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Il venerdì di morte scuote tre continenti

Francia, Tunisia, Kuwait, Somalia. La strategia del terrore non ha confini. È globale. Gli ideologi del Califfato usano la religione, la estremizzano, la piegano a tattiche da macellai perché "sfondi" sui media internazionali. È il Ramadam, ma anche il primo anniversario della presa di Mosul
Enrico Fierro, Il Fatto Quotidiano
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la Repubblica
26 06 2015

Terrore sulla spiaggia delle vacanze in Tunisia. Uomini armati hanno attaccato la spiaggia di due resort di lusso a Sousse, nel golfo di Hammamet. Testimoni sentiti da fonti locali riferiscono di scambi di spari sulla spiaggia, scene di panico e turisti chiusi nelle camere dell'hotel Imperial Marhaba. C'è un numero ancora non certo di vittime, ma almeno 27 persone sarebbero rimaste uccise secondo fonti del ministero degli Interni citate dalla France Presse. Di certo uno degli attentatori è stato colpito a morte, mentre sarebbero almeno sette i turisti uccisi.

Secondo le autorità, l'assalto sarebbe stato condotto da almeno due terroristi, uno dei quali, armato di kalashnikov, è stato ucciso dalle forze di polizia in uno scontro a fuoco avvenuto sulla spiaggia. L'altro attentatore si è dato alla fuga. Gli hotel finiti nel mirino sono l'Hotel Riu Imperial Marhaba e il Port el Kantaoui. Al momento nessun gruppo ha rivendicato l'attacco. Tuttavia nei giorni scorsi lo Stato islamico aveva lanciato un appello ad aumentare gli attentati nel mese di Ramadan.

Sousse, a 150 chilometri da Tunisi, è una meta turistica molto popolare sia tra i tunisini che tra gli europei. Non ci sono dettagli sulla nazionalità delle vittime, la Farnesina sta verificando la presenza di italiani. Durante il mese di digiuno del Ramadan in genere sulle spiagge ci sono in grande maggioranza turisti stranieri.

La Tunisia è alle prese con l'allarme di attacchi terroristici contro obiettivi turistici - il turismo è una delle attività economiche più importanti del Paese. Nel marzo scorso l'attacco al museo del Bardo di Tunisi in cui persero la vita 21 turisti, tra cui quattro italiani, e un poliziotto tunisino.

Il grande compromesso tunisino

Internazionale
15 06 2015

Sarà la vicinanza geografica e culturale o la somiglianza tra i due contesti, ma resta il fatto che la Tunisia sta reinventando a suo beneficio il concetto di “compromesso storico” inventato in Italia negli anni settanta.

All’epoca, lo scacchiere politico italiano era dominato da due grandi forze, la Democrazia cristiana e il Partito comunista, politicamente divergenti, che non potevano prevalere l’una sull’altra e costrette a ricorrere al sostegno dell’avversario per governare il paese. Per questo i comunisti italiani decisero di sposare un comunismo nazionale, democratico e molto lontano dalle proprie radici ideologiche (“l’eurocomunismo”) mentre una parte della Democrazia cristiana si rassegnò all’idea di governare con loro.

Oggi a Tunisi sta accadendo esattamente la stessa cosa. Dopo aver vinto nel 2011 le prime elezioni libere dalla fine della dittatura, gli islamisti di Ennahda hanno perso lo scrutinio dello scorso autunno a beneficio dei laici. Questi ultimi controllano il parlamento e la presidenza della repubblica, ma alcuni islamisti ricoprono ancora incarichi governativi, e così al vertice dello stato è nato un dialogo discreto ma permanente sul percorso politico e la gestione della Tunisia.

Gli islamisti hanno scelto questo percorso perché hanno capito, durante il loro periodo al potere, che una maggioranza parlamentare non basta a imprimere una svolta a un paese spaccato in due. Davanti alla resistenza di parte della popolazione (soprattutto delle donne) hanno abbandonato l’ambizione di impostare la legge tunisina sulla sharia, e il loro capofila ha teorizzato la necessità di un “consenso” nazionale che vada al di là della vittoria elettorale. Questa evoluzione è stata accelerata dal completo fallimento degli islamisti egiziani, che malgrado una vittoria molto più netta di quella di Ennahda in Tunisia sono stati rovesciati dall’esercito con il consenso della popolazione.

Da questa situazione è nata la necessità di un compromesso storico con i laici, e ora gli islamisti tunisini vogliono affermarsi nel paesaggio politico come una forza della destra tradizionalista e religiosa mentre i laici hanno tutte le ragioni per accogliere questa ricerca del consenso.

Le condizioni economiche del paese sono così preoccupanti e gli scioperi talmente frequenti che i laici non potrebbero governare se gli islamisti alimentassero il malcontento sociale. Il caos della vicina Libia, dove i jihadisti continuano a guadagnare terreno, rappresenta una sfida drammatica alla sicurezza della Tunisia, che per affrontarla ha bisogno di ritrovare l’unità nazionale.

Fondato su una convergenza di interessi, questo compromesso sembra avere basi molto solide.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

 

TunisiLuca Cardin, Zeroviolenza
2 aprile 2015

Cardin: Chiara Sebastiani, Che conseguenze può avere questo attentato nel processo di democrazia messo in atto in Tunisia e negli equilibri geopolitici della sponda sud del Mediterraneo?

Sebastiani: Che la neonata democrazia tunisina sia ancora fragile lo sanno tutti, i tunisini, la comunità internazionale, e anche coloro che vorrebbero soffocarla sul nascere (o seppellirla viva, come facevano con le neonate le tribù preislamiche).
Una solitudine già vissuta dai tunisini durante la rivoluzione e soprattutto nei mesi successivi alla vittoria islamista nelle elezioni del 2011. [...] Finalmente sembra che l'Occidente si sia accorto dell'importanza del processo democratico avviato qui dopo la rivoluzione, senza spargimenti di sangue. I tunisini hanno anche saputo reagire al governo islamista premiando un partito laico nel voto dello scorso anno. 
Giuliana Sgrena, Il Manifesto ...

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