Corriere della Sera
13 02 2015

I migliori in campo, i peggiori fuori.

Sfondavano le porte degli spogliatoi, sul pullmino fumavano sigarette (e non solo quelle), litigavano tra loro se non si passavano il pallone e con l'allenatore ogni volta che venivano sostituiti.

"Non si poteva più andare avanti così", dice sconsolato, ma per niente pentito, Felice Farina, 67 anni, imprenditore in pensione, il presidente della Sospirese, la società di Sospiro, nel Cremonese, che ha ritirato per motivi disciplinari la squadra Allievi dal campionato (girone B della fase primaverile).

Un fatto senza precedenti. ...

La strada come unità di misura

  • Mercoledì, 17 Dicembre 2014 11:45 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS
Dinamo Press
17 12 2014

In occasione della riedizione de "Il derby del bambino morto" da parte di Alegre Edizioni, arricchito da un aggiornamento di Claudio Dionesalvi e da un'introduzione di Wu Ming 5, proponiamo uno speciale su Valerio Marchi riproponendo diversi testi, alcuni dei quali oramai irreperibile in rete. Il libro sarà presentato sabato 20 alle 17 a Esc Atelier all'interno di L/IVRE con Valerio Mastandrea, Luca Pisapia, Claudio Dionesalvi e l'Atletico San Lorenzo.

Dove nascono gli ultras. Il calcio visto "dal basso" di Valerio Marchi San Lorenzo il magnifico di Valerio Marchi I buoni e i cattivissimi: recensione di “Cuori Neri” di Valerio Marchi Uno sport popolare o uno sport supermercato? di Valerio Marchi A lezione da Valerio di Giuliano Santoro

Valerio Marchi apparteneva a una sottocultura di strada. Da quella posizione, certamente di nicchia e orgogliosa di esserlo, aveva la capacità nient'affatto scontata di articolare ragionamenti e produrre discorsi che allargavano lo spettro del discorso e proiettavano i reietti della società, quella che lui definiva la teppa, al centro dell'osservazione. Molto prima che anche in Italia, col consueto ritardo, arrivasse l'ondata di studi postcoloniali e di riferimenti ai cultural studies della scuola di Birmingham, un sociologo di strada, skinhead e tifoso dello stadio, citava gli studi postgramsciani di Stuart Hall e dei suoi accoliti.

Valerio Marchi riusciva a mettere al centro della società quello che tutti gli altri, anche a sinistra e spesso anche nei movimenti, si sforzavano di nascondere sotto il tappeto. Riuscire a non farsi mettere all'angolo, mantenere la propria storia ma non farsi ridurre a nicchia culturale e politica: merce rara di questi tempi.

È anche per questo stile, per questo metodo che ancora ha molto da insegnarci, che casca a fagiolo la ristampa de «Il derby del bambino morto», fuori per i tipi di Alegre nella collana Quinto Tipo, diretta da Wu Ming 1. Qualche anno fa, il direttore del Centro studi sulla sicurezza pubblica della polizia, mostrò di scoprire l'acqua calda e prese atto di una cosa che molti osservatori del fenomeno ultrà, in primis Valerio, avevano sollevato: «Molti gruppi storici si sono sciolti si sono sciolti perché gli ultrà con l'inasprimento dei controlli e delle pene non vogliono più essere identificati o identificabili».

Come a dire: abbiamo ottenuto il solo effetto di sbaragliare chi agiva alla luce del sole. Magari non erano stinchi di santo, si parla di gruppi di tifosi non di comitive di boy scout, ma almeno erano interlocutori e controparti riconoscibili. Secondo l'Osservatorio, invece, le curve erano diventate «un piatto ricco per chi è coinvolto in attività di vario tipo». Inoltre, si leggeva nel dossier, «il tifo è quasi scomparso». Ne parla Claudio Dionesalvi, ultrà-scrittore nel suo “aggiornamento” al volume, introducendo la categoria di Ultrà Geneticamente Modificato. Se ne discuterà il 20 dicembre alle 17.30 a Esc in occasione del Festival L'Ivre: assieme a Dionesalvi ci saranno Luca Pisapia del Fatto Quotidiano, l'attore Valerio Mastandrea e un rappresentante del calcio popolare dell'Atletico San Lorenzo.

«Il derby del bambino morto» prende le mosse dal caso della partita Roma-Lazio che non si giocò a furor di popolo dopo che una leggenda si diffuse tra le due curve circa la morte di un piccolo tifoso nel corso degli scontri fuori dallo stadio. Dalla spontanea diffusione della leggenda metropolitana emerge un dato materiale: le misure repressive non hanno fatto altro che alimentare una spirale di violenza e incomprensione.

Ogni volta che si risaliva un gradino dell'escalation della cosiddetta «emergenza tifo violento» si procedeva verso l'abisso. Potremmo far partire tutto dalla grande speculazione dei mondiali di Italia ‘90, quando i carabinieri abbandonarono la divisa verde militare per scegliere il blu, più accomodante e meno militaresco. È negli stadi che sono stati collaudati i lacrimogeni al Cs ed i manganelli «tonfa».

La caserma Bolzaneto di Genova era nota tra gli ultrà italiani da prima del G8 del 2001 come luogo di reclusione e tortura. È negli stadi che i celerini hanno imparato a «calcare la mano», sicuri che i superiori chiudessero un occhio e che in fondo nessuno avrebbe mai protestato in nome dei «diritti civili» per difendere la teppa delle gradinate. Un gruppo di celerini toscani del Siulp, in un documento diffuso alla vigilia del G8, si diceva allarmato non da «manifestanti sovversivi», ma dalla «nuova barbarie, la strada».

Il legislatore ha consegnato a colpi di provvedimenti bipartisan gran parte delle curve ai pochi gruppi che sono organizzati militarmente (resistono solo quelli che mostrano di saper «difendere» le curve) e spinto il tifo verso la clandestinità (resistono solo i gruppi informali), magari vietando le trasferte (cioè rendendole incontrollabili) o impedendo che vengano esposti striscioni. Valerio Marchi traccia un appassionante itinerario della relazione tra ordine pubblico, polizia e società, spiegando come negli anni settanta i celerini si formavano la rappresentazione del nemico nelle manifestazioni di piazza.

Da qualche anno, diceva Valerio, il nemico è tornato a essere il tifoso. O meglio, l'ultrà è il metro di giudizio della brutalità della polizia, che ormai agisce sempre ha imparato a fare con folk devil dai comportamenti indecifrabili. Ne deriva che le cosiddette “forze dell'ordine” spesso vivono i conflitti sociali come una guerra tra bande in cui gli uomini blu con casco e manganello sono una delle parti in causa, che cova vendette e dispensa odio con la frustrazione tipica di una banda di periferia e qualche arma in più.

Il modo migliore per ricordare Valerio Marchi, è riproporre alcuni dei suoi scritti, come nel caso di questa ristampa (che segue la riproposizione di “Teppa” ad opera di Red Star Press). Noi abbiamo ripescato gli articoli che aveva scritto per il settimanale Carta nel corso degli Anni Zero. Facevano parte, assieme al testo che introduce la collezione, di un piccolo speciale a lui dedicato messo insieme il 22 luglio del 2006, a poche ore dalla sua scomparsa.

la Repubblica
20 11 2014

Il libro di Thuram contro il razzismo. "Quando a Parigi diventai un nero"LILIAN Thuram è un grande campione. Ha giocato per anni in Italia. Prima nel Parma e poi nella Juventus. Ma ha iniziato in Francia, nel Monaco. E ha concluso la sua carriera nel Barcellona, a 36 anni, fermato da una malformazione cardiaca. Nella sua carriera ha vinto molto. Un campionato del mondo e uno d'Europa. In Italia, due scudetti e tre supercoppe. Ma Thuram non è solo questo. Dopo, ma anche durante, la carriera di calciatore, ha contribuito, in modo, direi, militante (anche se all'autore l'espressione non piace), a promuovere l'integrazione. Sul piano sociale.
Contro ogni forma di discriminazione. Contro ogni forma di razzismo. A questo fine, ha costituito una Fondazione, che porta il suo nome. E che svolge numerose attività, soprattutto in ambito educativo, nei luoghi della socialità giovanile. Non sorprende, dunque, che Thuram abbia trasferito questa esperienza in un libro, scritto in collaborazione con molti fra coloro che partecipano alla Fondazione. Intellettuali e studiosi, come Todorov e Viewiorka.

Il volume ha un titolo programmatico: "Per l'uguaglianza" (ADD editore, 16 euro). È, in parte, autobiografico. In parte, analitico e riflessivo. Racconta, nei primi capitoli, la sua vicenda personale. Thuram, nato in Guadalupa, penultimo di una famiglia con cinque figli nati da padri diversi. Una condizione normale, nella terra d'origine. Ma non in Francia, dove si trasferisce a nove anni. E lì si trova, immediatamente, a porsi domande. Thuram, d'altronde, è curioso. E tutto il libro è una sequenza di domande. Che nascono dalla sua esperienza. E riguardano, dapprima, la "differenza" - vistosa - fra il suo modello di famiglia e quello dei compagni di scuola e di gioco. La sua famiglia, d'altronde, si regge e si fonda sul ruolo della madre. Per questo Thuram afferma di aver voluto figli "molto presto, forse, inconsciamente, per essere il padre che non avevo avuto". Al tempo stesso, è in Francia che l'autore scopre la questione del razzismo. Perché "è stato al mio arrivo a Parigi che sono diventato nero". Prima, non si era mai posto il problema.

Ma a Parigi il colore della pelle è causa di stigmatizzazione. La differenza diventa diversità. Tuttavia, "non si nasce razzisti, lo si diventa", sottolinea Thuram. È una costruzione sociale che si trasmette di generazione in generazione. Fino a divenire "un'abitudine, un riflesso inconscio". Il calcio, nella visione di Thuram, serve a spezzare quest'abitudine. Questo pregiudizio, dato per scontato. Perché "dopo la scuola, il campo è il luogo più importante dove si educano i figli". Ma il calcio è anche uno spazio pubblico, un teatro che permette di comunicare valori, in modo "esemplare". Thuram, non a caso, ha messo in scena, in diverse occasioni, la tolleranza, denunciando apertamente l'intolleranza. Come nel 1998, quando polemizzò con Jean Marie Le Pen, che criticava il numero eccessivo di "neri" presenti nella nazionale di calcio. Gli replicò, allora, che per far parte della nazionale, non conta essere neri o bianchi. Ma francesi.

Ma anche di recente, è intervenuto criticamente contro l'allenatore del Bordeaux, Willy Sagnol, che aveva recriminato contro il ricorso al "giocatore tipico africano, che ha il vantaggio di costare poco, al momento dell'acquisto, e di essere pronto alla lotta, sul terreno di gioco". Ma non sarebbe altrettanto intelligente e tecnico. Parole in libertà, ha osservato Thuram, che rinforzano pregiudizi antichi e resistenti. Parole che, peraltro, echeggiano discorsi pronunciati da figure autorevoli del nostro calcio. Impossibile non rammentare Carlo Tavecchio, quando, alcuni mesi fa, parlava degli "Opti Pobà, che prima mangiavano le banane e oggi giocano alla Lazio". Tavecchio è divenuto presidente della Federazione Italiana di Calcio. Nonostante (non oso dire: grazie a) quella battuta. Perché in Italia non vedo - non ci sono testimoni della tolleranza e dell'integrazione, come Thuram. Fra i dirigenti, gli allenatori e gli stessi giocatori. Anche se tutte le squadre, ormai, sono multietniche. Per questo, il libro di Liliam Thuram è utile. Perché, al di là del valore letterario, restituisce al calcio il valore della relazione e dell'integrazione. Andrebbe, dunque, adottato e letto dove si insegna - e dove si insegna a insegnare - calcio. A Coverciano, anzitutto. Infine, un consiglio: a Natale regalatene una copia a Tavecchio.

Ilvo Diamanti

Nuova sanzione per Tavecchio

  • Mercoledì, 12 Novembre 2014 10:18 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache di ordinario razzismo
12 11 2014

Pensavamo fosse un capitolo chiuso. E invece, a distanza di un mese, ritorna protagonista (in negativo), ancora lui, Carlo Tavecchio, attuale presidente della Lega Calcio. Si è fatto un gran parlare di questa vicenda, e anche noi abbiamo detto la nostra a più riprese (qui e qui). Ma, ora, il sigillo finale (forse?) lo mette direttamente la Fifa.

Nonostante la gran parte della stampa sminuisca l’accaduto, continuando a definire le parole proferite da Tavecchio una “gaffe razzista”, la brutta figura che ha fatto fare al calcio italiano è ora mondiale. La Fifa, nel suo comunicato ufficiale, stigmatizzando la frase razzista di Tavecchio su Optì Poba e i “mangia banane”, ribadisce che la sua linea “contro ogni forma di discriminazione è inequivocabile”.

Fra le motivazioni della sanzione, la violazione dell’articolo 3 dello statuto Fifa (“che proibisce espressamente ogni tipo di discriminazione per motivi di razza, colore della pelle, etnia, nazione, estrazione sociale, genere, lingua, religione, appartenenza politica, ricchezza, nascita o orientamento sessuale”) e la volontà di combattere con risolutezza ogni forma di razzismo, cosa “che richiede punizioni severe, per ribadire con chiarezza che la discriminazione non deve aver posto nel gioco del calcio”.

Di conseguenza, Tavecchio non potrà ricoprire alcuna carica Fifa per un periodo di sei mesi, a partire dal 7 ottobre. Ma anche questa sanzione “mondiale” sembra non toccare Tavecchio, che non si scompone minimamente e continua a rimanere al suo posto. Anzi, non manca di rilasciare ancora una volta dichiarazioni “equivoche” e discutibili: «Non contesterò mai quanto deciso, ma faccio presente che ho tre figli in adozione africani». E intanto Tavecchio fa scuola. Accade, sempre in questi giorni, che anche il presidente della Sampdoria, Massimo Ferrero, venga deferito dalla Federcalcio per aver utilizzato “un’espressione discutibile” nei confronti di Erik Thohir, presidente dell’Inter: “E’ ingiusto che Moratti sia stato trattato così, sono molto dispiaciuto per lui. Io glielo avevo detto: caccia via quel filippino…”.
Thohir, dal canto suo, dopo la bufera mediatica, prova a gettare acqua sul fuoco, dimostrando di non aver ritenuto la frase di Ferrero come un’offesa troppo grave (“Ferrero si è scusato, gli ho parlato, gli ho detto che dobbiamo incontrarci per parlare del futuro del calcio”). Ma anche in questo caso, l’ufficialità del deferimento della Procura federale, con motivazioni piuttosto pesanti (“dichiarazioni lesive, offensive e discriminatorie per motivi etnici”), non sortisce alcun effetto concreto. Chissà se potrà essere sufficiente per imparare la “lezione” e non ripetere più frasi come queste. Chi lo darà un definitivo calcio al razzismo?

Mia Hamm, speriamo non sia un token

Il Fatto Quotidiano
31 10 2014

Dopo pochi minuti dalla nomina di Mia Hamm nel cda della Roma, sia Espn sia Usa Today (tra i primi ad averla data) hanno lanciato la notizia in maniera molto sobria, come fosse normale, al contrario di quanto avvenuto invece nei nostri media. Molti, anche i siti delle testate più importanti, hanno tenuto subito a mostrare le foto della Hamm in versione starlette, foto con abiti lunghi luccicanti o mini e comunque tante paillettes (sarà capitato pure a lei di indossare quegli abiti, ma non è certo passata alla storia per questo), come se la notizia dell’ingresso della più grande calciatrice di tutti i tempi possa attirare l’attenzione degli uomini solo per questo.

Ma il punto è un altro. La Hamm porta con sé una dote immensa, lontana anni luce dalla cultura italiana che ruota intorno al calcio, ha la capacità di trasmettere esattamente quello che lo sport del calcio deve tornare ad essere. Gioco, appunto. E divertimento. Spulciando negli articoli del New York Times che le sono stati dedicati nel corso degli anni, tutto questo ti arriva in maniera lampante. Dunque, come è arrivata alla Roma? Due anni fa aveva presentato la Roma a Disneyworld, un mese fa era intervenuta al premio Golden Foot di Montecarlo lanciando grandi lusinghe al club italiano (“il mio giocatore preferito è Francesco Totti“, nominare Totti e fargli i complimenti davanti un microfono è sempre il Mia Hammprimo passo per avere l’abbraccio di una cerchia molto importante che ruota intorno al club, tutti i giornali il giorno seguente lo scrivono e le radio romane ne parlano; se avesse detto “il mio giocatore preferito è Di Natale”, nessuno lo avrebbe saputo), e non per ultimo: suo marito, Nomar Garciaparra gioca a baseball nei Red Sox di James Pallotta.

La dote positiva che porta con sé Mia Hamm fa intravedere una luce, uno spiraglio anche per il nostro ambiente: annunciò il ritiro dall’attività sportiva a soli 32 anni, rifiutò di posare per alcune copertine di settimanali (se non con la propria squadra), rivendica come arma vincente per la sua carriera da calciatrice la dedizione al lavoro. Ora vediamo lo spazio che le verrà concesso e se sarà adeguatamente protetta nel caso lanci nuove idee e proposte (il guaio è sempre questo per le singolarità che entrano in un contesto omogeneo…come la fisica ci insegna).

Pochi giorni fa ho scritto un post sul fenomeno Soccer Mom, che ho conosciuto da vicino durante il mio viaggio a San Francisco. Perdonate la parentesi autoriferita, ma volevo solo ricordare che il calcio è lo sport più praticato dalle donne al mondo (i dati dicono questo). In Italia tante ragazze lo praticano, però questa cosa non fa notizia, come non fanno notizia i loro nomi, nemmeno a livello di nazionale italiana: basti pensare che la partita di mercoledì scorso contro l’Ucraina, valida l’accesso ai playoff per qualificarsi al Campionati del Mondo, era possibile guardarla solo nel web, perché piuttosto che trasmetterla si è preferito mandare in onda il biliardo.

Ancora si nomina la Morace, se proprio si vuole cercare un nome che la rappresenti. O, se ci va bene, al massimo si arriva alla Panico. Mentre di esponenti valide, con una bella testa, ce ne sono tantissime. Sconosciute, certo. Magari con un secondo lavoro. Ma che possono aprire un mondo dove trovare ancora i valori e il senso stretto di gioco, che per certi aspetti il calcio dei maschi ha perso da tempo. Comunque, speriamo che l’ingresso di Mia Hamm tutto non sia solo uno specchietto per le allodole, non sia una trovata di marketing per promuovere qualcos’altro. Insomma, speriamo non sia solo il token woman (come fanno gli americani quando allestiscono il cast di una serie tv, e scelgono sempre un uomo dai tratti indiani, una donna bianca, un uomo colored e così via, per coprire tutte le classi sociali, la gente si identifica e applaude).

Gabriella Greison

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