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Tunisi, le ragioni di un massacro

Internazionale
19 03 2015

L’obiettivo dell’attentato di ieri non è ancora chiaro: era il parlamento tunisino, dove i deputati stavano discutendo una legge antiterrorismo? Oppure era proprio il museo del Bardo, dove i terroristi hanno colpito e che è situato a fianco del parlamento?

Le indagini daranno un risposta a questi interrogativi, ma ciò che è certo è che questo massacro – 22 morti e 42 feriti, di cui alcuni molto gravi – non è nato da un folle desiderio sanguinario ma da un progetto ben preciso con scopi estremamente chiari.

Se la Tunisia è stata colpita è perché gli esremisti islamici odiano profondamente tutto ciò che rappresenta: non solo è un paese dove le donne sono libere, dove la società rifiuta ogni forma di estremismo e dove la mobilitazione civica ha impedito qualsiasi deriva oscurantista dopo il crollo della dittatura, ma è un paese dove il grande partito islamico, Ennahda, ha voltato le spalle alla violenza, rispetta la democrazia e segue la via del compromesso politico.

Dopo la caduta dell’ex presidente Ben Ali, nel gennaio del 2011, Ennahda aveva vinto le prime elezioni libere. Tuttavia la vittoria del partito islamico non nasceva della volontà dei tunisini di imporre il velo alle donne e inserire la sharia nella costituzione, ma dal fatto che il fronte laico era diviso, mentre gli islamici erano stati i più colpiti dalla dittatura e il loro programma – economicamente liberista, socialmente conservatore e puritano – aveva rassicurato la piccola borghesia dei commercianti e dei dipendenti pubblici.

Ennahda ha perso rapidamente il sostegno della popolazione perché si è rivelata incapace di risanare l’encomia e ha preferito integrare i gruppi jihadisti piuttosto che reprimerli prima che avessero un peso eccessivo. La tensione è pericolosamente aumentata, ma anziché imporsi con la forza Ennahda ha scelto di negoziare con gli altri partiti, di farsi da parte prima delle elezioni anticipate e governare insieme ai laici, ormai in maggioranza.

La Tunisia è un successo democratico, un esempio che i jihadisti disprezzano per paura che possa ispirare il Medio Oriente e il Maghreb così come la rivoluzione tunisina ha ispirato la primavera araba. I terroristi vogliono veder fallire la Tunisia anche perché il governo di Tunisi li combatte alla frontiera libica, e l’obiettivo del massacro di mercoledì è quello di far fuggire investitori e turisti dal paese, colpendo la sua economia già fragile per trascinare la società nel caos.

Per quanto riguarda l’economia, purtroppo, i jihadisti raggiungeranno il loro obiettivo, perché investitori e turisti abbandoneranno il paese. Ma la Tunisia non sprofonderà nel caos, perché le sue forze politiche e la sua società, compresi gli islamici moderati, combatteranno come e più di prima per difendere la democrazia.

Bernard Guetta

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Rischiamo la replica del caos libico

  • Giovedì, 19 Marzo 2015 10:13 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Sole 24 Ore
19 03 2015

L'attentato al Museo del Bardo, con l'ombra del Califfato, è l'urlo lacerante e doloroso di una sirena d'allarme che suona anche per noi.

Se insieme alla Libia dovesse saltare o essere gravemente destabilizzata anche la Tunisia, perderemmo mezzo Nordafrica di fronte alle nostre coste e un pezzo di continente.

Questi Paesi e i loro popoli non sono "vicini distanti" perchè arabi e musulmani ma dei confinanti a stretto contatto di mare. Non possiamo lasciarli soli contro il terrore, anche noi ci andiamo di mezzo. ...

La rivoluzione nel mirino

La rivoluzione tunisina è entrata nel mirino dello Stato islamico. I terroristi che ieri hanno provocato una strage al Bardo, il più antico museo archeologico del mondo arabo e dell'Africa, hanno compiuto quell'attacco che i tunisini temevano da tempo. Non è bastata una rivoluzione che ha abbattuto una dittatura aprendo le porte a un processo democratico, dove si sono confrontate forze laiche e islamiste, per sventare le velleità del terrorismo globalizzato.
Giuliana Sgrena, Il Manifesto ...

Primavere arabe che sfioriscono


Come sconvolgenti sono i quieti ragazzi occidentali tutti i-Pod e smartphone che un bel giorno si svegliano assetati di martirio e sognano i giardini di Allah. Specie per chi è abituato a pensare che, fino a qualche anno fa, non succedeva nulla e tutto andava per il meglio: che cioè decenni di pesante controllo coloniale e di sfruttamento petrolifero e molti anni di bombardamenti quasi giornalieri in Afghanistan e in Iraq e di colpi di stato organizzati e gestiti dagli occidentali (da quello algerino del 1991 a quello,libico del 2011) fossero in realtà cosucce da nulla, ordinaria amministrazione, cose destinate a cader subito nel dimenticatoio. Ora che i nodi stanno venendo al pettine, ci scopriamo stupiti e impreparati.
Franco Cardini, Il Messaggero ...

Il pane e le rose delle donne del Maghreb

  • Martedì, 20 Gennaio 2015 12:29 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
20 01 2015

La povertà, l'ignoranza e l'estremo sfruttamento. Ma anche la consapevolezza di donne che, attraverso il loro lavoro, cercano qualcosa in più del semplice sostentamento.

La terra schiacciata da un cielo carico e minaccioso. Le case di pietra e mattoni a vista incorniciati dalla calce. Le donne rompono l’immobilità: abiti colorati, capi celati dalle stoffe, movimenti eleganti. Le mani sono spaccate. I visi scavati dal vento e dal sole. La povertà straripa violenta nelle aree rurali del Maghreb, dove possedere la terra è una prerogativa maschile, ma lo sfruttamento selvaggio della manodopera è una peculiarità che riguarda unicamente le donne. L’analfabetismo femminile raggiunge picchi del 70%. Molte donne non studiano o smettono. Mancano le strutture scolastiche. Spesso lavorare è l’unica alternativa alla fame.

Eco de femmes è un documentario. Bellissimo. Poetico. Duro. Racconta il seme del cambiamento. Trae il nome dall’omonimo progetto promosso da GVC Onlus che sostiene la nascita di cooperative agricole e artigianali come strumenti di emancipazione femminile.

Sei protagoniste: Zina, Cherifa, Halima, Fatima, Mina, Jamila. Sei storie di consapevolezza, di determinazione, di trasformazione, raccontate da Carlotta Piccinini.

Le donne sono assetate di conoscenza. Sanno di essere semianalfabete e per questo più esposte allo sfruttamento e alla manipolazione. Mostrano una lucidità disarmante. La conoscenza è il primo passo verso l’emancipazione. La conoscenza permette di non doversi affidare, riduce il rischio di essere ingannate, consente di pensare con la propria testa. Il lavoro rende indipendenti, regala dignità e una posizione sociale riconosciuta. Contribuire al budget familiare attenua le differenze di genere. Non regala lussi, se non quello di saziare la fame. Però rende un po’ più libere. Consente di comprare libri, quaderni e penne per mandare i figli a scuola. E a loro sì, tentare di offrire un futuro diverso.

«La condizione delle donne è grave: la povertà, l’ignoranza, l’analfabetismo sono i limiti che impediscono alle donne di partecipare e le mantengono in una condizione di dipendenza. Lo studio e la cultura sono gli strumenti per la conquista progressiva dell’emancipazione e dell’indipendenza. Strumenti contro un’ideologia che riduce le donne all’inferiorità e alla reinterpretazione della religione. Strumenti contro l’imposizione del pensiero comune. Una donna che non sa niente non è nessuno». Sono parole loro.

Le piccole cooperative sostenute da GVC Onlus compiono grandi miracoli. Le donne riescono a sottrarsi ai lavori agricoli più massacranti, spesso nocivi per la salute e svolti senza alcuna protezione. Usate come macchine. Per qualche dollaro. Studiano, imparano, insegnano, tramandano competenze. E così sorgono scuole che insegnano a leggere e a scrivere, rendendo le donne autonome dagli uomini nella lettura delle bollette come del Corano. Nascono attività artigianali legate alla tessitura dei tappeti e alla produzione di argan e cous cous. Contesti dove le donne si formano, conquistano un salario e una ragione riconosciuta per uscire dalle mura domestiche.

Queste donne sognano. Sognano di allargare la loro attività, di migliorarla. Sognano di includere le altre e aiutarle a emanciparsi. Sognano di cambiare il mondo.


Il documentario “Eco de femmes”, che nasce nell'ambito dell'omonimo progetto promosso da GVC Onlus, finanziato dall'Unione Europea e dalla Regione Emilia-Romagna, in collaborazione con il Comitato Europeo per la Formazione e l'Agricoltura Onlus (CEFA), le Réseau Tunisien de l'Economie Sociale (RTES) e le Réseau Marocain de l'Economie Sociale et Solidaire (REMESS), è stato realizzato grazie alla preziosa collaborazione di EleNfant, associazione di autori, registi, filmmakers e produttori indipendenti.

 

Per maggiori informazioni sul progetto: http://www.gvc-italia.org/eco_de_femmes.html

Sulla pagina Facebook si possono consultare le date e i luoghi delle proiezioni: https://www.facebook.com/pages/EleNfanT-FilM/65110506787?fref=ts

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