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Redattore Sociale
15 05 2013

POPOLI. Il difficile percorso di trasformazione dell’Egitto dopo la “primavera” del 2011 si può leggere anche sui muri delle città. Con la fine del regime di Mubarak, si sta facendo, infatti, strada nel Paese una nuova forma di espressione: la street art. Il panorama metropolitano del Cairo, di Alessandria, Mansoura, Luxor e di altre città si sta colorando di graffiti e murales. Molti hanno contenuto politico. Ma ad essi se ne stanno affiancando altri che inneggiano alla dignità e alla parità di diritti della donna. I graffiti sono il volto pacifista della guerrilla urbana. E’ grazie ad essi che i volti delle vittime della rivoluzione hanno sostituito nella memoria collettiva il ritratto di Mubarak. Ma essi non sono solo un messaggio politico al vecchio e al nuovo regime ma anche “un’appassionata lettera d’amore all'altra metà dell’universo”. Graffiti che raffigurano le donne si trovano ormai in ogni angolo di strada insieme a slogan che inneggiano alla parità dei sessi. Nell'Egitto in trasformazione si è infatti aperta una grande opportunità di emancipazione per le donne. Ma non mancano fenomeni inquietanti di violenza e molestie. Nel solo giorno del secondo anniversario della Rivoluzione (il 25 gennaio 2013), almeno 25 donne sono state aggredite sessualmente da bande di ragazzi intorno a Piazza Tahrir. Anche gli street artist hanno raccolto questa sfida con campagne di comunicazione mirate. Una sfida che non è rivolta all’Islam ma alla società patriarcale.

L'emancipazione al muro di Elisa Pierandrei - Popoli, n. 5, maggio 2013

 

Egitto. Per il rilascio di un'insegnante accusata di blasfemia

  • Mercoledì, 15 Maggio 2013 07:33 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Iraq
15 05 2013

"L'insegnante copta accusata di 'blasfemia' deve essere immediatamente rilasciata e il procedimento a suo carico interrotto, prima che l'imputata si presenti davanti alla corte sabato prossimo". Parola di Amnesty International.

di Amnesty International - traduzione a cura di Valentina Marconi

La 24enne Dimyana Obeid Al Nour è in prigione dall'8 maggio, quando si è recata nell'ufficio del procuratore di Luxor, per 'blasfemia'.

La procedura giudiziaria a suo carico è stata avviata sulla base di un reclamo presentato dai genitori di tre dei suoi studenti, che l'accusano di aver insultato l'Islam e il profeta Muhammed durante una lezione.

Secondo la loro ricostruzione, l'incidente sarebbe avvenuto nella scuola primaria di Sheikh Sultan a Tout, nel governorato di Luxor, il giorno 8 aprile, durante l'ora di religione. Dimyana Obeid Al Nour ha insegnato in tre scuole a Luxor dall'inizio dell'anno.

"E' vergognoso che un insegnante sia finita in prigione per il contenuto di una sua lezione. Se avesse commesso degli errori di natura professionale o si fosse 'allontanata' dal curriculum scolastico stabilito, sarebbe bastato un procedimento interno", dichiara Hassiba Hadj Sahraoui, vice direttore del programma di Amnesty per il Medio Oriente e il Nord Africa.

"Le autorità devono immediatamente rilasciare Dimyana Obeid Al Nour e far decadere le accuse false sollevate contro di lei".

Secondo le informazioni in possesso di Amnesty International, alcuni studenti hanno dichiarato che Dimyana Obeid Al Nour avrebbe affermato di 'amare padre Shenouda', il defunto patriarca della Chiesa ortodossa egiziana, e si sarebbe toccata il ginocchio o lo stomaco mentre parlava del profeta Muhammed in classe.

La donna ha negato le accuse, asserendo che si è attenuta al curriculum scolastico.

In seguito alle presunte lamentele di alcuni genitori, sembra che la scuola e il dipartimento dell'Istruzione abbiano aperto delle inchieste interne e a Dimyana Obeid Abd Al Nour è stato detto di astenersi dall'insegnare nelle scuole, fino alla conclusione delle indagini a suo carico.

Sino al suo arresto, ha continuato ad andare al dipartimento e a ricevere uno stipendio.

Negli ultimi mesi, Amnesty International ha ricevuto molte denunce da parte di persone accusate e condannate per blasfemia in Egitto. In alcuni casi, ad essere incriminati sono stati blogger e operatori del settore dell'informazione le cui idee sono state ritenute offensive.

Il 25 gennaio, un tribunale del Cairo ha confermato la sentenza di una corte di grado inferiore a carico di un altro copto, Alber Saber Ayad, condannandolo a 3 anni di prigione per blasfemia, per alcuni video e altro materiale postato in rete che la corte ha giudicato 'oltraggiosi'.

In altri casi, soprattutto nell'Alto Egitto, le accuse di blasfemia sono state sollevate contro cittadini copti, fra cui molti insegnanti.

L'11 maggio, un altro copto dovrà comparire davanti ad una corte ad Assiut per rispondere dell'accusa di 'diffamazione della religione', presumibilmente sulla base di una conversazione avuta con un gruppo di musulmani che l'hanno in seguito incolpato di aver insultato l'Islam.

In molti casi, Amnesty International ha chiesto alle autorità egiziane di non perseguire penalmente gli individui sulla base delle leggi contro la blasfemia che criminalizzano le critiche o gli insulti al credo religioso.

"Esprimere un'opinione in relazione alla religione non è reato, sia che si tratti della propria o di quella di qualcun altro. Qualsiasi legge volta ad impedire l'espressione del proprio pensiero su questo tema, viola il principio della libertà di espressione ed è in contrapposizione agli obblighi internazionali sottoscritti dall'Egitto nel quadro della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici", ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui.

Intersezioni
16 04 2013

Dal sito del Collettivo Autorganizzato Universitario di Napoli ripubblichiamo una traduzione su un tema che ci interessa molto e su cui stiamo lavorando anche con il gruppo traduzioni militanti nato da Femminismo a Sud.

Le traduzioni da parte del CAU di Napoli sono state realizzate in occasione dell’iniziativa del passato 8 marzo intitolata "8 marzo: Il protagonismo femminile nelle rivolte egiziane tra violenza sessuale e organizzazione della protesta".

Quella che riproponiamo è una analisi teorica femminista ripresa dal sito Nazra for Feminist Studies.

Vi rimandiamo anche alla lettura degli altri due articoli tradotti:
Buona lettura!
 
Violenza sessuale contro le donne e l’aumento degli stupri di gruppo a Piazza Tahrir e dintorni di Nazra for Feminist Studies – 4 Febbraio 2013
traduzione a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli

Violenza sessuale contro le donne e l'aumento degli stupri di gruppo a Piazza Tahrir e dintorniCon questo articolo, Nazra for Feminist Studies propone un’analisi teorica femminista che prova a comprendere l’aumento della violenza sessuale contro le donne registrato negli ultimi mesi. Noi crediamo che sia importante sollevare questa discussione cosicché diversi attori politici, anche quelli ben intenzionati, non strumentalizzino le preoccupazioni delle donne. Speriamo anche di arricchire il dibattito attualmente in corso su questo delicato argomento facendo ricorso alla nostra esperienza sul campo nella lotta contro la violenza sulle donne.

Guardiamo con favore questa discussione essendo state a lungo sostenitrici dell’importanza di un dibattito femminista sulla violenza sulle donne in generale. Il nostro approccio è sempre stato questo sia quando abbiamo sostenuto la lotta contro la violenza sulle donne, sia quando abbiamo appoggiato coloro che difendono i diritti umani delle donne in tutto l’Egitto e sia quando abbiamo cercato di collegare le questioni femministe con la politica promuovendo candidature femminili di diversi orientamenti politici ma che ponessero le questioni di genere al centro delle loro agende politiche.

Di positivo c’è che sta emergendo e sta prendendo forma giorno dopo giorno una nuova coscienza femminista che è parte integrante del fermento politico che si vive attualmente in Egitto. La migliore dimostrazione a questa affermazione è la reazione feroce alle conquiste politiche e sociali ottenute dalle donne egiziane. Tuttavia stiamo assistendo anche ad un attacco generale alle donne che si manifesta in modo evidente nella violenza contro di loro, soprattutto con la violenza sessuale.

Introduzione
L’esperienza dolorosa degli ultimi mesi ha messo in luce alcuni elementi nuovi che vorremmo sottolineare all’interno di una discussione più ampia su questi crimini orrendi e su cosa essi significano per noi donne in difesa dei diritti umani che facciamo anche parte di diversi movimenti rivoluzionari che si definiscono solidali con le questioni femminili. Nazra ha scelto di presentare queste opinioni e di offrire delle raccomandazioni preliminari all’interno di un programma che si basa sulla sua esperienza sul campo e sui gruppi di lavoro. Quest’articolo adotta una prospettiva femminista secondo la quale i problemi delle donne rientrano innanzitutto in questioni politiche di più ampia portata che chiamano in causa non solo le istituzioni politiche, gli agenti e le funzioni, ma l’intera struttura sociale all’interno della quale operano gli attori politici le cui azioni ne determinano i confini.

Questa prospettiva si basa sulla divisione dei ruoli sociali secondo la classe e il genere. Gli attori politici, sia uomini che donne, non operano nel nulla ma all’interno di una realtà classista e patriarcale che limita e determina le loro azioni politiche e crea opportunità e rischi per tutti gli attori non solo per le donne. Sin dalla rivoluzione, le donne hanno lavorato instancabilmente per infrangere diverse barriere che ne limitavano la partecipazione alla sfera pubblica. Hanno dimostrato alti livelli di partecipazione in tutti i forum politici che sono nati dopo la rivolta, ma hanno anche pagato un caro prezzo per la loro partecipazione, specialmente in termini di libertà di movimento, di salvezza e di integrità dei loro corpi. Questi atti eroici hanno conferito alle voci femminili una dimensione nuova e più forte rendendo la nostra causa visibile e concreta e la nostra organizzazione necessaria. Noi rifiutiamo le affermazioni secondo cui le questioni di genere siano sono una preoccupazione di un segmento agiato delle donne della classe media.

Noi rifiutiamo anche la retorica secondo cui i diritti delle donne siano il monopolio di uno specifico gruppo di donne, o di quelle che lavorano in strutture istituzionali (per esempio Il Consiglio Nazionale per le Donne) o dei gruppi di diritti che agiscono solo in alcune ambiti. Noi respingiamo anche chi sostiene che le questioni femminili si possano ridurre solo alla presenza delle donne nei partiti o nella vita politica.

Questi sviluppi richiedono una discussione franca fra noi tutti che non può limitarsi solo a come l’assenza di sicurezza abbia influenzato le possibilità degli uomini e delle donne di agire nella sfera pubblica e come certi attori si siano sforzati nel terrorizzare le donne psicologicamente e fisicamente.

Cosa è successo?
Negli ultimi mesi, Piazza Tahrir e le aeree adiacenti sono state teatro di terrificanti stupri dalla violenza e brutalità senza precedenti. Questi crimini sono diventati sempre più violenti durante le proteste di fine Novembre del 2012. Sono stati confermati e documentati diversi stupri in piazza e nelle strade limitrofe nel periodo di Novembre che va dal 21 al 25 che però hanno suscitato condanne molto blande e l’indifferenza della maggior parte dei partiti ufficiali e non. In questo clima generale di negazione e di complicità, i crimini sono andati aumentando durante le proteste che celebravano il secondo anniversario della rivoluzione, il 25 Gennaio 2013.

Sono stati documentati diversi episodi di brutali stupri di gruppo avvenuti secondo una stessa tipologia e modalità, indifferentemente dalle affiliazioni politiche delle donne. Molte fra le aggredite erano manifestanti, volontarie di squadre contro le molestie sessuali, o semplicemente donne che si trovavano a passare di lì. Sono stati confermati più di 19 casi di stupro e di aggressione sessuale. Un’analisi preliminare di questi orribili crimini e dei metodi utilizzati mostra una ricorrente tipologia di aggressione e suggerisce che individui e gruppi non identificati, autori di tali crimini, si siano avvicinati alle manifestazioni e agli eventi politici con lo scopo di aggredire le donne.

Le aggressioni sono diventate più frequenti e si sono diffuse in più aree. Nelle notti del 17 e del 28 Gennaio 2013, qualcuno ha provato a rapire delle donne alle uscite del Ponte d’Ottobre nel cuore del Cairo, mentre il centro in cui si stava svolgendo un incontro delle attiviste contro le violenze sessuali è stato assaltato dopo che una delle partecipanti era stata molestata.

Una prospettiva femminista su questi crimini e su come affrontarli
Come attiviste femministe, ci approcciamo alla nostra causa per come è nella realtà: una questione pubblica che riguarda tutte le donne egiziane sia per il loro movimento quotidiano e la libertà del corpo, sia per la possibilità che esse abbiano di beneficiare delle loro competenze e qualità in quanto cittadine libere in una società patriarcale che ne limita i loro ruoli e la partecipazione.

Noi vediamo la violenza sessuale come un crimine che colpisce le donne in quanto donne e che non può essere disgiunto dalla visione complessiva di inferiorità che la società ha delle donne e dei loro corpi rispetto agli uomini. Noi, inoltre, vediamo la violenza sessuale innanzitutto come crimine violento diretto contro le donne in quanto donne. Per noi la questione va al di là del caso isolato (stupro) e del luogo (Piazza Tahrir e le manifestazioni) perché la violenza sessuale è un crimine che donne di tutti i ceti sociali affrontano ogni giorno, sia nelle strade che a lavoro o svolgendo qualunque funzione pubblica.

Noi crediamo che questo clima sociale, sempre più simile ad una guerra quotidiana contro le donne, abbia favorito questi crimini e ne abbia portato alla loro attuale e brutale manifestazione. La molestia sessuale è una costante nella vita di ogni donna egiziana a prescindere dalla sua classe o dal suo ceto sociale. Nello stesso tempo, però, noi non possiamo separare questi atti riprovevoli dal clima generale in cui le donne sono tenute a combattere ogni giorno semplicemente per il loro diritto ad essere presenti sulle strade senza subire minacce, molestie o danni fisici e morali.

Le donne hanno preso parte alla rivoluzione e sono state attive pubblicamente nei decenni precedenti, ma il prezzo pagato per la loro partecipazione sono stati i ripetuti tentativi di esclusione dallo spazio pubblico operati dai movimenti politici reazionari o dalle forze sociali. Il recente aumento dei crimini in termini di frequenza e ferocia conferma il nostro punto di vista e potrebbe aumentare qualora il silenzio e l’indifferenza dovessero continuare.

Se riconosciamo la natura politica dei crimini nell’area di P.Tahrir, non possiamo separarla dalle molestie che le donne affrontano normalmente in Egitto nella sfera pubblica. Gli episodi più recenti esprimono solo in modo ripugnante cosa può accadere qualora le problematiche delle donne vengano ignorate e non siano inserite all’interno di un dibattito pubblico più ampio. Secondo noi questi ultimi avvenimenti rappresentano una brutale escalation di una diffusa patologia: la violenza sessuale. La connivenza della società nelle molestie sessuali e nella violenza ha facilitato la radicalizzazione di questi crimini al punto che ora è difficile agire direttamente. La sottovalutazione delle molestie e delle aggressioni sessuali ha incoraggiato l’emergere del brutale stupro di massa negli eventi politici.

Questo sequenza dei fatti deve essere riconosciuta da tutti e affrontata con la massima serietà. Sebbene sappiamo che la questione delle molestie e dei crimini sessuali siano complessi e richiedano interventi e soluzioni a lunga durata (come il cambiamento della cultura sociale patriarcale) riteniamo anche, però, che la consapevolezza ed il riconoscimento dell’aumento della loro frequenza – dentro e fuori la piazza, nelle manifestazioni e nelle strade egiziane – debbano essere tema di discussione di ogni forza o gruppo che prova a confrontarsi con questo fenomeno. Nessuna discussione che si propone di intervenire efficacemente può essere sincera se il problema della violenza sessuale non viene inserito nella sua struttura sociale complessiva.

Con questa prospettiva vorremmo discutere le reazioni di tutte le forze politiche e rivoluzionarie che si sono impegnate in questo campo negli ultimi due anni. Le aggressioni contro le donne sono aumentate gradualmente tra il silenzio e l’indifferenza dei vari movimenti, delle forze e di coloro che promuovevano presidi e manifestazioni. Le prime molestie sessuali si sono fatte con il tempo sempre più organizzate ed hanno assunto un carattere collettivo. Sono state registrate da quando Mubarak è stato cacciato nel Febbraio 2011 e sono arrivate ora ad essere uno sfortunato ma prevedibile elemento durante gli avvenimenti o le attività politiche. Il fatto che questi episodi abbiano suscitato solo flebili proteste o condanne di circostanza e né siano stati riconosciuti ufficialmente come fenomeno da parte delle associazioni civili, delle forze e dai gruppi, ha frustrato qualunque tentativo di affrontare seriamente il problema.

Con l’aumento delle violenze sulle donne nel Febbraio 2011, alcuni movimenti e gruppi, nati con il proposito di affrontare il fenomeno, hanno provato a sottolineare la gravità di quello che stava accadendo e la sua crescita in termini di ferocia e frequenza. Questi gruppi hanno organizzato interventi per aiutare le vittime offrendo loro sostegno materiale, medico e psicologico. Tuttavia questi sforzi seri si sono scontrati con l’indifferenza e con un interesse momentaneo ricevendo perfino velati avvertimenti a non parlarne molto nel timore che alcuni avrebbero potuto interpretarli come un invito rivolto alle donne a non andare alle manifestazioni o agli avvenimenti politici.

In base al nostro punto di vista femminista, vogliamo sottolineare che non permetteremo mai la strumentalizzazione dei nostri sforzi per sollevare questa problematica da parte dei partiti che mirano a marginalizzare le donne, il loro ruolo, o il loro diritto a prendere parte agli eventi pubblici. Nello stesso tempo rifiutiamo qualunque discorso di protezione che tenta di escludere le donne. Noi ribadiamo che sia le donne che gli uomini devono assumersi la responsabilità per le atrocità commesse le quali avranno conseguenze per tutti e per il futuro della vita politica in Egitto.

Noi crediamo che due discorsi comuni costituiscano esattamente le due facce della stessa medaglia: quello di protezione che incoraggia la paura fra le donne rendendole così indirettamente responsabili per quello che le succede, e il secondo che ignora quanto accade nella realtà e si limita a lodare il coraggio delle donne che si oppongono alla violenza sessuale ma che non propone alcuna soluzione collettiva che responsabilizzi ciascuno per quello che succede. Anche se risolute, le donne egiziane non sopporteranno il fardello da sole e non si ritireranno dal campo politico per placare il desiderio di chi vuole ignorare l’intero problema. Non smetteranno di parlare delle loro agonie, del disagio e del dolore di essere viste come corpi pronti ad essere afferrati nella sfera pubblica o della sofferenza che provano per i crimini subiti.

Chi è responsabile?
Dobbiamo discutere ora della responsabilità: chi è responsabile e cosa si può fare? Considerata la frequenza e la brutalità degli episodi più recenti, nessuna femminista o gruppo politico può affrontare il problema da solo. La gravità di questa questione richiede un dibattito politico collettivo serio su come affrontare il fenomeno. Questa discussione non deve incolpare, come solitamente si fa, solo certi partiti perché tutti, uomini e donne dei partiti politici e dei movimenti rivoluzionari devono sforzarsi di capire cosa sta accadendo e, successivamente, affrontare la realtà da tutte le sue diverse angolazioni. Noi ribadiamo che tutti i gruppi politici ed i partiti hanno una responsabilità a partecipare attivamente, a sollevare queste discussioni e a prendere le necessarie misure per fronteggiare questo fenomeno allarmante e cosa c’è dietro.

Per noi la responsabilità politica prevede un sostegno a quei gruppi che, nonostante le scarse risorse e i loro numeri esigui, lavorano coraggiosamente per affrontare questi episodi. Questo sostegno, anche se importante, deve essere accompagnato da ingenti sforzi da parte delle forze politiche interessate alla libertà e all’uguaglianza affinché queste adottino un’ottica femminista nel discutere le soluzioni ai crimini di violenza sessuale. Noi giudichiamo la responsabilità secondo una prospettiva femminista la quale consta di due parti indivisibili: responsabilità precedente all’episodio e responsabilità successiva.

La prima responsabilità contribuisce allo sviluppo di un discorso proposto da tutti i partiti socialmente e politicamente interessati alla partecipazione politica delle donne e a cosa esse subiscono in conseguenza di questa loro partecipazione e va al di là della dicotomia tra il proteggere le donne o accusarle per la loro difficile situazione. Ciò può avvenire solo sviluppando un discorso di responsabilità collettiva che riconosca le dimensioni sociali e di genere della violenza sessuale come strumento di intimidazione politica.

Finora il discorso di tutte le forze rivoluzionarie e politiche non si è occupato delle questioni delle donne ed evita tuttora di affrontarle in tutta la loro complessità, nonostante il compito principale di ogni movimento politico o rivoluzionario sia quello di occuparsi dei problemi relativi alla libertà e all’uguaglianza. Parte della “responsabilità precedente” consiste nell’operare affinché le manifestazioni, le marce e gli eventi politici siano immuni dalla violenza sessuale. Questo deve essere un elemento presente nell’agenda politica di ogni forza politica e costituirne una parte fondamentale quando si organizzano manifestazioni o eventi politici.

La responsabilità successiva riconosce questi crimini orribili, fa pressione per aprire delle inchieste cosicché gli autori dei reati possano essere identificati e accusati e si assume la responsabilità politica per la sicurezza delle manifestazioni promosse dai movimenti rivoluzionari. Inoltre la responsabilità successiva affronta anche il problema dei media ufficiali e il modo vergognoso di come questi trattano i crimini: o non ne parlano proprio o lo fanno in un modo sensazionalistico che non rispetta la privacy degli aggrediti. I partiti politici e i movimenti condividono con noi l’onere di opporsi a queste pratiche mediatiche dilettantistiche che spesso causano altre violazioni. Questo vale non solo per le donne attaccate, ma anche per quei gruppi che cercano di aiutarle nonostante le difficili condizioni, le scarse risorse e la mancanza di sostegno da parte dei partiti egiziani e dei movimenti.

Infine non possiamo dimenticare la responsabilità dello stato e delle istituzioni nel fronteggiare la crescente violenza sessuale e nel non aver garantito sicurezza e libertà di movimento alle cittadine. Sebbene lo stato abbia preso di mira le attiviste e coloro che difendono i diritti umani sia prima che dopo la rivoluzione e non si sia mosso per processare i colpevoli, esso ha ancora la responsabilità di indagare i crimini, di identificarne gli autori e di accusarli. Lo stupro e l’abuso di una donna è una inevitabile conseguenza del peggioramento del livello di sicurezza e dell’apparato che dovrebbe esserne garante. E a pagarne il prezzo sociale più elevato sono le donne.

Cosa noi sosteniamo
Gli eventi degli ultimi mesi obbligano tutti a riflettere e a discutere su questi argomenti prima che le cose possano peggiorare sempre di più. Noi sosteniamo una discussione onesta e aperta secondo una prospettiva di genere per ciò che concerne la partecipazione delle donne alla vita pubblica. Questo deve essere un punto all’ordine del giorno di tutte le forze politiche. La questione deve essere affrontata tenendo in considerazione la responsabilità fondamentale che hanno le forze politiche che non possono promuovere un discorso per il quale spetta alle donne confrontarsi con questi crimini caricandole così della responsabilità di superare da sole le varie forme di violenza sessuale.

Le forze politiche devono agire per creare un clima adeguato dove le donne possano partecipare alla vita politica. Nazra ritiene che sollevare una discussione sulla violenza sessuale dovrebbe non solo riconoscere la sua particolarità e brutalità, ma anche essere incluso nel quadro più ampio della partecipazione politica delle donne. Non è né politicamente né eticamente giusto valutare la partecipazione delle donne in base al lavoro politico, di partito, come candidate nelle liste di partito o come bacino elettorale, senza affrontare in ottica femminista la violenza contro di loro.

Noi sottolineiamo la necessità di condurre un serio e sincero dibattito su cosa le donne subiscono nell’ambito pubblico e su cosa può essere fatto per evitare questi orrendi crimini. Sappiamo che ciò dipende innanzitutto dal rifiuto coraggioso di mettere la nostra testa sotto la sabbia e dalla necessità di opporsi alle voci che continuano a ritenere questo argomento futile o a chi prova ad intimidire le donne per limitarne la partecipazione. Allo stesso tempo questa discussione deve rispettare la privacy di coloro che sono state aggredite e concentrarsi invece su chi ha commesso questi atti, sui loro obiettivi e sulla responsabilità che ciascuno ha in questi crimini orribili. Noi sottolineiamo la necessità di opporsi a tutti i tentativi volti a strumentalizzare questa discussione per “proteggere” le donne perché potrebbe escluderle o violare il loro diritto a manifestare e a prendere parte alle varie attività politiche.

E’ importante svolgere questa discussione riconoscendo le battaglie quotidiane condotte dalle donne egiziane in difesa del loro spazio e della loro azione politica dentro e fuori le manifestazioni tra gli ordinari soprusi di una società patriarcale che ha ancora molta strada da fare prima che venga rispettato il diritto della donna ad essere presente ed attiva sia nella sfera pubblica che privata. Noi crediamo che ciascuno di noi deva assumersi la responsabilità della violenza la quale avrà un impatto su noi tutti, sia sulle donne che sugli uomini.

Esortiamo tutte le forze rivoluzionarie e politiche a comprendere che le questioni femminili non sono un argomento momentaneo e né solo merce di scambio da utilizzare contro avversari politici religiosi o meno. Ma piuttosto sono parte principale della rivoluzione, del fermento politico attuale, della battaglia per la libertà per le quali le donne hanno giocato un ruolo vitale e per cui si sono molto sacrificate. Questi crimini atroci di violenza sessuale non possono essere disgiunti dal peggioramento della condizione sociale della donna. Tutti noi dobbiamo assumerci la responsabilità con parole ed atti. Dobbiamo ascoltare le donne e non ignorarle se non rientrano in considerazioni politiche o tattiche. Altrimenti senza di loro la nostra battaglia per la libertà perderà ogni significato.

Viva le donne d’Egitto!

Il coraggio dell'ambasciatrice

  • Venerdì, 22 Marzo 2013 14:33 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA
La Repubblica
22 03 2013

La mia eroina di questa settimana si chiama Mervat Tallawy. Siete autorizzati a non sapere chi sia, perché neanche io lo sapevo qualche giorno fa. Ma quello che ha fatto mi piacerebbe raccontarvelo. La signora Tallawy occupa un posto di prestigio: ambasciatore, qualche giorno fa ha guidato la delegazione egiziana alla conferenza delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, dalla quale è uscito un documento firmato da 131 paesi che enuncia i principi a cui le nazioni firmatarie dovranno ispirarsi.

A leggerli così, non sembrerebbero contenere nulla di rivoluzionario: il testo afferma che religione, tradizioni e costumi non devono essere usati come una scusa per minare l'obbligo dei governi a contrastare la violenza, sottolinea la "piena eguaglianza nel matrimonio" fra uomini e donne, propone "la cancellazione della richiesta di consenso da parte del marito per quanto riguarda viaggi, lavoro e uso del contraccettivo" e riconosce "alla moglie il diritto di denunciare il marito per stupro o aggressione sessuale". Non è vincolante e dunque, come tante altre carte siglate alle Nazioni Unite, ha più un valore di "buona volontà" che non di obbligo reale.

Eppure ai Fratelli musulmani che dall'uscita di scena di Mubarak dominano l'Egitto, non è andata giù: in una nota pubblicata sul loro sito, la Fratellanza ha sostenuto che il documento conteneva articoli che "vanno contro l'Islam e la Sunna (tradizione islamica ndr.) che porteranno al sabotaggio della morale musulmana e alla demolizione della famiglia". In particolare, il partito se la prendeva con gli articoli che "danno ad una ragazza la libertà sessuale, la libertà di scegliere il sesso del proprio partner, danno i diritti ai gay, li proteggono e li rispettano così come proteggono le prostitute, cosa che va contro i principi dell'islam".

All'Onu, la nota dei Fratelli musulmani ha creato attimi di terrore: si temeva che il lavoro di mesi finisse nel cassonetto, che l'Egitto avrebbe non soltanto ritirato l'appoggio al documento, ma anche convinto altri Paesi a fare lo stesso. Così non è stato, anzi. L'ineffabile signora Tallawy ha firmato la dichiarazione in quanto rappresentante dell'Egitto, contro il parere del partito del Presidente della Repubblica Morsi - che è un alto esponente dei Fratelli musulmani ma ufficialmente non si era schierato e quindi non poteva richiamarla all'ordine -  per poi dichiarare alla stampa che era giusto farlo, perché "le donne sono le schiave di quest'epoca. E questo è inaccettabile, in particolare nella nostra regione". Tanto basta, ai miei occhi, per farne un'eroina.

Le sorelle islamiste "Al servizio dell'uomo"

  • Mercoledì, 20 Marzo 2013 10:05 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA
La Repubblica
19 03 2013

IL CAIRO - "Le ragazze che manifestano a Tahrir non sono egiziane. Noi siamo il vero Egitto" incalza una sorella salafita, si chiama Somaya Azemon, ha 22 anni. Porta -come tutte le altre- il niqab, velo nero integrale che lascia scoperti solo gli occhi "non sono ancora sposata. Mi devo sbrigare. L'età media per il matrimonio è 18-20 anni. Devo fare tanti figli. Di media 5 o 6. Ma io ne voglio 11". È appena iniziata una sessione delle sorelle islamiste. Si riuniscono tre volte a settimana; sono sole donne, anche se il capo del comitato è un uomo. I loro incontri si svolgono al quarto piano di un palazzo a Gesr El Suez, quartiere popolare del Cairo. E sono finanziati dal gruppo estremista islamista, Gamaa Islamiya.

Le attività che svolgono sono per lo più di beneficenza e riguardano assistenza sanitaria, scolastica e nell'ambito lavorativo. Iniziative più sociali che politiche "Ora siamo libere di esprimerci, alla luce del sole. Sotto Mubarak non potevamo riunirci : eravamo ricercati dalla polizia. È iniziata un'era nuova per il popolo delle donne islamiste in Egitto." spiega la giovane. E riguardo le recenti manifestazioni a piazza Tahrir contro le violenze sessuali- piaga della società egiziana- la risposta è lapidaria "Quelle donne non ci rappresentano. Hanno un cattivo comportamento: dicono parolacce, bevono e dormono sotto le tende con altri uomini. Lo abbiamo visto in televisione." Tuona la leader più anziana e portavoce del gruppo, Shadia Ahmed.

Durante gli incontri, le sorelle salafite parlano, liberamente, di qualsiasi argomento. Anche quelli più intimi: il sesso con il marito, i problemi di coppia, non esistono tabù : "Spesso invitiamo una dottoressa o una ginecologa: possiamo farci visitare, senza dover pagare. E lei risponde a tutti i nostri interrogativi". Somaya spiega che la religione gli proibisce di utilizzare contraccettivi: "il Profeta Muhammad dice che più musulmani siamo e meglio è. Voglio più musulmani su questa terra" sorride alzando il tono di voce, poi conclude "tanti fratelli sono morti in Siria, nel Mali, in Afghanistan. Dobbiamo diventare l'esercito più numeroso". Alla sessione sono presenti una decina di sorelle, Somaya è la più giovane. Utilizza incessantemente twitter e facebook sul suo tablet e- tra un tweet e l'altro- racconta che i mariti comparano spesso biancheria molto sexy per le mogli e 'giochi' per divertirsi; e che una delle parti principali della loro vita è servire il proprio marito e obbedire, sotto tutti gli aspetti. "Lo dice il Corano, la famiglia viene prima di tutto".

Parlano molto di politica ma la praticano poco "Ho partecipato alla Rivoluzione di due anni fa dal primo giorno: stavamo tutte in piazza Tahrir contro Mubarak." Ma nell'ultima manifestazione islamista organizzata dal gruppo Gamaa Islamyaa, la piazza è gremita di soli uomini; molti dei quali- come dimostrano i video che una delle salafite mostra orgogliosa sul suo cellulare- baciano la foto di Bin Laden :" E' La nostra guida spirituale. È il nostro salvatore. Gli occidentali lo considerano un terrorista ma il vero terrorista è Bush, è l'occidente" tuona, senza mezzi termini, la portavoce. Shadia Ahmed indossa un niqab che lascia scoperti gli gli occhi ma quello della figlia, 22enne, copre anche quelli " Non vogliamo attrarre l'attenzione dell'uomo- speiga Shadia-. Mia figlia è giovanissima e ha degli occhi molto belli: per questo motivo anche quella parte è oscurata da una retina; certo, il nostro vestito ci dà qualche problema: l'estate, ad esempio, soffriamo molto il caldo. Ma saremo ricompensate dopo, nel paradiso. Dio ci ha chiesto di portarlo e non siamo contente di farlo." Quando l'unico uomo nella stanza se ne va, le donne mostrano il volto e parlano con più scioltezza " hai mai pensato di convertirti all'Islam?" Chiede una di loro." Ti potrei dare, gratis, lezioni sul Corano; capirai che è l'unica religione autentica; noi ti aiuteremo: non lasciamo mai sole le sorelle chi si convertono; diamo soldi, un lavoro, un posto dove stare. Non abbandoniamo nessuno." Conclude, entusiasta, la portavoce.

Nella stessa, numerosa, famiglia delle sorelle islamiste c'è la 'sorellanza'- le donne dei Fratelli musulmani- : un'organizzazione strutturata e capillare su tutto il territorio.
Anche loro reclamano "dopo la Rivoluzione siamo finalmente libere". Le loro attività sul campo - analogamente alle sorelle salafite- sono finanziate dai Fratelli Musulmani. "Esistono più di sette dipartimenti. Ogni dipartimento rappresenta una categoria: studentesse, professioniste, casalinghe, artigiane, commercianti. E Ciascun dipartimento lavora su tre livelli: quartiere -livello base-; governatorato e livello nazionale" Spiega Azza El Garf, sorella musulmana, una delle 11 donne elette in parlamento tra le fila del partito della Fratellanza, Libertà e Giustizia, nell'era post Mubarak. Hanno un'agenda molto fitta. A differenza delle salafite, si incontrano tutti i giorni, ognuna nella sua categoria. Anche nelle loro riunioni vengono invitati esperti delle materia per tenere delle relazioni o delle tavole rotonde: "parliamo di tutti gli argomenti, i nostri incontri locali sono supportati dalla presenza di professionisti di ciascun settore."

La 'Sorellanza' è un microcosmo: per fare carriere all'interno dell'Organizzazione bisogna prendere una laurea targata 'Fratelli Musulmani': "A livello nazionale- spiega El Garf- organizziamo corsi che poi terminano con degli esami. Se passi l'esame, viene rilasciato un certificato. Io ho seguito un programma di scienze politiche a Giza." Tra le donne islamiste non esistono taboo ma solo una regola: il mondo esterno deve rimanere fuori :"i nostri incontri sono rivolti solo alle sorelle." incalza, senza mezzi termini. El-Garf si è unita alla Fratellanza quando aveva 15 anni, e ha svolto un lavoro prima sociale e di organizzazione della comunità per il movimento, oggi politico. Il loro 'percorso'- che durerà tutta la vita- inizia a quell'età, a volte anche prima.

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