Il cortocircuito della Chiesa cattolica che vieta l'amore

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Luca Kocci, Il Manifesto

22 febbraio 2019

"Quando mi veniva raccontata la vita gay del Vaticano, non ci credevo, pensavo fosse una fiction, invece ho verificato che la realtà supera la fantasia". Frédéric Martel, sociologo e giornalista francese, presenta così il suo libro "Sodoma" (Feltrinelli, pp. 558, euro 24, www.sodoma.fr), uscito ieri in venti Paesi, mentre in Vaticano cominciava il summit del papa con i vescovi di tutto il mondo sulla questione pedofilia, che durerà fino a domenica.

Nonostante il titolo e il giorno scelto per la pubblicazione, il libro non è l’ennesimo racconto dal buco della serratura degli scandali sessuali nei sacri palazzi. È un’inchiesta sociologica, con taglio e stile narrativi più che scientifici e investigativi, sull’omosessualità nella Chiesa cattolica, maggiormente concentrata – forse troppo – sul Vaticano. Un lavoro di quattro anni, 1.500 interviste (fra cui 41 cardinali e 52 vescovi, la maggior parte con nome e cognome), che offre un affresco di «una delle più grandi comunità omosessuali al mondo» che è allo stesso tempo un’istituzione fortemente omofoba, in cui «doppia vita» e «ricatti» sono il modo di vivere per nascondere spesso «vere e proprie relazioni amorose» ingabbiate dal voto di castità e dalla regola del celibato.

Lei si è soffermato di più sul Vaticano perché l’omosessualità riguarda soprattutto Oltretevere?
Per realizzare l’inchiesta ho attraversato trenta Paesi, ma è vero che mi interesso soprattutto di cardinali e vescovi. I preti delle periferie sono le vittime del sistema, di un sistema che contribuiscono a mantenere, ma che non sono in grado di cambiare. Per questo bisogna andare a «Sodoma», al cuore del sistema, nella Curia romana, dove è stata costruita questa dottrina.

Il celibato obbligatorio?
Sì. Castità e celibato hanno completamente fallito.

Non esiste anche un problema di formazione nei seminari e nei noviziati? L’affettività, la sessualità sono tabù, preti e religiosi si ritrovano adulti nelle parrocchie senza aver affrontato questi nodi.
È così. La castità è contro natura, l’omosessualità no. Questo è l’errore.

Non c’è relazione fra omosessualità, pedofilia e abusi, ma negli ambienti ecclesiastici il terreno è più scivoloso?
È vero, non c’è alcun rapporto, ma nella Chiesa l’80% degli abusi è di natura omosessuale. Il problema è l’omosessualità non assunta, non riconosciuta, ma repressa e sublimata, che conduce ad avere una doppia vita e produce ipocrisia e schizofrenia.

La tesi del libro sembra un ossimoro: il Vaticano è pieno di omosessuali ma è un’istituzione omofoba.
Si tratta di una formula, con tutto quello che contiene di giusto e di errato. Quando l’omosessualità era proibita, la Chiesa era un rifugio per gli omosessuali. Man mano che la società si è liberata e l’omosessualità è stata accettata, la Chiesa è diventata sempre più omofoba, per nascondere la propria omosessualità.

Molti tradizionalisti sono omosessuali?
Sì, ma non è una contraddizione: a destra ci sono stati sempre molti omosessuali. In questo caso, più si è omosessuali, più si è omofobi, per cercare di nascondersi.

Cosa è accaduto nei pontificati post liberazione sessuale?
Sotto Paolo VI c’è una diffusa omofilia, ma non praticata, la castità viene sostanzialmente mantenuta. Con Giovanni Paolo II c’è il degrado, anche se probabilmente il papa non ne era informato. Con Benedetto XVI le cose impazziscono e contribuiscono alla sua decisione di dimettersi.

Giovanni Paolo II non sapeva?
Quel papa era assorbito dalla crociata contro il comunismo, guardava altrove. Il vero responsabile, per esempio delle coperture nei confronti dei preti pedofili, è stato il cardinal Sodano, segretario di Stato vaticano. E monsignor Dziwisz, segretario particolare di Wojyla.

E papa Francesco?
Ha ereditato tutto ciò. Gli vengono mosse accuse ingiuste, di aver nominato cardinali omosessuali e di aver protetto pedofili. È intrappolato in un’organizzazione omosessualizzata e attaccato da cardinali conservatori omofobi, che vogliono nascondere la propria omosessualità.

Però, al di là della famosa frase di Francesco, «chi sono io per giudicare un gay?», non ci sono stati cambiamenti.
«Chi sono io per giudicare un gay?» è una formidabile formula gesuitica: risponde ad una domanda con un’altra domanda.

Perché molti preti gay criticano Francesco e rimpiangono Ratzinger?
Con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI il sistema era organizzato e il codice chiaro: si è omofobi all’esterno, ma all’interno si fa quello che si vuole. Francesco è un elefante in una cristalleria, smuove tutto, un giorno è filo-gay e un giorno è anti-gay, a volte li vuole in seminario e a volte no. Questa condotta disordinata spaventa molti omosessuali alla ricerca di stabilità. Francesco è un papa «gorbacioviano»: non vuole distruggere il sistema, ma ha capito che qualcosa va cambiato. E i «brezneviani» non lo lasciano fare.

In Vaticano esiste una “lobby gay”?
No. Degli individui che insieme operano per una causa sono una lobby. Nella Chiesa accade il contrario: non c’è un piccolo gruppo che agisce, ma un grande gruppo che non agisce, una maggioranza silenziosa, il cui primo obiettivo è nascondere agli altri la propria omosessualità.

Lei scrive che «non mi interessano i singoli casi, ma il sistema, le fragilità e le sofferenze legate al celibato forzato». Perché in tanti accettano le sofferenze di una doppia vita e non lasciano la Chiesa?
Perché non hanno alternative. Oppure perché questa situazione è conveniente.

Il sistema è riformabile?
Non sono ottimista, a breve termine. Ma la Chiesa si trova in una situazione di morte celebrale, quindi un aggiornamento integrale sarà necessario.

Ultima modifica il Venerdì, 22 Febbraio 2019 09:28
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