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Corriere della Sera
15 09 2013

Alla fine del film, la ragazzina con la sua bici si precipita in strada a cercare il coetaneo Abdullah. Non cerca un "guardiano", ma un amico con cui gareggiare    
 
di Viviana Mazza
 
Deve essere bizzarro essere la prima regista donna di un Paese dove non esistono cinema. Ma Haifaa Al Mansour non si lamenta. Preferisce “celebrare i passi nella direzione giusta”. O, meglio, le pedalate. Quando, l’anno scorso, uscì in Italia il suo commovente film “La bicicletta verde“, alle donne del suo Paese, l’Arabia Saudita, era proibito andare in bicicletta proprio come alla ragazzina protagonista. Da qualche mese, le saudite sono autorizzate ad andare in bici. Certo, “le cose sono cambiate fino a un certo punto”, osserva Haifaa con cui ho chiacchierato mentre era in Italia, tra i membri della giuria della Mostra del Cinema di Venezia. Devono infatti essere accompagnate da un guardiano maschio (“in caso di cadute o di incidenti”, ha spiegato la polizia religiosa) e devono indossare l’abaya.

Il film non nasconde le limitazioni nella vita delle donne saudite. Eppure le autorità del Paese hanno scelto di candidarlo agli Oscar (cosa mai accaduta prima per un film prodotto nel Regno), definendolo una “rappresentazione autentica” della società e della cultura locali.
La trentanovenne Haifaa, che è cresciuta in un paesino non lontano da Riad, in una famiglia tradizionale ma aperta abbastanza da consentirle, da piccola, di avere una bici (per girare solo dentro casa, si intende), dice che per quanto dall’esterno i cambiamenti possano risultare impercettibili, la società saudita è, di fatto, molto meno conservatrice oggi che negli anni Ottanta e Novanta quand’è cresciuta.
    Quando sono andata a studiare in Egitto, la gente diceva che era un ‘suicidio sociale’, che poi nessuno mi avrebbe mai sposata, che i miei valori sarebbero stati corrotti. Adesso invece tutte le ragazze presentano domanda per andare nelle università americane e possono anche chiedere una borsa di studio al governo: lo fanno anche nel mio piccolo villaggio d’origine, è una cosa accettata. Questo, per esempio, è un cambiamento enorme, che da fuori non si vede.

La regista saudita Haifaa al-Mansour e l’attrice Waad Mohammed l’anno scorso al festival del cinema di Venezia (Reuters)
All’attrice undicenne della “Bicicletta verde” i genitori, conservatori, hanno permesso di recitare fino a 16 anni perché non è ancora una donna; poi dovrà mollare e trovarsi un “mestiere rispettabile”. Haifaa crede che, con il suo carattere forte, la ragazza lotterà per fare ciò che vuole, proprio come nel film.

    L’Arabia Saudita – spiega la regista – appare per tanti versi come un Paese moderno per via delle sue infrastrutture, ma la gente è molto tradizionale. Tradizione e modernità cozzano e coesistono. Gli anziani e anche molte persone di mezza età si oppongono al cambiamento, ma i giovani sono tanti. Crescono in una società tribale e collettivista, imparando valori come il rispetto per gli anziani, ma allo stesso tempo desiderando di essere moderni, di innamorarsi, di costruirsi la propria vita.

Il 51% della popolazione ha meno di 25 anni. La crescita di Twitter è fenomenale: la maggioranza di chi è collegato a Internet usa già il sito di microblogging (tre milioni di persone) e più di 6 milioni di sauditi sono su Facebook.
    I social media hanno consentito di creare un mondo virtuale dove è possibile superare le barriere di segregazione tra i sessi, di distanza tra parti lontane del Paese, e anche la barriera tra pubblico e privato, per cercare di essere se stessi.
Anche la campagna per il diritto alla guida che pure viene combattuta ormai da decenni (alcune cugine di Haifaa sono state arrestate nel 1991 a Riad in una delle prime manifestazioni di donne al volante) usa oggi  i social media.

Alla fine della Bicicletta Verde, la protagonista con la sua bici nuova si precipita in strada a cercare il coetaneo Abdullah. Non cerca un “guardiano”, ma un amico con cui gareggiare. “Quando avrò la mia bicicletta e ti batterò, allora saremo pari”, gli aveva infatti giurato all’inizio. E con le sue gambe lunghe, alla fine, lo supera rapidamente.

“E’ importante avere amici e alleati: io non credo che le donne possano governare il mondo da sole”, dice Haifaa. Per ora, comunque hanno conquistato il sellino. E c’è parecchio da pedalare.

Il paese dove fino a ieri picchiare una donna non era reato

  • Giovedì, 29 Agosto 2013 11:39 ,
  • Pubblicato in Flash news

Giornalettismo
29 08 2013

Svolta storica in Arabia Saudita: il governo ha approvato la legge che riconosce come reato ogni forma di abuso su donne e bambini, compresa la violenza domestica. Chiunque si macchi di questo odioso crimine sarà sottoposto a processo e condannato secondo la gravità del fatto commesso.

LA LEGGE - Prima dell’approvazione di questa legge, spiega Reuters, il regno saudita considerava la violenza domestica su donne e bambini come una faccenda strettamente privata, da risolversi all’interno della famiglia. Da oggi, invece, ogni forma di abuso, fisico, psicologico o sessuale - o anche solo la minaccia di uno di essi – è passibile di denuncia. La pena varia da un minimo di un mese a un massimo di un anno di carcere e sono previste anche pene pecuniarie che possono arrivare fino a 50.000 ryals sauditi (poco più di 13.000 dollari). In caso di recidiva, la pena potrà essere raddoppiata.

ASSISTENZA PER LE VITTIME - Il ministro della Cultura e dell’Informazione, Abdulaziz Khoja, ha anche spiegato che per le vittime degli abusi è previsto anche un programma di assistenza materiale e psicologica, comprendente anche l’assistenza medica e la possibilità di trovare un alloggio lontano dal perpetratore delle violenze. Non solo. La nuova legge prevede anche una specifica sezione per quanto riguarda gli abusi sul posto di lavoro, tanto che ogni dipendente che viene a conoscenza di simili fatto dovrà essere tenuto a informare il proprio datore di lavoro.

TABÙ INFRANTO? - Lo scorso aprile era stata avviata una campagna di sensibilizzazione sulla violenza domestica, per aiutare le vittime a denunciare gli abusi e ottenere assistenza medica e legale. Fino ad allora la violenza domestica era rimasta un tabù: secondo un sondaggio condotto nel 2009 da Arabian Business sulle donne che si recavano nei centri di primo soccorso, oltre un quarto delle intervistate nei vari erano state vittime di abusi fisici ma soltanto tre su dieci l’avevano confidato al medico che aveva prestato loro le prime cure.

Valentina Spotti

"Non importa essere la prima, quel che importa è ispirare un'altra a essere la seconda". A 25 anni Raha Moharrak ieri è entrata nella storia come prima donna saudita, e la più giovane fra le arabe, ad avere toccato la cima dell'Everest. ...

Alcune cose non si possono coprire

  • Venerdì, 03 Maggio 2013 14:18 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
03 05 2013

Un volto femminile quasi interamente coperto dal niqab che lascia libero solo gli occhi, di cui uno tumefatto: è l'immagine scelta per la campagna contro la violenza sulle donne in Arabia Saudita, la prima mai lanciata nel regno wahabita. "Certe cose non si possono coprire", si legge sui manifesti contro le violenze familiari, finanziati dalla fondazione del re Khalid. A provocare l'inversione di rotta, in un Paese dove le donne sono soggette a forti limitazioni della libertà è stata l'atroce fine della piccola Lama al-Ghamdi, la bambina di 5 anni morta nel 2012 dopo essere stata violentata, torturata e picchiata dal padre, Fayhan al-Ghamdi, un noto telepredicatore.

L'episodio ha suscitato la reazione indignata dell'opinione pubblica e l'uomo, dopo quattro mesi in detenzione preventiva, è stato nuovamente incarcerato "per lungo tempo" per ordine della corte reale.

È previsto un apposito programma di protezione legale che incoraggia i sauditi a denunciare i casi di violenza che avvengono in tutto il Regno, da Madinah, a Najran, passando per Mecca e Riyadh. La "Charitable Foundation King Khalid" si propone di realizzare un sistema che riduca la violenza e l'iniziativa sottolinea come "il fenomeno delle donne maltrattate in Arabia Saudita è molto maggiore di quanto appaia". La campagna rappresenta un grande progresso per un Paese dove la polizia religiosa solo recentemente ha revocato il divieto per le donne di guidare moto e biciclette.

L’Arabia Saudita contro la violenza sulle donne

  • Martedì, 30 Aprile 2013 15:13 ,
  • Pubblicato in Flash news
Il Secolo XIX
29 04 2013

Roma - «Alcune cose non possono essere coperte. Combattiamo insieme la violenza sulle donne». La King Khalid Fondation, la fondazione reale saudita, lancia la prima campagna del Paese contro gli abusi sulle donne.

Nell’immagine c’è una donna vestita con il tradizionale hijab nero, dalle cui fessure, che svelano solo i due occhi, appare un occhio nero, colpito da un pugno. La campagna si propone di “fornire protezione legale a favore delle donne e dei bambini vittime degli abusi in Arabia Saudita”.

Una campagna questa che sottolinea come “il fenomeno delle donne maltrattate in Arabia Saudita è molto maggiore di quanto appaia”, incoraggiando i sauditi a denunciare i casi di violenza che avvengono in tutto il Regno, da Madinah, a Najran, passando per Mecca e Riyadh.

La campagna pubblicitaria rappresenta un grande progresso per un Paese dove alle donne non è permesso guidare l’auto e dove la polizia religiosa solo recentemente ha revocato il divieto di guidare moto e biciclette.

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