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La Stampa
01 10 2013

Ha minacciato la donna con un coltello per conoscere i dettagli sul suo profilo in rete, finisce in manette a Catania.

Accecato dalla gelosia, per alcune ore avrebbe sequestrato, minacciato con un coltello e percosso l’ex convivente per farsi consegnare il telefono cellulare e la password del suo profilo Facebook. In manette, a Catania, è finito Marco Orto Ricciari, accusato di lesioni, sequestro di persona, minaccia a mano armata e tentata violenza sessuale.

Le indagini che hanno portato all’arresto sono cominciate dopo la denuncia per lesioni presentata dalla donna, che mentre era in un locale in compagnia di amici la notte tra sabato e domenica scorsi, sarebbe stata costretta a seguire l’uomo in un locale da ballo.

Successivamente l’arrestato l’avrebbe condotta, dopo averla soggiogata psicologicamente per paura di ritorsioni, in casa sua dove, dopo averla sequestrata fisicamente per alcune ore, l’avrebbe minacciata con un coltello per farsi consegnare il telefonino e la password. Avrebbe infine tentato la riappacificazione. Soltanto la mattina dopo la vittima era riuscita a tornare a casa per ricorrere poi alle cure del pronto soccorso, dove era stata dichiarata guaribile in 15 giorni. Qualche giorno prima, il 26 settembre scorso, la donna aveva presentato alla polizia una richiesta di ammonimento nei confronti dell’ ex compagno per ripetute violenze psicologiche e fisiche che l’avrebbero costretta a far già ricorso alle cure ospedaliere.

Via libera a due novità nella lotta alla violenza alle donne. Le commissioni Affari costituzionali e Giustizia hanno approvato un emendamento del Pd, a prima firma Alessia Morani, che prevede i braccialetti elettronici per tenere gli stalker lontano delle vittime e estende anche ai reati di stalking le intercettazioni. ...

Il Fatto Quotidiano
12 09 2013

Essere accusata di essere un avvoltoio, di sfruttare la morte del figlio per scopi personali è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Patrizia Moretti ha querelato Franco Maccari, segretario generale del Coisp per diffamazione, stalking e molestie. La madre di Federico Aldrovandi lo aveva già anticipato dopo l’ultima uscita del sindacato di polizia contro di lei.

L’occasione era data dall’ultima querela in ordine di tempo presentata questa volta dal Coisp (ad oggi se ne contano più di 70 sul caso Aldrovandi) nei confronti del capogruppo del Pd del comune di Bologna Francesco Critelli e contro il consigliere democratico Benedetto Zacchiroli. La loro colpa era quella di aver “offeso” il sindacato in aula di consiglio nel giorno in cui Palazzo D’Accursio consegnava a Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi, la cittadinanza onoraria. Una solidarietà che arrivava all’indomani delle polemiche per la manifestazione del Coisp in solidarietà ai quattro agenti finiti in carcere.

Maccari entrò a gamba tesa sull’iniziativa politica, annunciando le azioni legali. Nel botta e risposta si introdusse Patrizia Moretti, dicendosi “ferita e irritata da questo comportamento continuo del Coisp: lo trovo un atteggiamento arrogante, a me sembra che vogliano intimidire chiunque esprima un critica. A me sembra molto grave voler tappare la bocca a chiunque non si allinei”.

Quanto basta per far scrivere a Maccari una dura replica. Siamo al comunicato dello scorso 22 agosto, dove il sindacato bolla come “ingiustificate, gratuite e immotivate cattiverie” la parole della madre del ragazzo ucciso dai loro colleghi, e parla di “astio” e “veleno sparso a profusione da Patrizia Moretti sul Coisp e sulle Forze dell’Ordine”. Uno “sparare a zero senza controllo basandosi su argomentazioni fasulle” fatto da chi “si trincera dietro al dolore del lutto per infierire sugli altri senza argomentazioni valide”. “Lei, né tutti i suoi sostenitori – aggiungeva il comunicato -che in questa storia drammatica hanno intravisto un’ottima campagna più che altro politica in cui gettarsi come avvoltoi”.

Tutte frasi che ora finiranno all’esame della Procura di Ferrara, che valuterà anche – su richiesta della Moretti – l’ipotesi di stalking.

I continui interventi di Maccari contro la Moretti avrebbero ingenerato nella donna “un grave stato di ansia”. In sostanza, stando a quanto denunciato, la madre teme anche solo di parlare in merito al suo lutto. La frena il timore che “il Coisp tramite i suoi esponenti organizzi manifestazioni di provocatoria protesta in prossimità fisica con i luoghi da lei frequentati”. La “fondata preoccupazione” è che “ogni sua lecita espressione di pensiero con riferimento alla vicenda della morte di suo figlio divenga pretesto per il Coisp per una campagna gravemente denigratoria e offensiva nei suoi confronti e nei confronti della memoria di Federico”.

“Essere definita come un avvoltoio – commenta la madre di Federico – che alimenta con ipocrisia e con argomenti falsi la notorietà del caso della morte di proprio figlio per sfruttarla a fini personali di una (del tutto inesistente..!) carriera politica, fingendo dolore per poter attaccare i propri (presunti) avversari, è una circostanza che travalica di gran lunga qualsiasi lecito e consentito diritto di critica”.

Huffington Post
12 09 2013

I telefoni squillano in continuazione. Una professionista quarantenne chiama perché è tormentata dalle telefonate di uno sconosciuto che ora vorrebbe trascinare in tribunale per stalking. Una casalinga invece si abbandona ai singhiozzi: picchiata da anni dal marito già denunciato alla polizia, ora spera di trovare aiuto in un centro antiviolenza. E poi una madre anziana che vorrebbe sapere come aiutare il figlio a liberarsi da una ex fidanzata che pretende di ricucire una relazione a suon di minacce e pedinamenti.

Il centralino del 1522, il numero governativo contro la violenza di genere, si trova in una città che deve rimanere segreta.

“L'ultima minaccia seria l'abbiamo ricevuta lo scorso weekend” ci racconta una psicologa che chiameremo Maddalena, una delle due incaricate a rispondere al telefono durante la nostra visita. Era la telefonata di un uomo in collera che promette di trovare l'indirizzo e denunciare il servizio. E Maddalena, come le altre professioniste che ruotano giorno e notte a turni di otto ore, ha compilato come ogni volta il modulo per registrare le molestie.

Disponibile ventiquattr'ore su ventiquattro comprese le festività, il 1522 capta come un radar sottomarino quello che per lungo tempo rimane invisibile perché nascosto dalle mura domestiche o dalla apparente normalità delle relazioni famigliari e sentimentali. E basta dare una cifra per comprendere l'entità del fenomeno: dal 19 dicembre scorso, ossia da quando il 1522 è gestito dall'associazione Telefono Rosa, quei telefoni sono squillati 46mila volte, circa 170 al giorno. Tutti gli squilli finiscono in questa unica stanza dove tre-quattro operatrici per turno rimangono incollate alla cornetta.

“La maggioranza sono donne che vogliono ottenere informazioni per uscire da storie di abuso di genere”, spiega Silvia, collega di Maddalena. E dunque alle chiamanti viene fornito l'indirizzo e il numero di telefono della struttura consona più vicina: un'associazione di donne che può fornire assistenza legale e psicologica, una caserma dei carabinieri, un Pronto soccorso, i servizi sociali, un istituto religioso che accoglie persone in difficoltà. Alla signora preoccupata per il figlio vittima di stalking viene data l'indicazione di uno dei rari centri di ascolto per uomini maltrattati.

Una donna chiama proprio mentre il marito la sta riempiendo di botte. Si chiude a chiave in camera da letto oppure nel bagno e digita tremante il 1522. E allora le operatrici si collegano direttamente con le forze di polizia e inviano una volante all'indirizzo della vittima. Salvataggi in extremis dei quali spesso non conoscono la seconda parte, se non quando quegli stessi agenti allertati richiamano per raccontare il finale.

L'apparecchio squilla nuovamente. Come poi racconterà Silvia, era un signore che segretamente è uscito di casa, si è seduto in macchina e con le lacrime agli occhi ha chiamato perché la figlia è stata violentata ma non vuole andare in ospedale per il referto, né vuole denunciare. Poco più tardi, una ragazza telefonerà per esporre il suo problema con l'ex fidanzato che non vuole rassegnarsi alla fine della storia d'amore. E allora il consiglio, fornito con gentilezza e professionalità, è quello di troncare ogni contatto con l'uomo. La ragazza però dice che questo le sembra impossibile e preferisce prendere tempo. “Cerchiamo di spiegare che gli stalker sono come vampiri che si nutrono del fastidio che provocano”, dicono le psicologhe. “Perché non tutte le donne che chiamano comprendono il pericolo che corrono e non sempre vorrebbero denunciare”.

Le operatrici rispondono mentre siedono davanti a un monitor. Sono abituate a ritmi sostenuti, ma la vera difficoltà è quella di ascoltare storie dolorose con empatia senza cedere al pietismo. Ogni 40 giorni possono chiedere la visita di un professionista psicologo supervisore al quale esporre i dubbi e le ansie.

A coloro che chiamano non viene mai chiesto il nome e cognome, e nemmeno la città di provenienza, una delicatezza che consente alle vittime di sentirsi sicure. Ogni giorno in una fascia oraria precisa interviene una psicologa che conosce l'inglese, il francese l'arabo o lo spagnolo per accogliere le richieste delle straniere: sono queste le donne più impaurite perché temono che denunciando un marito violento potranno perdere l'affidamento dei figli.

Per ognuno dunque viene compilato un modulo nel quale vengono raccolti dati essenziali: la fascia d'età anche dell'autore della violenza, il tipo di relazione, i sentimenti legati agli abusi, se alle botte assistono anche i bambini della coppia.

“È proprio questo a spingere molte donne a chiamarci”, racconta Maddalena. “Il fatto di venire picchiate quasi di nascosto, lontano dagli occhi dei famigliari, viene sopportato anche per molto tempo. Quando però la violenza si trasferisce anche sui figli, o viene praticata davanti ai bambini, allora scatta una molla”.

Rispettando comunque la privacy degli utenti, vengono così raccolte migliaia di storie, ognuna diversa, piccoli tasselli di un mosaico terribile. “Chiamano donne di tutte le età, ricche, povere, istruite, non istruite, dalle città del Nord e dalle città del Sud, giovani, anziane”, riassumono le operatrici abituate a ricevere a volte chiamate che non riguardano direttamente la violenza di genere: anziane maltrattate dalle badanti, genitori soli alle prese con un figlio malato psichiatrico, persone disagiate in cerca di ascolto. Racconti che finiscono nei moduli, poi inviati periodicamente al Dipartimento per le Pari Opportunità, senza che il governo in questi anni abbia pensato di farne una statistica esaustiva.

“Se queste informazioni venissero pubblicizzate racconterebbero cos'è davvero la violenza domestica”, commenta la presidente del Telefono Rosa Gabriella Moscatelli. “Il 1522 è un servizio unico in Europa ma non possiede ancora un sito autonomo. Bisognerebbe dargli maggiore centralità e maggiori finanziamenti per renderlo ancora più utile”.

Moscatelli, esperta ormai decennale sulla violenza di genere, è appena tornata dall'audizione alla Commissione giustizia della Camera dove è cominciato l'esame del cosiddetto “dl femminicidio” presentato dal governo nei primi giorni di agosto e che piace molto poco alle associazioni impegnate da decenni contro la violenza domestica. Quanto aiuterà questo decreto un servizio come il 1522? La risposta di Moscatelli è pronta: “Nulla”.

Laura Eduati

"Nessuna risorsa aggiuntiva da gestire, ma almeno su quei soldi si poteva contare. Il problema è che, da colloqui informali con alcuni dirigenti del dipartimento, il fondo risulta esaurito". ...

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