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La 'Terra dei Fuochi', la camorra e lo Stato complice

  • Martedì, 03 Marzo 2015 14:55 ,
  • Pubblicato in Flash news

Micromega
03 03 2015

Carmine Schiavone, il pentito ex boss dei Casalesi, è morto in questi giorni, stroncato da un infarto. Fu il primo a svelare i traffici del più potente clan camorristico e raccontare come questo entrò nell’affare dello smaltimento illecito di ­rifiuti.
Antonello Ardituro, per dieci anni Sostituto procuratore presso la Direzione distrettuale antimafia di Napoli, ha indagato a lungo sugli affari illeciti del clan. In un ampio capitolo del volume "Lo Stato non ha vinto. La camorra oltre i casalesi", appena uscito in libreria per Laterza, ricostruisce la storia e le vicende giudiziarie legate alla tristemente nota "Terra dei Fuochi" e racconta di come lo Stato sia stato troppe volte complice, troppe volte connivente, altre volte distratto. Eccone qualche stralcio.

di Antonello Ardituro

Milioni di tonnellate di rifiuti bruciati, campi contaminati, falde acquifere a rischio, strade invase da cumuli di munnezza. Fusti di melma tossica interrati, colture avvelenate, una percentuale altissima di tumori. Il territorio devastato, i lagni della Campania felix e il mare del litorale domizio inquinati.

Come se lo Stato non si fosse mai occupato della gestione del ciclo di rifiuti, come se le province di Napoli e Caserta non fossero state governate ma lasciate al loro barbaro destino. Come se avesse governato la camorra.

Non è stato così. Ha governato lo Stato, sono stati spesi centinaia di milioni di euro, si sono arricchiti politici, funzionari, faccendieri. Un giro vorticoso di denaro e veleni che ha spinto l’ex boss del clan dei casalesi Carmine Schiavone a lanciare una terribile profezia: «Negli anni Novanta quello dei rifiuti è diventato un affare autorizzato, che faceva entrare soldi nelle casse del clan. [...] gli abitanti di quelle zone rischiano di morire tutti di cancro entro venti anni; non credo, infatti, che si salveranno: gli abitanti di paesi come Casapesenna, Casal di Principe, Castel Volturno e così via avranno forse venti anni di vita!».

Parole pronunciate non al chiuso di una caserma, né in un colloquio fra boss intercettato da una microspia, ma in un’aula parlamentare il 7 ottobre del 1997, quando Schiavone rispose alle domande della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. «Perché afferma questo?», gli chiede incredulo il presidente Massimo Scalia. «Lo dico perché di notte i camion scaricavano rifiuti e con le pale meccaniche vi si gettava sopra un po’ di terreno. Tutto questo per una profondità di circa 20-30 metri».

Vicino alle falde acquifere, dunque. Una confessione allarmante, che avrebbe dovuto spingere la politica a promuovere immediatamente un programma di bonifica e risanamento del territorio. Invece è calato il silenzio. Su quel verbale è stato apposto il segreto per oltre quindici anni. Le 63 pagine con le accuse del pentito sono state rese pubbliche solo nel novembre del 2013, su disposizione della presidente della Camera Laura Boldrini. È vero, Schiavone aveva riferito le stesse circostanze anche ai magistrati del pool anticamorra che hanno indagato su quelle dichiarazioni, cercato e in massima parte individuato i riscontri alle attività di sversamento illecito di rifiuti che – parole del pentito – avevano rappresentato la più importante fonte di reddito dell’organizzazione criminale. Ma la politica ha aspettato tre lustri prima di far conoscere quanto Schiavone aveva riferito.

«La mafia e la camorra non potevano esistere se non c’era lo Stato... Se le istituzioni non avessero voluto l’esistenza del clan, questo avrebbe forse potuto esistere?», chiede provocatoriamente Schiavone alla Commissione parlamentare. I magistrati, del resto, avevano comunicato, rappresentato, riferito alle autorità politiche e istituzionali. Audizioni parlamentari, relazioni. E poi processi. Numerosi. Consulenze tecniche. Scavi e verifiche. La Resit di Giugliano. Milioni di ecoballe stoccate in attesa di decisioni che non arriveranno mai. Tante discariche, legali e clandestine. Rifiuti pericolosi, speciali e tossici. La politica sapeva. Non ha fatto nulla. O, forse, ha fatto molto nella direzione sbagliata. Quanti interessi! Elettorali, economici, criminali. Imprese del Nord e aziende del Sud. Politici locali e nazionali. Istituzioni.

Lo Stato dunque è colpevole. Più della camorra. I cittadini – distratti – sono colpevoli; come i loro governanti. La camorra è colpevole, per aver mentito alle stesse famiglie dei suoi affiliati quando prometteva benessere e sicurezza, mentre era impegnata ad avvelenare le terre e lucrare sulla salute delle persone [...].

È Carmine Schiavone il primo a raccontare come la camorra dei casalesi entrò nell’affare dello smaltimento illecito di ­rifiuti [...].

***

La camorra ha mentito: si è proposta come soggetto capace di portare benessere e protezione; ha raccontato di essere in grado di garantire il futuro delle nuove generazioni, abbandonate dallo Stato e senza speranza. Invece ha portato morte e disperazione; soprattutto ha inquinato la terra sotto i piedi della brava gente, e senza terra nessun popolo ha futuro, e il presente è solo finzione e spavalderia.

La notte di un’intera regione umiliata dai veleni non è mai finita. Le cronache giudiziarie hanno raccontato le indagini, i processi e i verbali dei pentiti, descritto il ruolo di boss, politici, imprenditori e proiettato sullo sfondo le immagini di collegamenti opachi con gli apparati e la massoneria. Pagine di un libro che non è ancora chiuso, se è vero che ancora oggi si scava alla ricerca dei fusti tossici sepolti più di venti anni fa e se sulle strade di periferia brillano i roghi appiccati in quella che tutta Italia, solo ora, ha imparato a conoscere con il nome di «Terra dei Fuochi».

Carmine Schiavone è uscito nuovamente allo scoperto e ha invitato a cercare nei campi alle spalle dello stadio di Casal di Principe rifiuti forse radioattivi interrati dalla camorra. Dopo di lui, altri pentiti hanno fornito segnalazioni analoghe, come Luigi D’Ambrosio detto Uccellino, che ha confessato di aver svolto il ruolo di escavatorista per conto dell’organizzazione. Uccellino ha detto di aver sversato personalmente bidoni pieni di materiale altamente nocivo nei pressi della circumvallazione di Casal di Principe. La Procura di Nola ha in seguito sequestrato terreni adiacenti una fabbrica di plastica che interrava rifiuti e scarti di lavorazioni industriali, nei pressi di scoli dei Regi lagni utilizzati per l’irrigazione dei campi.

Per la cittadinanza, è altro sale sparso su ferite che non guariranno mai. Chissà quante altre scorie ancora sono nascoste vicino alle nostre case, si chiede la gente che sta dando vita a movimenti e comitati divenuti ormai un caso nazionale. In prima linea blogger, sacerdoti, donne vestite a lutto, associazioni. Sigle, percorsi e storie diverse, spesso in disaccordo gli uni con gli altri. Ma tutti in prima linea per la stessa battaglia, quella che chiede allo Stato una verità che non potrà mai essere solo giudiziaria. Mancano dati certi sulla connessione fra veleni e malattie tumorali, non si conosce il dato reale degli effetti determinati dall’inquinamento camorrista sui prodotti alimentari e sulle falde acquifere.

Lo scontro sugli impianti di termovalorizzazione, anche e soprattutto a causa degli sprechi e delle bugie del passato, assume i contorni di una contrapposizione ideologica fortissima. Persino un tema che dovrebbe rassicurare tutti, come il progetto di bonifica delle zone avvelenate, finisce per accendere polemiche innescate dal timore che le risorse, come accaduto troppe volte nella nostra storia, finiscano nelle tasche di qualcuno e non a risanare il territorio.

Ciò nonostante, qualcosa sembra muoversi nella direzione di un cambiamento. Ha raccolto consensi trasversali la proposta di destinare alle bonifiche le somme accumulate dal fondo di giustizia che gestisce i patrimoni confiscati a boss e colletti bianchi. Il movimento popolare ha imposto l’argomento all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale dopo anni di silenzio. [...]

La presa di coscienza dell’opinione pubblica è però solo una parte, sia pure importante, della strada per uscire dall’emergenza lunga una vita intera. Spenti i roghi tossici, dovranno restare accesi sulla «Terra dei Fuochi» i riflettori dei mezzi di informazione e delle attività di indagine volte a contrastare con sempre maggiore forza le attività illegali, vigilando sugli interventi di bonifica. Al resto dovrà pensare lo Stato, che non potrà più continuare a mentire, giocando con il futuro di un’intera regione. Prima, però, dovranno cessare le complicità e le connivenze. La politica ripulisca se stessa, senza attendere la magistratura.

Stili di vita nella Terra dei Fuochi

Filo spinatoStiamo considerando l'attuale governo il meno peggio degli ultimi anni e ci stiamo abituando a fare delle sue priorità le nostre priorità. E invece siamo noi a dover dettare l'agenda politica. [...] La politica fa costantemente questo: tradisce la fiducia, mostra come sia impossibile abbassare la guardia. E a un anno dall'approvazione della legge sulla Terra dei Fuochi (6 febbraio 2014) nulla o quasi è stato fatto per dare sicurezza e garanzie ai cittadini e ai produttori delle aree che a torto o a ragione riteniamo contaminate.
Roberto Saviano, l'Espresso ...

Terre dei fuochi, niente risorse niente controlli

La Terra dei Fuochi continua a bruciare ed è destinata a "bruciare" ancora di più nelle prossime settimane e nei prossimi mesi perché chi ha in questo momento responsabilità di Governo ha scelto di ridurre le risorse a disposizione per le indagini e per i controlli che sono svolti precipuamente dal Corpo Forestale dello Stato.
Marco Moroni, Cronahce del Garantista ...

l'Espresso
19 12 2014

L'autorità anticorruzione vuole vederci chiaro sugli appalti della terra dei fuochi. Dopo l'inchiesta de “l'Espresso” che segnalava gli appalti vinti da una società legata alla Mafia Capitale di Massimo Carminati e da altre società coinvolte in inchieste per traffico di rifiuti, il commissario per l'emergenza rifiuti Mario De Biase ha chiesto a Raffaele Cantone, a capo dell'anticorruzione, di studiare gli atti. Tra questi l'affidamento all'azienda TreErre la cui proprietaria è Emilia Fiorani, ex moglie di Carlo Pucci, uno degli indagati nell'inchiesta “Mondo di mezzo” dei carabinieri del Ros e coordinata dalla procura antimafia di Roma. Della stessa azienda hanno fatto parte, fino al 2012, Riccardo Mancini, altro uomo della rete de “er Cecato”, il figlio di quest'ultimo fino al 2013, e Luigi Lausi, anche lui finito nell'indagine. Ora dopo la bufera giudiziaria, che non ha coinvolto TreErre né la Fiorani, il Cda dell'impresa è stato azzerato. In attesa delle nuove nomine.

Dopo il nostro articolo l'imprenditrice ha scritto a “l'Espresso” precisando che i Mancini non fanno più parte dell'assetto societario e che la TreErre non è assolutamente vicina a Mafia Capitale. Intanto però dagli atti depositati dai pm emergono nuovi particolari sul rapporto tra la TreErre e i Carminati boys. Sono numerose le telefonate intercorse tra il 2012 e il 2013 tra Emilia Fiorani e Carlo Pucci. Telefonate in cui si parla di questioni di lavoro.

È l'undici febbraio di due anni fa. Pucci è in macchina con “er Cecato”. Chiamano Fiorani: l'ex marito le dice che «il loro amico sta andando a Bologna a parlare con i bolognesi» e chiede a Emilia se deve dirgli di andare avanti o fermarsi "di quello che mi hai detto ieri sera". L'imprenditrice risponde che deve proseguire con «la seconda ipotesi quella più in ritardo». A questo punto però i militari dell'Arma sentono una voce che si intromette: è quella di Massimo Carminati che le chiede di vedersi nel fine settimana.
Ma non c'è solo questo nei documenti inviati in procura dai detective del Ros. C'è pure una foto del dicembre 2012.

Un incontro tra Pucci, Carminati e Fiorani. “Er Cecato” «saluta affettuosamente Emilia Fiorani». Dopo qualche minuto tutti e tre salgono sull'auto di Carminati e si dirigono verso il centro città. Nei rapporti investigativi ci sono pure i contatti della titolare della TreErre con il braccio imprenditoriale di Mafia Capitale, Salvatore Buzzi, il ras delle cooperative sociali. «Sai che credo che invece sia urgente ... tu non ce la fai a venire qua adesso, no?», chiede Fiorani a Buzzi, che esclude di farcela per quell'ora in quanto ha un appuntamento con Alemanno. Così decidono di incontrarsi verso le 19 dalla Fiorani. La telefonata si conclude con l'imprenditrice che spiega a Buzzi l'urgenza di vederlo: «Va be', ok, confermato perché ho paura che non si faccia in tempo, già stiamo troppo stretti con i tempi». Il riferimento è a un affare in comune relativo al trasporto dei rifiuti campani all'estero. Buzzi in una delle telefonate della Fiorani dirà «è mia socia».

Insomma dai brogliacci emerge che anche la TreErre, che la Fiorani sostiene essere lontana anni luce da Mafia Capitale, si interfaccia con i personaggi principali del romanzo Capitale. Ora tutti questi faldoni saranno studiati da Raffaele Cantone che dovrà valutare se revocare o meno l'appalto alla società romana. Nel frattempo nella Terra dei fuochi è tutto fermo.

I lavori infatti non partono e l'area vasta di Napoli nord, concentrato di discariche e veleni, aspetta la messa in sicurezza e poi le bonifiche. Intanto però la regione Campania è pronta a far partire una campagna di promozione dei prodotti campani, travolti dalla sindrome Terra dei fuochi. Tutti i frutti della terra sono stati, ingiustamente, etichettati come avvelenati con un grave danno per l'economia campana. SviluppoCampania, la società in house della Regione, è pronta a sigliare un accordo con le tv di Silvio Berlusconi per rilanciare pomodoro, olio e mozzarella campana. Sarà Mediaset, già a partire dalla diretta del concerto di fine anno con Gigi D'Alessio, a sensibilizzare sul tema e a trasmettere gli spot, almeno una settantina, per una spesa intorno ai 500 mila euro.

Già, proprio il cantante napoletano che, da quanto emerge della informative, si è incontrato con il boss Giovanni De Carlo, arrestato con Carminati, dopo il furto della sua collezione di Rolex da 4 milioni di euro. Anche se D'Alessio sostiene di non averlo mai conosciuto. Da palazzo Santa Lucia fanno sapere che nei 500 mila euro sono comprese anche la spesa per le tv locali. L'accordo con Mediaset è in via di definizione, si attende una proposta finale da parte del gruppo Berlusconi. Nel Pac, piano azione e coesione, sono previsti 20 milioni di euro, che saranno destinati al rilancio, attraverso spot e campagne promozionali, anche all'estero, del made in Campania. I soldi a Mediaset saranno prelevati da questo stanziamento. Altri 33 milioni andranno ad aiutare le aziende agricole. In tutto quindi oltre 50 milioni di euro. Molto di più di quanto previsto per la bonifica della Resit.

Dunque, una cosa è certa: partiranno prima gli spot e dopo le bonifiche delle aree contaminate per le quali sono stati stanziati.

Giovanni Tizian e Nello Trocchia


Il Fatto Quotidiano
10 11 2014

di Silvia Franco 

Sopravvivere in una regione che porta il marchio infamante della Terra dei fuochi non è facile. Non lo è per il pomodorino del Piennolo del Vesuvio, il latte Nobile dell’Appennino campano, la mozzarella di bufala, le more coltivate sulla collina di Domicella. E per tanti altri prodotti che arrivano da un territorio riconosciuto in tutto il mondo – oggi- come discarica di rifiuti tossici.

Eppure non è sempre così.

Venerdì scorso sono stata a Nola, l’associazione Slow Food del comune campano che ogni anno premia chi promuove a valorizza l’agricoltura del territorio. E’ stata l’occasione per conoscere le storie di persone che ogni giorno combattono contro il pregiudizio sui loro prodotti alimentari. Un pregiudizio che oscura un dato importante, ma che Slow Food si impegna a fare conoscere.

In quanti di voi sanno che i prodotti coltivati in quel fazzoletto di terra tra Caserta a Napoli sono salubri? A volte più salubri di quelli prodotti in altre zone d’Italia, al Nord per esempio. A dirlo – spiega Slow Food- è la capillare rete di analisi e controlli che vengono fatti in questo momento sui prodotti di origine campana. E quando non lo sono, lo sono comunque in misura inferiore rispetto agli altri che non rispettano i parametri di qualità. Le analisi e tutti i controlli che vengono fatti in questo momento sui prodotti che arrivano dalla Campania “sono qualcosa di spaventoso” per il presidente Gaetano Pascale.

Il marchio infamante imposto dalla camorra viene combattuto da centinaia di piccoli contadini, agricoltori, cuochi e commercianti che ogni giorno con il loro lavoro affermano la qualità alimentare. Qualità che passa soprattutto per l’etica.

A dimostrarlo è la storia di Marialuisa Squitieri, giovane imprenditrice premiata a Nola per la sua tenacia nell’agricoltura biologica. Marialuisa, 34 anni, ha messo la laurea in storia Medievale nel cassetto e ha deciso di investire tutte le sue forze per far ripartire Madre Natura, l’azienda fondata dalla mamma e che produce frutta e verdura rigorosamente bio. Prima il porta a porta a Poggiomarino, poi il negozio a Napoli. La passione e l’impegno per la sua terra hanno vinto, anche contro la crisi economica, quando sul carrello finisce il prodotto con il prezzo più basso. “Anche così porto avanti la cultura della mia terra, a dimostrazione che la laurea in storia Medievale non è stata la scelta sbagliata”.

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