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L’ignoranza uccide

  • Martedì, 26 Agosto 2014 12:43 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il paese delle donne
26 08 2014

Da Lanuvola’blog riprendiamo la nota di Maria G. Di Rienzo.

Presentazione dei dati sull’attività del Ministero dell’Interno italiano dal 1° agosto 2013 al 31 luglio 2014, conferenza stampa: “(…) Resta critico il problema della violenza di genere. 10.703 denunce per stalking nell’ultimo anno, il 77,96 per cento delle quali sono state presentate da donne. Gli omicidi complessivi sono stati 446; quelli nell’ambito familiare o sentimentale 153: 72 commessi dal partner, 9 dall’ex, 72 da altro familiare.”

Questo è ciò che è successo dopo.

8 agosto 2014, Genova – Yamila Gonzalez, 42 anni, torna a casa in sedia a rotelle dopo 11 mesi passati in ospedale. A ridurla così l’uomo con cui aveva una relazione, Bruno Calamaro, che il 24 maggio 2013 le ha sparato colpendola tre volte. Costui è stato condannato a 12 anni di carcere per tentato omicidio. Yamila vive con il figlio più piccolo, decenne, e non è stata presa in carico dai servizi sociali.

8 agosto 2014, Fiumicino – Un uomo di 72 anni spara alla moglie, al figlio e poi a se stesso. La donna è morta sul colpo, il figlio è stato ferito al braccio non gravemente e l’uxoricida, al momento della redazione del trafiletto, era ancora vivo.

9 agosto 2014, Carugo – Mariangela Moiola, 55 anni, muore uccisa dal figlio 22enne Marcello Suriano. Costui ha prima tentato di strangolarla a mani nude in casa ma stante la strenua resistenza della donna, che era riuscita a sfuggirgli, ha finito di soffocarla in strada con un sacchetto di plastica premuto sulla bocca.

9 agosto 2014, Milano – Padre quarantenne, che violenta la propria figlia da quanto costei aveva 13 anni la mette incinta a 16 e l’accompagna ad abortire, minacciandola affinché ai sanitari racconti di essere stata stuprata da un cugino di fantasia. Poiché le indagini proseguono e non riescono a rintracciare quest’ultimo, una volta compiuti 18 anni la ragazza si presenta in questura con la madre e racconta la verità.

9 agosto 2014, San Fele – Vito Tronnolone, 65 anni, uccide a colpi di pistola moglie e due figli e si suicida con la medesima arma. Prima di spararsi avrebbe chiamato le sorelle in Toscana: “Ho ammazzato tutti, ora mi ammazzo io.”

14 agosto 2014, Perugia – Dopo oltre un mese di agonia, Ilaria Abbate muore all’ospedale di Perugia. Era stata ferita da un colpo di pistola alla testa sparato dal suo ex compagno Riccardo Bazzurri. Prima di rivolgere l’arma contro se stesso, l’uomo ha ferito anche l’amica di lei, Ilaria Toni, e il suo bimbo di due anni e mezzo, tuttora ricoverato in gravissime condizioni.

14 agosto 2014, Sampierdarena – Arrestato 24enne per aver massacrato di botte a calci e pugni la convivente, che usava segregare in casa e a cui sequestrava documenti e cellulare. La donna, 32enne, era già stata ricoverata il mese precedente a causa delle percosse. Ora si trova in una struttura protetta, in cui ha chiesto di essere trasferita perché teme per la propria vita.

14 agosto 2014, Sarzana – Antonietta Romeo, 40 anni, è uccisa con tre colpi di pistola dall’ex marito Salvatore Iemma, 48enne, davanti agli anziani ospiti della “casa famiglia” che lei gestisce. La coppia aveva quattro figli, tre dei quali minorenni. L’uomo aveva subito in passato una condanna per porto abusivo di arma ed era appena stato rinviato a giudizio per estorsione, nell’ambio di un’indagine su sfruttamento della prostituzione e altre attività illegali relative ad un night club di La Spezia: nonostante ciò era in possesso, regolarmente, di due pistole e sette fucili da caccia.

16 agosto 2014, Lago del Bilancino – Il corpo senza vita di Jennifer Miccio, 30 anni, è ritrovato sulle rive del Lago del Bilancino. Daniele Baiano, 34 anni, l’ha investita volontariamente con l’auto e poi si è impiccato. Jennifer, che conviveva con un altro uomo, aveva un bambino piccolo nato da una relazione precedente.

17 agosto 2014, Ancona – Gianluca Giustini, 34enne, uccide con tre coltellate la figlioletta Alessia di 18 mesi, direttamente nella culla. Poi avvisa telefonicamente la moglie, fuori con l’altra figlia di quattro anni e mezzo, così: “Ho fatto un casino.”

18 agosto 2014, Monasterace – Mary Cirillo, 31 anni, muore per un colpo di pistola alla tempia sparatole dal marito Giuseppe Pilato, 32enne. La coppia aveva quattro figli: a scoprire il corpo della madre è stata la più grande, di dieci anni.

Ora vi dirò qualcosa di probabilmente inaspettato: NON mi interessano le motivazioni degli assassini, dei picchiatori e degli stupratori. I sedicenti giornalisti le hanno già incorporate nei loro articoli di cronaca: o è colpa della vittima (lo aveva lasciato ed è morta; voleva lasciarlo ed è morta; non lo aveva lasciato e ha continuato a prendersi le botte; e la bambina uccisa a coltellate nella culla “faceva i capricci”: così, nero su bianco, senza vergogna alcuna da parte di chi ha scritto questa immane stronzata), o è colpa del raptus che ha momentaneamente trasformato in un mostruoso alieno assetato di sangue un uomo altrimenti gentile, pacifico, quieto, marito – padre – figlio esemplare (“forse aveva problemi psichiatrici”, scrivono i professionisti dei media: e forse aveva emicranie croniche, emorroidi e un herpes sulla schiena… come possiamo saperlo?).

Le motivazioni che vorrei capire sono le vostre, di voi che sotto all’annuncio dell’assassinio di una donna, sotto un cadavere, scrivete:

- Ci sono uomini che non sanno scegliere le donne. Se uno è geloso ne deve scegliere una bruttissima.

- Nelle altre nazioni non viene dato tutto questo rilievo alla cronaca nera. Ha influenza negativa sulle menti più a rischio.

- Quest’estate ero all’estero e al tg non passavano mai notizie del genere, senza poi contare la mancanza di rispetto nei confronti delle famiglie, che vergogna.

- Questo caso serve solo a rinfocolare l’emergenza femminicidio inventata di sana pianta.

- Parlarne continuamente crea emuli già labili psicologicamente.

- Evidentemente non conosceva a fondo il compagno. L’errore di una scelta sbagliata a volte si paga con la vita.

- In ogni paese del mondo e in ogni epoca ci sono stati delitti passionali. In Italia siamo in media con le altre nazioni. Purtroppo tale genere di omicidio non si potrà mai debellare a meno di non cambiare l’uomo. Cosa altrettanto pericolosa.

- Cominciamo ad educare le nostre figlie a non uscire con energumeni violenti. Del resto, per uno strano destino, questi soggetti hanno sempre avuto molta fortuna tra le donne. Molte mie amiche hanno come compagni dei ceffi che io non avrei neanche il coraggio di fermarli per strada per chiedere un accendino.

- E’ colpa delle donne italiane. Devono smetterla di preferire i figli maschi alle femmine. Chiamandoli belli di mamma, tesorucci di mamma, viziandoli allo spasimo e quindi rovinandoli.

- Non ci sono scuse per un delitto del genere ma non sappiamo cosa ha scatenato la lite… Un tradimento forse? La donna è molto bella…

E’ bella, è brutta? E’ MORTA, signori, della vostra valutazione di scopabilità ormai può importare solo a un necrofilo. Ne muoiono di più o di meno all’estero, la cronaca riporta di più o di meno gli omicidi? Chi se frega, signori, la donna di cui parliamo è MORTA. Ha scelto l’uomo sbagliato, l’uomo ha sbagliato a scegliere lei? Intanto, LEI è MORTA ASSASSINATA.

Spiegatemi: come riuscite a sopravvivere con tanto vuoto nel cervello? Riuscite ad allacciarvi le scarpe da soli? Avete mai provato, nei confronti di un altro essere umano, uno slancio di empatia o la sola parola vi fa venire i conati di vomito?

Colpa delle madri, educhiamo le figlie? Cominciate ad educare voi stessi. Siete degli analfabeti non solo in lingua italiana (ho dovuto correggere tutti i vostri commenti), ma proprio nella consapevolezza di cosa sia essere umani e membri di una comunità umana. Una volta che questa consapevolezza vi raggiunga, smettete di alimentare la violenza di genere con l’oggettificazione delle donne. Poi, potrete educare i vostri figli a non essere violenti, a rispettare le altre persone, ad essere consci che hanno diritti e doveri e responsabilità e limiti, non le vostre figlie a vivere da vittime predestinate. E se pensate che questo sia pericoloso perché cambierebbe l’uomo, sappiate che l’unica perdita in cui potete incorrere è la perdita della vostra crassa ignoranza. Maria G. Di Rienzo

Le persone e la dignità
22 07 2014

Una sera Laura Bates si ritrovò ad essere seguita da un uomo di notte subito dopo essere scesa dall’autobus. Non ci pensò troppo su. Incidenti come questo, si disse, capitano tutti i giorni a Londra. Ma poi notò che la stessa situazione o una simile si ripresentò il giorno dopo e quello dopo ancora. Dallo sconosciuto che ti fischia quando passeggi per strada, al ragazzo che ti urla oscenità dal finestrino della macchina a quello che cerca di rimorchiarti al bar quante sono le occasioni quotidiane in cui una donna si sente a disagio? E perché nessuna di noi fa nulla?

Laura, 27 anni, capelli biondi e lunghi, lo sguardo agguerrito, racconta in un’intervista come è cominciata, il 16 aprile del 2012, l’avventura dell’ Everyday Sexism project, un sito che si propone di raccontare le angherie quotidiane cui è sottoposta una donna ogni giorno in tutto il mondo.

“Cominciai a parlare con le altre donne e non potevo credere a quello che raccontavano. Molte di noi pensano solo di essere sfortunate finché non parlano con le altre”.

Due anni dopo il sito ha collezionato 70mila post da venti Paesi del mondo in vengono descritti tutti i comportamenti sgradevoli subiti nella vita di ogni giorno: in ufficio, sui mezzi pubblici, a scuola o per strada. Di più: quello che doveva essere un luogo d’incontro per sfogarsi ma anche confrontarsi è diventato una sorta di movimento che ha ottenuto l’appoggio dei politici e di migliaia di persone in Gran Bretagna e non solo. Bates ha parlato ad un convegno ospitato dalle Nazioni Unite, ha lavorato con alcuni politici e scuole britanniche. Alcuni attivisti hanno collaborato con la polizia per ridurre il numero dei crimini sessuali e delle molestie su autobus, metro e altri mezzi pubblici.

“Il problema maggiore – dice l’ispettore Ricky Twyford – è che spesso le donne non denunciano ma ultimamente c’è più fiducia e consapevolezza, le persone si fanno avanti e dicono quello che hanno visto”.

In Gran Bretagna si sono registrate un 36% di denunce in più e anche gli arresti sono aumentati del 22%.

Sul sito è l’ufficio il luogo dove avvengono più frequentemente gli episodi di sessismo: “Ci sono uomini che stampano le foto delle candidate a un lavoro e danno loro un voto. O colleghi che nella pausa pranzo vanno allo strip club con i clienti, tagliando ovviamente fuori le colleghe” racconta Bates. Ma ci sono anche testimonianze diverse come quella di una ragazzina di 12 anni cui i compagni di classe dicono “di tornare in cucina” quando alza la mano per parlare. O adolescenti che raccontano di essere molestate quotidianamente da uomini durante il tragitto verso la scuola.

La cosa positiva è che il web ha dato alle donne la forza di farsi avanti. Se prima un comportamento misogino non poteva essere denunciato, ora basta un tweet per esporre una persona al pubblico ludibrio.

“I social media ci hanno permesso di agire insieme in un’azione collettiva che ci ha reso coraggiose” spiega Bates.

Ma la strada è ancora lunga. Il progetto ora è di raggiungere Paesi lontani come l’India o il Messico, anche se tanto lavoro rimane da fare anche a casa, in Gran Bretagna. Basti pensare all’attenzione che si dedica a quello che le ministre indossano più che a quello che dicono.

“La gente dice che il sessismo non esiste più. Ma in verità quando cominci a notare questi comportamenti non smetti più di vederne intorno a te” dice ancora Laura Bates.

Guida per un uso della lingua al femminile

  • Martedì, 15 Luglio 2014 13:38 ,
  • Pubblicato in Flash news

Ingenere.it
15 07 2014

Abbiamo visto un “ministro incinta” e abbiamo letto “il marito dell’assessore”. Eppure la grammatica italiana di norma richiede il genere grammaticale femminile per tutto ciò che ha un referente umano donna. Parola di esperti. E cioè l’Accademia della Crusca, che ha collaborato alla realizzazione della guida “Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l’uso dell’italiano”, curata da Cecilia Robustelli, linguista dell’Università di Modena e Reggio Emilia, e voluta dall’associazione di giornaliste Gi.U.Li.A.

E dire che in italiano per formare il femminile basta sostituire la desinenza, la ‘a’ al posto della ‘o’. La natura tutta culturale del problema viene a galla con la ‘o’ che continua a rimanere nell’uso comune quando si parla di professioni, incarichi e tanto più cariche di un certo livello. «Il femminile non si usa “perché è cacofonico”, qualcuno dice. Ma è innanzi tutto una mancanza di riconoscimento», ha osservato Laura Boldrini, presidente della camera dei deputati alla presentazione della guida questa mattina a Roma. «Non accettare il femminile per un mestiere fatto da una donna vuol dire considerare quella presenza una cometa, qualcosa di passeggero, una parentesi e basta», ha aggiunto Boldrini. Per cogliere la natura sessista di un certo modo di esprimersi basta ribaltare la questione. «Nella scuola primaria sono senza dubbio di più le maestre, ma non per questo non si usa la parola maestro al maschile», ha osservato la presidente.

Sono passati quasi trenta anni da quando la linguista e insegnante Alma Sabatini aveva redatto le “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana”, eppure siamo ancora al panico davanti alle parole relative a professioni e cariche da declinare al femminile. Perché la lingua può essere sì la prima spia di cambiamenti sociali, ma può «allo stesso tempo resistere al cambiamento per la forza della sua stessa tradizione e per la mancanza di un consenso generalizzato», si legge nella prefazione alla guida di Nicoletta Maraschio, presidente onoraria dell’Accademia della Crusca. E sembra proprio questo il caso della confusione nell’uso dell’italiano odierno. D’altronde, «in tutte le altre lingue latine, dove è previsto un accordo per il femminile, esistono da tempo le versioni per le donne di qualsiasi mestiere o carica», ha sottolineato Boldrini.

«L’uso sessista della lingua è un problema culturale storicamente determinato», ha osservato l’economista della Sapienza Fiorella Kostoris, «ed è talmente radicato che spesso le stesse donne preferiscono il maschile per evitare di sminuire, agli occhi dei più, la propria conquista dicendo di essere anche una donna», ha osservato Kostoris, «In realtà il problema non è solo la declinazione al femminile di mestieri e professioni ma più in generale dell’uso che si fa del linguaggio nel suo insieme. Per esempio per l’ideazione di contenuti di spessore si parla sempre di “paternità intellettuale” e mai di maternità». E infatti non è solo il linguaggio comune ma anche la comunicazione professionale a essere chiamata in causa. Non è infatti difficile incontrare l'uso del femminile, in particolare del suffisso -essa con un tono dispregiativo ("la presidentessa" invece de "la presidente, ed è per questo che la forma femminile con questo suffisso è da evitare, a parte i casi entrati nell'uso comune come professoressa o studentessa, suggerisce la guida).

La presidente della camera Laura Boldrini alla presentazione della guida«Il linguaggio ha una funzione politica. Un linguaggio che non mette in evidenza la donna, non la fa vedere, è un linguaggio che la nasconde», ha osservato Cecilia Robustelli. Ecco dunque il senso di fare uno sforzo e porsi il problema, specie per chi si occupa di comunicazione. In effetti c’è molta confusione legata anche a questioni morfosintattiche in cui inciampa la comunicazione - ma anche il linguaggio istituzionale – spesso per esigenze di snellezza e leggibilità dei testi. E infatti i dubbi sono tanti: quando il riferimento è a entrambi i sessi, è sempre necessario lo sdoppiamento (il ministro e la ministra)?, e come regolarsi con il maschile inclusivo (i ministri) e l’accordo (sono andati, o sono andati e andate)? La guida offre dei suggerimenti di buon senso, senza dimenticare che appunto spesso nella comunicazione ci sono esigenze di spazio e di snellezza da rispettare, per cui va bene evitare lo sdoppiamento a ogni frase, ma magari all’inizio meglio specificare che si tratta di una ministra e un ministro, e quando si opta per la formula inclusiva, basta aggiungere il nome al cognome per riconoscere la presenza di una donna senza ripetizioni, opzione valida tra l’altro anche per liberarsi dell’articolo determinativo davanti ai nomi femminili: se si vuole aggiungere un’informazione - il genere - senza discriminare, basta citare il nome accanto al cognome. La guida offre una serie di spunti per evitare le generalizzazioni al maschile, come le formule neutre e gli usi impersonali, la forma passiva o i pronomi indefiniti. Alla fine dell'opuscolo si trova a un elenco di nomi declinati sia al maschile che al femminile, per fugare ogni dubbio. (gina pavone)

Donne, grammatica e media: la guida di GiULiA

  • Giovedì, 26 Giugno 2014 14:03 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
26 06 2014

L'11 luglio presentazione a Montecitorio (sala Aldo Moro) della guida voluta da GiULiA e realizzata grazie al prezioso contributo dell'Accademia della Crusca e delle sue esperte.

Le donne «hanno fatto carriera». Arrivano in gran numero ai ruoli apicali. Eppure nell'informazione restano invisibili. Sono passati quasi trent'anni dalle «Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana» di Alma Sabatini, e il giornalismo, con poche eccezioni, continua a definirle al maschile: può essere incinta, ma resta ministro.

La discriminazione di genere che ancora oggi, e non solo in Italia, vede le donne in posizione di svantaggio rispetto agli uomini in campo lavorativo, economico, sociale, familiare, si manifesta anche nel modo in cui esse vengono descritte attraverso il linguaggio. Anche i media continuano spesso a trasmettere l'immagine di una società costruita al maschile: la donna appare come un essere inadeguato o addirittura inferiore rispetto all'uomo, se ne sottolineano i tratti fisici o della vita privata più del peso sociale e politico, la si definisce tranquillamente al maschile se riveste un ruolo di rilievo in campo istituzionale o professionale. La donna può essere una velina, una casalinga, o anche una dottoressa, ma solo raramente, un'architetta, una chirurga o una prefetta.

Questo lavoro presentato dall'associazione Gi.U.Li.A., intitolato «Donne, grammatica e media», è stato pensato per colmare una lacuna nell'uso che l'informazione fa della lingua italiana. Ripartendo dalle regole della grammatica. Contiene alcune importanti proposte operative, utili a far superare dubbi e perplessità circa l'adozione del genere femminile per i nomi professionali e istituzionali «alti», suggerendo soluzioni di facile applicazione e di «buon senso», per usare le stesse parole dell'autrice Cecilia Robustelli.

Si può dire ministra? E ingegnera? Esiste il femminile di questore? È meglio avvocata o avvocatessa? Forse è preferibile donna sindaco o donna ingegnere? E poi è proprio necessario usare sempre entrambe le forme, maschili e femminili, quando ci si riferisce a uomini e donne? Quindi è obbligatorio dire, per esempio, i consiglieri eletti e le consigliere elette sono stati invitati e sono state invitate a entrare? Oppure è preferibile i consiglieri e le consigliere eletti/e sono stati/e invitati/e a entrare? O è possibile fare l'accordo solo al maschile: i consiglieri e le consigliere eletti sono stati invitati a entrare?

Una guida consultabile da tutti, ma pensata soprattutto per giornaliste e giornalisti. Affinché l'informazione riconosca, rifletta e rispetti le differenze, a partire da un uso corretto del linguaggio. C'è una richiesta forte, che dalla società sale verso l'informazione: aiutare il cambiamento culturale per fare dell'Italia un paese egualmente per donne e per uomini. La cultura cambia e la lingua, soprattutto, evolve. Come ci spiega Nicoletta Maraschio, presidente onoraria dell'Accademia della Crusca nella sua prefazione. Il rischio per la nostra lingua è quello di continuare a trasmettere una visione del mondo superata, densa di pregiudizi verso le donne e fonte di ambiguità e insicurezze grammaticali e semantiche. Recentemente anche l'Accademia della Crusca si è pronunciata in tal senso e vi ha dedicato numerosi interventi. Perché il femminile esiste, basta usarlo.

L'autrice:
L'autrice Cecilia Robustelli è docente di Linguistica Italiana all'Università di Modena e Reggio Emilia. Ha svolto attività scientifica e didattica in Inghilterra (Univ. di Reading, Londra Royal Holloway e Cambridge) e Stati Uniti presso la Cornell University. I suoi campi di ricerca sono la sintassi storica, la storia della grammatica, il linguaggio di genere e la grammatica dell'italiano contemporaneo. Collabora con l'Accademia della Crusca sui temi del genere e della politica linguistica italiana in Europa.

Edito da: GiULiA giornaliste
Patricini: Inpgi, Fnsi, OdG Lazio e OdG Lombardia
Sostenitrici: Snoq Donne e Informazione, Cpo Usigrai

 

L'articolo sessista

  • Mercoledì, 25 Giugno 2014 13:52 ,
  • Pubblicato in Flash news

Internazionale
25 06 2014

Simone Scaravelli ci scrive per contestare "una prassi invalsa ormai sulla maggior parte della stampa colta e adottata dal vostro giornale": l'eliminazione dell'articolo davanti ai cognomi di donna. "Per intenderci", spiega, "un tempo si diceva la Callas ora si dice, si deve dire, Callas...

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