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l'Espresso
16 10 2014

Anche ragazze minorenni potrebbero essere state violentate nelle campagne vicino Ragusa. È difficile dirlo con certezza, ma sono molti i sospetti di abusi sulle lavoratrici straniere costrette dai proprietari di alcune serre a subire violenze: secondo alcune associazioni di volontari gli aborti nell’ospedale di Vittoria sono in netto aumento.

Le richieste, in media, sono circa una mezza dozzina a settimana solo al Riccardo Guzzardi di Vittoria, a cui vanno aggiunte quelle degli ospedali vicini di Ragusa e Modica. Ecco: la maggior parte delle interruzioni di gravidanza riguardano ragazze romene che dopo l’intervento abbandonano i figli in ospedale.

«Quasi tutti i casi che mi sono capitati di trattare - racconta Don Beniamino Sacco, parroco di Vittoria - riguardano vicende che coinvolgono uomini italiani con giovani ragazze romene».

«La situazione qui è gravissima – racconta informalmente un medico dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Ragusa che preferisce rimanere anonimo – i proprietari delle serre sono contadini che vivono nelle campagne, e spesso approfittano della loro posizione. Avendo spesso una moglie a casa, la prima cosa che fanno se nasce un problema con una ragazza romena è quella di costringerla a interrompere la gravidanza. Il meccanismo purtroppo è questo».

«Mia moglie ha subito continue molestie dal padrone, le toccava sempre il sedere, è arrivato a toccarla anche in macchina in mia presenza», ci dice Victor (nome di fantasia) rumeno di quarant’anni che vive in Italia da nove.

Duccio Giordano


Kosovo: a testa alta

  • Mercoledì, 08 Ottobre 2014 12:25 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Balcani e Caucaso
08 10 2014

Gli scatti ripercorrono il viaggio compiuto dal fotografo Lorenzo Franzi in sei centri antiviolenza del Kosovo nel luglio 2014. Queste foto sono attestazione conscia di un genere ben preciso: l'essere donna. In collaborazione con RTM - Volontari nel mondo
In Kosovo i centri antiviolenza sono nati da associazioni di donne per offrire supporto e protezione a donne vittime di violenza durante il conflitto serbo-albanese del 1998-1999. Il conflitto ha “istituzionalizzato” la violenza rendendola parte del discorso politico e culturale; la difficile fase di stabilizzazione politica e transizione economica che ne è seguita sta ancora facendo i conti con questa recente eredità e le conseguenze più pesanti le stanno subendo le donne e i bambini.

REVIVE - Reintegration of Victims of domestic Violence nel quale si inscrive la mostra fotografica "A testa alta" inaugurata di recente a Reggio Emilia, è un progetto promosso da RTM - Volontari nel mondo che nasce dalla riflessione sul ruolo della donna e sulla gravità del fenomeno della violenza di genere in Kosovo.

REVIVE sostiene, inoltre, la creazione di una rete tra realtà associative italiane e kosovare impegnate nella lotta alla violenza sulle donne, affinché dallo scambio reciproco delle metodologie di lavoro possano emergere nuove modalità per affrontare questo fenomeno le cui dimensioni sono drammatiche sia in Kosovo sia in Italia.

I centri antiviolenza sono luoghi di storie di donne: donne che si incontrano, che si guardano, che si ascoltano, che progettano. Donne in relazione, donne insieme sull’una e sull’altra sponda dell’Adriatico. Immagini in risonanza al di qua e al di là del mare. Con questa mostra entriamo in punta di piedi nei centri antiviolenza di un paese la cui storia e il cui futuro sono molto più legati a noi di quanto possiamo credere.

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Impiccheranno Reyhaneh se non scagiona lo stupratore

Nel mondo islamico, il prezzo del sangue è la Diyya. Puoi perdonare, e il tuo perdono salverà la vita del condannato. È a queste disposizioni che si stanno appellando artisti iraniani mobilitati per salvare la vita di Reyhaneh Jabbari. Sette anni fa uccise un uomo che tentò di stuprarla.
Lanfranco Caminiti, Cronache del Garantista ...

Non vogliamo più bene a Siddharta

  • Venerdì, 03 Ottobre 2014 08:41 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache del Garantista
03 10 2014

"Ricordiamo i nostri marò da tempo immemore prigionieri dei barbari indiani" (da uno status di "Salviamo i nostri Marò - Comunità Facebook").

Poi la notizia: un sindaco ed europarlamentare leghista ha stabilito che i cittadini indiani residenti a Borgosesia (Vercelli) non potranno accedere alle sovvenzioni comunali se non sottoscriveranno una dichiarazione di condanna dell'atteggiamento del Governo di Delhi sulla vicenda dei marò. ...

Le schiave rumene nelle campagne siciliane

  • Giovedì, 02 Ottobre 2014 11:44 ,
  • Pubblicato in Flash news

Giornalettismo
02 10 2014

Lavorano come gli uomini, ma offrono un’occasione in più ai loro datori di lavoro, che approfittano crudelmente del loro stato di bisogno per costringerle alla schiavitù anche sessuale. Lo rivela un’inchiesta de L’Espresso, che scopre una realtà raccapricciante nelle campagne del ragusano, che prospera grazie a una diffusa miseria morale e alla latitanza delle istituzioni, che semmai peggiorano ulteriormente la condizione delle immigrate.

SFRUTTATE E VIOLENTATE - Uomini che usano le braccianti rumene come schiave sessuali, minacciando di licenziarle o di separarle dai loro bambini. Donne che danno che la colpa alle rumene che tentano il «maschio siciliano», che non sembra affatto in imbarazzo e si vanta di queste «conquiste». Poi ci sono le istituzioni, quelle addette alla repressione dei reati che non vedono e quelle preposte al welfare che negano alle immigrate persino un diritto come l’aborto. Questo in sintesi il risultato dell’inchiesta dal titolo «Violentate nel silenzio dei campi a Ragusa

LO SANNO TUTTI, NON PARLA NESSUNO - Le rumene vengono da Botosani, una delle zone più povere del paese, una zona agricola, e arrivano nei campi siciliani perché qui è più facile portare con sé i bambini, gli stessi che poi diventano strumento di ricatto nelle mani dei padroni, aggiungendosi allo stato di bisogno di persone che emigrano per lavorare per salari da fame e senza alcuna tutela. Ricatto che ha uno scopo ben preciso, quello di approfittare sessualmente di queste donne:

Una cascina in aperta campagna. Ragazze rumene sui vent’anni. Un padrone che offre carne fresca ai parenti, agli amici. Ai figli. Tutti sanno e tutti tacciono. Don Beniamino Sacco è il sacerdote che per primo ha denunciato i “festini agricoli”. «Sono diffusi soprattutto nelle piccole aziende a conduzione familiare», denuncia il parroco. Tre anni fa ha mandato in carcere un padrone sfruttatore. Ha subito minacce e risposto con una battuta: «Non muoio neanche se mi ammazzano».

MENTALITÀ ARCAICHE - Un fenomeno favorito anche dall’incrocio perverso di due mentalità ataviche, ugualmente omertose:
La solidarietà è scarsa, anche tra rumeni. Come è possibile che tutto questo succeda nel silenzio generale? Secondo Ausilia Cosentini, operatrice sociale dell’associazione “Proxima”, «la mancanza di solidarietà tra i rumeni, e la loro mentalità omertosa, si incastra con quella altrettanto omertosa del territorio. In più, da qualche mese noto un aumento dell’intolleranza».

L’OLTRAGGIO DA PARTE DELLO STATO - Ma non basta, perché all’assenza dello stato e del rispetto delle più elementari regole di civiltà, ad affliggere le poverette ci si mettono anche le istituzioni, che nella cattolicissima Sicilia non sono in grado di soddisfare il diritto all’aborto, a rinunciare ai frutti di quella violenza:

«Nel caso specifico di Vittoria le donne si trovano impossibilitate ad interrompere la gravidanza poiché tutti i medici sono obiettori di coscienza», spiega la ricerca dell’“Associazione Diritti Umani”. Solo all’ospedale di Modica sono presenti medici non obiettori, ma la crescita esponenziale di richieste di aborto porta un allungamento dei tempi di attesa, rendendo impossibile l’aborto entro i tre mesi previsti dalla legge. Alcune donne sono costrette a ritornare nei loro paesi d’origine per abortire. Altre, invece, si affidano a strutture abusive e a persone che, sotto cospicuo pagamento, praticano l’aborto senza averne competenza».

Uno scenario raccapricciante che i dettagli illustrati nell’articolo di Mangano contribuiscono a rendere ancora più triste e sporco, una vergogna non solo per la Sicilia, ma per tutto il paese, che proprio da quelle campagne e da questo sfruttamento ricava buona parte dell’ortofrutta che arriva sulle nostre tavole.

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