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Il Fatto Quotidiano
13 10 2014

di Riccardo Noury

Abdullah al-Hamid, condannato a 11 anni; Mohammad al-Qahtani, condannato a 10 anni; Suliaman al-Rashudi, condannato a 15 anni; Mohammed al-Bajadi, già condannato a quattro anni e in attesa di nuovo processo; Abdulkarim al-Khodr, già condannato a otto anni e in attesa di nuovo processo; Omar al-Said, già condannato a quattro anni ma in attesa di nuovo processo; Abdulrahman al-Hamid, detenuto senza accusa né processo; Saleh al-Ashwan, detenuto senza accusa né processo; Fowzan al-Harbi, condannato a sette anni in primo grado, attualmente a piede libero in attesa dell’appello; Abdulaziz al-Shubaily, sotto processo dinanzi al tribunale penale speciale; Issa al-Hamid, sotto processo dinanzi al tribunale penale speciale.

Uno per uno, dal 2011, le autorità giudiziarie dell’Arabia Saudita hanno messo a tacere 11 attivisti dell’Associazione saudita per i diritti civili e politici (Acpra), una delle poche organizzazioni indipendenti del paese.

Fondata nel 2009, l’Acpra è entrata immediatamente nel mirino delle autorità del regno a causa delle sue denunce sulle violazioni dei diritti umani. La repressione si è intensificata nel 2011 con l’inizio delle cosiddette “primavere arabe”. Da allora, gli esponenti dell’associazione sono stati incriminati per reati quali “rottura del vincolo di fedeltà al re”, “disubbidienza al re”, “incitamento dell’opinione pubblica contro le autorità” e altre fattispecie collegate alle nuove norme antiterrorismo, che criminalizzano ogni forma di espressione pacifica del dissenso.

Nel rapporto che descrive i profili degli 11 attivisti, Amnesty International ricorda le condizioni inumane in cui la maggior parte di essi è detenuta e le torture subite dall’arresto in poi.

Ad esempio, Saleh al-Ashwan è stato arrestato nel luglio 2012 e tenuto per due mesi in isolamento totale, senza poter comunicare con l’esterno. Ha denunciato di essere stato picchiato, denudato e sospeso per le braccia al soffitto di una stanza degli interrogatori.

Almeno quattro esponenti dell’Acpra sono entrati in sciopero della fame per protestare contro le condizioni di detenzione. Mohammed al-Bajadi è stato alimentato a forza per endovena.

Grazie all’alleanza con gli Usa e al suo ruolo nella “guerra al terrore” – compresa la partecipazione agli attacchi aereo contro lo Stato islamico – l’Arabia Saudita può continuare a violare i fondamentali diritti umani senza il minimo rimprovero.

 

Il Fatto Quotidiano
01 09 2014

di Riccardo Noury 

Nella storia della pena di morte in Arabia Saudita, un mese più cruento come quello appena terminato si era visto poche altre volte. Dal 4 agosto sono state decapitate 26 persone, quasi il doppio di quelle messe a morte nei primi sette mesi dell’anno.

Nella maggior parte dei casi, le persone decapitate erano state giudicate colpevoli di reati di droga – anche il mero possesso costituisce un reato punibile con la pena di morte. Come nel caso delle due coppie di fratelli messi a morte il 19 agosto, le cui famiglie erano state “invitate” dalle autorità a smetterla di cercare l’assistenza di Amnesty International se ci tenevano alla salvezza dei loro parenti. Infatti…

Nel regno saudita, la pena di morte è prevista per rapina a mano armata, stupro, reati di droga, adulterio, apostasia e stregoneria. Una delle 26 decapitazioni è avvenuta, per l’appunto, per stregoneria.

Dal 1985 al 2013, in Arabia Saudita sono state eseguite oltre 2000 condanne a morte, la maggior parte delle quali tramite decapitazione in luogo pubblico. In alcuni casi le teste mozzate sono state lasciate esposte per lunghi periodo di tempo, a mo’ di “deterrente”. Circa la metà delle persone messe a morte erano cittadini stranieri, soprattutto migranti asiatici, spesso abbandonati dalle autorità dei paesi di origine e privi di risorse per pagare un buon avvocato o quanto meno un traduttore, dato che i processi si svolgono in arabo.

In violazione delle norme internazionali, l’Arabia Saudita mette a morte anche minorenni al momento del reato: almeno tre nel 2013, almeno uno nel 2014.

I processi si svolgono in segreto e, come detto, in una lingua incomprensibile agli imputati stranieri. L’assistenza legale non è quasi mai prevista e le frequenti denunce sull’uso della tortura per estorcere le dichiarazioni di colpevolezza non trovano ascolto.

Kuwait, dieci anni di carcere per dei tweet

Il Fatto Quotidiano
28 07 2014

di Riccardo Noury 

Lunedì scorso, proprio mentre i commentatori di questo blog si scontravano duramente sulle responsabilità dei crimini di guerra commessi a Gaza, Hamad al-Naqi, 24 anni, kuwaitiano, veniva condannato in via definitiva a dieci anni per commenti che aveva scritto sul suo profilo Twitter. Ammesso che li avesse scritti davvero lui.

La corte suprema del Kuwait, l’emirato retto dalla famiglia al-Sabah (uno di quelli paesi cui, di default, si tende ad associare l’aggettivo “moderato”) ha giudicato al-Naqi colpevole di aver insultato le autorità dell’Arabia Saudita e del Bahrein, diffuso informazioni false per screditare l’immagine internazionale del Kuwait e offeso il profeta Maometto, sua moglie e i suoi messaggeri.

Al-Naqi, appartenente alla minoranza sciita del Kuwait (circa un terzo della popolazione, su un totale di poco più di 1.300.000 abitanti, non contando decine di migliaia di bidun, esclusi dalla cittadinanza), era stato arrestato nel 2012. Ha sempre dichiarato che il suo account su Twitter era stato attaccato da hacker.

Quello di al-Naqi non è l’unico caso di condanna nei confronti di un utente di Twitter. Dalla crisi politica del 2012, quando la “primavera araba” ha agitato le acque anche in Kuwait, le autorità hanno stretto i controlli sui social network dimostrandosi inflessibili nei confronti di chi offende l’emiro, che la costituzione del paese definisce “immune e inviolabile”.

La stessa costituzione, peraltro, prevede anche il divieto d’espulsione di un cittadino. Sorte che potrebbe capitare, invece, ad Abdullah Abd al-Kareem, che il 9 gennaio di quest’anno – per le offese rivolte su Twitter all’emiro – è stato condannato in primo grado a cinque anni di carcere seguiti dall’esilio.

Dall’ottobre 2012, le autorità giudiziarie del Kuwait hanno avviato 35 procedimenti giudiziari per offese all’emiro, 18 dei quali terminati con condanne in primo grado o in via definitiva.

Le offese all’emiro nascondono un “reato” più grave: fare opposizione. Sempre lunedì scorso, per la prima volta dalla fine della guerra 1990-91, sono stati emessi provvedimenti di revoca della cittadinanza. Destinatari, tra gli altri, un ex parlamentare e il proprietario della tv satellitare Al-Yawm e dell’omonimo quotidiano.

Ad al-Naqi, intanto, non resta che puntare al perdono da parte dell’emiro. Sperando che la richiesta di grazia non lo offenda.

L'Arabia mette a tacere l'attivista che criticava il re

  • Mercoledì, 09 Luglio 2014 08:38 ,
  • Pubblicato in Flash news
La Stampa
09 07 2014

Quindici anni di prigione, lo scioglimento della sua organizzazione e il divieto di navigare sul web: è la pena che il Tribunale di Gedda ha inflitto a Waleed Abu al-Khair, attivista per i diritti umani in Arabia Saudita sollevando aspre polemiche da parte di "Human Rights Watch" e amministrazione Usa. ...

Il Corriere della Sera
17 06 2014

Oggi è il secondo anniversario dell’arresto di Raif Badawi, blogger riformista dell’Arabia Saudita.

Dal 17 giugno 2012, è detenuto nel carcere di Gedda, per nient’altro che aver cercato di esercitare il suo diritto alla libertà di espressione, attraverso il suo sito “Liberali dell’Arabia Saudita”: un innocuo forum di discussione, che le autorità del regno hanno giudicato un pericoloso tentativo di sovvertire lo stato.

Per aver violato le leggi sulle comunicazioni elettroniche e aver offeso l’Islam attraverso i suoi post e i commenti pubblicati sul forum, il 30 luglio 2013 Badawi è stato condannato in primo grado a sette anni di carcere e 600 frustate. All’epoca, ne parlammo qui.

Una sentenza evidentemente giudicata troppo mite dalle autorità saudite. In appello, il 7 maggio di quest’anno, le frustate sono diventate 1000 e gli anni di carcere 10.

Infine, il 28 maggio, a Badawi sono state inflitte altre due condanne aggiuntive: il divieto per 10 anni, alla fine della condanna, di lasciare il paese e quello, della stessa durata, di svolgere qualsiasi tipo di attività nel campo dei media.

In occasione del secondo anniversario dell’inizio della persecuzione nei suoi confronti, Amnesty International ha lanciato un appello per l’annullamento di tutte le condanne e l’immediata scarcerazione di Badawi.

Su Twitter, oggi, sarà promossa un’azione mondiale di solidarietà per Raif Badawi e per sua moglie Ensar Haidar attraverso gli hashtag #Raif_Badawi #FreeRaif #Istandwithraif

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