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Una Tunisia non fa primavera

Primavera ArabaNei caffè di avenue Bourguiba, dove si condensano gli umori di Tunisi, la clientela si accalora più per l'avanzata dell'Isis che per la campagna elettorale dove è in gioco il destino del Paese. Un disincanto verso la politica in contrasto con i successi pur parziali dell'unica primavera araba non fallita. 
Gianni Perrelli, l'Espresso ...

Atlas
18 07 2014

Almeno 14 soldati tunisini sono stati uccisi ieri in scontri con uomini armati che hanno attaccato due posti di blocco nella zona del monte Chaambi, al confine con l’Algeria. Sarebbe l’ennesimo caso di cronaca di questo topo se non si trattasse della Tunisia e se non fosse stato il più cruento attacco subito dall’esercito tunisino dai tempi dell’indipendenza dalla Francia ovvero dal 1956.

La Tunisia è il paese che meglio ha sperimentato la cosiddetta Primavera Araba, riuscendo a tenere elezioni, mantenere l’unità del paese e un accettabile grado di sicurezza. Ciononostante, ha sperimentato una pesante crisi politica ed è stata teatro di eclatanti omicidi politici. La presenza di gruppi armati nelle aree più remote della Tunisia è però un elemento delicato che mette pressione sul governo del primo ministro Mehdi Jomaa.

Secondo alcune fonti, nell’area in cui è avvenuto l’attacco avrebbero trovato riparo anche affiliati di al-Qaida nel Maghreb islamico (Aqmi). L’attacco è stato però rivendicato da una brigata armata che si è autodefinita Brigata Okba Ben Nafaa. Per i tunisini è uno scenario nuovo che si fa più pesante per la fase di transizione politica in corso (quest’anno ci saranno le elezioni) e per l’impreparazione delle sue forze armate.

Takoua, il sogno della libertà diventa un fumetto

  • Giovedì, 10 Luglio 2014 09:56 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

L’Espresso
10 07 2014

L'infanzia alle porte del Sahara nella bianca cittadina di Douz, il distacco dal padre durante la dittatura di Ben Ali, l'arrivo in Italia, la scelta di indossare il velo e un processo d'integrazione non privo di ostacoli.

“My Name Is Takoua” è lo short documentary che affronta la storia della giovane disegnatrice tunisina Takoua Ben Mohammed.


Girato con il solo utilizzo di una reflex digitale dai giornalisti Antonella Andriuolo e Lorenzo Cinque, impegnati da settembre nel lancio del service multimediale REC, il video nasce dalla volontà di raccontare il percorso artistico, ma soprattutto personale, della graphic novelist Takoua, figlia di un rifugiato politico, costretto ad abbandonare la Tunisia durante gli anni '90 a causa di forti e continue pressioni governative.

È in quel periodo che Takoua inizia a sviluppare una passione, quella per l'impegno sociale e il disegno - oggi sua principale attività - che si manifesta con la grande attenzione e il sentito coinvolgimento verso le tematiche legate a Primavera Araba, diritti umani, lotta ai pregiudizi e al razzismo.

L'incrocio narrativo del documentario introduce presto anche il padre di Takoua, Mohamed Ben Mohamed, figura rilevante nelle vita della ragazza ed esponente religioso di spicco dell'Associazione Culturale Islamica Al Huda.

Quando padre e figlia si ricongiungono, nella periferia della multietnica Roma, Takoua ha già otto anni e si prepara ad affrontare sfide significative come far accettare la sua fede ai coetanei italiani in un momento storico, il 2001, in cui l'opinione pubblica conosceva l'Islam principalmente attraverso la lente distorta dei terribili attentati dell'11 settembre.

Lo short documentary percorre un anno di vita con Takoua, dalle prime mostre che riconoscono il valore artistico e sociale delle sue tavole manga, alla partecipazione al corteo di Roma in sostegno delle vittime di guerra del regime siriano di Bashar al-Assad, fino all'iscrizione alla Nemo Academy of Digital Arts di Firenze dove la giovane fumettista intraprende la strada verso un nuovo sogno: quello dell'animazione, per trasformare le “statiche” strisce in vere e proprie pellicole animate.

Il lavoro è stato presentato nell'ultima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia in occasione dell'incontro “Graphic Journalism: l'integrazione attraverso i media”.

Amnesty International
23 05 2014

(Algeria, Marocco e Sahara Occidentale, Tunisia), misure legali riguardanti lo stupro rimarcano l'aspetto morale piuttosto che l'integrità personale e fisica della vittima. Misure discriminatorie nelle legislazioni algerina, tunisina e, fino a tempi recenti, marocchina, permettono agli stupratori di evitare il processo sposando le loro vittime, se queste hanno meno di 18 anni.

Amina Filali, 16 anni, èstata costretta a sposare l'uomo che la ragazza accusava di averla stuprata; ha visto come unica via di uscita il suicidio, ingoiando veleno per topi nel marzo del 2012. La sua morte ha suscitato un grido di protesta in tutta la regione. Questo gesto è stato la riprova che la legge può essere usata per insabbiare e nascondere uno stupro. Invece di proteggerla in quanto vittima di un crimine, la legge offende la vittima una seconda volta.

Nel gennaio 2014, il Marocco ha abrogato questa misura discriminatoria, ma la storia non finisce qui. Le leggi in Marocco - così come quelle in Algeria e Tunisia - non proteggono le donne e le bambine dalla violenza di genere. Inoltre, non forniscono loro riparazioni effettive quando la violenza ha avuto luogo.

Amnesty International chiede una riforma delle restanti misure che nel Maghreb permettono agli stupratori di sposare le loro vittime per evitare di essere processati, così come le altre misure discriminatorie, e inoltre l'adozione di leggi e misure che proteggono le sopravvissute alla violenza sessuale. Chiede di incrementare l'accesso ai servizi sanitari e le riparazioni giudiziarie per le donne che hanno subito violenze sessuali.

Firma subito l'appello

Alle autorità di Algeria, Marocco e Tunisia

Eccellenze,
Vi scrivo in quantosostenitore di Amnesty International, l'organizzazione non governativa che dal 1961 lavora in difesa dei diritti umani, ovunque siano violati.

In Algeria e Tunisia, gli stupratori possono evitare di essere puniti se sposano la vittima adolescente. In Marocco e Sahara Occidentale per fortuna non è più così. Ciò nonostante, la legge non fornisce ancora una protezione adeguata alle donne e alle bambine sopravvissute alla violenza sessuale.

Chiedo che venga messa fine alla discriminazione contro donne e bambine sopravvissute alla violenza sessuale mediante interventi sulle leggi dannose e discriminatorie, ovvero attraverso:

l'abolizione dell'articolo 326 del codice penale algerino e articolo 227 bis del codice penale tunisino;

l'abrogazione dell'articolo 488 del codice penale del Marocco e l'abolizione della mitigazione della pena per gli autori di stupro in base al fatto che la donna sia o meno vergine;

la modifica della definizione di stupro tenendo conto delle leggi internazionali e rendendolo quindi neutro rispetto al genere e non configurabile solo nel casodi violenza fisica comprovata;

l'adozione di una legge specifica e organica sulla violenza di genere;

il riconoscimento dello stupro all'interno del matrimonio come reato specifico;

la decriminalizzazione delle relazioni sessuali tra adulti consenzienti non sposati e delle relazioni omosessuali, dato che le persone sopravvissute alla violenza sessuale possono essere indotte a non denunciare il fatto per paura di essere esse stesse perseguite.

Vi sollecito affinché i responsabili siano chiamati a rispondere e a garantire il supporto alle vittime mediante:

la disponibilità di strumenti legali efficaci, sensibili ai bisogni delle persone sopravvissute alla violenza sessuale;

la formazione di polizia, giudici, avvocati e operatori sanitari perché sappiano operare con le persone sopravvissute alla violenza sessuale in modo sensibile, riservato e non discriminatorio;

la disponibilità di servizi sociali e sanitari efficienti, incluso l'accesso alla contraccezione d'emergenza e all'aborto legale e sicuro.

La ringrazio per l'attenzione.

Huffingtonpost
12 05 2014

Ho avuto l'onore di conoscere la vicepresidente dell'Assemblea Costituente tunisina Meherza Lapidi. L'abbiamo ricevuta al Comitato Africa della Commissione Affari Esteri e Comunitari per un colloquio istituzionale e successivamente abbiamo potuto ascoltarla in un Convegno organizzato dall'ISPI alla Sala del Mappamondo della Camera dei Deputati. La nuova Costituzione tunisina è una scommessa e indubbiamente un modello positivo per tutti quei paesi che hanno partecipato alla stagione del risveglio arabo: una democrazia giovane, uscita appena tre anni fa dalla dittatura di Ben Ali, che ha imparato ad ascoltare, a confrontarsi e a decidere sulla base della logica del consenso, paradossalmente più attenta delle cosiddette democrazie mature dell'Europa continentale che avvertono l'influenza delle culture critiche, il concorso delle idee, il rispetto del pluralismo come un fastidio, come un vincolo da superare. Eppure la Rivoluzione dei Gelsomini ha rischiato da subito una battuta d'arresto, se non addirittura una deriva egiziana del processo post-rivoluzionario.

Il partito islamico Ennahda, di cui fa parte la vicepresidente Lapidi, uscito vittorioso dalle elezioni, ha spaventato molto le classi dirigenti europee, ha fatto temere un'involuzione pericolosa sul modello dei Fratelli Musulmani al Cairo: gli omicidi di ben due leader dell'opposizione, la fatica di gestire una transizione alla democrazia densa di conflitti, il difficile tentativo di ricomporre la forma repubblicana con l'Islam politico, una giovane generazione protagonista delle rivolte che domandava maggiore uguaglianza e uscita dalla marginalità sociale... Ennhada, che ovviamente è ancora una forza politica in via di maturazione, ha scelto la strada di trasformarsi in un grande partito di stabilizzazione del sistema politico, una sorta di DC islamica, interclassista ed attraversata da spinte al proprio interno contraddittorie.

Ha reciso i legami con il salafismo diffuso in una porzione di popolo più povera e radicato nel movimento politico Ansar Al Sharia e si è schierato in prima fila nella lotta al terrorismo. Nella costruzione del nuovo sistema istituzionale la scelta è stata quella di applicare il principio del pluralismo integrale e di siglare un accordo con le forze secolari, e l'elezione dell'Assemblea Costituente su base proporzionale ha consentito a tutte le voci di concorrere alla redazione della Carta Fondamentale. Intanto è stato costituito una sorta di Quartetto formato da Ennhada, CPR (repubblicani, ex comunisti e Fronte Popolare), Ettakatol ed il sindacato Ugtt, che ha imposto una road map che ha consentito di approvare la Carta fondamentale il 26 e il 27 gennaio con 200 voti su 216 membri dell'Assemblea Costituente.

Va ricordato (se guardiamo alla storia italiana) che sono sempre le piccole formazioni che influenzano le scelte e gli orientamenti dei grandi blocchi politici e ideologici. Penso alla nostra Costituzione uscita dalla resistenza: se dovessi ricordare un personaggio che ha raccontato, come un apostolo laico, il senso della nostra Carta, penserei subito a Piero Calamandrei, che fu eletto all'assemblea costituente in un partito che non ha mai raggiunto il 2%. Insomma, le forze della rivoluzione tunisina non hanno avuto paura dei compromessi ed Ennhada stessa ha avuto il merito storico di credere nella "forza della politica" piuttosto che scommettere sulla "politica della forza". Essa ha rinunciato all'intento di introdurre la Sharia come fonte principale della legislazione del Paese ed ha acconsentito alla separazione tra la sfera pubblica dello Stato e la sfera privata della religione; viene sancito, caso unico nei paesi arabi, il principio dell'uguaglianza tra uomo e donna, un impianto normativo che prevede la parità tra i generi nei luoghi elettivi, la tutela dell'integrità del corpo delle donne da ogni forma di violenza.

La vicepresidente Lapidi ha insistito nel qualificare la Costituzione tunisina come figlia di una rivoluzione della dignità: dignità nell'accesso al lavoro, alla sanità pubblica, all'istruzione, alla casa, dignità nell'introduzione del reato di tortura in Costituzione. Dignità nella libertà di informazione e di creazione artistica. Dignità nella revisione e nella cancellazione del delitto di apostasia che miete tuttora tantissime vittime nel mondo musulmano. Questi i punti decisivi. Un'opzione che vuole immunizzare definitivamente quel Paese dai rischi di ritorno alla dittatura e che ha dato "rigidità" alla Carta fondamentale, rendendola sostanzialmente immodificabile di fronte ai futuri cambi di stagione politica.

Ovviamente siamo ancora dentro una fase magmatica, gravida di rischi e di preoccupazione, dove i dati macroeconomici hanno un peso non indifferente. A partire dal 43% della disoccupazione giovanile e dalle stime di crescita molto più basse rispetto ad altri paesi della fascia del Maghreb. Il FMI ha contrattato 1,7 miliardi di dollari di prestiti per i prossimi 5 anni e gli Usa garantiranno altrettanti 500 milioni di dollari. Quel paese ha indubbiamente bisogno di sostegno economico nel processo di ricostruzione degli assetti statuali. Gli interlocutori tunisini ci hanno detto che la nascita di una Costituzione deve fare sempre i conti con l'identità, e quella araba musulmana è incompleta se non si salda con quella matrice comune che segna l'incontro tra la sponda sud e la sponda nord del Mediterraneo: l'identità mediterranea, appunto.

E l'Italia in questo ha un ruolo non secondario come negoziatore politico tra i diversi attori in campo. Un paese che deve candidarsi ad essere "facilitatore" di dialogo, oltre che partner commerciale (il 40% del volume commerciale di Tunisi passa per Roma e Parigi). La storia recente ci ha insegnato tuttavia che Primavera araba e fragilità dei paesi attorno alla fascia del Sahel sono strettamente interconnessi, perché rappresentano il corridoio principale attraverso cui passano gli interessi della criminalità organizzata e dei movimenti terroristici legati ad Al Qaida. Si calcola addirittura che il costo della corruzione nel traffico dei migranti arriva a 105 milioni di dollari all'anno, una cifra incredibile.

La stabilizzazione della sponda meridionale del Mediterraneo rappresenta quindi un obiettivo strategico per la sicurezza dell'Italia: abbiamo la necessità di un approccio organico nell'intera regione sul terreno dello sviluppo e del contrasto ai trafficanti di carne umana. Sarebbe importante che nel semestre europeo venga messo a sistema un processo di formazione di un Forum mediterraneo allargato tra i paesi rivieraschi, includendo i paesi del Sahel e la fascia Sahariana (dalla Nigeria all'Etiopia), coinvolgendo governi, istituti di credito, sistema delle imprese e organizzazioni internazionali: la priorità dovrebbero essere le infrastrutture materiali e immateriali, la sanità, l'istruzione, la cooperazione militare e civile.

Sul Mediterraneo ci giochiamo tutto: ci giochiamo la vocazione geopolitica del nostro Paese, un pezzo della nostra comunità di destino ed il futuro stesso dell'Europa. Non facciamone solo uno slogan.

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