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Lasciati morire (Fabrizio Gatti, L'Espresso)

Tre chiamate di soccorso via satellite ignorate. Due ore di attesa in mare. Per poi scoprire che l'Italia non aveva mobilitato nessun aereo, nessuna nave della Marina, nessuna vedetta della Guardia costiera. ...
Dopo che le morti di decine di migranti hanno attirato l'attenzione della stampa internazionale, per le autorità nigeriane sarebbe rimasta una sola cosa da fare: chiudere tutti i suoi campi di immigrati irregolari. Almeno 50, formatisi negli ultimi vent'anni nella città di Agadez, nella zona settentrionale del Paese, a causa dell'aumento del traffico di esseri umani decisi ad arrivare in Europa a tutti i costi. ...
L'Espresso
31 10 2013

Le foto e i nomi delle decine di minori siriani morti nel barcone affondato l'11 ottobre a 60 miglia da Lampedusa. La protesta dei familiari. Che lanciano una petizione: "Recuperate i corpi e aprite un'inchiesta". Ma i capi dei governi Ue hanno deciso di rimandare la discussione a giugno 2014.

L'Espresso ha raccolto le fotografie e i nomi dei bambini, dei loro genitori e degli altri profughi siriani che l'Europa ha abbandonato in pasto ai pesci. I capi di Stato e di governo dell'Unione Europea, riuniti a Bruxelles il 24 e il 25 ottobre per i lavori del Consiglio europeo, non hanno dedicato nemmeno una dichiarazione al fatto che, dei 268 morti nel naufragio dell'11 ottobre a 60 miglia a Sud di Lampedusa, soltanto 26 corpi sono stati recuperati durante i soccorsi ai sopravvissuti: le altre 242 salme di padri, madri e bimbi, alcuni di pochi mesi, sono state lasciate in mare con il relitto, nella totale disperazione dei loro familiari, molti dei quali hanno la cittadinanza o la residenza nell'Ue.

Tutte le fotografie e i nomi nel blog Undercover. 

Per la maggioranza dei capi di Stato e di governo europei non è urgente nemmeno la circostanza che nei primi undici giorni di ottobre in Europa siano complessivamente annegate 646 persone, tra cui una sessantina di bambini siriani e sedici bimbi eritrei. E non lo è la coincidenza che tutti loro avessero diritto di richiedere asilo in base alle convenzioni internazionali che gli Stati rappresentati a Bruxelles hanno firmato, ma non avessero trovato altro passaggio se non quello offerto dalla mafia degli scafisti.

Il Consiglio europeo, chiusi i lavori del 24 e 25 ottobre, ha infatti deciso di prendere tempo. E di rinviare soltanto a giugno 2014 una "riflessione di lungo termine sulle politiche dell'immigrazione". Cioè tra otto mesi, dopo le elezioni di maggio per il rinnovo del Parlamento europeo. Una vergognosa furbizia politica per non scontentare il proprio elettorato. E sarà soltanto una riflessione di lungo termine. Non una decisione.

Al di là delle parole di rito, l'ultimo vertice europeo è stato l'ennesima dimostrazione di cinismo e indifferenza. Ola Izoli nel naufragio dell'11 ottobre ha perso il fratello di 19 anni, Mohamed Jafar. E nella sua email a l'Espresso inviata da Dubai, Ola descrive la sua disperazione: «La Croce rossa italiana mi ha detto di avere pazienza. Ma fino a quando? Se mio fratello è ancora sott'acqua, come farò a riconoscere il suo corpo dopo tutto questo tempo?».

Per assistere i familiari come Ola Izoli i governi europei, l'Italia in testa, non hanno istituito nessuna unità di crisi. Nemmeno un numero telefonico dove cercare informazioni attendibili. Al contrario, le dodici famiglie sopravvissute che le operazioni di soccorso avevano separato sono ancora divise tra l'Italia e Malta. Fra di loro alcuni bambini, dai nove mesi ai tre anni. I ministeri dell'Interno e degli Esteri italiano e maltese stanno seguendo la procedura ordinaria di ricongiungimento che richiede mesi. L'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati sta cercando una soluzione più rapida. Sono famiglie scampate alla guerra civile in Siria. Poi all'inferno del naufragio. Ma dopo tre settimane quei bambini sono ancora in Sicilia. I loro genitori a La Valletta. Una lontananza disumana. E meno male che sia l'Italia, sia Malta fanno parte dell'Unione Europea.

Gli argomenti che i governi europei dovrebbero affrontare urgentemente non mancano. A cominciare dalle ridicole regole dell'assistenza in mare, la cui applicazione nel Mediterraneo è responsabile negli anni di centinaia di morti. Basta il naufragio dell'11 ottobre a denunciarne tutta la loro pericolosità. Il primo intervento è infatti partito da Malta, ad almeno 230 chilometri di distanza. E non da Lampedusa, a 110 chilometri, circa 60 miglia, la metà del tempo necessario. Questo perché il punto in cui il peschereccio stava affondando ricade, secondo gli accordi internazionali, sotto la competenza di ricerca e soccorso di Malta, non dell'Italia. «Le navi militari sono arrivate sul posto dopo quasi due ore dalla prima chiamata di sos», racconta Racha Muhriz. Racha ha perso la sorella Taghrid, 31 anni, e la nipotina Cham, 5 anni, scomparse in mare, ma ha raccolto la testimonianza del cognato, sopravvissuto al naufragio con la figlia gemella e ora trattenuto con la piccola a Malta.

Attraverso le carte nautiche del Canale di Sicilia, l'Espresso ha calcolato che il relitto con il suo carico di corpi rinchiusi nella stiva e nelle camere del ponte principale si sarebbe adagiato su un fondale tra gli 80 e i 100 metri. Una profondità accessibile ai sommozzatori: con l'impiego di una campana pressurizzata e, in superficie, di una camera iperbarica per la decompressione, secondo tecniche comunemente usate dai sub specializzati nella manutenzione delle piattaforme petrolifere, ma anche dalla Marina militare.

I familiari dei dispersi con una petizione chiedono il recupero delle salme. E che al più presto sia eseguita l'ispezione dello scafo affondato e la localizzazione dei corpi: operazione, questa, che la Marina potrebbe concludere nel giro di pochi giorni utilizzando le telecamere di "Pluto", il robot subacqueo teleguidato acquistato dal ministero della Difesa per le attività di sminamento. Un intervento senza alcun rischio per il personale. Sarebbe invece il primo importante passo di un'inchiesta per pirateria e terrorismo: il vecchio peschereccio con almeno 480 profughi a bordo secondo la testimonianza dei sopravvissuti sarebbe colato a picco per i colpi di mitragliatrice sparati da una motovedetta di Tripoli o, sostengono altri superstiti, da una imbarcazione inviata dalle milizie libiche, forse nel tentativo di rapinare i passeggeri.

A bordo c'erano molti professionisti siriani, medici, ingegneri, con le loro famiglie, i bambini e qualche scorta di denaro per l'esilio. Oltre a un centinaio di profughi sub sahariani che erano stati chiusi a chiave nella stiva perché non fossero visti dai siriani durante l'imbarco. I trafficanti libici di Al Zuwarah che avevano venduto il viaggio verso Lampedusa, avevano promesso meno passeggeri del solito. Per questo hanno nascosto gli africani nella stiva. Così ai profughi fuggiti dalla Siria hanno potuto chiedere un prezzo più alto: tremila dollari a testa, invece di milleseicento.

Sempre secondo le testimonianze raccolte a Malta, il vecchio peschereccio era stato affidato a quattro scafisti, tre tunisini e un libico. Con loro anche un passatore siriano di Aleppo: l'uomo che aveva contattato le famiglie e che con la sua presenza a bordo aveva garantito sulla sicurezza. Durante la traversata, il livello dell'acqua sempre più alto nello scafo ha invece spento il motore diesel. A quel punto uno dei tre tunisini è andato a controllare ed è rimasto ustionato da un getto di vapore. Subito dopo sul ponte è scoppiata una rissa tra il passatore di Aleppo e gli scafisti. Alcuni testimoni riferiscono di una sparatoria tra di loro, mentre le famiglie ammassate con i bimbi nelle cabine e gli africani chiusi a chiave nella stiva gridavano disperati. Perché, racconta un papà che ha perso in mare la figlia e la moglie, «ormai era evidente a tutti che saremmo affondati».

Fabrizio Gatti

 

Lampedusa, premio Nobel dell’ipocrisia

  • Mercoledì, 09 Ottobre 2013 14:11 ,
  • Pubblicato in Flash news

Micromega
09 10 2013

di Alessandro Dal Lago, da Il Manifesto

Per quello che è successo a Lampedusa non ci sono aggettivi. Ma le cose che si sentono in queste ore fanno venire la nausea. Non parlo della Lega, che come sempre merita solo silenzio. Parlo di quell'onda di untuosità, ipocrisia e smemoratezza che ci sta sommergendo. Come se l'Italia, l'Europa e l'Occidente volessero passare una mano di calce su una realtà di cui sono responsabili, ma che non ammetterebbero mai, perché in tal caso non potrebbero che auto-accusarsi.

Che significa proporre Lampedusa per il Premio Nobel per la pace, come Alfano sulla scia di Berlusconi? Con tutta l'ammirazione che possiamo provare per i singoli cittadini che si tuffano in mare per salvare i migranti, come è avvenuto tante volte in questi anni, in Sicilia o in Puglia, è evidente che la proposta di Alfano mira a una bella auto-assoluzione dell'Italia e, indirettamente, dei suoi brillanti governi.

Si dice che alcuni pescherecci abbiano ignorato l'incendio che ha preceduto l'affondamento del battello. E perché? Perché una norma del Testo unico sull'immigrazione prevede il sequestro delle barche che soccorrono i migranti, in quanto si renderebbero responsabili del «favoreggiamento» dell'immigrazione clandestina. Una norma ignobile, disumana, che espone i pescatori al rischio di perdere imbarcazione e lavoro (e che va a eterna vergogna di chi l'ha concepita).
Ora, chi sono i responsabili? I pescatori o chi ha inventato le norme sui respingimenti, cioè Bossi, Fini e i loro consiglieri? Per fortuna, Fini è scomparso nel nulla e Bossi giù di lì. Ma con che faccia quelli del Pdl blaterano di premi Nobel e vergogna, dopo che hanno varato loro, anni fa, la Bossi-Fini?

Ma non sono i soli a dar priva di amnesia. Quello di Lampedusa è il terzo caso di naufragio con strage di massa nel Mediterraneo. Il primo avvenne a fine dicembre 1996, quando una carretta maltese si scontrò con la nave Yohan, da cui stava trasbordando dei migranti, e colò a picco portando con sé quasi trecento esseri umani. Ci vollero anni perché la verità, raccontata all'inizio solo da questo giornale, emergesse. L'anno dopo, la Kater i Rades affondò con un'ottantina di persone, perché entrata in collisione con la corvetta italiana Sibilla, che stava procedendo a una manovra di dissuasione, cioè stava impedendo alla nave albanese di proseguire verso l'Italia con il suo carico di profughi. I due capitani, quello albanese e il comandante italiano, furono condannati a pochi anni di prigione. Ma nessuno si è mai sognato di chiamare in causa chi aveva organizzato l'operazione «Bandiere bianche», che aveva lo scopo di tener lontano gli albanesi dai nostri "sacri confini", per usare una nota espressione di Beppe Grillo. E chi c'era al governo allora, se non Romano Prodi e un buon numero di esponenti dell'attuale Pd?

Ed eccoci all'ecatombe dell'altro ieri. Qualcuno ci spiegherà prima o poi come è possibile che un barcone con centinaia di persone a bordo traversi il Canale di Sicilia, e arrivi fino a poche centinaia di metri da Lampedusa, in una zona di mare sorvegliata da radar, satelliti e battelli militari di ogni tipo, senza che nessuno, tranne uno o due barche da diporto, se ne accorga. Con tutta la paranoia pubblica e ufficiale che circonda la sorveglianza dei nostri confini, il fatto è inspiegabile. E temiamo che resterà tale.

Ma la questione essenziale è che, finché migranti e profughi saranno costretti alle ventura in mare, questi naufragi si ripeteranno. Ma non perché non funziona Frontex, ma esattamente perché c'è Frontex. Questa bella trovata della burocrazia europea non ha il compito di proteggere i migranti, ma, esattamente, di tenerli lontani - e cioè di rafforzare la clandestinità a cui i migranti sono costretti e che ne ha portato 20.000 ad annegare nel Canale di Sicilia e nel resto del Mediterraneo. È un circuito infernale. Leggi come la Turco-Napolitano e la Bossi-Fini hanno sempre avuto lo scopo di impedire l'accesso legale dei migranti in Europa, con i respingimenti, le norme draconiane sul favoreggiamento e i Cpt o Cie. Chi ha di fronte a sé la prospettiva della morte in guerra o per fame non può che tentare la via del mare. È vero che scafisti e canaglie d'ogni genere li traghettano a pagamento verso l'Europa. Ma smettiamo di considerare responsabili solo loro. Il gangsterismo americano degli anni Venti fu un effetto del proibizionismo e non viceversa.

Se vogliamo che queste stragi finiscano permettiamo ai profughi e migrati di trovare una possibilità da noi. Facciamoli entrare legalmente. Non sono milioni, come blaterano i paranoici e i leghisti. Sono centinaia di migliaia di esseri che ci chiamano. E noi, i civili europei, siamo cinquecento milioni di sordi.

Il Fatto Quotidiano
09 10 2013

“Vergogna! Assassini!”. Una decina di manifestanti ha contestato il presidente dell’Unione europea, José Manuele Barroso e il premier italiano Enrico Letta all’arrivo all’aeroporto di Lampedusa, prima che entrassero nell’hangar dove sono le 288 bare, accumulate lì dopo il naufragio del 3 ottobre scorso. Bare destinate ad aumentare visto che i sommozzatori hanno recuperato altri 7 corpi in mare.

“Andate al centro di accoglienza. Andate a vedere come vive questa gente”, hanno urlato gli isolani. Un invito poi raccolto da Barroso e Letta, insieme al vicepremier Angelino Alfano che, dopo una riunione con il prefetto di Agrigento, Francesca Ferrandino, il sindaco dell’Isola Giusi Nicolini e il presidente della Regione, Rosario Crocetta, hanno effettivamente raggiunto il centro di accoglienza per una visita lampo in cui hanno incontrato all’Aeronautica militare una delegazione di profughi sbarcati nei giorni scorsi: eritrei, siriani ma anche migranti di altre etnie.

Intanto il Censis ha presentato al Cnel il contributo italiano al rapporto Ocse “International migration outlook – prospettive sulle migrazioni internazionali” che parla di “una nuova consistente ondata migratoria in atto nel 2013” verso il nostro Paese. Con l’inizio delle rivolte nei Paesi del Nord Africa – osserva il Censis – i flussi irregolari verso l’Italia sono cresciuti in maniera considerevole: nel 2011 sono giunte in Italia 62.692 persone, contro le 4.406 del 2010. Provenivano per lo più da Libia e Tunisia e sono sbarcate a Lampedusa. Dopo una flessione registrata nel 2012 (15.570 persone), nei primi otto mesi del 2013 si registrano già 21.241 migranti, di cui oltre la metà arrivati nei mesi di luglio e agosto. L’incidenza dei profughi siriani in Italia, secondo il Rapporto dell’Ocse, resta relativamente modesta. La maggior parte dei richiedenti asilo è di origine somala, eritrea, nigeriana, pakistana o afghana.

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