Non soltanto politici influenti e Vip di altre tribù pretendono leggi ad personam o la sospensione della legge nei loro riguardi. Anche clan di teppisti d'altro genere vorrebbero trattare con lo Stato e con la legge come un sindacato tratta con la proprietà di un'impresa quando si rinnovano i contratti. ...

Il Fatto Quotidiano
24 09 2013

Timori, ipocrisie, accuse di fare pubblicità occulta e di utilizzare un linguaggio stereotipato, e la campagna contro l’omofobia nel calcio inglese sui rivela un flop clamoroso. L’associazione per i diritti Lgbt Stonewall – il cui nome rievoca la storica battaglia del Greenwich Village nel 1969 – pochi giorni fa ha invitato i giocatori della Premier League a vestire nelle partite del weekend dei lacci colorati arcobaleno sulle scarpette da gioco. Ma alla fine in pochi hanno aderito. Sabato giusto qualche giocatore, l’allenatore del Newcastle e un paio di commentatori televisivi hanno indossato le stringhe arcobaleno. Domenica Manchester United e Tottenham hanno impedito ai propri calciatori di utilizzarle, mentre le altre squadre hanno lasciato libertà di scelta, tendendo comunque verso il no. I motivi del boicottaggio sono stati diversi.

Dapprima alcuni club hanno spiegato come i laccetti fossero stati recapitati solo pochi giorni prima delle partite, senza che Stonewall li avesse contattati in precedenza per spiegare il significato della campagna. Poi, alle prime critiche, gli stessi club hanno detto che il no era dovuto al fatto che questa campagna sia stata patrocinata da una nota agenzia di scommesse, e che quindi si sarebbe trattato di fare pubblicità gratuita a questa azienda. E a dimostrarlo ci ha pensato l’Everton, che da questa agenzia di scommesse sportive è sponsorizzato, chiedendo a tutti i suoi giocatori di indossare i laccetti colorati. Infine c’è stato chi non ha aderito alla campagna a prescindere, come il West Ham, che ha dichiarato che i laccetti potevano urtare la sensibilità religiosa di alcuni suoi giocatori.

La Premier League sta cercando di organizzare da tempo apposite campagne, supportate dal Governo e dalla federcalcio inglese. Ma quest’ultima dei laccetti colorati è nata tra le polemiche. Non solo i problemi organizzativi e la sponsorizzazione più o meno occulta, ma anche uno slogan “right behind the gay players” che può essere letto come “tutti insieme ai giocatori gay” e “tutti dietro i giocatori gay”. Una chiara allusione sessuale che non è piaciuta a molti, tra cui gli attivisti di Football v. Homofobia che hanno detto: “Ci dissociamo da una campagna che mentre cerca di cambiare la cultura omofoba del calcio utilizza un linguaggio caricaturale che ne rinforza gli stereotipi”. A ricordare che nello sport, e nel calcio in particolare, l’omosessualità è ancora il tabù supremo.

Se c’è ancora qualcuno, come l’ex c.t. Marcello Lippi, che sostiene che nel calcio “non esistono giocatori omosessuali”, altri, tra cui il capitano della nazionale tedesca Philipp Lahm, hanno recentemente spiegato come per evitare discriminazioni nello spogliatoio un giocatore gay non dovrebbe dirlo nemmeno ai compagni di squadra, figuriamoci in pubblico. Negli ultimi anni ci sono stati i coming out dello svedese Anton Hyesen e dell’americano Robbie Rogers. Ma a smentire statistiche altrimenti ovvie a livello numerico, nessun altro calciatore professionista al mondo ha mai dichiarato pubblicamente la propria omosessualità. Primo e per ora unico giocatore a farlo nel calcio inglese, e unico tra i calciatori di un certo livello, fu negli anni ‘80 Justin Fashanu: immediatamente ostracizzato dall’intero mondo pallonaro e falsamente accusato di violenza, si suicidò pochi anni dopo impiccandosi nel garage di casa sua.

twitter: @ellepuntopi

Brasile: calciatore bacia un amico e infuria la polemica

  • Martedì, 27 Agosto 2013 08:42 ,
  • Pubblicato in Flash news

Global Voices
26 08 2013

A una sola settimana di distanza dalle proteste contro l'omofobia da parte degli sportivi ai mondiali di atletica leggera di Mosca, e dopo le dichiarazioni della tre volte campionessa Yelena Isinbayeva [it] a favore della legge antigay russa [it], è il Brasile a discutere dell'argomento attraverso lo sport.

Una foto condivisa dal giocatore del Corinthians [it], Emerson Sheik [it], ha scatenato una serie di polemiche sui social network brasiliani. Nell'immagine il numero 10 festeggia la vittoria della sua squadra baciando un amico.

"Tem que ser muito valente, para celebrar a amizade sem medo do que os preconceituosos vão dizer. Tem que ser muito livre para comemorar uma vitória assim, de cara limpa, com um amigo que te apóia sempre.

Bisogna essere molto coraggiosi per celebrare l'amicizia senza avere paura di quello che potrebbe dire la gente prevenuta. Bisogna sentirsi liberi per festeggiare in questa maniera, a viso aperto, vicino ad un amico che ti sostiene sempre."

È bastato un bacio perché che il calcio, notoriamente simbolo di virilità, diventasse sede di dibattito sull'omofobia.

Le critiche al comportamento del calciatore non si sono fatte attendere a lungo sulla rete e si sono susseguite anche fuori. Un gruppo di fanatici appartenenti alla tifoseria chiamata Camisa 12 [pt, come i link successivi eccetto ove diversamente indicato], si è presentato sul campo dove la squadra svolge gli allenamenti, richiedendo le scuse ufficiali e la ritrattazioni delle dichiarazioni di Sheik. I tifosi avevano preparato striscioni con scritte come: “qui niente invertiti“ (sic) e “questo è un posto da uomini”.

Sul loro profilo Twitter, il gruppo Camisa 12 (@Camisa12oficial) ha dichiarato:


Disapproviamo atteggiamenti isolati che denigrano l'immagine del Corinthians e dei suoi tifosi, esigiamo rispetto e fedeltà! Questo è il Corinthians!

— Camisa 12 Oficial (@Camisa12oficial) 19 agosto 2013

Come ricorda Wilson Gomes, in un ambiente come quello calcistico, l'utilizzo di una terminologia che rimandi all'omosessualità è sempre stato un mezzo per sminuire gli altri:

Faccio innanzitutto una distinzione: non è importante tanto “il caso del bacetto di Sheik” quanto “lo scandalo creatosi attorno”. Tengo sempre a mente una regola di antropologia sociale che non dimentico mai: si può capire profondamente una data cultura dagli avvenimenti per i quali si scandalizza.

Tuttavia, la rete si è riempita anche di messaggi a sostegno del calciatore.

Non c'è voluto molto per creare una riedizione della “protesta di baci“ [it], la campagna contro l'omofobia della Commissione per i Diritti Umani in Brasile, realizzata online lo scorso aprile.

La protesta è iniziata con una foto pubblicata dai fratelli Fernando e Gustavo Anitelli, membri del gruppo O Teatro Mágico.

In seguito l'idea si è sviluppata nel Blog do Rovai ed è circolata online con gli hashtag #Sheiktamojunto e #vaicurintia.

Anche altri utenti hanno iniziato a postare le proprie foto a favore della campagna:

Il blog Impedimento ha ricordato il periodo della Democrazia Corinthiana [it], considerato “il più grande movimento ideologico nella storia del calcio brasiliano”. La squadra era autogestita dai giocatori stessi, ricalcando il modello politico della democrazia.

Il bacio di Sheik ha sollevato manifestazioni e proteste che non sono in linea con la Democrazia del Corinthias, nonostante il calciatore non avesse alcuna intenzione politica con tale gesto. Non è niente di grave, ma non avevamo mai visto nessun calciatore brasiliano affrontare “questo stupido pregiudizio che esiste nel calcio”, come affermato da Sheik stesso, dopo le conseguenze del suo gesto.

La foto del bacio di Emerson Sheik è divenuto il simbolo della lotta all'omofobia, in un mondo in cui 76 Paesi considerano illegali le relazioni omosessuali, o come il blogger Fabio Chiorino l'ha definito “un piccolo bacio per l'uomo, un grande passo per il calcio brasiliano”.

La Stampa
24 07 2013

Se il trofeo Tim è il biglietto da visita della stagione che verrà, c’è da mettersi le mani nei capelli: insultato con cori razzisti dalla zona dei tifosi del Sassuolo, il milanista Kevin Constant, francese originario della Guinea, ha tirato una pallonata verso gli ultrà emiliani e ha lasciato il campo. 


Lo stesso che già fece il compagno di squadra Kevin Prince Boateng, il 3 gennaio scorso, preso di mira dai tifosi della Pro Patria, in un’amichevole a Busto Arsizio.

L’episodio è accaduto poco prima della mezzanotte al «Mapei Stadium» di Reggio Emilia, dov’era di scena il triangolare tra i rossoneri, la Juve e il neopromosso Sassuolo padrone di casa. Che ha vinto a sorpresa il torneo, ma lasciando la copertina ai soliti imbecilli.
 

In un primo momento i cori provenienti dallo spicchio che ospitava i tifosi del Sassuolo non erano stati sentiti chiaramente dalla tribuna, ma dal campo sì, come poi nella notte ha confermato l’arbitro, Andrea Gervasoni, uscendo dagli spogliatoi: «Ci sono stati cori razzisti e Constant ha chiesto il cambio - ha sostanzialmente spiegato il direttore di gara - e poi lo speaker ha fatto il solito annuncio». Quello di non ripetere cori razzisti, pena la sospensione della partita, che comunque s’è fermata per qualche minuto.

Constant, infatti, ricevuta la palla da un raccattapalle, l’aveva calciata con forza verso gli ultrà avversari, per poi abbandonare il campo. «E’ stata una sostituzione», ha tagliato corto dopo la gara il Milan, lasciando però capire come la situazione fosse stata piuttosto evidente.

L’impressione è che la società già oggi dirà la sua in un comunicato, almeno sentite le parole di Massimiliano Allegri: «Parliamo della partita - ha detto il tecnico - su questo episodio non dico nulla, lo farà la società». Non ha avuto invece bisogno di pensarci troppo Jasmin Kurtic, giocatore sloveno del Sassualo: «Constant ha fatto bene». Molto dispiaciuto anche il patron degli emiliani, Giorgio Squinzi: «Un brutto episodio, che non deve ripetersi».

Sottolineata la gravità del fatto, gli insulti razzisti, la prudenza del Milan e le diplomatiche parole di Gervasoni («Constant ha chiesto il cambio») dipendono dalle discusse direttive di Fifa e Uefa in casi come questi: applicandole alla lettera, la vittima di cori razzisti potrebbe pure finire punito, suo malgrado. In caso di cori razzisti, infatti, l’arbitro dovrebbe sospendere la partita, ma il giocatore che l’abbandona, di sua volontà, rischia l’espulsione. Che non c’è, ovviamente, se ha chiesto la sostituzione, diciamo.

Il guaio è che anche su questo alcuni pezzi di tifoseria stanno già iniziando a speculare, se ieri sera, dopo l’episodio, un gruppo cantava: «La partita non finisce, la partita non finisce». Erano la minoranza, sulle 21.000 persone accorse a Reggio Emilia nonostante un caldo e un’umidità da giungla, ma che hanno lasciato un segno. Bruttissimo.

MASSIMILIANO NEROZZI

È venuta alle Palestiniadi per rappresentare Sidone, 50 km a sud di Beirut, e il suo campo profughi, uno dei più grandi e difficili. "Amo il calcio, da grande vorrei fare la calciatrice, tifo Barcellona e adoro Messi". ...

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