Internazionale
22 07 2015

Il 10 luglio Sandra Bland viene arrestata dalla polizia di Waller County, in Texas, per un’infrazione stradale e resistenza agli agenti. Tre giorni dopo viene trovata morta in carcere, ufficialmente per suicidio. Bland, 28 anni e nera, era un’attivista per i diritti civili e anche se il coroner ha stabilito che la sua morte è dovuta a impiccagione, la famiglia ha chiesto una nuova autopsia vista la modalità violenta del suo arresto. La donna aveva appena ottenuto un lavoro alla Prairie View A&M University ed era molto attiva sui social network nel denunciare la brutalità della polizia. I dubbi sono aumentati in seguito alla diffusione del video integrale da parte del dipartimento di giustizia del Texas.

Si vede il fermo dell’auto, il poliziotto che dopo alcuni minuti chiede alla donna di uscire dall’auto e di gettare la sigaretta, lei che rifiuta e lui che la obbliga a uscire minacciandola con un Taser. Dall’audio si capisce che la conversazione a quel punto diventa ancora più violenta, si sente la donna urlare e dire al poliziotto che le fa male ai polsi e s’intuisce che viene ammanettata a terra, come si vede in altri video amatoriali. Arrivano altri agenti e infine all’arresto.
 
Alcuni blogger, registi e giornalisti ora notano delle anomalie che potrebbero segnalare delle manomissioni delle immagini. Per esempio, segnala il reporter Ben Norton, al minuto 25 un uomo appare e scompare dalla scena, intorno al minuto 32 lo stesso succede con un’auto bianca e altri episodi simili sono sparsi in tutto il video.
Il poliziotto dell’arresto, Brian Encinia, sostiene di essere stato colpito da Bland e ora è stato messo in congedo.

Aborto, la Corte boccia il Texas

  • Mercoledì, 01 Luglio 2015 08:36 ,
  • Pubblicato in L'Articolo

Berthe Morisot-ManetMassimo Gaggi, Il Corriere Della Sera
1 luglio 2015

La nuova sentenza sospende le leggi restrittive in vigore nello Stato conservatore. Non saranno costrette a chiudere le cliniche che praticano l'interruzione di gravidanza. ...

Internazionale
30 06 2015

La corte suprema blocca la chiusura delle cliniche che praticano l’aborto in Texas

Dieci cliniche dove si pratica l’interruzione di gravidanza in Texas potranno restare aperte, lo ha stabilito una sentenza della corte suprema degli Stati Uniti con 5 voti a favore e 4 contrari. Le cliniche avrebbero dovuto chiudere dal 1 luglio, ma la corte ha deciso che devono restare aperto fino a quando il caso non sarà esaminato dalla corte suprema. Il caso riguarda due articoli di una legge proposta dal governo conservatore del Texas e approvata dal parlamento nel maggio del 2013, che impone una serie di restrizioni alle cliniche che praticano l’interruzione di gravidanza.

Il 9 giugno la legge è stata sostenuta da una decisione della corte d’appello federale di New Orleans che aveva considerato legittima la legge secondo cui le cliniche che praticano aborti devono dotarsi di locali, attrezzature e personale, equivalenti a quelli delle sale chirurgiche degli ospedali. Il governo conservatore del Texas sostiene che queste misure servano a garantire la sicurezza delle donne, ma per le associazioni contrarie alla legge il vero obiettivo del provvedimento è rendere difficile l’interruzione di gravidanza.

Di fatto, dopo l’entrata in vigore di questa norma, il numero dei centri abilitati si è molto ridotto. In tutto il Texas, che ha una superficie di 700mila chilometri quadrati ed è il secondo stato più popoloso degli Stati Uniti, erano 41 nel 2012, ora sono 18. Se la Corte suprema non ferma l’attuazione della legge, diventeranno dieci a breve, secondo le organizzazioni. Dopo la decisione del tribunale di New Orleans, hanno presentato ricorso alla corte suprema, l’istanza più alta del paese, avviando la causa più ampia che sia mai stata intentata nel paese per difendere il diritto all’aborto.

Di fronte a quest’ultima umiliazione, però, hanno alzato le mani.

Tsipras ha pensato di non avere il mandato popolare per trattare ancora, e ha indetto un referendum per domenica prossima, il 5 luglio, con un discorso molto bello, che finisce con parole che non riguardano solo la Grecia.

In questi tempi difficili, tutti noi dobbiamo ricordare che l’Europa è la casa comune di tutti i suoi popoli. Che in Europa non ci sono padroni e ospiti. La Grecia è, e rimarrà, parte integrante dell’Europa, e l’Europa parte integrante della Grecia. Ma un’Europa senza democrazia sarà un’Europa senza identità e senza una bussola. Chiedo a tutti voi di agire con unità nazionale e compostezza, e di prendere una decisione degna. Per noi, per le generazioni future, per la storia greca. Per la sovranità e la dignità del nostro paese.

Dopo questo discorso l’Eurogruppo è stato ancora più punitivo. In prima battuta ha dichiarato che non avrebbe esteso l’attuale programma di aiuti alla Grecia oltre il 30 giugno, mettendo a rischio la tenuta delle banche greche, condannando di fatto la Grecia al default e generando il panico. Poi ha radicalizzato lo scontro, togliendo anche la liquidità di emergenza. Il risultato sono banche chiuse per una settimana e gli sportelli dei bancomat da cui non si possono ritirare più di 60 euro.

Leggiamo sui giornali della crisi greca almeno da quattro anni. Dalla vittoria di Syriza, il partito di Tsipras, abbiamo assistito allo stillicidio dei negoziati, sperando che non solo servissero per arrivare a una soluzione, ma che si mostrasse la strada per un’altra Europa. Adesso, di fronte all’umiliazione del popolo greco, perché non sentiamo che questa umiliazione tocca anche noi?

Perché molti giornalisti trattano questo tema con indifferenza se non con sarcasmo? Perché non si è sentito nemmeno un sussurro di solidarietà da parte dei politici italiani, nemmeno di quelli che nel governo fino a pochi mesi fa elargivano abbracci, baci e regali a Tsipras?

Perché non ci sembra che questa sia una fondamentale battaglia democratica? Perché non siamo allibiti e furiosi di fronte a un’oligarchia che chiede la demolizione dei diritti sociali e del welfare di un paese? Perché non ci indigniamo di fronte agli articoli che spiegano come cautelarci per le nostre vacanze se abbiamo prenotato quindici giorni a Mykonos? Perché non troviamo rivoltanti copertine come questa che titolano “Case da comprare e vacanze di lusso: le occasioni di un paese in saldo”? Perché non occupiamo la sede dell’Unione europea, come hanno fatto qualche giorno fa, come gesto di solidarietà, attivisti e sindacalisti a Dublino?

La decisione della corte suprema degli Stati Uniti di legalizzare i matrimoni omosessuali ci ha toccato come se fossimo parte di un’unica grande nazione planetaria. Perché invece l’umiliazione dei greci e il rischio di una crisi spaventosa non sembrano riguardarci? Perché non scendiamo in piazza? Perché non sentiamo che quel referendum è un’ultima tragica scelta anche nostra, tra due idee di Europa? Perché non ci battiamo per costruire un’Europa che non sia solo l’espressione di un trattato economico? Cosa vorremmo succedesse nel resto d’Europa se fossimo noi nella situazione del popolo greco? Perché non ci ritroviamo davanti alle ambasciate e ai consolati greci?

La Stampa
16 07 2014

Tutto è cominciato con un invito abbastanza innocuo, una normale festa a casa di un compagno di classe. Lei è Jada, una ragazzina che vive e studia nei dintorni di Houston (Texas). Non aveva motivo per non accettare, così come di rifiutare un bicchiere di punch. E’ l’inizio di un incubo: la 16enne perde coscienza e non ricorda più quello che è successo dopo, ma crede di essere stata drogata.

La verità arriva dal web. Navigando sui social network scopre video e foto sconvolgenti che mostrano che cosa le è capitato: alcune immagini la ritraggono nuda, dalla vita in giù, svenuta per terra o distesa su un letto. Solo in quel momento si rende conto che, oltre agli abusi fisici, qualcuno ha filmato e fotografato tutto per condividerlo in Rete.

“Non avevo controllo. Non gli ho chiesto di svestirmi e di farmi quello che mi hanno fatto”, ha detto Jada in una intervista con il network locale, KHOU 11 News. In poco tempo, gli amici hanno cominciato a mandarle messaggi, chiedendole se stava bene. “Ora lo sanno tutti,” ha detto Jada.

Violentata due volte – prima nella realtà, poi sui social network

Purtroppo Internet mostra tutto il suo lato spietato. Tutto non è finito quella notte con le prime condivisioni in Rete: altri ragazzi di Houston, sia maschi che femmine, hanno iniziato a twittare immagini di loro stesi per terra, molti senza i pantaloni, nella stessa posa che aveva Jada nelle foto. Il tutto con l’hashtag #jadapose. Tramite telefonini e Twitter, l’incubo di Jada era diventato virale.

Il brutto del contenuto virale è che molti di questi ragazzi non conoscevano neanche a Jada ed ignoravano il vero significato dell’hashtag. Quando il giornale americano ‘Houston Press’ ha contattato uno degli utenti che avevano condiviso un contenuto con #jadapose, lui ha risposto di non conoscere neanche Jada, ma di essere semplicemente “annoiato all’una del mattino”.

La polizia di Houston sta indagando sull’accaduto. Nel frattempo, il presunto aggressore continua a proclamare la sua innocenza su Twitter, parlando di Jada in termini volgari.

La ragazzina, invece, ha coraggiosamente deciso di farsi avanti per raccontare la sua storia. “Non ha senso nascondersi” ha detto. “Tutti hanno già visto il mio viso e il mio corpo. Ma quello non è chi sono e cosa sono”. Nonostante tutto, Jada vuole andare avanti. Vuole studiare come privatista, forse per voler evitare i pettegolezzi dei compagni e per recuperare un po’ della privacy che gli è stata strappata via.

Ma su Internet ci sono anche state reazioni a supporto di Jada: negli ultimi giorni il web e i social network si sono inondati di gente indignata, manifestando solidarietà. Adesso, cercando l’hashtag #jadapose si trovano centinaia di foto di ragazze in un’altra posa: forte, decisa, dove mostrano i muscoli. “Stay strong” (“Fatti forza”) dicono attraverso gli hashtag #justiceforjada, e #IamJada. Un modo per dire che qualcosa del genere “potrebbe succedere a chiunque di noi”.

news dal Texas: no choice

  • Martedì, 18 Marzo 2014 11:02 ,
  • Pubblicato in Flash news

Sud de-genere
18 03 2014

<< Le leggi sull’aborto spingono le cliniche in Texas a chiudere i battenti , NYTimes 6 marzo 2014,

di Manny Fernandez.

McAllen, Texas. Poco prima di una veglia a lume di candela sul marciapiede all’esterno, gli impiegati dell’ultima clinica abortiva nella Valle del Rio Grande, Texas del Sud, hanno chiuso le porte in anticipo giovedì mattina (6 Marzo 2014, NdT), rendendo l’aborto legale non disponibile nella parte più povera dello Stato sulla scia di nuove restrizioni approvate l’anno scorso dalla legislatura del Texas.
Le chiusure avvenute giovedì di due cliniche gestite da Whole Woman’s Health (una qui a McAllen e l’altra nella città di Beaumont, Texas Est) sono parte di un’ondata di cliniche in chiusura causata dalla nuova legge.
C’erano 44 stabilimenti che praticavano aborti in Texas nel 2011, dicono i fautori dell’aborto. Dopo le due chiusure di giovedì, ne restano 24, dicono. Quando la legge verrà implementata appieno in Settembre, si prevede che quel numero crollerà a sei.
“Ci spezza il cuore”, ha detto Amy Hagstrom Miller, amministratrice delegata di Whole Woman’s Health, che ha combattuto in tribunale le disposizioni della legge. “È stata una decisione molto difficile. Ho provato tutto quello che ho potuto. Semplicemente, non posso lasciare quelle porte aperte”.
I gruppi contro l’aborto hanno detto che alcune delle ragioni per la chiusura delle cliniche erano “condizioni deplorevoli”, violazioni delle regolamentazioni statali sulla sicurezza e un alto tasso di avvicendamento dello staff, accuse che gli operatori hanno negato. Ciononostante, gli oppositori dell’aborto hanno espresso soddisfazione quando le due cliniche, che insieme trattavano quasi 3000 pazienti annualmente, hanno chiuso i battenti.
“Siamo compiaciuti del fatto che le donne non riceveranno mai più cure sotto gli standard da nessuno di questi stabilimenti abortivi”, ha detto Joe Pojman, direttore esecutivo della Texas Alliance for Life.
L’aborto è stata una questione politica incendiaria l’anno scorso in Texas, quando i legislatori repubblicani, supportati dal governatore Rick Perry, hanno approvato alcune delle restrizioni più dure nel paese, nonostante una maratona di ostruzionismo che ha trasformato il senatore di Stato Wendy Davis in una figura politica di importanza nazionale. Da allora le politiche si sono attenuate. Ms. Davis non ha presenziato alle chiusure delle cliniche di giovedì e non ha enfatizzato la problematica nella sua campagna per il governatorato.
Ma l’impatto della normativa nel mondo reale si è fatto sentire nei mesi da quando la legge è passata.
A McAllen, la chiusura dell’unica clinica abortiva della città ha incrementato i costi, il tempo e la distanza di viaggio per le donne che vogliono abortire. Donne che hanno compiuto un viaggio fino a San Antonio di circa 4 ore e 380 chilometri o uno di 5 ore e quasi 500 chilometri ad Austin per ottenere un aborto. C’erano solo due cliniche in grado di praticare aborti nella valle del Rio Grande, ma quando giovedì è calato il sole non ce n’era più nessuna. L’altra clinica nei pressi di Harlingen ha chiuso giorni fa.
L’attività alla clinica a McAllen ha rallentato recentemente. Ha smesso di praticare aborti l’anno scorso, dopo che parti della legge sono diventate esecutive. Martedì, la sala di assistenza post-operatoria, dove le donne che ricevevano l’aborto erano condotte per ristabilirsi, era ingombra di scatole di dati mentre gli impiegati della clinica si preparavano per giovedì.
“Qualche volta, durante la mia pausa pranzo, tornerò qui, e non potrò fare altro che sedermi qui”, ha detto Lucy Carreon, la rappresentante delle pazienti della clinica, che si sta trasferendo a San Antonio per lavorare al centro Whole Woman’s Health della città. “È incredibilmente triste. Non ci posso credere”.
I capi di Whole Woman’s Health, che dirige cliniche in Texas e in altri due Stati, hanno detto di aver chiuso quelle a McAllen e Beaumont principalmente a causa di una restrizione della legge: l’obbligo che i dottori che effettuano aborti abbiano il permesso di effettuare ricoveri in un ospedale in un raggio di 30 miglia dalla loro residenza.
Ms. Miller ha detto che pressoché tutti i loro dottori non erano in grado di ottenere tali permessi negli ospedali vicini, e che alcuni ospedali hanno addirittura rifiutato di fornire ai dottori un modulo di domanda per richiedere tale permesso.
Un’altra parte della legge, che diventerà esecutiva entro Settembre, richiede alle cliniche di rientrare negli standard dei centri chirurgici, il che significa che tutte le procedure di aborto, anche quelle non chirurgiche, devono avere luogo in sale operatorie attrezzate come quelle di un ospedale. È proprio questo requisito che, secondo i fautori dell’aborto, probabilmente ridurrà a sei il numero di cliniche nello Stato ed è sempre questo che, a dire di Ms. Miller, ha giocato un ruolo nella decisione di chiudere le cliniche di McAllen e di Beaumont.
I promotori di matrice repubblicana della legge hanno detto che essa avrebbe protetto la salute delle donne e mantenuto le cliniche abortive entro standard più sicuri. I loro oppositori hanno ribattuto che essa era un tentativo incostituzionale compiuto dai repubblicani per ottenere un divieto implicito e illegale di praticare aborti ed è stata creata per costringere le cliniche alla chiusura. Mr. Perry ha affermato che uno dei suoi obiettivi futuri è “rendere gli aborti, a qualunque stadio, un ricordo del passato”, e un altro leader repubblicano, il vice-governatore David Dewhurst, ha suggerito su Twitter l’anno scorso che la chiusura delle cliniche era parte dello scopo della legge, nota come House Bill 2.
In una dichiarazione, Ms. Davis, che compete per la poltrona di governatore contro il Procuratore Generale Greg Abbott, un repubblicano che ha difeso la legge in tribunale, ha messo in rilievo gli altri servizi forniti dalle cliniche, oltre all’aborto, che ora non sono più disponibili per molte donne.
“Queste cliniche forniscono cure preventive salvavita, screening per il cancro e controllo delle nascite alle donne Texane”, ha detto. “Politici come Greg Abbott stanno attuando forzatamente la loro personale agenda politica e minacciando la salute delle donne in tutta la valle del Rio Grande”.
Anche prima che l’intera regolamentazione entri in vigore, le donne che vivono nelle aree rurali hanno già più difficoltà ad abortire di quelle che vivono in centri urbani come Houston o Dallas.
Nella città del Texas Ovest di Lubbock, Planned Parenthood ha chiuso l’unica clinica lì presente che praticava aborti, spedendo molte donne dritte verso un viaggio di cinque ora a Dallas o Albuquerque, qualcosa come 510 chilometri di strada. La chiusura della clinica a Beaumont ha reso Houston l’opzione più vicina, e stiamo parlando di più di un’ora di macchina. Una clinica a Corpus Christi, più vicina a McAllen di San Antonio ma comunque a due ore e passa di distanza, chiuderà a Settembre a causa dei requisiti che entreranno allora in vigore.
A McAllen, i problemi connessi al viaggio verso San Antonio di 380 chilometri (sola andata), come costi addizionali per il carburante, l’alloggio o il babysitting dei figli rimasti a casa, hanno fatto si che alcune donne siano andate in Messico a comprare una “pillola per l’aborto” largamente disponibile che può causare aborti spontanei (ovviamente successivi a quello voluto, si intende, NdT) e, secondo gli esperti, presenta seri rischi per la salute. Ms. Carreon, rappresentante dei pazienti, ha detto di credere che 30-40 donne che hanno contattato la clinica a partire dall’anno scorso hanno deciso per conto loro di prendere la pillola.
Alcune donne intervistate alla clinica di McAllen hanno detto di aver preso in considerazione l’idea di compiere il viaggio di 30 minuti in Messico per prendere la pillola, un farmaco chiamato misoprostolo* conosciuto col marchio di Cytotec, ma alla fine hanno deciso di non farlo.

*Farmaco utilizzato normalmente per la prevenzione delle ulcere gastriche causate dai cosiddetti FANS, o Farmaci Antinfiammatori Non Steroidei, per trattare, con pessima ironia, l’aborto spontaneo, per indurre il travaglio di parto quand’esso non si presenti e, come in questo caso, come farmaco abortivo. In Italia, quest’ultimo uso è off-label. Utilizzato per via endouterina. Con il nome di Cytotec, è stato prodotto dalla nota casa farmaceutica Pfizer, all’epoca GD Searle & Company. Interessante notare come, a meno che non ci abbia visto doppio, tale farmaco non è nominato da nessuna parte sulle pagine Wikipedia in inglese e italiano della Pfizer, né come attualmente in produzione né come fuori produzione o sotto osservazione.

“Onestamente, penso che andranno a sud del confine, se sono costrette a farlo”, ha dichiarato una donna ventitreenne che è stata una delle ultime pazienti della clinica ed è andata a San Antonio per un aborto il mese scorso. “È più economico e più vicino. Andare a San Antonio è una scocciatura immensamente più grande e costa molto di più”.
Il giorno del suo appuntamento a San Antonio, la donna, che ha chiesto di rimanere anonima, ha detto di aver lasciato la città con un amico intorno alle 3 del mattino, arrivando alla clinica per le 8. Ha dovuto passare tutto il giorno lì, aspettando di essere ricevuta. La clinica di San Antonio, si è scoperto, era gremita di pazienti provenienti dall’area della valle del Rio Grande.

 

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