Scioperiamo. Per fermare la Cultura della violenza

  • Giovedì, 04 Luglio 2013 08:20 ,
  • Pubblicato in L'Iniziativa
GiULiA
4 luglio 2013

Alla presidente della Camera, Laura Boldrini
Alla segretaria della Confederazione Generale del Lavoro, Susanna Camusso
Alla vice-ministra del Lavoro e Politiche Sociali con delega alle Pari Opportunità, Maria Cecilia Guerra
A tutte le donne delle istituzioni, delle arti e dei mestieri
A tutte noi

Pensavamo che l'uccisione di Fabiana, bruciata viva dal fidanzato sedicenne, esprimesse un punto di non ritorno. Invece no. L'insulto che è stato rivolto alla ministra Cécile Kyenge - da un'altra donna - dice molto più di quanto non vogliamo ammettere. E di fronte ad una violenza verbale simile, non ci sono scuse o giustificazioni che tengano. Noi non siamo mai state silenziose, abbiamo sempre denunciato questi fatti, le violenze fisiche e quelle verbali. Ma non basta.

Non basta più il lavoro dei centri antiviolenza, fondamentale e prezioso. E non bastano le promesse di leggi che neanche arrivano. La ratifica della convenzione di Istanbul? Un passo importante, ma bisogna aspettare e aspettare. E noi non vogliamo più limitarci a lanciare appelli che raccolgono migliaia di firme ma restano solo sulla carta; a proclamarci indignate per una violenza che non accenna a smettere; a fare tavole rotonde, dibattiti politici, incontri. Adesso chiediamo di più.

Chiediamo di poter vivere in una società che vuole realmente cambiare la Cultura che alimenta questa mentalità maschilista, patriarcale, trasversale, acclarata e spesso occulta, che noi riteniamo totalmente responsabile della mancanza di rispetto per le donne, e che non fa nulla per fermare questo inutile e doloroso femminicidio italiano.

Chiediamo che la parola femminicidio non venga più sottovalutata, svilita, criticata. Perché racconta di un fenomeno che ancora in troppi negano, o che sia qualcosa che non li riguarda. O addirittura che molte delle donne uccise o violate, in fondo in fondo, qualche sbaglio lo avevano fatto. Quanta disumanità nel non voler vedere il nostro immenso lavoro, quello pagato e quello non pagato, il lavoro di cura e riproduttivo, il genio, la creatività, il ruolo multiforme delle donne.

Chiediamo di fermarci. A tutte: madri, sorelle, figlie, nonne, zie, compagne, amanti, mogli, operaie, commesse, maestre, infermiere, badanti, dirigenti, fornaie, dottoresse, farmaciste, studentesse, professoresse, ministre, contadine, sindacaliste, impiegate, scrittrici, attrici, giornaliste, registe, precarie, artiste, atlete, disoccupate, politiche, funzionarie, fisioterapiste, babysitter, veline, parlamentari, prostitute, autiste, cameriere, avvocate, segretarie.

Fermiamoci per 24 ore da tutto quello che normalmente facciamo. Proclamiamo uno sciopero generale delle donne che blocchi questo maledetto paese. Perché sia chiaro che senza di noi, noi donne, non si va da nessuna parte. Senza il rispetto per la nostra autodeterminazione e il nostro corpo non c'è società che tenga. Perché la rabbia e il dolore, lo sconforto e l'indignazione, la denuncia e la consapevolezza, hanno bisogno di un gesto forte.

Scioperiamo per noi e per tutte le donne che ogni giorno rischiano la loro vita. Per le donne che verranno, per gli uomini che staranno loro accanto.

Unisciti a noi, firma e diffondi questo appello. Insieme, poi, decideremo una data.
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Barbara Romagnoli (giornalista freelance)
Adriana Terzo (giornalista freelance)
Tiziana Dal Pra (presidente del centro interculturale Trama di Terre)

Italianieuropei
01 07 2013

Il dibattito attuale sul femminicidio non ne mette adeguatamente a fuoco un aspetto fondamentale: la violenza contro le donne scatta ed è più efferata non dove le donne sono più oppresse e discriminate ma, come reazione maschile alle manifestazioni di libertà femminile, quando le donne si ribellano e il controllo maschile sulla loro vita vacilla. Alla luce di ciò, sono valide le misure messe in campo, da ultimo anche dalla Convenzione di Istanbul, per contrastare questo terribile fenomeno?
 
Nel 1988 il regista americano Jonathan Kaplan scandalizzò mezzo mondo con un film, “The Accused” (“Sotto accusa” la versione italiana), che capovolgeva la narrazione abituale dello stupro con un semplice spostamento della telecamera, puntandola non sul corpo della vittima violato sul flipper di un bar malfamato ma sulle movenze bestiali del bacino dello stupratore. Non solo. Ispirandosi a un fatto di cronaca realmente accaduto, Kaplan non scelse come vittima una brava ragazza con la gonna al ginocchio che tornava a casa da scuola, ma una bad girl che faceva la cameriera nel bar di cui sopra e colpiva al cuore gli avventori, e gli spettatori, ballando spericolatamente con una minigonna mozzafiato: una di quelle ragazze che insomma, secondo il senso comune, lo stupro “se lo cercano”.

Una indimenticabile Jodie Foster conquistò l’oscar dimostrando al mondo – oltre che, nel film, alla procuratrice che si occupava del caso – che uno stupro è uno stupro e non è meno grave se lo stupratore sostiene che l’hai “provocato” ballando o facendo qualsiasi altra cosa una donna possa e debba essere libera di fare; e Kaplan si guadagnò la nomination a un premio speciale per i diritti umani dimostrando che se si vuole davvero combattere la violenza sulle donne bisogna imprimere allo sguardo e al giudizio la stessa rotazione che lui aveva osato con la telecamera: dal corpo della vittima alla sessualità del carnefice, perché è il carnefice, e non la vittima, a essere “sotto accusa”.

Venticinque anni dopo, in pieno exploit italiano e mondiale della questione del cosiddetto femminicidio, i punti fuori fuoco sono sempre questi stessi: la libertà delle vittime, e le movenze, e i moventi, dei carnefici; e non è l’adesione a una norma internazionale – come la pur meritoria Convenzione di Istanbul recentemente adottata dal nostro Parlamento – a metterli meglio a fuoco, anzi. Certo, oggi nessuno sosterrebbe né nell’aula di un tribunale né in pubblico, non foss’altro che per prudenza politically correct, che una donna violentata o assassinata “se l’è cercata” (anche se restano non infrequenti – l’ultimo l’ho visto poche sere fa su Canale 5 – i processi alle vittime coperti dalla retorica della compassione); ma la censura della libertà femminile ricompare in altre e più sofisticate forme.

La cornice discriminatoria e il paradigma dell’oppressione in cui la Convenzione inquadra ogni atto di violenza sulle donne (dalle mutilazioni genitali allo stupro, dallo stalking all’assassinio) lascia infatti fuori campo il lato più inquietante del femminicidio, e cioè il fatto che almeno in Italia esso permane, e sembra assumere un profilo perfino più efferato, nelle situazioni in cui le donne non sono né oppresse né discriminate, come reazione maschile alle manifestazioni di libertà femminile. Basta leggere i casi di cronaca purtroppo quotidiana delle donne assassinate, o ascoltare i racconti delle donne maltrattate o malmenate o stuprate che trovano accoglienza nei centri antiviolenza, per capire che l’aggressione maschile scatta precisamente quando esse si ribellano, o semplicemente reclamano la libertà di abbandonare un rapporto che non funziona, di vivere da sole o di prendere la propria strada.

Scatta dunque precisamente non laddove il controllo maschile sulla loro vita è saldo, ma laddove vacilla; non, o almeno non solo, laddove il patriarcato permane, come ha sostenuto in coro tutto il dibattito parlamentare, ma laddove tramonta. Il che non è senza conseguenze per l’analisi del lato maschile del problema. Gli uomini che violentano e uccidono le donne lo fanno perché sono il sesso dominante o perché temono di non esserlo più? E la loro violenza ha a che fare, e come, con la crisi del patto sociale e politico, e con la più profonda crisi di civiltà, che l’Italia sta vivendo da decenni senza trovare le parole giuste per dirla e affrontarla? Ancora: se è così, la ricetta paritaria che la Convenzione propone per arginare il femminicidio non è per caso anch’essa fuori fuoco? Il problema è la parità di genere non raggiunta, o la libertà di un sesso che l’altro non riesce ad accettare?

Non sono le uniche domande che la discussione attuale sul femminicidio suscita. La Convenzione di Istanbul, ad esempio, statalizza massimamente la tutela delle donne vittime di violenza, investendo governi, Parlamenti e giurisdizioni nazionali, nonché organismi internazionali e sovranazionali, di compiti di prevenzione, repressione e assistenza. È chiara l’intenzione di alzare in tal modo l’allarme e la responsabilizzazione pubblica sulla costellazione di fenomeni che va sotto il nome di femminicidio.

Tuttavia stupisce non ritrovare, nel Parlamento italiano, alcuna eco della cautela da sempre espressa dal movimento femminista nei confronti della delega alla dimensione statuale e al trattamento legislativo, giudiziario e amministrativo di fenomeni profondamente radicati nella dimensione soggettiva, interpersonale e culturale: una delega che sconfina facilmente non nella responsabilizzazione ma nell’autoassoluzione collettiva. Di quella cautela, che pure influenzò largamente, negli anni Ottanta e Novanta, il lunghissimo iter della legge italiana contro la violenza sessuale, non è rimasta traccia. Così come non c’è traccia, per venire a fatti più recenti, della violenza simbolica sul corpo femminile esercitata da un ventennio di linguaggio televisivo berlusconiano o berlusconizzato, e questo malgrado la Convenzione di Istanbul dedichi alla violenza mediatica un paragrafo apposito. Siamo in tempi di larghe intese, e si vede.

Ida Dominijanni

Plaza del sexo

  • Venerdì, 28 Giugno 2013 12:21 ,
  • Pubblicato in L'Incontro

27-30 giugno
CAP10100, Torino
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L'omissione del corpo intersex

  • Giovedì, 27 Giugno 2013 14:36 ,
  • Pubblicato in Il Racconto
Malapecora
26 giugno 2013


Quello di cui sono sempre stato accusato è di voler tenere un piede in due scarpe, per il semplice motivo di aver scelto oltre il mio genere anche il mio sesso; sono cosciente di essere una persona scomoda, un soggetto che fa diventare folle uno psichiatra, fantasioso l'empirismo e irragionevole la ragione. ...

L’omissione del corpo intersex

  • Mercoledì, 26 Giugno 2013 10:01 ,
  • Pubblicato in Flash news

Malapecora
26 06 2013

NEONATI DAL SESSO INCERTO E DISTURBI DELLA DIFFERENZIAZIONE SESSUALE: RENDERE RETORICI IL PENE E LA VAGINA ATTRAVERSO L’OMISSIONE DEL CORPO INTERSEX.


Torso ermafrodita – Del Lagrace Volcano

Quello di cui sono sempre stato accusato è di voler tenere un piede in due scarpe, per il semplice motivo di aver scelto oltre il mio genere anche il mio sesso; sono cosciente di essere una persona scomoda, un soggetto che fa diventare folle uno psichiatra, fantasioso l’empirismo e irragionevole la ragione. Sono la dimostrazione vivente che si può togliere per edificare senza però rimuovere, processo questo che può avvenire solo nella piena coscienza della persona altrimenti si può parlare solo di distruzione, l’esperienza è quanto di più prezioso abbiamo e non deve essere un lusso permettersela. Sono stato riconosciuto alla nascita come maschio, sento mio questo sesso, è con questo segno che ho costruito il mio linguaggio psico-corporeo, sono uomo, sono frocio.

A 14 anni ho sviluppato il seno evento che non ha inficiato la mia identità, a 20 anni mi è stata diagnosticata la sindrome di Klinefelter 47 xxy. La letteratura medica e i metodi contenitivi della sanità pubblica che sono stati scritti, creati, applicati e testati su pazienti come me accusati di essere affetti da disturbi della differenziazione sessuale sono pratiche di annientamento della salute psichica dell’individuo, nonché di censura di quelle forme che né un neonato né un adulto può rimuovere nel profondo solo perché eliminate in superficie. Mi scuso con chi non è mai riuscito a tenere il suo fottuto piede in due scarpe, per aver fatto mia per un periodo della mia vita la parola intersex che mi ha permesso di uscire dalla catena di montaggio della creazione di corpi e menti standard, uso che è stato solo transitivo, ma che mi ha messo nella posizione di poter andare avanti per poi tornare indietro alla mia salda identità di maschio, uomo, frocio. Non sono l’unico, sono l’unico che lo dice, non è questo un atto di accusa, io stesso forse per aver frequentato troppo a lungo corridoi, panche, sale di attesa, studi e lettini di ospedali ho paura di ripercussioni che possano mettere in pericolo la mia salute, ma è proprio per questo che ho deciso di parlare, per scindere tra corpo e salute. L’iter medico che seguo, che tra l’altro previene e non cura, è ottimale per il mio benessere fisico; è l’invenzione che ci sia un nesso tra sesso e salute a mettere in pericolo la vita delle persone che si definiscono intersex o che non si definiscono in tale modo. Lungi dal mettermi nei panni di un chirurgo ho scelto di intervenire, ma non ai fini di censurare un corpo ma per portare alla luce quali sono le prassi del discorso e dell’azione che vengono compiute nei confronti di persone considerate alla nascita come incerte.


Quando ero bambino non mi piaceva molto anzi affatto la pasta con il sugo, che fosse con la carne, con le melanzane o finto (senza niente), comunque non mi andava giù, così mia nonna per farmi mangiare la pasta col pomodoro escogitò un metodo sublime per una piccola frocia come me: la pasta rosa. Questa pietanza che ai miei occhi appariva squisitamente eccentrica era semplicemente una pasta con meno passata e per questo aveva su per giù lo stesso colore delle big buble alla fragola. Nonna Tita aveva semplicemente cambiato le carte in tavola per farmela mandare giù senza che io me ne accorgessi e c’è riuscita, era il mio colore preferito!

Ma andiamo avanti nel tempo di 23 anni e spostiamo l’orologio indietro di 24 ore; ieri mentre mi stavo per tuffare nella mia insalata feta, cetrioli, peperoni e origano, poso lo sguardo su un articolo di la Repubblica online che titolava così: “Sesso incerto” dei bambini, al San Camillo boom di interventi: più 50 per cento in 5 anni. Sottotitolo: Un neonato su 5 mila è affetto da questo disturbo. L’operazione è risolutiva ma deve essere effettuata prima del compimento dei 6 anni.

Adesso rileggiamo titolo e sotto titolo con le pause proposte dal giornalista con i segni interpuntivi, sesso incerto /pausa/ dei bambini /pausa/ al San Camillo boom di interventi /pausa/ un neonato su 5 mila è affetto da questo disturbo /pausa/ l’operazione è risolutiva ma deve essere effettuata prima del compimento dei 6 anni /pausa/.
Forse sono matto ma la prima cosa che ho fatto è proprio questa, ho sostituito alle virgole e ai punti un battito di mani ed è così che mi è venuta in mente la cucina di nonna Tita, ed ho capito che qualcuno sta cambiando non solo le carte ma anche le regole del gioco. Quello che dovrebbe essere il soggetto (i bambini) suona nella frase come un aggettivo, la scena è completamente occupata dal sesso incerto, la lingua batte dove il dente duole diceva qualcuno, e già, perché un neonato assai poco sa di come noi grandi ci viviamo il sesso che ci portiamo nelle mutande, tanto che, continua il titolo, è l’azienda ospedaliera del San Camillo che propone l’intervento non di certo il nascituro, ma se la pillola da mandare giù fosse soltanto questa giù non ci andrebbe, perché è chiaro che quello che propone la sanità pubblica non è un semplice intervento, ma un vero e proprio atto di violenza ai danni di un individuo che per il suo status neonatale non è in grado di esprimere alcuna scelta per tutelare i suoi confini, che, ad un giorno o mese di vita non possiamo neanche definire con le categorie di identità di genere, sesso e orientamento sessuale per il semplice motivo che il soggetto in questione sta ancora costruendo la sua dialettica corporea, con la quale sceglierà in futuro di relazionarsi a tutto ciò che è al di fuori dei suoi limiti… così come Mary Poppins ci danno un po’ di zucchero.
Il sottotitolo incalza in modo direttamente esplicito e con le stesse doti di pittore di Hitler, lo scrittore ci dona una sua fantastica suggestione su cosa è il sesso incerto, ma per la paura di far apparire il suo testo troppo narrativo si limita a riportare quello che apparentemente è un accaduto, un fatto dimostrabile empiricamente: un neonato su 5 mila è affetto da questo disturbo, è così che la sanità giustifica il suo operato ed è così che una persona x su un pianeta x della nostra galassia può permettersi di dire che l’operazione è risolutiva e deve essere effettuata entro i sei anni, perché dopo una persona capisce che di certo di “sesso incerto” non ci muore, o forse sto parlando dall’oltre tomba, sento una voce, mi stanno chiamando, odo queste parole. Lorenzoooo se ci sei batti un corpooo.

Al risveglio dall’operazione di asportazione delle ghiandole mammarie che io ho scelto di fare a 20 anni, mi sentivo cavo come un vulcano spento, ho pianto per un mese, ho tentato di spaccare la porta del bagno a pugni, ho riempito di sputi lo specchio, ho preso a calci tutto quello che di inanimato mi è passato sotto il naso, ci sono voluti 2 anni di analisi per elaborare questo lutto, pensate a quale danno viene arrecato ad un neonato a cui viene tagliata la clitoride soltanto perché più lunga di un fantomatico mondo normale, che non è in grado di sfogarsi, di capire cosa gli è accaduto, di elaborarlo e peggio ancora di dirlo.

Ma veniamo al corpo dell’articolo, Aldo Morrone il direttore generale dell’azienda ospedaliera della struttura in questione afferma che questi piccoli sono affetti da disturbi della differenziazione sessuale, grandi paroloni che mettono in soggezione, essere affetti significa avere qualcosa di malato, il disturbo segna una disfunzione, la differenziazione sessuale crea l’esistenza di sessi differenti che nell’economia interna del testo vengono implicitamente identificati in maschio e femmina, in parole semplici e comprensibili il racconto ci sta dicendo che ci sono persone che hanno un sesso differente dal cazzo e dalla figa e questa differenza viene individuata come malattia, è opportuno aggiungere quello che è omesso: il disturbo in questione è identificato dalla medicina occidentale come sindrome, una sindrome può essere tenuta sotto controllo, ma non va via con un’operazione, mutare il corpo non muta la mappa cromosomica né il tasso ormonale nel sangue, c’è qualcosa di molto più profondo del voler solo curare, che spinge questi dottori e questa medicina nell’optare per un’operazione di questo genere. E la soluzione la troviamo nelle stesse righe, perché prima ci si è appurati di costruire la malattia attraverso metodi neanche troppo sofisticati di costruzione del periodo e poi nelle ultime tre righe troviamo citati gli “interventi per definire il sesso”. Ma come? È una malattia cromosomica e ormonale, che c’entra la definizione del corpo? Cosa disturba veramente – e chi -, il corpo o le problematicità legate al benessere? Come mai si ha così tanta difficoltà nell’accettare un dato di realtà e quali sono i meccanismi che spingono le persone a voler materializzare su un corpo altrui le proprie fantasie riguardanti il corpo e le sue funzioni? Cosa comunica un corpo intersex di così tanto orribile dal dover essere immediatamente censurato? Perché si crede che un neonato non sappia definire il proprio sesso? Il San Camillo ha una sede distaccata su Plutone dove non esistono le identità di genere e i sessi eletti all’esistenza? Non so rispondere a tutte queste domande, forse soltanto ad alcune. Sicuramente il San Camillo si trova a Monte Verde al di là del Tevere, quindi fuori le mura, forse c’è qualche nesso, ma mi sembra altamente improbabile, allora sarò più violento, temo che il corpo intersex (e attenzione, non è detto che una persona con un corpo intersex definisca il proprio sesso in questo modo) ci stia comunicando che i nostri parametri per leggere la realtà sono retorici non oggettivi; nominare e costruire in modo ossessivo peni e vagine e ripetendo all’infinito questa filastrocca non è comunque un metodo che riesce a nascondere il dato di fatto essenziale, ovvero che bisogna creare delle condizioni artificiose per intervenire su un corpo che altrimenti avrebbe uno statuto a se stante di esistenza. Se lasciassero queste forme libere di esistere, un pene e una vagina diverrebbero soggettivi e non oggettivi e così per un effetto domino la mappa cromosomica e gli ormoni non sarebbero più elementi essenziali e costitutivi del proprio corpo. Non è un caso che si adoperi la parola disturbo perché è vero questi bambini disturbano le bugie che ci raccontano i grandi.

Mi rendo conto che questo testo è limitato e parziale per l’assenza di molte voci e per l’eccessivo ascolto di quelle di dottori, chirurghi, psichiatri, filosofi e persone interessate all’argomento. Non metto in dubbio che tra queste ci possano essere parole e posizioni condivisibili, ma la comprensione e la condivisione non significano come un’esperienza, per questo soltanto noi possiamo denunciare il silenzio assordante e l’invisibilità alla quale veniamo condannati, le torture fisiche e psichiche a cui veniamo sottoposti in nome della felicità altrui, l’uso improprio della medicina e della psichiatria (semmai esista un uso proprio di quest’ultima), la costruzione di discorsi terroristici che fondano il loro potere sulla base dell’ignoranza e della paura e che investono brutalmente non solo i “pazienti” ma anche le loro famiglie, la sottrazione indebita dell’allegria, del sorriso, della spensieratezza, della gestione del proprio corpo e della propria mente, l’intento di eliminare la nostra capacità di fantasticarci, sognarci, esserci, amarci e armonizzarci, la creazione totalmente infondata di una presunta infermità fisica e mentale, l’induzione di angosce ed ansie, l’atteggiamento di pena con cui alcuni psichiatri ci trattano cercando di convincerci che abbiamo bisogno del loro aiuto. E più saranno le voci più saranno le lotte.

 

Lorenzo Santoro.

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