminazione, che si perpetrano nei campi verso coloro che provengono da alcuni clan o gruppi etnici. E chi, tra questi, si lamenta o protesta viene picchiato se non addirittura arrestato.

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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