Internazionale
01 07 2015

Quando la stampa internazionale sottolinea che nel mese di Ramadan, il mese santo per i musulmani, ci sono più attentati terroristici e violenze settarie rispetto al resto dell’anno non fa altro che riproporre la propaganda del gruppo Stato islamico senza applicare nessun filtro. I jihadisti, infatti, avrebbero chiesto ai loro seguaci di “attaccare gli infedeli” nel mese santo.

Una tabella riassuntiva degli ultimi attentati organizzati o ispirati all’organizzazione compilata dal New York Times arriva a risultati ben diversi: il mese di Ramadan non è il periodo dell’anno in cui ci sono più attentati.

Che il Ramadan sia strumentalizzato dai jihadisti è una preoccupazione per tutto il mondo islamico. Infatti gli attentati in Tunisia e in Kuwait colpiscono l’opinione pubblica musulmana, i commenti indignati sulla stampa araba sono numerosi e pongono l’accento sulla coincidenza con il mese santo, ma proprio perché avvengono durante un periodo dedicato all’amore del prossimo e alla pace, come sottolinea l’articolo dell’Atlantic Ramadan is not a time for erversbloodshed.

“In un certo senso il Ramadan combina lo spirito del Natale con quello della Pasqua. Di fatto, i musulmani considerano il Ramadan come il mese nel quale la parola divina (il Corano) è scesa sulla Terra attraverso la rivelazione di Maometto, come il Natale per i cristiani rappresenta il momento in cui la parola di Dio (Gesù) è venuta al mondo”, scrive l’Atlantic.

Per milioni di musulmani il mese di Ramadan rappresenta un momento d’introspezione, di ricerca spirituale e di miglioramento. Sui giornali diverse personalità spiegano i loro buoni propositi per il futuro e si pubblicano ricette di dolci per le feste. Tutte le sere, la rottura del digiuno, o iftar è l’occasione di distribuire alla famiglia, agli amici e ai vicini regali e inviti a cena. Con i bambini in vacanza, le famiglie guardano fino a tardi le famose musalsal del Ramadan, le serie televisive concepite per questo mese speciale. Il mese è anche il momento in cui ci si concentra di più sulla preghiera e fare la zakat, la carità ai più poveri, è un dovere. In questo contesto di festa, di tregua, la chiamata alle armi del gruppo Stato islamico corrisponde a un’ennesima rottura culturale dell’organizzazione rispetto al mondo musulmano, spiega l’Atlantic.

I propagandisti dell’organizzazione Stato islamico provano (e in modo fallimentare) a reindirizzare verso il loro obiettivo perverso questo potere spirituale, gioioso e generoso del Ramadan. Perderanno, perché per quasi tutti i musulmani, l’islam è una bellissima religione, la sua verità soddisfa la loro mente e i suoi rituali riempiono il loro cuore di pace. L’idea del Ramadan come una stagione di crudeltà e di aggressione non è solo, quindi, fallace, è anche inconcepibile.

L’effetto di rottura con le pratiche culturali più diffuse dell’islam è sicuramente il principale marchio di fabbrica della propaganda dell’organizzazione Stato islamico. Ma in ultima istanza è “impensabile” per il mondo musulmano aderire a questo modello, perché oltre alle frontiere irachene e siriane lo Stato islamico, come sostiene lo studioso di islam politico Olivier Roy, “rimane l’espressione di uno spettro, di un mondo immaginario che produce un effetto di terrore per paralizzare l’avversario”.

Tunisia, un'eccezione sotto tiro

  • Mercoledì, 01 Luglio 2015 08:13 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
01 07 2015

Perchè questi attentati proprio in Tunisia? Una riflessione sulla strage, gli attacchi dell'Isis e la fase politica dopo le rivoluzioni. Leggi anche ""Noi stiamo con le libertà" a cura del COSPE e "Dopo la primavera difendiamo l'estate" di Ya Basta.

Sono settimane che rimando la scrittura di un articolo piuttosto cupo sulla Tunisia, nel quale avrei voluto parlare degli accordi commerciali con gli USA, del peso del debito, della decisione del Tribunale Amministrativo di sospendere la confisca dei beni della famiglia di Ben Ali, della mobilitazione cittadina contro la gestione opaca delle risorse energetiche, delle proteste ferocemente represse nella città meridionale di Douz. Ma all’improvviso, ancora una volta, la violenza jihadista fa eclissare questa società viva, depressa e ignorata, con le sue proprie lotte e i suoi arretramenti, e costringe ad inquadrarla nel panorama della guerra cosmica, generale, contro il terrorismo.

Possiamo dire che questo è sempre il primo obiettivo di un’organizzazione che si guarda nello specchio deformante dell’islamofobia: come l’islamofobia, lo Stato islamico persegue una guerra eterna tra il Bene e il Male; come l’islamofobia, considera nemici tutti quelli che -musulmani o no- si rifiutano di andare ad ingrossare le sue fila. Ma mentre lo Stato Islamico, con i suoi scarsi mezzi e i suoi soldati spontanei e solitari, manda in ogni direzione un messaggio universale, ragiona piuttosto bene in termini di strategie locali e sa scegliere i propri obiettivi.

Perché la Tunisia? Perché è l’unico Paese della regione in cui non regnano il caos o la dittatura (o entrambe le cose, come in Siria), ovvero quelle situazioni in cui il jihadismo si gonfia come la schiuma. Gli USA hanno creato queste situazioni in Iraq con l’invasione e la conseguente distruzione; Bachir El Assad le ha create in Siria, disintegrando quella società con i suoi crimini atroci; il generale Sisi le incoraggia con una repressione feroce e indiscriminata. Il jihadismo ama le guerre civili e le dittature, come quasi tutti gli attori che si dividono la torta nella regione: dall’Arabia Saudita alla Russia, da Israele all’Iran, e -ovviamente- l’Unione Europea, il cui comportamento ipocrita alimenta, più o meno attivamente, l’islamofobia e l’islamismo, fratelli siamesi indivisibili che occupano tutto lo spazio che viene invece chiuso ai popoli e alle loro istanze di giustizia e di dignità.

In definitiva, il jihadismo non attenta alla Tunisia perché esiste, ma perché vuole arrivare a esistere. Quali sono gli ostacoli? La pace e la democrazia. L’ “eccezione tunisina”, gravemente inadempiente nei suoi obiettivi di cambiamento, ha comunque un grande valore comparativo nel quadro di un disordine regionale e lo Stato Islamico vuole passarci su un colpo di spugna. Ancora una volta, il bersaglio è ben scelto. Assassinare dei turisti significa attentare all’Occidente -che si cerca di radicalizzare- e al tempo stesso alla popolazione tunisina, già gravemente colpita dalla crisi economica. Il turismo rappresenta il 15% del PIL e mantiene, bene o male, migliaia di giovani, delusi dalla rivoluzione e spinti nuovamente verso la disoccupazione e la miseria esistenziale che sono state le molle della rivoluzione del 2011. In realtà, tutto quello che il Governo fa contro lo sviluppo economico e la giustizia sociale, a detrimento delle libertà democratiche, favorisce il jihadismo.

L’Isis cerca guerra, povertà e caos: il governo non dovrebbe aggravare la situazione. L’Isis cerca dittatura: il governo dovrebbe proteggere la minima democrazia conquistata fino ad oggi. Purtroppo l’Isis non è solo su questo fronte: ci sono numerose forze, interne ed esterne, che lavorano per seppellire in Tunisia quei movimenti popolari che lì sono nati e che, seppure per pochi giorni, hanno virtualmente messo fuori gioco le dittature, i colonialismi e il jihadismo terrorista. L’Isis è una delle facce della controrivoluzione vittoriosa, quella controrivoluzione che rappresenta il contrario della rivoluzione: rappresenta, se vogliamo, una controrivoluzione, nel senso che molti di quei giovani che si sono sollevati contro la tirannia ed hanno sostenuto l’assemblea costituente, oggi aspettano fumando e bevendo (in senso letterale) che arrivi lo Stato islamico con le sue droghe più forti.

Come ben ricorda l’antropologo francese Alain Bertho, il jihadismo post-rivoluzionario non può essere definito come una radicalizzazione dell’Islam ma, al contrario, un’islamizzazione della radicalità. I giovani di questa regione (non parliamo degli europei!) sono radicali, e se non si permette loro di essere radicalmente democratici, saranno radicalmente antidemocratici. E’ un fenomeno generale, così come sono generali la globalizzazione, la crisi economica e la perdita delle libertà politiche.

Una riflessione generale sulla quale conviene soffermarsi: l’Isis -secondo una fatwa recente- considera nemici tutti quelli che non sono musulmani sunniti wahabiti, e non abitano in zone controllate dalla stessa Isis; eppure, possiamo stabilire una graduatoria tra le vittime. Le prime vittime del radicalismo islamizzato sono, con accecante evidenza, gli abitanti della zona, in maggioranza musulmani. Seguono le minoranze musulmane delle città europee, criminalizzate da protocolli di polizia, sospetti collettivi e pressioni mediatiche che le dipingono sempre più come nemici interni, reggendo così il gioco ai terroristi. Possiamo dire che l’Isis agisce soprattutto in Francia perché, essendo questo il paese più islamofobo d’Europa, sa che alimentando l’islamofobia crescono anche i suoi sostenitori.

Se un francese non è abbastanza francese perché è musulmano -e ogni musulmano, che sia francese o no, è un potenziale terrorista- le comunità più vulnerabili cessano di essere il banco di prova dello Stato di Diritto: la loro dissoluzione si giustifica in quanto capri espiatori del radicalismo islamofobico, complice evidente del radicalismo islamizzato. Un jihadista stupido è sempre più intelligente di un islamofobo intelligente (che regge il gioco) e un islamofobo normale è sempre più pericoloso di un jihadista fanatico, perchè l’islamofobia è un fanatismo istituzionalizzato, normalizzato, generalizzato. In Europa sappiamo per esperienza cosa succede quando il delirio si normalizza in forma di governo.

Tra le vittime dell’Isis gli europei sono all’ultimo posto, pur essendone i maggiori responsabili. Non è facile per il mondo musulmano credere che stiamo davvero combattendo l’Isis quando dal 1945 appoggiamo uno Stato islamico potentissimo: l’Arabia Saudita, una delle forze controrivoluzionarie che hanno fatto fallire le cosiddette “primavere arabe”. E non è facile credere che stiamo difendendo la democrazia quando, dopo aver sostenuto tutte le dittature rovesciate nel 2011, oggi l’Europa omaggia il golpista generale Sisi, con i suoi 40.000 prigionieri politici, i suoi 4.000 assassinati e i suoi 1.200 condannati a morte. Quando, nel 2011, I popoli della regione voltarono le spalle ai tiranni e a Al Qaeda, l’Europa voltò le spalle ai popoli della regione. “Quando il ramo su cui siamo seduti sta per rompersi, tutti si mettono a fabbricare seghe”, scriveva Brecht. Questo è stato sempre il gioco preferito dell’Europa, dentro e fuori dalle nostre frontiere. C’è da aver paura. L’Europa continua a fare lo stesso gioco.

L’articolo originale in spagnolo è uscito il 27 giugno 2015 sul sito di cuartopoder

*Traduzione dallo spagnolo a cura di Giovanna Barile, articolo pubblicato su tunisiainred.org

di Santiago Alba Rico

Il Fatto Quotidiano
29 06 2015

Gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e proiettili di gomma contro i manifestanti del Gay Pride ad Istanbul. La marcia, in programma per le 17, non ha fatto in tempo ad iniziare. La polizia antisommossa ha immediatamente bloccato le entrate di Istiklal, via icona della Istanbul turistica, aggredendo i manifestati dalle vie laterali. Le persone si sono rifugiate dentro negozi e bar, cercando di sfuggire alla repressione della polizia. Diverse ambulanze hanno portato via alcuni feriti. Quella di oggi doveva essere la tredicesima edizione della marcia per i diritti Lgbt in Turchia. La prima edizione ha avuto luogo nel 2003: quell’anno la partecipazione è stata molto bassa, secondo gli organizzatori. Il numero è aumentato nel 2011: circa 10.000 persone hanno aderito all’iniziativa. Ma solo dopo le manifestazioni di Gezi Park del 2013, c’è stato una massiccia adesione: secondo gli organizzatori, 100.000 persone erano presenti nella famosa piazza di Istanbul e nelle vie popolari adiacenti.

Da giorno di festa a scene di guerriglia urbana nel centro città per il tredicesimo Gay pride in Turchia. I ragazzi, rifugiati nei bar di viale Istiklal, si sono affacciati dalle finestre o sono saliti su alcune terrazze dei caffè che si affacciano sulla via, urlando a squarciagola slogan del tipo: “scappa, scappa Erdogan, arrivano i gay!” oppure “basta, ne abbiamo abbastanza!” ma anche “noi siamo gay, noi esistiamo!” per finire con “Tutti insieme contro il fascismo!”.

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Qualche manifestante – probabilmente alcuni organizzatori – ha cercato di parlare con i poliziotti per dissuaderli dal tormentare i manifestanti, ma senza successo. Un giovane, che guarda la scena dal terrazzo di un bar che si affaccia su piazza Taksim, racconta che “i poliziotti sono giovanissimi, ragazzini indottrinatati che devono ubbidire agli ordini dei superiori. È inutile parlare con loro”. Poi alzando leggermente il tono di voce, incalza: “È sempre bello vedere gente che prova a parlare con la polizia, ma il problema non sono loro, bensì i nostri dirigenti politici”. Poi attacca senza mezzi termini il Presidente: “in verità, il nostro unico problema si chiama Erdogan“.


Presenti, in testa alla marcia, alcuni deputati del partito repubblicano e del partito curdo Hdp, appena eletti in Parlamento. Non mancano anche cantanti famosi e star della televisione. Nessuna bandiera politica presente in Piazza Taksim o nelle vie limitrofe, né iniziali o sigle dei vari partiti. Si vedono sventolare ovunque, invece, le bandierine con i colori dell’arcobaleno, simbolo mondiale del Gay pride. Per le strade, si vedono tanti giovani e famiglie: “Come puoi vedere ci sono tante coppie e famiglie eterosessuali che oggi sono venute ad esternare il loro appoggio alla nostra causa. Non siamo soli in questa battaglia per i diritti” esclama una signora di mezza età che tiene teneramente la mano della sua compagna.

Secondo le prime agenzie, la motivazione della repressione violenta della polizia è dovuta al fatto che siamo nel mese del Ramadan, mese sacro per i musulmani. Questo annuncio, non convince Begum, una ragazza che si trova alla manifestazione turca: “La cosa assurda – spiega – è che la manifestazione era autorizzata. Dietro la repressione c’è ovviamente una motivazione politica”. Nel frattempo, la situazione in piazza Taksim non è migliorata: i cannoni ad acqua hanno colpito la folla. Nel marasma più totale, alcune persone, con il viso insanguinato, sono state fermate, ammanettate e portate via.

“È la prima volta che il Gay Pride in Turchia viene represso così brutalmente” spiega Begum che poi ripete con veemenza: “Il governo ha voluto mostrare alla gente che non c’è libertà in questo Paese, che il potere è strettamente saldo nelle mani di Erdogan e che per noi non c’è spazio. Come puoi vedere siamo in uno Stato di polizia”. La giovane, evidentemente sconvolta e preoccupata, chiama freneticamente al telefono gli amici dispersi durante gli attacchi della polizia, poi esclama: “anche l’anno scorso il Gay Pride è stato fatto nel mese del Ramadan, eppure non siamo stati aggrediti dalla polizia, abbiamo potuto manifestare”. Secondo Begum la motivazione è strettamente legata al risultato delle recenti elezioni politiche : “Questo significa che il governo ha paura della gente che la pensa diversamente. Il risultato delle elezioni è un indicatore degli umori dei Turchi: la popolazione sta cominciando a capire che non è bello vivere in uno statati autoritario.”

Un’altra ragazza, un po’ in disparte, prende la parola, si chiama Irem: “Erdogan ci dipinge come malati e criminali. Guardati intorno: ci sono famiglie, bambini, anziani. Tutte persone pacifiche – omosessuali e non – che oggi volevano festeggiare l’amore e la pace. Ecco risultai: gas lacrimogeni e cannoni ad acqua”. Irem sembra molto lucida, vuole spiegare il suo punto di vista : “È un problema educativo: la gente pensa che che l’omosessualità sia una malattia che si può curare. Per molti, in Turchia, è ancora un tabù. Subiamo ogni tipo di ingiustizia, nel silenzio assordante della politica: ad esempio, non possiamo lavorare, se dichiariamo apertamente il nostro orientamento sessuale. Veniamo continuamente derisi e scherniti”. Irem, in modo concitato, racconta: “Io sono fortunata perché vivo ad Istanbul. Nei villaggi in Turchia esiste ancora “il delitto d’onore“: nel 2013 un ragazzo che conosco è stato ucciso dal padre perché gay. La famiglia non poteva accettare questa vergogna quindi ha preferito cancellare il problema dalla radice: sparare al figlio”. E’ un fiume in piena, prima di andarsene aggiunge: “Non so come è andato a finire il processo, ma purtroppo, nei villaggi, la maggior parte delle persone omosessuali non hanno il coraggio di dichiarare apertamente la propria omosessualità: è troppo pericoloso. Bisogna combattere prima di tutto l’ignoranza in questa Paese”.

Un’altra ragazza mentre parla stringe la mano della compagna : “Noi siamo qui oggi per mandare un chiaro messaggio al Presidente: è iniziato una nuova pagina politica in Turchia. Noi esistiamo e continueremo a manifestare. I gas lacrimogeni non ci spaventano più”. Poco più in là, un giovane, sulla ventina, con la bandiera arcobaleno appoggiata sul volto, utilizzata per proteggersi dai gas lacrimogeni, si ferma a parlare con dei giornalisti presenti e lancia un monito al Presidente: “Fino a quando anche una sola persona nel mondo sarà picchiata, oltraggiata o molestata, per ragioni sessuali, ci saranno altri 10.000 Pride!”. Poi – ancora evidentemente stordito e frastornato – si disperde tra la folla.

La marcia dei tunisini: non lasciateci soli

Insieme. Turisti (quelli rimasti) e abitanti di Sousse. [...] Come scrive Said Benkraiem [...] : "Il popolo tunisino non ha cacciato la dittatura di Ben Ali per benedire quella dei terroristi".
Elisabetta Rosaspina, Il Corriere Della Sera ...
Islam ChangeAlessandro Mezzena Lona, Il Piccolo
27 giugno 2015

(Ripubblichiamo un'intervista a Khaled Fouad Allam uscita su Il Piccolo il 7 gennaio 2015, ndr)

Isis è solo un nome. Perchè, in realtà, nasconde la crema della crema dei cattivi maestri del fondamentalismo islamico. Utilizza la tecnica messa a punto da stuoli di sette religiose, arrivate ben prima di loro. Individua i soggetti più deboli, soprattutto giovani immigrati ai margini della società occidentale.

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