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Pakistan: fermare gli attacchi mortali contro i giornalisti

  • Giovedì, 08 Maggio 2014 10:08 ,
  • Pubblicato in Flash news

Amnesty International
08 05 2014

"Mi è stato detto che il mio nome era tra i bersagli dei talebani, ma ho pensato fosse solo una tattica per spaventare i giornalisti come me perché non parlassero della situazione nel mio paese. Mi sbagliavo? "  Raza Rumi, giornalista.

Il 28 marzo 2014, Raza Rumi, giornalista e difensore dei diritti umani, è scampato alla morte. Stava tornando a casa dal lavoro, a Lahore, quando la sua auto è stato ricoperta di proiettili. Rumi ha subito ferite non gravi. La sua guardia del corpo, Anwar Hussain, invece è stato gravemente subito ferito ed è rimasto paralizzato. Il suo autista, Mohammad Mustafa, è stato ucciso.

L'incidente è tutt'altro che isolato. Il Pakistan è uno dei paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti. Dal 2008, 34 giornalisti sono stati uccisi probabilmente a causa del loro lavoro.

Maltrattamenti, rapimenti, tortura e omicidi avvengono sono molto frequenti e in nessun posto solo al sicuro; vengono attaccati da agenti dei servizi segreti dello stato, da appartenenti ai partiti politici e da gruppi armati come i talebani.

Il 19 aprile. il conduttore televisivo Hamid Mir è scampato a un attentato che i suoi parenti ritengono sia stato commissionato dall'Isi, servizi segreti militari del Pakistan. Mir era già stato preso di mira dai talebani nel novembre 2012 perché aver parlato del gruppo.

Negli ultimi 20 anni solo due casi di uccisioni di giornalisti sono stati perseguiti. Il segnale è chiaro: chi uccide i giornalisti può letteralmente farla franca.

Per fermare gli abusi contro i giornalisti, unisciti ad Amnesty International e chiedi giustizia per loro.

Firma subito l'appello

Mr Nawaz Sharif
Prime Minister of Pakistan
Prime Minister House
Pakistan Secretariat,
Constitution Avenue,
Islamabad
Pakistan

Eccellenza,
la ringrazio per aver promesso di porre fine all'impunità per coloro che minacciano, rapiscono, torturano e attaccano i giornalisti. L'incapacità delle autorità nel portare i sospettati davanti alla giustizia manda il segnale che considera accettabile l'uccisione di giornalisti.

La esorto a:

* portare i presunti responsabili nei casi di alto profilo davanti alla giustizia in processi equi senza ricorso alla pena di morte, come primo passo fondamentale;

* mantenere la promessa di creare un ufficio speciale del pubblico ministero, con risorse sufficienti, col compito di indagare sugli attacchi contro i giornalisti per assicurare i responsabili alla giustizia;

* garantire che le aziende che si occupano di mezzi di comunicazione adempiano agli obblighi di legge e della politica nazionale, tra cui assicurare la formazione sulla sicurezza, la salute, la salvaguardia e un'adeguata assicurazione per tutti i lavoratori degli organi di informazione; introdurre riforme giuridiche e politiche sistemiche dove la legge nazionale è attualmente inadeguata.

Grazie per la vostra attenzione su queste questioni tanto cruciali.

Cordiali saluti

Le persone e la dignità
30 04 2014

“C’è una pallottola per te” è il titolo del rapporto diffuso oggi da Amnesty International sui pericoli che corrono i giornalisti in Pakistan. Una situazione di vero pericolo: minacce di omicidi, intimidazioni e atti di violenza da parte di servizi segreti, partiti politici e gruppi armati come i talebani. Il tutto nella totale indifferenza delle autorità che non fanno praticamente nulla per fermare le violazioni dei diritti umani contro gli operatori dell’informazione e per portare i responsabili di fronte alla giustizia.

“La comunità dei giornalisti del Pakistan è a tutti gli effetti sotto assedio. Soprattutto coloro che si occupano di sicurezza o di diritti umani vengono presi di mira da tutte le parti, nel tentativo di ridurli al silenzio – ha dichiarato David Griffiths, vicedirettore del Programma Asia – Pacifico di Amnesty International – Le costanti minacce li pongono in una situazione impossibile, in cui ogni storia che raccontano li espone alla violenza da una parte o dall’altra”.

Da quando il Pakistan è tornato alla democrazia, nel 2008, Amnesty International ha registrato 34 casi di giornalisti assassinati a causa del loro lavoro. Di questi omicidi 8 sono stati commessi nella zona nordoccidentale del Paese, al confine con l’Afghanistan, controllata dalle diverse tribù pashtun che la abitano.

La ricerca ha preso in considerazione 74 casi, ma soltanto in due di questi gli autori del crimine sono stati arrestati e processati: gli assassini di Wali Khan Bakar, ucciso nel 2011, e quelli del giornalista del Wall Street Journal Daniel Pearl (nella foto al momento del sequestro nel 2002)

Amnesty International ha intervistato numerosi operatori dell’informazione, circa un migliaio, che hanno segnalato intimidazioni o attacchi da parte di soggetti ritenuti legati alla temuta direzione dei servizi segreti militari (Isi). Alcuni di essi hanno accettato di raccontare la loro storia sotto falso nome, mentre altre storie sono state omesse dal rapporto nel timore che neanche uno pseudonimo li avrebbe tenuti al riparo da minacce alla loro vita.

L’Isi è stata implicata in numerosi rapimenti, torture e uccisioni di giornalisti, ma nessun agente in servizio è stato mai chiamato a risponderne. Ciò ha consentito ai servizi segreti di agire al di là della legge. Le violazioni dei diritti umani ad opera dell’Isi seguono un modello ricorrente, che inizia con telefonate minatorie e prosegue con sequestri, torture e altri maltrattamenti e, in alcuni casi, l’uccisione dell’ostaggio.

I giornalisti subiscono attacchi anche da parte di attori non statali. L’agguerrita competizione per trovare spazio sugli organi d’informazione comporta che potenti esponenti politici esercitino forti pressioni per avere una copertura stampa favorevole. A Karachi, i sostenitori del Movimento Muttahida Qaumi e del gruppo religioso Ahle Sunnat Wal Jamaat sono accusati di atti d’intimidazione e anche omicidi nei confronti di giornalisti.

Nelle zone di conflitto del nordest del Pakistan come nella regione del Balucistan, i talebani, il gruppo armato Lashkar-e-Jhangvi e i gruppi armati baluci minacciano apertamente di morte i giornalisti e li attaccano quando denunciano i loro abusi o non promuovono la loro ideologia. Anche nel Punjab, i giornalisti vanno incontro a minacce da parte dei talebani e dei gruppi collegati a Lashkar e-Jhangvi.“C’è una pallottola per te” è il titolo del rapporto diffuso oggi da Amnesty International sui pericoli che corrono i giornalisti in Pakistan. Una situazione di vero pericolo: minacce di omicidi, intimidazioni e atti di violenza da parte di servizi segreti, partiti politici e gruppi armati come i talebani. Il tutto nella totale indifferenza delle autorità che non fanno praticamente nulla per fermare le violazioni dei diritti umani contro gli operatori dell’informazione e per portare i responsabili di fronte alla giustizia.

“La comunità dei giornalisti del Pakistan è a tutti gli effetti sotto assedio. Soprattutto coloro che si occupano di sicurezza o di diritti umani vengono presi di mira da tutte le parti, nel tentativo di ridurli al silenzio – ha dichiarato David Griffiths, vicedirettore del Programma Asia – Pacifico di Amnesty International – Le costanti minacce li pongono in una situazione impossibile, in cui ogni storia che raccontano li espone alla violenza da una parte o dall’altra”.

Da quando il Pakistan è tornato alla democrazia, nel 2008, Amnesty International ha registrato 34 casi di giornalisti assassinati a causa del loro lavoro. Di questi omicidi 8 sono stati commessi nella zona nordoccidentale del Paese, al confine con l’Afghanistan, controllata dalle diverse tribù pashtun che la abitano.

La ricerca ha preso in considerazione 74 casi, ma soltanto in due di questi gli autori del crimine sono stati arrestati e processati: gli assassini di Wali Khan Bakar, ucciso nel 2011, e quelli del giornalista del Wall Street Journal Daniel Pearl (nella foto al momento del sequestro nel 2002)

Amnesty International ha intervistato numerosi operatori dell’informazione, circa un migliaio, che hanno segnalato intimidazioni o attacchi da parte di soggetti ritenuti legati alla temuta direzione dei servizi segreti militari (Isi). Alcuni di essi hanno accettato di raccontare la loro storia sotto falso nome, mentre altre storie sono state omesse dal rapporto nel timore che neanche uno pseudonimo li avrebbe tenuti al riparo da minacce alla loro vita.

L’Isi è stata implicata in numerosi rapimenti, torture e uccisioni di giornalisti, ma nessun agente in servizio è stato mai chiamato a risponderne. Ciò ha consentito ai servizi segreti di agire al di là della legge. Le violazioni dei diritti umani ad opera dell’Isi seguono un modello ricorrente, che inizia con telefonate minatorie e prosegue con sequestri, torture e altri maltrattamenti e, in alcuni casi, l’uccisione dell’ostaggio.

I giornalisti subiscono attacchi anche da parte di attori non statali. L’agguerrita competizione per trovare spazio sugli organi d’informazione comporta che potenti esponenti politici esercitino forti pressioni per avere una copertura stampa favorevole. A Karachi, i sostenitori del Movimento Muttahida Qaumi e del gruppo religioso Ahle Sunnat Wal Jamaat sono accusati di atti d’intimidazione e anche omicidi nei confronti di giornalisti.

Nelle zone di conflitto del nordest del Pakistan come nella regione del Balucistan, i talebani, il gruppo armato Lashkar-e-Jhangvi e i gruppi armati baluci minacciano apertamente di morte i giornalisti e li attaccano quando denunciano i loro abusi o non promuovono la loro ideologia. Anche nel Punjab, i giornalisti vanno incontro a minacce da parte dei talebani e dei gruppi collegati a Lashkar e-Jhangvi.

"L'hanno ridotta proprio male ma lei continuerà a lottare per il suo Paese, perché è una donna molto determinata e che nulla spaventa, neanche la morte", racconta il vice presidente vicario del Parlamento europeo ed esponente Pd, Gianni Pittella, parlando di Tetyana Chornovil. ...
di Alessia Cerantola 

Il ruolo del giornalismo come cane da guardia della democrazia è sempre più debole in Giappone. Nella notte dello scorso 6 dicembre, nonostante decine di migliaia di persone che protestavano per le strade e il supporto del solo 25 percento della popolazione, il partito liberaldemocratico di Shinzo Abe ha approvato in tutta fretta la nuova legge sul segreto di Stato.

Ciò che la rende particolarmente forte e potenzialmente pericolosa per la democrazia del paese sono i suoi contorni poco definiti. Di fatto sono state ampliate due categorie di una norma del 2001: quella che definisce le informazioni confidenziali, che ora vanno dalla difesa alla diplomazia a tutto ciò che vagamente potrebbe favorire il terrorismo e lo spionaggio. E la lista delle entità governative che possono stabilire quali informazioni sono segrete. Mentre finora questo potere era riservato solo al ministero della Difesa, adesso è esteso a qualunque burocrate, o ex-burocrate, fino alla più piccola agenzia di Stato del paese.

Quali siano le informazioni classificate come “segrete” non è ancora del tutto chiaro, ma quello che tutti temono è che questa legge aumenti notevolmente il potere del governo e che renda più facile portare avanti riforme senza consultarsi con legislatori o con gli stessi cittadini. Oltre alla libertà di stampa, si mette quindi in pericolo un diritto fondamentale come la sovranità del popolo, riporta il Japan Times.
Per chiunque voglia chiedere determinate informazioni sul governo, il già difficile obiettivo di ottenerle dalla pubblica amministrazione giapponese, diventerà una missione impossibile. E la tendenza dei media giapponesi ad auto censurarsi preventivamente per evitare di scontrarsi con i poteri forti, rischia di rafforzarsi. Così, si teme che molte testate decidano di non indagare o pubblicare informazioni che potrebbero essere confidenziali, anche senza accertarsi se sia effettivamente vietato.

Giornalisti e informatori che ricorrano a pratiche giornalistiche “altamente inappropriate” diffondendo informazioni riservate rischiano fino a dieci anni di prigione, anziché cinque come prima.

La legge è stata fatta passare come uno strumento per contrastare il terrorismo, un concetto espresso in modo molto ambiguo. Anche le informazioni che riguardano il nucleare potrebbero essere potenzialmente usate per scopi terroristici, per questo potrebbero considerarsi informazioni segrete. Il forte sospetto è però che questa mossa serva proprio per ostacolare, tra le altre, le indagini sul disastro di Fukushima. Ma anche il pensiero allo scandalo Nsa ha favorito l’approvazione delle nuove misure, fortemente caldeggiate dagli Stati Uniti.
 
Il giornalista freelance giapponese Tomohiko Suzuki si chiede in un’intervista con il Mainichi Shimbun che cosa sarebbe successo se la legge fosse stata in vigore dopo l’incidente del marzo 2011. Nel luglio dello stesso anno Suzuki si infiltrò tra i lavoratori dell’impianto nucleare lavorando per un mese con loro. Ne uscì con un servizio su quanto fosse dura la vita di chi opera nella centrale e su come la criminalità organizzata gestisse l’assunzione dei lavoratori. Prima di essere assunto per lavorare nella centrale di Fukushima numero uno, aveva firmato un documento, garantendo che non avrebbe fatto trapelare alcuna informazione dall’interno. Era invece suo obiettivo principale. Se allora la possibilità di una condanna era minima, con la legge appena approvata chissà se avrebbe corso questo rischio.

Il Giappone è un paese che non si distingue per il giornalismo d’inchiesta e la trasparenza delle istituzioni, ed è al 53esimo posto per la libertà di stampa nella classifica del 2013 di Reporter senza frontiere. Per i giornalisti giapponesi, soprattutto freelance e indipendenti, si profilano battaglie sempre più dure per un’informazione al servizio dei cittadini.
Alcuni li chiamano talpe, o peggio spie. Altri evocano le gole profonde che negli anni '70 permisero ai giornali di scoperchiare il Watergate. Sono i tecnici dei servizi segreti o i soldati o gli impiegati che rivelano, sui giornali, le illegalità commesse dalle proprie strutture di comando, dunque dallo Stato. ...

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