Iraq. La doppia sfida di essere donna e giornalista

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Osservatorio Iraq
03 06 2014

Essere donna e giornalista, in Iraq oggi, è due volte una sfida: a quella per difendere la libertà di espressione si aggiunge la sfida culturale per affermare la propria libertà individuale come donna che ha scelto un mestiere difficile. Intervista a Nibras Al-Mamory.

 

L’Iraq è il paese in cui in tutto il mondo muoiono più giornalisti. Sono 163 negli ultimi 10 anni, 15 soltanto nel corso degli ultimi 17 mesi. Numeri impressionanti rispetto alla media mondiale.

Per questo alla situazione irachena nel corso della Conferenza internazionale sulla libertà di espressione in corso a Tunisi è stata data particolare attenzione, con una sessione interamente dedicata nella giornata di giovedì mattina.

La giornalista Nibras Al-Mamory ne ha esposto un aspetto specifico, ancor più drammatico: la condizione delle donne che scelgono di fare questo mestiere.

Nibras fa parte dell’associazione Iraqi Women Journalists Forum, fondata il 22 febbraio 2006, per onorare la collega di Al-Jazeera Atwar Bahjat, stuprata ed uccisa per aver documentato l’episodio di un attacco dinamitardo alla moschea di Al Askari, nella città di Samarra, a nord di Baghdad. Da allora, ogni anno, il 22 febbraio in Iraq è la giornata nazionale dedicata ai giornalisti.

Osservatorio Iraq l’ha incontrata. Ecco le sue #ParoleDautore, con le quali abbiamo approfondito la situazione delle giornaliste e dei giornalisti iracheni.

Essere un giornalista in Iraq continua ad essere un grande rischio. Perché?

Bisogna partire dalla considerazione che nel paese, dal 2003 in poi, manca una strategia nazionale chiara che garantisca le libertà fondamentali, tra cui la difesa della libertà di espressione, nella quale rientra la protezione dei giornalisti. Inoltre l’Iraq in questo periodo è stato oggetto di varie influenze straniere - tra cui l’Iran, la Turchia, la Siria e l’Arabia Saudita - che hanno contribuito a generare una situazione di confusione e violenza che non permette alle autorità e alle istituzioni di governare in maniera autonoma.

In questo contesto un lavoro a così stretto contatto con il terreno, con i luoghi e le persone protagoniste dei fatti, è per forza di cosa esposto alle violenze che caratterizzano l’Iraq da 10 anni a questa parte, e in modo particolare nell’ultimo anno. Seguire le controversie politiche, che spesso sfociano in situazioni altamente aggressive, significa farne parte, e di conseguenza rimetterci in prima persona.

In un simile contesto essere giornalista e donna allo stesso tempo può rappresentare un fattore aggravante?

Per quanto riguarda la sicurezza fisica personale il pericolo è uguale per tutti, sia uomini che donne. Ma per una giornalista donna c’è un altro elemento da tenere presente: quello sociale. Questo mestiere per una donna non è considerato socialmente accettabile.

In una società maschilista, patriarcale e tribale come quella irachena per una donna porre domande, andare in giro a cercare risposte, sentirsi libera di esporre le proprie opinioni significa andare in contrasto radicalmente con l’immagine “casalinga” ampiamente diffusa.

Non solo. Dall’altro lato, essendo la donna oggettivamente più vulnerabile, significa scontrarsi anche con i propri genitori, fratelli, anche all’interno della famiglia non ti senti accettata e ti esponi anche in questo caso alle violenze. E’ un problema culturale, prima ancora che politico.

Come è possibile svolgere la sua professione in queste condizioni? Qual è la sua giornata lavorativa tipo?

Quando nutri una grande passione per il tuo lavoro lo fai senza pensare al prezzo che comporta. Io sono sposata, ho tre figli e non ho alcuna intenzione di mettere da parte il mio lavoro. Ciò non significa che sia facile, anzi. Sono stata minacciata più volte - e parlo di minacce di morte - sono successi diversi incidenti, magari potrei morire anche domani. Ma è il mio lavoro, e io sono disposta anche a morire per questo.

Non è soltanto il mio caso, ma anche quello di tante altre giornaliste irachene. In 10 anni, 28 mie colleghe sono state uccise, una cinquantina sono state costrette all’esilio oppure espulse. Sono centinaia le giornaliste che hanno subito violenze sul luogo di lavoro, oppure che sono rimaste ferite per aver lavorato in luoghi pericolosi, e che in seguito sono morte per aver contratto malattie gravi come il cancro. Così come tantissimi altri civili, ma l’essere più esposte ha significato un maggior rischio.

In che modo la sua associazione prova a migliorare la condizione della donna in Iraq, nel mondo del giornalismo in particolare?

Abbiamo iniziato cercando di avere più rappresentanti donne all’interno del sindacato iracheno dei giornalisti, ma ben presto ci siamo rese conto di quanto fosse politicizzato e quanto già facesse poco per tutelare i giornalisti in generale, figuriamoci noi donne.

Lavoriamo senza fondi, da volontarie, e tuttavia organizziamo ogni anno centinaia di attività, principalmente a Baghdad ma anche in tante altre città dove siamo presenti. Lo facciamo per la causa, perché ci crediamo e perché non possiamo rimanere inermi di fronte a questa situazione.

Una delle questioni più sensibili è la rappresentazione mediatica della donna: una modella, un essere perfetto e bello che sembra un manichino, fatto per attrarre spettatori, anche se velata. Quest’immagine è assolutamente da cambiare e noi lavoriamo per dimostrare che la donna è in grado di pensare, che ha un ruolo politico e culturale come l’uomo. A tal fine la prima cosa che facciamo è studiare - ad esempio attraverso un sondaggio realizzato su scala nazionale - per capire come effettivamente la gente vede la donna. E ci siamo resi conto che c’è una forte discriminazione all’interno degli ambienti di lavoro, dove le donne sono sottoposte a pressioni di ogni tipo.

Organizziamo inoltre workshop e giornate di formazione per le stesse giornaliste, su come possano sviluppare loro stesse dei meccanismi di protezione e difesa, e campagne di sensibilizzazione in modo da influenzare l’opinione comune e quella del legislatore.

Lei ha citato la scarsa rappresentatività femminile: è una costante soltanto all’interno delle istituzioni o anche negli ambienti dell’attivismo e della società civile dove si lavora per il rispetto dei diritti umani?

Partendo dal fatto che nelle istituzioni le donne occupano l’1% dei posti di lavoro, ciò che manca alle organizzazioni della società civile è la competenza e la capacità di occuparsi della questione femminile che, come ho detto, è inserita in un contesto patriarcale fortemente radicato. Anche quando ci sono, ad esempio, delle giornate di formazione o delle conferenze sulla condizione delle donne in Iraq, a parlare sono troppo spesso gli uomini, e non le donne stesse.

Si notano differenze, per quanto riguarda i rischi per le giornaliste e i giornalisti, tra la regione semi-autonoma del Kurdistan, relativamente più stabile, e il resto dell’Iraq?

Sostanzialmente no. E’ vero che in Kurdistan la sicurezza è largamente più garantita rispetto alle regioni di Baghdad o Falluja, ad esempio. Ma il mestiere del giornalismo, in un clima di profonda confusione politica e di assenza di protezione dei diritti umani e della libertà di espressione, è a rischio anche lì, come dimostra il caso del giornalista Shwan Saber, arrestato lo scorso marzo per aver criticato il sistema giudiziario kurdo.

La condizione delle giornaliste, per contro, è sempre la stessa, anche in Kurdistan, dove collaboriamo con tante colleghe per provare ad elaborare una strategia unitaria di azione.

Alla luce della vittoria elettorale, per la quarta volta consecutiva, del partito di Nouri al-Maliki, pensa che si possano intravedere possibilità di cambiamento?

Credo di no. E’ vero che in queste elezioni i partiti a carattere civile e democratico hanno ottenuto più seggi, e questo potrebbe significare una maggiore attenzione per i diritti umani, e in particolare per la condizione delle donne.

Ma la maggior parte del potere rimarrà concentrata nelle mani dei partiti islamici che hanno accentuato negli ultimi anni il carattere conservatore della nostra società.

 

 

*Si ringrazia Lorenzo Trombetta per la traduzione dall’arabo all’italiano durante l’intervista.

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