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Il Fatto Quotidiano
27 11 2014

Sulla questione della trascrizione delle nozze gay contratte da cittadini italiani all’estero arriva finalmente un decisivo chiarimento da parte della Procura della Repubblica di Udine, in risposta a un esposto da parte dell’associazione Rete Lenford – Avvocatura per i diritti Lgbti per falso ideologico e abuso d’ufficio.

Nel chiedere l’archiviazione per mancanza dell’elemento soggettivo dei reati ipotizzati, la Procura dà infatti ragione a Rete Lenford, per la quale i provvedimenti dei Prefetti che, sulla base della circolare del ministro dell’Interno Angelino Alfano del 7 ottobre 2014 hanno provveduto a cancellare d’ufficio le trascrizioni, non sono giuridicamente ammissibili:

“Spiace però dover riconoscere che l’intervento [di cancellazione operato dal Prefetto] non appare conforme a legge: ne deriva che i ricorrenti – per questo profilo – sembra abbiano ragione. [...]” Infatti, la legge conferisce al Prefetto precisi poteri sui registri dello Stato civile “ma non legittima né ammette un ruolo così autoritario e di simile “prevaricazione” del Prefetto, quale quello nel caso di specie”. Per la legge italiana “Il dominus dello stato civile è e resta il Sindaco […] le cui prerogative possono essere corrette solo attraverso un procedimento giurisdizionale ad opera del Giudice”.

“Anche semplicemente sul piano sistematico va constatato infatti che se al rifiuto dell’ufficiale di stato civile di ricevere in tutto o in parte una dichiarazione, di eseguire una trascrizione, un’annotazione o altro adempimento il cittadino può rivolgersi al Tribunale, analogamente deve valere nel caso opposto e cioè nel caso in cui una eseguita trascrizione dall’Ufficiale di stato civile sia stata fatta, ma la si ritenga invece errata o contraria all’ordine pubblico. Riprova ne è che la Autorità amministrativa per tentare di legittimare il proprio intervento presso il Comune ha dovuto necessariamente andare a cercare supporto da altre fonti normative (diverse cioè da quelle dello stato civile), ma così facendo ha “forzato” il dato normativo di riferimento, che infatti non è qui applicabile.”

In altre parole, la legge sull’ordinamento dello stato civile prevede una garanzia giurisdizionale che, con il solito pressappochismo giuridico e la solita tecnica dell’abuso che ben conosciamo, è stata palesemente scavalcata dal ministro Alfano e dai prefetti, che con precisione quasi elvetica non hanno perso occasione di intromettersi d’imperio nelle competenze del sindaco. Una “prevaricazione” bell’e buona, insomma.

Vorrei al riguardo ricordare che detta legge prevede che vadano trascritti i matrimoni non contrari all’ordine pubblico, cosa che i matrimoni tra persone dello stesso sesso non sono, in quanto espressione di un diritto fondamentale previsto dalla Convenzione europea dei diritti umani e da svariate sentenze della relativa Corte. Alfano sostiene al riguardo che spetti al legislatore nazionale, dunque al Parlamento, legiferare sul tema delle coppie di persone dello stesso sesso. E’ vero che questo è quanto affermato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 138/2010, ma è anche vero che quella sentenza non esclude affatto interventi istituzionali diversi, a protezione delle coppie gay e lesbiche, in virtù del principio costituzionale di uguaglianza.

Ora, è paradossale che, nel silenzio agghiacciante del Premier Matteo Renzi su un tema che qualsiasi leader europeo tratterebbe con serenità e rispetto, un ministro possa permettersi, violando la legge esistente, di sostenere che, siccome bisogna fare una legge che lui non vuole e ha già dichiarato che non voterà, nessuno, neppure i sindaci in quanto ufficiali dello stato civile, possano in realtà fare qualcosa. E’ paradossale e giuridicamente inaccettabile.

Fino a qualche anno fa (fintanto che, diciamola tutta, governava Berlusconi) a un atto tanto prevaricatorio come quello prefettizio, molti avrebbero reagito con indignazione. Oggi, in nome delle “grandi intese”, sui diritti dei cittadini italiani omosessuali perdura il silenzio pressoché totale della politica. Le reazioni del Pd sono semplicemente non pervenute. Continuiamo a essere la vergogna d’Europa.

E’ proprio vero che gli unici strumenti a disposizione di coloro che si oppongono al riconoscimento dei diritti di gay e lesbiche sono l’abuso e la prevaricazione.

Matteo Winkler

Corriere della Sera
20 10 2014

Da ultimo la questione più spinosa, rappresentata dai diritti delle coppie omosessuali. Tre intervistati su quattro sono favorevoli al riconoscimento dei loro diritti: il 35% si dichiara favorevole al matrimonio e il 39%, pur essendo contrario al matrimonio, è favorevole alle unioni civili. Viceversa, il 123% è contrario sia all'uno che alle altre. L'apertura ai diritti delle coppie gay prevale indistintamente tra tutti i segmenti sociali, sia pure con accentuazioni diverse. ...

Unioni civili. Braccio di ferro sindaci-prefetti

Matrimoni gay in Italia"Non è vero che la trascrizione non abbia effetti precisa - Ad esempio già domani (oggi, n.d.r.) una delle persone il cui matrimonio è stato trascritto porterà il certificato in azienda per ricevere il congedo parentale. Per ottenerlo, infatti, l'azienda aveva chiesto la trascrizione". Marino non è solo nella sua battaglia. Sono molti i sindaci che, come lui, hanno deciso di resistere.
Flavia Amabile, La Stampa ...
Unioni gaySolo in Italia si riesce ad accendere una fervente polemica su una legge che non c'è. A leggere il diluvio di dichiarazioni politiche si rimane quasi sconcertati perché la realtà dei fatti è una sola, il disegno di legge del governo non si è ancora materializzato.
Aurelio Mancuso, Cronache del Garantista ...

la Repubblica
16 10 2014

Coppia omosessuale chiede all'Italia di riconoscere l'adozione dei bimbi fatta in America. La procura dei minori si oppone

Negli Stati Uniti sono una coppia da anni, e da dieci sono diventate entrambe madri con la fecondazione eterologa da donatore anonimo. Poco dopo le nascite di una bimba e di un bimbo, ciascuna ha ottenuto l'adozione del figlio dell'altra, con sentenze di tribunali americani che hanno attribuito ad entrambe le madri le responsabilità genitoriali.

Dal 2013 a una di loro, insegnante universitaria, è stata attestata la cittadinanza italiana in quanto discendente da italiani: ha preso quindi la residenza a Bologna, dove il nucleo familiare si è trasferito, e ora chiede al tribunale dei Minori dell'Emilia-Romagna che venga riconosciuta anche in Italia l'adozione della figlia della moglie, come sancita dal Tribunale statunitense.

Dal 2013, infatti, le due donne sono sposate negli States. In precedenza erano legate da una "domestic partnership", un'unione civile. Ora l'istruttoria al tribunale dei Minori si è conclusa e si sta attendendo la decisione del collegio dei giudici. Ma con il parere negativo, e già depositato, della Procura dei minori, dove si sottolinea come un accoglimento della richiesta sarebbe contrario alla legge italiana.

Nel ricorso presentato dall'avvocato Claudio Pezzi, che assiste la donna - richiamandosi ai principi della Convenzione di Strasburgo sui diritti umani e alla giurisprudenza europea formatasi attorno ad essi - si fa notare come la domanda, "che è espressa anche nell'interesse della minore, si fonda sull'esigenza di tutelare il diritto alla vita familiare della figlia, che dalla nascita vive una situazione caratterizzata dalla stabilità di relazioni affettive familiari in un rapporto di filiazione con entrambe le madri (la madre biologica e la madre adottiva) e nella relazione con il fratello, di pochi mesi più giovane".

A complicare ulterioremente la vicenda c'è il fatto che il maschietto nel frattempo si è visto attribuire la cittadinanza italiana (la madre biologica è quella che ha già la cittadinanza italiana), mentre l'altra madre e la bimba hanno un permesso di soggiorno europeo concesso nel 2013 dalla questura di Bologna per ragioni familiari, in virtù dell'accertamento di un valido nucleo familiare costituito all'estero.

Il ricorso fa notare "il grave ed oggettivo vulnus" per la bimba, che deriverebbe dal mancato riconoscimento dell'adozione. In questa ipotesi, infatti, la bambina si vedrebbe privata "del riconoscimento di un legame di filiazione che è per lei tale fin dalla nascita. E così anche nel rapporto con il fratello, che per lei è tale fin dalla nascita di quest'ultimo. Inoltre, si vedrebbe privata del diritto di cittadinanza italiana ed europea che le deriva quale figlia di cittadina italiana, con tutto ciò che ne consegue sotto il profilo anche culturale e sociale, nonché giuridico", con riferimento ad esempio all'opportunità futura di studiare e lavorare in Europa. Così si verrebbe oltrettutto a creare "un' incomprensibile discriminazione con il fratello".

Ora, appunto, si attende la decisione del Tribunale dei Minori dell'Emilia-Romagna. "Il caso - dichiara il presidente del Tribunale, Giuseppe Spadaro - verrà trattato con la consueta attenzione e celerità, senza farci condizionare da argomenti di natura diversa da quella giuridica e tentando di approntare la massima tutela dell'interesse dei minori coinvolti nella vicenda".

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