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Abbatto i muri
06 03 2015

Alex Feis Bryce, Director of Service of the National Ugly Mugs Scheme, scrive sull’Indipendent Uk questo pezzo che vi sintetizzo in una traduzione non letterale. Buona lettura!

Alla maggior parte dei/delle sex workers piace il proprio lavoro. Perché dovremmo trovare questa cosa tanto sorprendente? Vendere prestazioni sessuali non è di per se’ dannoso o pericoloso. Lo è la criminalizzazione (#StigmaKill) della professione.

Chi egemonizza la discussione sulle sex workers vorrebbe far credere che i/le se workers siano un problema (di ordine pubblico) da affrontare o semplicemente delle vittime da salvare. Ma questa non è la verità. Infatti, se tu chiedi alle sex workers qualcosa circa il loro livello di soddisfazione che traggono dal proprio lavoro e circa le proprie condizioni lavorative, come uno studio della Leeds University ha fatto, la maggior parte di esse dice che ne è felice. Quando è stato chiesto di descrivere il loro lavoro, le persone intervistate hanno scelto di usare parole positive o neutre. Il 91% delle sex workers descrive il proprio lavoro con la parola “flessibile”, il 66% lo descrive come “divertente”, e oltre la metà delle persone intervistate trova quel lavoro “gratificante”.

Altre informazioni al riguardo si basano sulle seguenti risposte: la maggior parte dei/delle 240 sex workers che hanno risposto al sondaggio aveva fatto anche altri lavori, in particolare erano stati impegnati in professioni in campo sociale o sanitario, e ha un buon livello di istruzione. Ma questa non è stata una vera sorpresa per i/le sex workers o per gli/le espert* del settore, ché sono ben consapevoli del fatto che la visione comune che si ha sui/sulle sex workers è sbagliata.

Ma i risultati di questo studio saranno certamente dichiarati infondati dalle femministe radicali e dai Cristiani conservatori che non hanno avuto problemi a dimenticare le differenze che dovrebbero esserci tra loro stessi pur di votare, insieme, – con il disaccordo del 98% dei/delle sex workers – per la criminalizzazione della professione (e dei clienti) nell’Irlanda del Nord. Si tratta delle stesse femministe e degli stessi cristiani che ora sostengono l’introduzione di leggi dello stesso tipo anche del Regno Unito. Le loro proposte si basano sul cosiddetto modello nordico (svedese) che criminalizza l’acquisto di servizi sessuali sulla base di una convinzione che le porterebbe a ritenere che la prostituzione, tutta, va considerata come violenza di genere contro le donne.

Nonostante a quel modello di criminalizzazione si siano opposti Lancet, UN Aids (organizzazione delle nazioni unite per la lotta contro l’aids), l’Organizzazione Mondiale della Sanità e Human Rights Watch, la criminalizzazione dell’acquisto di servizi sessuali voluta nell’Irlanda del Nord viene sostenuta, con un approccio dello stesso tipo, da figure di rilievo del partito laburista britannico. Essi credono che il sex work non sia mai scelto liberamente, ma questa loro convinzione è ovviamente totalmente in contrasto con i risultati di questo studio.

E’ sorprendente il fatto che si ritenga che il modello svedese debba essere esportato a livello internazionale, nonostante non vi sia alcuna prova del fatto che siano diminuiti i numeri del sex working, e nonostante il fatto che, invece, che quel modello abbia sottoposto i/le sex workers a maggiore danno e stigma.

Anzi si vede dall’incremento dei/delle sex workers che di quel modello si può fare perfettamente a meno. Nonostante gli alti livelli di soddisfazione che dichiarano i/le sex workers, lo studio dell’Università di Leeds ha anche riscontrato che il 71% dei/delle sex workers hanno vissuto brutte esperienze di attribuzione dello stigma e quasi la metà sono stati vittime di un reato nel corso del proprio lavoro. National Ugly Mugs (NUM), un progetto che sostiene i/le sex workers che sono vittime di crimini, si oppone alla loro stigmatizzazione e lavora in collaborazione con le polizie per migliorare l’attività di intervento e assicurare i responsabili dei vari crimini contro i/le sex workers alla giustizia.

Vendere servizi sessuali non è perciò di per se’ dannoso o pericoloso. E’ chiaro che i 50 o 60 crimini al mese contro i/le sex workers registrati da NUM vengono commessi perché i colpevoli pensano che chi commette reati contro i/le sex workers non sarà denunciato alla polizia e possono farla franca. Tragicamente, questa convinzione si basa su un dato di fatto: solo il 26% dei/delle 1350 sex workers che hanno subito gravi crimini, così come riporta NUM, erano disposti a denunciarli alla Polizia (chi non denuncia spesso non lo fa perché condannato a stare in clandestinità per le cattive leggi sulla immigrazione o per la criminalizzazione della prostituzione – ndt).

Questo studio ha dimostrato che i/le sex workers sono un gruppo eterogeneo, la maggior parte dei quali hanno scelto il proprio lavoro preferendolo ad altre possibili opzioni. Lo studio veicola anche un forte messaggio relativo al fatto che ogni azione politica volta a negare la loro agency (rivendicazione, richiesta di regolare riconoscimento) non è fondata su prove reali.

Per la International Sex Workers’ Rights Day (la giornata internazionale dei diritti per i/le sex workers) dobbiamo ricordare a noi stess* che i/le sex workers sono uno dei più stigmatizzati gruppi della nostra società e spesso la loro voce viene deliberatamente negata dai politici (abolizionisti, ndt) che dicono di voler essere loro di aiuto e di agire in loro nome. Solo attraverso la depenalizzazione del sex working e dell’acquisto di servizi sessuali i/le sex workers vedranno diminuire lo stigma impresso su di loro e potranno sentirsi a proprio agio nel rivendicare i propri diritti e nel denunciare i crimini subiti alla polizia.

laglasnost

L'ipocrisia del quartiere a luci rosse

  • Giovedì, 12 Febbraio 2015 16:21 ,
  • Pubblicato in L'Intervento
Prostituzione e ghettizzazioneLea Melandri, Il Manifesto
10 febbraio 2015

La prostituzione, in tutte le sue forme, di costrizione o scelta, non solo non è un lavoro come un altro, ma si può considerare l'impianto originario - il più antico del mondo - del rapporto tra sesso e denaro, sesso e potere, sesso e lavoro. La prova è nel crescente sviluppo di un mercato che si avvale di "lavori marchetta" o, al contrario, della messa a profitto della vita intera. ...

L'ipocrisia del quartiere a luci rosse

Prostituzione e ghettizzazioneLa "tratta" e la prostituzione intesa come lavoro da regolamentare sono, all'apparenza, due aspetti contrapposti: il primo rimanderebbe alla costrizione, l'altro alla libertà di scelta. Ma, a guardare bene, producono un effetto analogo: viste in chiave di emergenza, criminalità, ordine pubblico, e quindi bisognose di interventi operativi, soluzioni immediate - come sta succedendo nella decisione del Comune di Roma di creare quartieri a luci rosse - fanno passare in secondo piano le domande di fondo sulla cultura, sulla storia e sul rapporto di potere tra i sessi, sui legami ambigui che la prostituzione ha con la famiglia, luogo di provenienza dei clienti, e oggi con le forme occupazionali più diffuse.
Lea Melandri, Il Manifesto ...

Roma, una zona libera per le sex workers

Il Fatto Quotidiano
08 02 2015

di Eretica

A Roma si discute di zone a luci rosse. L’iniziativa parte dal IX Municipio e lo stesso sindaco della città la guarda con favore. L’idea, da quel che leggo, sarebbe di destinare una zona alle sex workers, le quali, in questo modo, potranno lavorare godendo di un maggiore controllo contro lo sfruttamento, l’una a fianco all’altra, a realizzare una rete solidale e con una unità di strada composta da mediatori culturali e operatori sanitari che sarà destinata per le necessità delle prostitute. Questa iniziativa, da svolgere nei limiti posti dalla Legge Merlin, si oppone alla filosofia delle ordinanze pro/decoro che i sindaci “sceriffi” destinano alla marginalizzazione e alla esclusione delle prostitute dai luoghi in cui i cittadini “perbene” non tollerano “degrado” e “indecenze”. La stessa filosofia moralista, d’altronde, sta dietro le varie iniziative, di vari gruppi del centro destra, che vorrebbero l’abrogazione della Legge Merlin e la riapertura delle Case Chiuse.

Le Case Chiuse resistono nella memoria della gente così come esiste lo stereotipo dei “bei tempi in cui si poteva dormire con la porta aperta”. Ebbene: al tempo del fascismo non si poteva dormire affatto con la porta aperta, secondo quel che mi raccontavano i nonni, e le Case Chiuse erano un luogo di sfruttamento per le sex workers. Il punto è che le varie iniziative, a parole in nome delle prostitute, non sono affatto pensate tenendo conto di quello che le prostitute vogliono. Non mi risulta che si siano rivolti, infatti, al Comitato in difesa dei diritti per le Prostitute, o che abbiano parlato con quelle che incontrano per le strade. Delle prostitute quel che interessa è che paghino le tasse senza disturbare la vista dei benpensanti e senza avere la possibilità di riorganizzarsi secondo le loro preferenze.

L’iniziativa romana, invece, pare sia stata concordata con le sex workers che sarebbero favorevoli alla cosa. D’altronde le sex workers chiedono da tempo una forma di regolarizzazione, legittimità e cancellazione dello stigma che pesa su di loro. Vorrebbero che della Legge Merlin fosse cancellato il reato di favoreggiamento che viene attribuito anche a chi affitta una casa alle sex workers, sicché devono restare in strada, in solitudine, private della solidarietà di chi invece le guarda come nemiche e private dei diritti fondamentali che vanno garantiti a qualunque persona che lavora.

All’iniziativa romana si oppongono, in ogni caso, preti, abolizioniste e politici del centro destra. Uniti tutti quanti da un sentimento solidale ad muzzum, un po’ come viene viene. Apprensivi i preti che immaginano gli uomini infettati di strane malattie. Apprensive le abolizioniste intente a veicolare la narrazione tossica sulla prostituta nigeriana. Apprensivi i politici di destra che vorrebbero, per l’appunto, rinchiudere le prostitute in luoghi lontani dalla vista dei dei bravi cittadini. Tutti sono evidentemente ispirati ad una forma di neofondamentalismo che associa, per esempio, l’abolizionismo della prostituzione all’antiabortismo. In entrambi i casi non si considerano le donne come soggetti in grado di scegliere per se’. Invece si considerano oggetti delle decisioni altrui: di paternalisti che dicono di sapere quel che è meglio per queste donne e di matriarche che dall’abolizionismo della vendita dell’alcool in poi sono ancora ligie nella sorveglianza dei pubblici costumi e della moralità sessuofoba dei cittadini.

Quello che c’è da dire è che: le sex workers, tanto per cominciare, scelgono di chiamarsi così per precisare che la vendita di servizi sessuali è un lavoro; che loro hanno ben chiaro il fatto che se restano in clandestinità o, al contrario, se qualcuno vorrebbe schedarle in stile nazista, così le sex workers corrono il rischio di essere esposte al contagio di malattie sessualmente trasmissibili; che loro, e solo loro, possono raccontare quel che è giusto per garantire la loro sicurezza. Marginalizzarle e privarle del diritto ad un riconoscimento sociale significa metterle in pericolo e consegnarle in mano agli sfruttatori. Possiamo, tutti quanti, smettere di calare dall’alto, sulle loro vite, una visione morale che non corrisponde alle loro libere scelte? Possiamo separare i provvedimenti, necessari, che vanno assunti contro la tratta e la prostituzione minorile, e quelli che invece devono essere dedicati al riconoscimento e alla regolarizzazione per le sex workers che scelgono liberamente di fare quel mestiere?

Pensateci. Pensiamoci.

La "prostituta di altri tempi" e l'invidia delle altre donne

  • Venerdì, 02 Gennaio 2015 13:44 ,
  • Pubblicato in Flash news

Abbatto i muri
02 01 2014

“Si vede che temono la concorrenza” mi dice la “prostituta d’altri tempi” che ho conosciuto in ospedale. Siamo ancora nella stanza delle diurne, anche in questa giornata prefestiva, e le mostro il commento di una abolizionista della prostituzione che più o meno insulta una compagna che ha decostruito la “narrazione tossica” sulla “prostituta nigeriana” che viene tirata fuori ogni qual volta si tenta di ragionare di regolarizzazione del mestiere, non già per le vittime di tratta, per le quali la legge già prevedere pene precise, ma per quelle che si prostituiscono per libera scelta.

A primo acchitto non capisco il suo commento poi afferro la sua sottile ironia. Mi spiega: “ai miei tempi, quando arrivava la prostituta straniera, noi temevamo la concorrenza. Rubavano i nostri clienti. Affascinavano gli uomini con i loro accenti esotici. A noi non restava che esporre le nostre grazie e contare sulla familiarità che suscitavamo”.

Rido, senza sottovalutare le vicende che ha vissuto, e mi piace il suo piglio ironico che è caratteristica propria di ogni persona che ne ha viste un po’ di tutti i colori. Perché a vivere quel che ha vissuto lei sicuramente avrà avuto bisogno di impiegare una buona dose di ironia. Le chiedo come passerà il capodanno e dice che lo trascorrerà da una sorella, l’unica che non l’ha ripudiata e che non ha nulla da ridire se lei fa le coccole ai nipoti. Allora mi spiega che la sorella in qualche modo le è stata nemica perché quando la madre ha deciso di vendere la mia interlocutrice al miglior offerente ha deciso di risparmiare l’altra figlia per tenerla a fare le faccende. Capitava che questa figlia affaccendata invidiava l’altra che, nonostante tutto, sembrava un po’ più libera. Fino a che fu sposata, prima del divorzio, era convinta di aver fatto un pessimo affare. Si era data via ad un solo uomo in cambio di molto poco e doveva curarlo, curare i figli, essere pronta a soddisfarlo, e le era passata la spensieratezza che invece trovava nell’espressione del volto della sorella prostituta.

Mi parla ancora della sua vita passata e dice che le peggiori nemiche delle sue giornate erano sempre le donne. Le mogli dei clienti erano le peggiori, ma anche quelle non sposate, formavano gruppi che aizzavano altre donne e uomini per liberarsi di “noi” (le prostitute) perché temevano che le puttane avrebbero deviato il comportamento dei figli della gente perbene. Giudicanti e perfide, alcune donne, come quella che ogni volta che vedeva una prostituta sotto il suo balcone le tirava un secchio di acqua sporca, o come quell’altra che ad ogni cliente che si fermava per raccattare la puttana prendeva il numero di targa perché aveva il marito militare al quale avrebbe detto quello che accadeva, come l’infermiera che le diceva che non era bene, per lei, fare dei figli.

Cattive quelle che stavano ben attente a fare una distinzione tra loro, protette in casa, accudite o accuditrici di famiglie numerose, che pensavano di salvare la propria anima perché la davano ad uno solo e a basso costo. Si sentivano migliori e il loro pensiero pieno d’amore per il prossimo era rivolto alle figlie che venivano mutilate della possibilità di vestire come volevano. Perfette interpreti della cultura patriarcale, queste madri diventavano sorveglianti della verginità delle figlie, le inibivano se mostravano di voler provare esperienze sessuali e avevano in bocca una frase emblematica: non vorrai mica fare la fine di quelle battone, vero?

Donne che immaginavano che il percorso delle “battone” fosse il più brutto possibile, e preferivano dare le figlie in matrimonio a uomini vecchi, brutti, a volte violenti, piuttosto che saperle libere di stare con chiunque e senza vincoli di alcun genere. Brutta storia il rapporto tra le prostitute di quei tempi e le altre donne, da sempre incafonite nei confronti delle altre e così la mia nuova amica non è per nulla sorpresa che lo siano anche ora pur se riconoscibili alla voce “abolizioniste della prostituzione”. E’ sempre stato il loro principale problema, quello di moralizzare la vita di noialtre, mi dice, e continua ad elencarmi una serie di altri deliziosi aneddoti che vedevano in scena sempre e comunque donne contro donne, in una continua incapacità di realizzare effettive sorellanze tra persone che vivevano esperienze diverse. O sei come me o sei contro di me. Nessun rispetto, nessuna comprensione. Solo quell’insopportabile sguardo pietoso, quando c’era, che ipocritamente nascondeva gli stessi sentimenti perfidi che mostravano più esplicitamente le altre.

“Eh si, forse temono la concorrenza”, ripete a proposito delle abolizioniste. Ride. Così trascorre il tempo in cui goccia dopo goccia vediamo le nostre vene a bere la flebo/terapia. “Tu hai mai fatto la puttana”? Mi chiede. Le rispondo con sincerità, perché a prostituirmi per uno stipendio, come hanno fatto tante altre, mi ripenso anch’io. Si, l’ho fatto. Erano posti più caldi e apparentemente più perbene ma la sostanza è la stessa. “Brava”, dice, e mi accarezza la mano. La felicità comincia quando si smette di vivere da dissociate. “Quando io ho smesso di dire bugie sul mestiere che facevo e sono stata onesta con tutti ho cominciato ad essere più felice”. E ha ragione, eccome se ha ragione. Bisogna dire chiaramente quel che si pensa e si è, nessuno lo sa meglio di lei. Nessuno lo sa meglio di me. “L’unica cosa che non ho mai prostituito è il cervello”, le dico. “Non ce la faccio proprio a dire quello che non penso”. “Neppure io”, risponde. E così guardiamo il mattino che scorre sulle vite di tante persone e anche sulle nostre. Tra un po’ abbiamo finito e possiamo andare. Buon anno a tutt* voi.

Ps: questa è una storia vera. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.

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