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Dell’Eritrea non si sa nulla

  • Lunedì, 15 Giugno 2015 13:47 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere delle migrazioni
15 06 2015

Il World Press Freedom Index, ossia la classifica mondiale della libertà di stampa, viene pubblicato una volta all’anno dall’organizzazione Reporter senza frontiere. La classifica è stilata in base a una griglia di criteri che vanno dal pluralismo al numero di abusi e aggressioni ai danni della stampa registrati in un determinato Paese. Le prime posizioni sono tradizionalmente occupate dai Paesi del nord Europa (Finlandia, Norvegia, Danimarca…), mentre nelle parti basse della classifica troviamo quelli in cui la democrazia è assente o particolarmente fragile. Fanalino di coda, anche quest’anno, è stato l’Eritrea, che non può contare su un’informazione interna degna di questo nome e di cui si sa pochissimo anche a livello internazionale. Eppure si tratta di uno dei principali “esportatori” mondiali di richiedenti asilo. In base ai dati dell’Unhcr, sarebbe al quarto posto (insieme con il Kosovo) e dopo tre stati dilaniati dalla guerra (Siria, Iraq, Afghanistan) di cui anche i nostri poco attenti quotidiani hanno finito col doversi occupare. Dell’Eritrea, dove ufficialmente non c’è nessuna guerra, non si occupa nessuno. Pur trattandosi di un’ex colonia italiana con cui sussistono forti legami commerciali, poco si conosce della repressione quotidianamente attuata da Isaias Afewerki. Alimentazione e servizi sanitari sono scarsi, mentre sono migliaia gli arresti dei dissidenti. Il servizio militare è obbligatorio anche per le donne. Città come Milano e Bologna sono luogo di transito di migranti in fuga, che le attraversano incontrando i propri connazionali residenti, ma la loro condizione di partenza trova posto nei nostri quotidiani solo quando Amnesty International pubblica un nuovo report.
Commentando gli aiuti stanziati recentemente dall’Unione Europea, Cléa Kahn-Sriber di Reporter Sans Frontières Africa, ha denunciato: «È incredibile che l’Unione Europea sostenga il regime di Isaias Afewerki con tutti questi aiuti, senza chiedere nulla in cambio in materia di diritti umani e libertà di espressione. Chiediamo all’Unione Europea di condizionare i suoi aiuti al governo eritreo alla garanzia di un maggior rispetto dei diritti umani, al rilascio dei giornalisti prigionieri e all’autorizzazione al pluralismo dei mezzi di informazione».

Nelle posizioni più basse della classifica di RSF troviamo Turkmenistan, Corea del Nord, Siria, Cina, Vietnam, Iran, Sudan, Somalia, Laos. Ancora paesi in cui privazioni, torture, violenze sono note e documentate. Governi autoritari con cui l’Occidente fa spesso affari, per poi voltarsi dall’altra parte quando si tratta di ospitare chi fugge da terre tanto preziose. Incorciando i dati del report di RSF con altri rapporti internazionali, si può verificare come il basso livello di informazione e trasparenza si incroci sistematicamente con la crisi della democrazia e i conflitti.
Prendiamo in esame, ad esempio, gli ultimi paesi della classifica e confrontiamoli con quanto emerge dall’annuario di Amnesty International o di Human Rights Watch, oppure dal documento Lo stato dell’insicurezza alimentare nel mondo 2015 redatto dalla Fao. Centinaia di studiosi sono coinvolti in ricerche utili a migliorare questi indicatori di libertà e di democrazia per costruire mappe utili a chi si occupa di immigrazione, come sono ad esempio quelle apparse su The Economist. Se nessuna ricerca è esaustiva, ognuna è comunque indicativa. Se confrontiamo le situazioni qui accennate con la mappa delle rotte compiute dai migranti in fuga, a essere sorpresi sono solo i non addetti ai lavori. Dove i diritti umani non sono garantiti, le persone cercano ovviamente di fuggire.

Chiara Zanini

dergatchovQuesto sembra essere diventata, oggi, la Mezzaluna di Recep Tayyip Erdogan, mentre sotto una Istanbul dal cielo scuro i manifesti elettorali sventolano confondendosi con i colori della bandiera nazionale. Cronisti che salgono sui cellulari della polizia con le manette ai polsi. Direttori di quotidiani con gli agenti davanti alla porta. Opinionisti minacciati di essere spediti all'ergastolo. I più fortunati sono licenziati, dopo aver solo digitato un tweet contro il Presidente. Gli altri o abbassano il capo oppure restano parcheggiati, nel terrore di scrivere una parola sbagliata sul loro articolo.
Marco Ansaldo, la Repubblica ...

Internazionale
30 04 2015

La libertà di stampa nel mondo ha raggiunto il record negativo degli ultimi dieci anni, secondo l’ultimo rapporto di Freedom house. Stando all’allarme lanciato dall’ong, a livello internazionale i giornalisti si trovano ad affrontare sempre più pressioni e restrizioni da parte di governi, attivisti, criminalità ed editori con interessi politici ed economici. Nel rapporto Freedom of the press 2015, si denuncia che “nel 2014 i giornalisti hanno dovuto affrontare pressioni sempre più intense da tutte le parti”.

“I governi hanno sfruttato le leggi per la sicurezza e per la lotta al terrorismo come pretesto per mettere a tacere tutte le voci critiche, mentre i gruppi di pressione e le gang criminali impiegano tattiche sempre più meschine per intimidazioni ai danni di giornalisti e i proprietari dei media tentano di manipolare il contenuto delle informazioni per i loro fini politici o economici”, ha spiegato la coordinatrice del rapporto Jennifer Dunham. Sui 199 paesi passati in rassegna, 63 sono ritenuti “liberi” sul piano dell’informazione mentre 71 vengono descritti come “parzialmente liberi” e 65 “non liberi”. Questo equivale a dire che soltanto il 14 per cento degli abitanti del pianeta vive in un contesto di libertà di stampa, il 42 per cento con una stampa parzialmente libera e il 44 per cento con una stampa non libera.

La situazione statunitense è peggiorata nell’anno trascorso a causa degli arresti e dei maltrattamenti inflitti ai giornalisti dalla polizia durante le manifestazioni a Ferguson, in Missouri, per protestare contro l’uccisione di Michael Brown, un ragazzo nero di 18 anni, da parte di un poliziotto. Mentre l’Italia - in un contesto europeo generalmente positivo - viene tutt’oggi considerata un paese “parzialmente libero”, soprattutto a causa dei conflitti di interesse rilevati in diversi gruppi editoriali.

Meno giornali, meno liberi

Meno giornali meno liberiNoi Donne
27 marzo 2015

Abbiamo intervistato Monica Pepe sulla campagna Campagna "Meno Giornali Meno Liberi" promossa da circa 200 testate cooperative e non profit che sono a serissimo rischio di chiusura se il Governo e il Parlamento non ripristinano i contributi alla editoria e a sostegno della quale è in corso una raccolta firme.

Monica, i giornali a rischio chiusura sono realtà editoriali che svolgono una funzione importante a livello locale e nazionale, coprendo temi vicini ai cittadini, alle donne e alle comunità.

Legge sulla diffamazione. Intervista a Silvia Garambois

  • Martedì, 24 Febbraio 2015 08:03 ,
  • Pubblicato in ZeroViolenza
DiffamazioneMonica Pepe, Zeroviolenza
24 febbraio 2015

Silvia Garambois, a che punto è l'iter parlamentare della legge sulla diffamazione a mezzo stampa?

Il Senato ha approvato quella che è una brutta legge, un nuovo bavaglio alla stampa, lo scorso 29 ottobre. Ad oggi la normativa è alla commissione giustizia della Camera, dove sono stati presentati nuovi emendamenti: alcuni per limare i punti più controversi, altri – purtroppo – che pongono nuovi paletti all'informazione.

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