La folle norma del carcere per i giornalisti “abusivi”

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L'Ultima Ribattuta
11 07 2014

In pochi si saranno accorti del comunicato stampa (che ha dell’incredibile) apparso ieri sul sito dell’Ordine nazionale dei giornalisti. Leggiamo. “Per chi esercita abusivamente la professione di giornalista è in arrivo una condanna penale più ‘pesante’, carcere compreso”. Roba da fare tremare il pizzo delle mutande. Eppure, questa modifica si sta facendo strada in Parlamento. Si tratterà di mettere mano al codice penale, inserendo la norma: “chiunque abusivamente esercita una professione, per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello stato, è punito con la reclusione fino a 2 anni e con la multa da 10 mila euro a 50 mila euro”. Sì, sì, avete capito bene. Ora tutti coloro che il mestiere di giornalista lo sanno fare , ma, per scelta o per non aver superato l’esame, non sono iscritti all’Ordine, saranno dei fuorilegge, dei banditi.

Se per diventare pubblicisti occorrono due anni consecutivi di collaborazione e un determinato numero di articoli, come verrà gestita la situazione? Per due interi anni, gli aspiranti giornalisti saranno costretti a vivere nella latitanza, con il rischio di essere arrestati? L’assurdità, piano piano, viene a galla da sé.

Fortunatamente, nelle scorse settimane lo stesso Ordine dei giornalisti invitò a “correggere” la norma ora approvata dal Senato (e che in autunno andrà alla Camera) proprio in materia di pubblicisti. Affinché “tuteli quanti abbiano comunicato all’Ordine della regione di residenza la volontà di avviare il percorso di iscrizione all’Albo come pubblicista”. Ecco qua, fatta la legge, trovato l’inganno. Basterà sottoscrivere una “carta d’intento” per non essere più “ricercati”.

Immaginate, qualora dovesse passare la legge, la situazione già drammatica delle carceri italiane? “Come mai siete dentro?”, “Io, spaccio”, “Io ho rubato una macchina”, “Io non ho superato l’esame da giornalista”. Quanto fa ridere?

Ma anche l’Ordine non ci fa una bella figura. Invece di snellire le pratiche di accesso alla professione, si erge a “Leviatano” contro coloro che (spesso per una manciata di spicci) scrivono pezzi per puro amore di questo mestiere, e non certo per l’assistenza medica paga, le macchine aziendali, gli ingressi stampa ovunque… (e molti, molti altri benefit da “casta”).

Carola Parisi




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