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la Repubblica
12 02 2015

Peggiora lo stato della libertà di stampa nel nostro Paese: nella speciale classifica redatta da Reporter Senza Frontiere l'Italia precipita di 24 posizioni, dal 49esimo posto al 73esimo. Pesano in questi ultimi 12 mesi "l'esplosione di minacce, in particolare della mafia, e procedimenti per diffamazione ingiustificati".

In Italia nei primi dieci mesi del 2014 si sono verificati 43 casi di aggressione fisica e sette casi di incendio doloso a case o auto di giornalisti. I processi per diffamazione "ingiustificati", secondo Rsf, nel nostro Paese sono aumentati da 84 nel 2013 a 129 nei primi dieci mesi del 2014. Stupisce che in graduatoria il nostro Paese sia superato anche da Paesi come l'Ungheria del discusso premier Orban (65esimo posto) o come Burkina Faso e Niger (46esimo e 47esimo posto). Peggio dell'Italia in Europa è riuscita a fare solo Andorra, caduta in un anno di 27 posizioni a causa delle difficoltà incontrate dai giornalisti nel raccontare le attività delle banche del piccolo Paese tra Francia e Spagna.

IL WORLD PRESS FREEDOM INDEX 2015, TUTTI I PAESI DAL PRIMO ALL'ULTIMO

La situazione è in peggioramento in tutto il mondo: il rapporto parla di "una regressione brutale" della libertà di stampa nel 2014, conseguenza in particolare delle operazioni terroristiche dello Stato islamico e di Boko Haram e in generale dell'aumento dei conflitti armati. Un "deterioramento globale" legato a diversi fattori, con l'esistenza di "guerre d'informazione" e "l'azione di gruppi non statali che si comportano come despoti dell'informazione", ha dichiarato Christophe Deloire, segretario generale di Rsf.

L'indicatore globale annuale, che misura il livello delle violazioni della libertà di informazione, è arrivato a 3719 punti, quasi l'8% in più rispetto al 2014 e il 10% in più se paragonato al 2013. Il peggioramento più grave riguarda l'Unione europea e i Balcani.
"L'interferenza sui media da parte dei governi - si legge nel rapporto - è una realtà in molti Paesi dell'Unione europea. Ciò è dovuto alla concentrazione della proprietà dei mezzi di informazione in poche mani e nell'assenza di trasparenza sui proprietari". Inoltre "la Ue non ha regole sulla distribuzione degli aiuti di Stato ai media".

Nel rapporto si parla del controllo dei mezzi di informazione che nelle aree di conflitto è diventato un vero e proprio strumento di guerra: in particolare lo Stato islamico sta usando i media come uno strumento di propaganda e di reclutamento. L'Is controlla cinque stazioni televisive a Mosul in Iraq e due nella provincia siriana di Raqqa.

Dal rapporto si evince che i due terzi dei 180 paesi classificati da Rsf "hanno fatto meno bene dell'anno precedente". Per il quinto anno consecutivo, la Finlandia conserva il primato di Paese più virtuoso, davanti a Norvegia e Danimarca. Nella top ten anche Nuova Zelanda (sesta), Austria (settima), Giamaica (nona) ed Estonia (decima) dove a dicembre era stato arrestato e poi rilasciato il giornalista italiano Giulietto Chiesa. Bene anche la Mongolia, il Paese che ha registrato l'incremento più significativo balzando dall'84esimo al 54esimo posto. L'Egitto, dove oggi sono stati rimessi in libertà i due giornalisti di al-Jazeera accusati di complicità con i Fratelli Musulmani, è al 158esimo posto.

Tra i paesi dell'Ue, la Bulgaria è quello più indietro (106esima posizione). Gli Stati Uniti si trovano al 49esimo posto (in calo di tre posizioni), la Russia al 152esimo, appena davanti alla Libia (154). I Paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti sono risultati invece l'Eritrea (180esimo posto), la Corea del Nord (179), il Turkmenistan (178) e la Siria (177). In questo speciale indice di Reporter senza frontiere, l'Iraq sconvolto dai jihadisti dello Stato islamico occupa il 155esimo posto, la Nigeria dove agisce Boko Haram il 111esimo.

Je suis Badawi

La fustigazione è solo rinviata, per "motivi di salute". Ma la sentenza emessa contro Raif Badawi, arrestato e condannato per presunte offese alla religione, per oltraggio, crimini informatici e persino per aver disobbedito a suo padre, non è stata annullata. È ferma li, sospesa, sempre in agguato. Ieri sera è giunta una notizia confortante. Re Abdullah ha inviato il caso all'esame della Corte Suprema per una eventuale revisione della sentenza.
Michele Giorgio, Il Manifesto ...
[...] In un mondo sempre più connesso e digitalizzato, indicizzare significa raggiungere il pubblico. Alla fine della fiera, si è dato ai motori di ricerca il potere della stampa, uno dei pilastri della democrazia: decidere cosa è giusto pubblicare o no. Sul ponte (dell'editoria) sventola bandiera bianca.
Mario Sechi, Prima Comunicazione ...

In Egitto stampa sotto tiro. E Morsi rischia la forca

  • Giovedì, 20 Novembre 2014 16:01 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Manifesto
20 11 2014

Mohammed Morsi, l'ex presidente egiziano in carcere dopo il golpe militare del 3 luglio 2013, rischia la pena di morte.

E' la richiesta della procura generale egiziana nel processo in cui il leader dei Fratelli musulmani, tenuto per mesi in isolamento, è accusato di spionaggio in favore di Hamas e Hezbollah. ...

Le persone e la dignità
03 09 2014

Da oggi al 5 settembre, Istanbul ospita l’Internet Governance Forum, un evento organizzato dalle Nazioni Unite per condividere le migliori pratiche in tema di regolamentazione della Rete, sicurezza e diritti umani.

Una scelta singolare, quella della Turchia come paese ospitante, dato che contemporaneamente 29 utenti di Twitter sono sotto processo a Smirne e rischiano fino a tre anni di carcere per istigazione a infrangere la legge.

I tweet sotto accusa, pubblicati nel corso delle proteste del maggio e giugno 2013, non contengono alcun incitamento alla violenza.

Tre dei 29 imputati devono anche rispondere dell’accusa di “insulto” al primo ministro. Questo processo è solo l’ultimo di una serie di azioni giudiziarie contro coloro che pubblicano online critiche al governo turco. Twitter, come noto, è particolarmente inviso alle autorità di Ankara.

Ma la Turchia non è l’unico paese a usare la mano dura sulla Rete. Nel corso di una conferenza online programmata questa sera alle 19, ora locale, Amnesty International metterà in luce la situazione in quattro altri paesi: Arabia Saudita, Etiopia, Stati Uniti d’America e Vietnam.

In Etiopia, sette blogger rischiano la pena di morte per aver diffuso informazioni sulla sicurezza online; in Vietnam, 34 blogger sono in carcere e due di essi sono stati già condannati a 10 e 12 anni per aver denunciato nei loro post le violazioni dei diritti umani in corso nel paese; in Arabia Saudita, il fondatore di un portale è stato condannato a 10 anni, 1000 frustate e una multa equivalente a oltre 200.000 euro per “insulto all’islam”. Amnesty International chiede l’annullamento di queste condanne.

C’è poi il caso, più che noto, di Edward Snowden, cittadino statunitense attualmente in esilio in Russia, che rischia 30 anni di carcere in caso di estradizione per aver denunciato i metodi indiscriminati di sorveglianza globale del suo governo.

Internet fornisce un contributo inestimabile allo sviluppo dei diritti umani: ha rivoluzionato l’accesso all’informazione e migliorato la trasparenza e l’accertamento delle responsabilità. Per questo, i governi sono stati solleciti ad abusarne, usando la tecnologia per stroncare la libertà d’espressione, censurare le informazioni sui diritti umani e sorvegliare indiscriminatamente gli utenti della rete, col pretesto della sicurezza e spesso in collaborazione con grandi aziende del settore.

 

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