Linkiesta
15 05 2015

"Basta dare soldi a queste quattro lesbiche": Belloli è il degno successore di Tavecchio nella Lnd

Quando Carlo Tavecchio era numero uno della Lega Nazionale Dilettanti, avevamo imparato a conoscerlo grazie a una puntata di Report. Durante un'intervista rilasciata al programma della Rai, Tavecchio esprimeva così il proprio concetto di calcio femminile:
"Noi siamo protesi a dare una dignità anche sotto l'aspetto estetico alla donna nel calcio. Finora si riteneva che la donna fosse un soggetto handicappato rispetto al maschio sotto l'aspetto della resistenza, del tempo, dell'espressione atletica. Invece abbiamo riscontrato che sono molto simili".

Insomma, non una grande uscita, bissata dall'ormai famosa frase di Optì Pobà e le banane che ha tenuto banco per settimane sui media italiani. Con la sua elezione a capo della Federcalcio, sembrava le avessimo viste tutte. Invece, il nostro pallone riesce sempre a sorprenderci.

E se la Lega Nazionale Dilettanti attendeva un degno successore di Tavecchio, potrebbe averlo trovato in Felice Belloli. Che durante il Consiglio del Dipartimento Calcio Femminile dello scorso 5 marzo, si è così espresso: "Basta! Non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche".

La frase è stata riportata nel verbale della seduta del Consiglio, pubblicato dal sito Soccerlife. Che specifica che il verbale «è stato firmato dal vice presidente vicario Antonio Cosentino che ha la delega al Calcio Femminile». Il quale, vista la frase, ha portato il documento alla Procura federale. La Federcalcio ha aperto un'inchiesta sulle parole di Belloli.

Il movimento femminile italiano conta circa 11mila tesserate, ma l'intenzione della Federcalcio è quello di puntare sulla sua crescita, grazie ai contributi Uefa.

Alessandro Oliva

Il de profundis della cultura ultrà?

  • Giovedì, 09 Aprile 2015 10:24 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo press
09 04 2015

L'incapacità di rispettare il "nemico" attraversa la storia del tifo organizzato. Ma chi insulta la memoria di Ciro con la scusa dell'"etica ultrà" ha davvero titolo per farlo?

“A queste voci intenerito Achille, membrando il genitor, proruppe in pianto; e preso il vecchio per la man, scostollo dolcemente”.

I versi dell’Iliade descrivono il sentimento di pietà che s’impadronì della coscienza di un killer mitologico. Si commuove il prode Achille dinanzi a Priamo, padre di quell’Ettore che egli ha ucciso in combattimento. Achille è una micidiale arma da guerra. Ha appena finito di oltraggiare il cadavere dell’odiato Ettore. Eppure quando Priamo lo implora di restituirgli i resti del figlio per poterne celebrare il rito funebre, persino questo violento e divino robot dalle sembianze umane prova compassione per il genitore di un suo acerrimo nemico.

Non c’è spazio per i sentimenti nelle strade e in ciò che resta delle curve degli stadi italiani. E non è solo una questione di ultrà. La denigrazione delle madri di tanti ragazzi rimasti privi di vita sull’asfalto, è ormai consuetudine in questo Paese. Spesso a lanciare indegne provocazioni ai danni dei parenti delle vittime di brutali violenze, sono “uomini” delle “istituzioni”. Ne sanno qualcosa le mamme di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e Carlo Giuliani, che dai sindacati di polizia e da certi politici hanno ricevuto fiumi di offese e contumelie.

Dalle curve degli stadi di calcio, però, non te lo aspetteresti. Dai luoghi in cui è anzitutto lo scontro fisico a sancire virtù, cittadinanza e appartenenza, ci si attenderebbe un cavalleresco rispetto della memoria dei “nemici” caduti. Perlomeno cum patior, “soffrire insieme”: compassione, nei confronti di chi prova dolore immenso per la perdita di un congiunto. Rispetto! Non conta che la vittima facesse parte della propria comunità o dell’avversa. Ti aspetteresti compassione persino da quei gruppi ultrà i cui padri fondatori hanno praticato biblioteche oltre che palestre, privilegiando letture del pensiero di filosofi magari poco inclini ad esaltare la pietà, ma pur sempre attenti alla mistica delle virtù “guerriere”.

Invece niente! In Italia tali manifestazioni di rispetto corale sono confinate nel bagaglio culturale di gruppi sociali limitati nel tempo e nello spazio. La letteratura e la storiografia ultrà riportano pure notizie di omaggi simbolici e forme di riverenza verso “il nemico”. Ma nella maggioranza dei casi, purtroppo, le cose così non sono andate. Le cronache del passato remoto e recente sono piene di plateali striscioni, sprezzanti slogan e cori offensivi contro calciatori e ultras avversari colpiti da disgrazie o deceduti in circostanze innaturali. Ecco perché oggi risultano strabiche le analisi di chi, commentando l’esposizione degli striscioni contro la madre di Ciro Esposito nella curva sud dell’Olimpico, canta il de profundis della cultura ultras e lamenta la fine di un presunto e mitico tempo dell’onore. Quegli striscioni non sono una novità. Pietà non c’è quasi mai stata. Soltanto in alcuni delimitati contesti, in talune curve, si è consolidata una simbologia attenta al rispetto della dignità del nemico.

La frase esposta nella Sud, comunque, non è il semplice risultato della volontà di ferire nell’animo. È il riflesso di qualcosa che viene dal profondo, un malessere interno. Sembra quasi che gli ultras della Roma vogliano dire: “Se noi portiamo un peso sulla coscienza perché uno di noi ha sparato, voi allora davvero pensate di essere meglio di noi?” Mediante quel messaggio, una curva che in realtà, pur dissimulandolo, ha vissuto un conflitto interno dopo i tragici fatti della finale di coppa Italia 2014, ora sembra voler esorcizzare il peso di un omicidio, contrattaccando sul piano dell’etica, scaricando lo stigma su una famiglia, una città e l’intera tifoseria napoletana, che dopo l’uccisione di Ciro hanno riscosso universale solidarietà.

Peccato che le ironiche strisce dei romanisti, oltre a deformare la realtà, abbiano trascurato un valore che spesso ha caratterizzato i linguaggi delle curve: l’obiettività!

Il principio scandito in quelle frasi, infatti, piove da un pulpito inattendibile, in quanto privo della passata autorevolezza. Nella capitale (e non solo) decine di capi di tifoserie diverse, nel corso del tempo hanno costruito patrimoni economici e politici tuffandosi dal trampolino della curva. Oggi quante sono le tifoserie che possono vantarsi di non aver mai avuto al proprio interno soggetti che abbiano “lucrato” svendendo privatamente simboli e storie che appartenevano a migliaia di altre persone? Qualsiasi striscione rivendichi purezza e coerenza, finisce per rendere ridicolo chi lo espone. E l’ironia sui morti fa parte, sì, della storia degli ultrà. Ma non tutti gli ultrà si riconoscono nella stessa storia, fortunatamente.

Claudio Dionesalvi

Rosarno Afro football

  • Martedì, 07 Aprile 2015 12:38 ,
  • Pubblicato in Flash news
Il Manifesto
07 04 2015

Gli undici avversari avevano un nome beneaugurante. Dopo la notte di Paravati, con il buio del razzismo e della discriminazione, affrontare i ragazzi della Nuova Calimera era il presagio che il pomeriggio di una domenica di fine marzo allo stadio Rocco Gambardella dí San Ferdinando sarebbe stato diverso. Il risultato sul campo non contava oggi sotto il sole caldo e accecante
della Piana di Gioia Tauro.
L'importante era esserci, partecipare, dire un secco no al becerume degli stolti. Koa Bosco è anche questo. Una squadra di calcio ma anche un progetto di società.

"Cari bambini, vandali e ignoranti non hanno Paese"

Cari bambini, quello che è accaduto in città prima della partita Roma-Feyenoord è stato un oltraggio all'intera umanità. Ma ricordate: i vandali e gli ignoranti non hanno nazionalità". E quanto scrive una mamma, Angela Mannaerts, ai compagni di classe di sua figlia Chiara, [...] raccontando l'impegno della comunità olandese di Roma che ha dato vita al comitato "Salviamo la Barcaccia".
Angela Mannaerts, la Repubblica ...

Furia ultrà, la battaglia di Roma

Quattro ore di vergogna in piazza di Spagna, con la fontana della Barcaccia, uno dei capolavori del Bernini, trasformata in pattumiera. Poi, dieci minuti di vera battaglia lungo via di San Sebastianello con arresti, feriti, macchine sfasciate e scooter ribaltati. In mezzo, una città bloccata nelle sue arterie principali e due giorni caos che, ancora una volta, Roma non dimenticherà facilmente. 
Mauro Favale, la Repubblica ...

facebook