×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

L’Unità sospende le pubblicazioni

Internazionale
30 07 2014

L’Unità non sarà più in edicola dal 1 agosto. Lo hanno comunicato i liquidatori della Nuova iniziativa editoriale, la società editrice del quotidiano. La mattina del 29 luglio l’assemblea dei soci ha bocciato il piano dell’azionista di maggioranza Matteo Fago che, scrive il Secolo XIX, aveva proposto l’affitto della testata per 12 mesi e il salvataggio dei lavoratori.

Da mesi l’Unità soffre di una crisi di liquidità e ha accumulato 25 milioni di euro di debiti. I giornalisti della testata hanno protestato diverse volte, scioperando e non firmando gli articoli. Il 14 luglio la deputata di Forza Italia Daniela Santanchè e la conduttrice televisiva Paola Ferrari avevano presentato un’offerta per rilevare il quotidiano, ma il comitato di redazione si è opposto alla cessione.

Il comitato di redazione ha commentato la notizia con un comunicato sul sito del giornale.

La folle norma del carcere per i giornalisti “abusivi”

  • Venerdì, 11 Luglio 2014 11:42 ,
  • Pubblicato in Flash news
L'Ultima Ribattuta
11 07 2014

In pochi si saranno accorti del comunicato stampa (che ha dell’incredibile) apparso ieri sul sito dell’Ordine nazionale dei giornalisti. Leggiamo. “Per chi esercita abusivamente la professione di giornalista è in arrivo una condanna penale più ‘pesante’, carcere compreso”. Roba da fare tremare il pizzo delle mutande. Eppure, questa modifica si sta facendo strada in Parlamento. Si tratterà di mettere mano al codice penale, inserendo la norma: “chiunque abusivamente esercita una professione, per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello stato, è punito con la reclusione fino a 2 anni e con la multa da 10 mila euro a 50 mila euro”. Sì, sì, avete capito bene. Ora tutti coloro che il mestiere di giornalista lo sanno fare , ma, per scelta o per non aver superato l’esame, non sono iscritti all’Ordine, saranno dei fuorilegge, dei banditi.

Se per diventare pubblicisti occorrono due anni consecutivi di collaborazione e un determinato numero di articoli, come verrà gestita la situazione? Per due interi anni, gli aspiranti giornalisti saranno costretti a vivere nella latitanza, con il rischio di essere arrestati? L’assurdità, piano piano, viene a galla da sé.

Fortunatamente, nelle scorse settimane lo stesso Ordine dei giornalisti invitò a “correggere” la norma ora approvata dal Senato (e che in autunno andrà alla Camera) proprio in materia di pubblicisti. Affinché “tuteli quanti abbiano comunicato all’Ordine della regione di residenza la volontà di avviare il percorso di iscrizione all’Albo come pubblicista”. Ecco qua, fatta la legge, trovato l’inganno. Basterà sottoscrivere una “carta d’intento” per non essere più “ricercati”.

Immaginate, qualora dovesse passare la legge, la situazione già drammatica delle carceri italiane? “Come mai siete dentro?”, “Io, spaccio”, “Io ho rubato una macchina”, “Io non ho superato l’esame da giornalista”. Quanto fa ridere?

Ma anche l’Ordine non ci fa una bella figura. Invece di snellire le pratiche di accesso alla professione, si erge a “Leviatano” contro coloro che (spesso per una manciata di spicci) scrivono pezzi per puro amore di questo mestiere, e non certo per l’assistenza medica paga, le macchine aziendali, gli ingressi stampa ovunque… (e molti, molti altri benefit da “casta”).

Carola Parisi




Le Monde
10 07 2014

La journaliste Marzieh Rasouli est selon un proverbe persan "un ver de livres", en d'autres termes une passionnée de la lecture. Depuis mardi 8 juillet, cette Iranienne est à la prison tristement célèbre d'Evin à Téhéran où elle doit passer les deux prochaines années. A sa peine de prison s'ajoute également une condamnation à cinquante coups de fouet.

Le dessein de l'Iranien Mana Neyestani sur la confirmation de la condamnation de la journaliste, Marzieh Rasouli, aux cinquante coups de fouet. Marzieh Rasouli a été convoquée , le 8 juillet, à la prison d'Evin à Téhéran, pour purger sa peine de deux ans ferme.
Dessin de l'Iranien Mana Neyestani.
Les chefs d'inculpation, comme l'a expliqué sur son compte Twitter cette journaliste culturelle : "propagande contre le régime" et "perturbation de l'ordre public en participant à des manifestations". Cette dernière accusation fait référence à des mouvements de contestation nés à la suite de la réélection controversée de Mahmoud Ahmadinejad en juin 2009.

Marzieh Rasouli est également blogueuse. Ses écrits se démarquent par leur humour, un regard décalé et des propos directs, faisant l'économie de toute fausse courtoisie, en totale contradiction avec l'hypocrisie dont font preuve certains Iraniens.

Cette ancienne collaboratrice de quotidiens réformateurs, dont Etemaad et Shargh, a été arrêtée pour la première fois en janvier 2012, pendant six semaines, pour avoir collaboré avec la chaîne BBC Persian, diffusée en persan depuis Londres, considérée comme subversive par les autorités iraniennes.


Avec elle ont été également arrêtés deux autres journalistes, Parastoo Dokouhaki et Sahhaméddin Borghani. Leurs aveux, obtenus sous pression, ont été diffusés après leur libération sous caution dans un film visant à dénoncer leurs activités subversives. Marzieh Rasouli a été condamnée à deux ans de prison et à cinquante coups de fouet, et Parastoo Dokouhaki à six mois de prison avec sursis.

Sur son compte Twitter, Marzieh Rasouli a écrit, le 7 juillet, que lors d'un appel téléphonique du Tribunal d’application des peines de la prison d’Evin, elle avait appris la confirmation en appel de sa condamnation. Elle soutenait pourtant n'avoir toujours pas reçu la lettre officielle faisant état du verdict.


L'application de sa peine d'une manière aussi abrupte survient tandis qu'une autre journaliste, Reihaneh Tabataie, a également été convoquée à Evin, le 21 juin, pour purger une peine d'un an de prison ferme. Une autre jeune journaliste, Saba Azarpeyk, elle, a été arrêtée, le 28 mai, et subit depuis des interrogatoires pour un nouveau dossier judiciaire constitué contre elle pour "propagande contre le régime". Son avocat a annoncé, début juillet, que sa détention temporaire avait été prolongée d'un mois.


Selon Reporters sans frontières, 64 journalistes et cyberactivistes sont emprisonnés en Iran, ce qui fait de ce pays "l’une des cinq plus grandes prisons du monde pour les professionnels de l’information".

Iraq. La doppia sfida di essere donna e giornalista

  • Martedì, 03 Giugno 2014 08:12 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Iraq
03 06 2014

Essere donna e giornalista, in Iraq oggi, è due volte una sfida: a quella per difendere la libertà di espressione si aggiunge la sfida culturale per affermare la propria libertà individuale come donna che ha scelto un mestiere difficile. Intervista a Nibras Al-Mamory.

 

L’Iraq è il paese in cui in tutto il mondo muoiono più giornalisti. Sono 163 negli ultimi 10 anni, 15 soltanto nel corso degli ultimi 17 mesi. Numeri impressionanti rispetto alla media mondiale.

Per questo alla situazione irachena nel corso della Conferenza internazionale sulla libertà di espressione in corso a Tunisi è stata data particolare attenzione, con una sessione interamente dedicata nella giornata di giovedì mattina.

La giornalista Nibras Al-Mamory ne ha esposto un aspetto specifico, ancor più drammatico: la condizione delle donne che scelgono di fare questo mestiere.

Nibras fa parte dell’associazione Iraqi Women Journalists Forum, fondata il 22 febbraio 2006, per onorare la collega di Al-Jazeera Atwar Bahjat, stuprata ed uccisa per aver documentato l’episodio di un attacco dinamitardo alla moschea di Al Askari, nella città di Samarra, a nord di Baghdad. Da allora, ogni anno, il 22 febbraio in Iraq è la giornata nazionale dedicata ai giornalisti.

Osservatorio Iraq l’ha incontrata. Ecco le sue #ParoleDautore, con le quali abbiamo approfondito la situazione delle giornaliste e dei giornalisti iracheni.

Essere un giornalista in Iraq continua ad essere un grande rischio. Perché?

Bisogna partire dalla considerazione che nel paese, dal 2003 in poi, manca una strategia nazionale chiara che garantisca le libertà fondamentali, tra cui la difesa della libertà di espressione, nella quale rientra la protezione dei giornalisti. Inoltre l’Iraq in questo periodo è stato oggetto di varie influenze straniere - tra cui l’Iran, la Turchia, la Siria e l’Arabia Saudita - che hanno contribuito a generare una situazione di confusione e violenza che non permette alle autorità e alle istituzioni di governare in maniera autonoma.

In questo contesto un lavoro a così stretto contatto con il terreno, con i luoghi e le persone protagoniste dei fatti, è per forza di cosa esposto alle violenze che caratterizzano l’Iraq da 10 anni a questa parte, e in modo particolare nell’ultimo anno. Seguire le controversie politiche, che spesso sfociano in situazioni altamente aggressive, significa farne parte, e di conseguenza rimetterci in prima persona.

In un simile contesto essere giornalista e donna allo stesso tempo può rappresentare un fattore aggravante?

Per quanto riguarda la sicurezza fisica personale il pericolo è uguale per tutti, sia uomini che donne. Ma per una giornalista donna c’è un altro elemento da tenere presente: quello sociale. Questo mestiere per una donna non è considerato socialmente accettabile.

In una società maschilista, patriarcale e tribale come quella irachena per una donna porre domande, andare in giro a cercare risposte, sentirsi libera di esporre le proprie opinioni significa andare in contrasto radicalmente con l’immagine “casalinga” ampiamente diffusa.

Non solo. Dall’altro lato, essendo la donna oggettivamente più vulnerabile, significa scontrarsi anche con i propri genitori, fratelli, anche all’interno della famiglia non ti senti accettata e ti esponi anche in questo caso alle violenze. E’ un problema culturale, prima ancora che politico.

Come è possibile svolgere la sua professione in queste condizioni? Qual è la sua giornata lavorativa tipo?

Quando nutri una grande passione per il tuo lavoro lo fai senza pensare al prezzo che comporta. Io sono sposata, ho tre figli e non ho alcuna intenzione di mettere da parte il mio lavoro. Ciò non significa che sia facile, anzi. Sono stata minacciata più volte - e parlo di minacce di morte - sono successi diversi incidenti, magari potrei morire anche domani. Ma è il mio lavoro, e io sono disposta anche a morire per questo.

Non è soltanto il mio caso, ma anche quello di tante altre giornaliste irachene. In 10 anni, 28 mie colleghe sono state uccise, una cinquantina sono state costrette all’esilio oppure espulse. Sono centinaia le giornaliste che hanno subito violenze sul luogo di lavoro, oppure che sono rimaste ferite per aver lavorato in luoghi pericolosi, e che in seguito sono morte per aver contratto malattie gravi come il cancro. Così come tantissimi altri civili, ma l’essere più esposte ha significato un maggior rischio.

In che modo la sua associazione prova a migliorare la condizione della donna in Iraq, nel mondo del giornalismo in particolare?

Abbiamo iniziato cercando di avere più rappresentanti donne all’interno del sindacato iracheno dei giornalisti, ma ben presto ci siamo rese conto di quanto fosse politicizzato e quanto già facesse poco per tutelare i giornalisti in generale, figuriamoci noi donne.

Lavoriamo senza fondi, da volontarie, e tuttavia organizziamo ogni anno centinaia di attività, principalmente a Baghdad ma anche in tante altre città dove siamo presenti. Lo facciamo per la causa, perché ci crediamo e perché non possiamo rimanere inermi di fronte a questa situazione.

Una delle questioni più sensibili è la rappresentazione mediatica della donna: una modella, un essere perfetto e bello che sembra un manichino, fatto per attrarre spettatori, anche se velata. Quest’immagine è assolutamente da cambiare e noi lavoriamo per dimostrare che la donna è in grado di pensare, che ha un ruolo politico e culturale come l’uomo. A tal fine la prima cosa che facciamo è studiare - ad esempio attraverso un sondaggio realizzato su scala nazionale - per capire come effettivamente la gente vede la donna. E ci siamo resi conto che c’è una forte discriminazione all’interno degli ambienti di lavoro, dove le donne sono sottoposte a pressioni di ogni tipo.

Organizziamo inoltre workshop e giornate di formazione per le stesse giornaliste, su come possano sviluppare loro stesse dei meccanismi di protezione e difesa, e campagne di sensibilizzazione in modo da influenzare l’opinione comune e quella del legislatore.

Lei ha citato la scarsa rappresentatività femminile: è una costante soltanto all’interno delle istituzioni o anche negli ambienti dell’attivismo e della società civile dove si lavora per il rispetto dei diritti umani?

Partendo dal fatto che nelle istituzioni le donne occupano l’1% dei posti di lavoro, ciò che manca alle organizzazioni della società civile è la competenza e la capacità di occuparsi della questione femminile che, come ho detto, è inserita in un contesto patriarcale fortemente radicato. Anche quando ci sono, ad esempio, delle giornate di formazione o delle conferenze sulla condizione delle donne in Iraq, a parlare sono troppo spesso gli uomini, e non le donne stesse.

Si notano differenze, per quanto riguarda i rischi per le giornaliste e i giornalisti, tra la regione semi-autonoma del Kurdistan, relativamente più stabile, e il resto dell’Iraq?

Sostanzialmente no. E’ vero che in Kurdistan la sicurezza è largamente più garantita rispetto alle regioni di Baghdad o Falluja, ad esempio. Ma il mestiere del giornalismo, in un clima di profonda confusione politica e di assenza di protezione dei diritti umani e della libertà di espressione, è a rischio anche lì, come dimostra il caso del giornalista Shwan Saber, arrestato lo scorso marzo per aver criticato il sistema giudiziario kurdo.

La condizione delle giornaliste, per contro, è sempre la stessa, anche in Kurdistan, dove collaboriamo con tante colleghe per provare ad elaborare una strategia unitaria di azione.

Alla luce della vittoria elettorale, per la quarta volta consecutiva, del partito di Nouri al-Maliki, pensa che si possano intravedere possibilità di cambiamento?

Credo di no. E’ vero che in queste elezioni i partiti a carattere civile e democratico hanno ottenuto più seggi, e questo potrebbe significare una maggiore attenzione per i diritti umani, e in particolare per la condizione delle donne.

Ma la maggior parte del potere rimarrà concentrata nelle mani dei partiti islamici che hanno accentuato negli ultimi anni il carattere conservatore della nostra società.

 

 

*Si ringrazia Lorenzo Trombetta per la traduzione dall’arabo all’italiano durante l’intervista.

Atlas
29 05 2014

Più di 30 milioni di account di Facebook sono stati bloccati ieri in Thailandia, quasi una settimana dopo che i militari hanno effettuato un golpe, esautorando il governo e applicando la censura sui media.

Gli utenti hanno iniziato ad avere problemi di connessione con i propri computer e telefoni cellulari a partire dalle 15:00 ora locale, riporta il quotidiano Bangkok Post.

Finora, la giunta militare ha bloccato 219 portali di internet, sostenendo che questi rappresentano una minaccia per la “sicurezza nazionale”.

L’esercito ha annunciato che chiederà alle società di social network, come Facebook e Twitter, e di applicazioni di messaggistica mobile e chat, come Line, la loro collaborazione per eliminare gli account degli utenti che diffondono “contenuti illegali”, secondo il portale di notizie Prachathai.

Il segretario permanente del ministero dell’Informazione, Tecnologia e Comunicazione, Surachai Srisakam, ha dichiarato questa settimana in conferenza stampa che sta lavorando ad un piano più efficiente di vigilanza del web.

Ha inoltre ricordato che le persone che diffonderanno “informazioni illegali” saranno arrestate dalle autorità militari e sconteranno pene detentive.

Sempre ieri, la giunta militare ha annunciato di aver rilasciato 124 delle 200 persone che, dallo scorso venerdì, sono comparse davanti giustizia militare. Il portavoce dell’esercito ha detto che tra le condizioni per la loro messa in libertà c’è il divieto di esprimere idee politiche in pubblico, continua Prachathai.

In totale, 253 politici, intellettuali, accademici, attivisti e giornalisti sono stati citati in giudizio dopo il colpo di stato della giunta, anche se Prachathai stima che siano almeno 303.

facebook