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Abbatto i muri
19 09 2014

Quella che sto per raccontarvi è una storia che sintetizza la chiacchierata che ho fatto con una sex worker, italiana, che lavora in Germania. Non importa come ci sia arrivata o meno. Quello che lei vorrebbe far sapere al mondo è che fa questo mestiere per scelta e che le regole che vorrebbero imporre ora, grazie alla pressioni delle autoritarie abolizioniste, se approvate creeranno non pochi problemi a tutt* i/le sex workers.

Lei mi spiega che l’intenzione di schedare, registrare, medicalizzare, patologizzare le sex workers, perché è soprattutto nei confronti delle donne che questa persecuzione è rivolta, giustificata dalla volontà di “salvare” le donne dal possibile sfruttamento, non è che uno dei modi attraverso i quali la Germania sta tentando di arginare l’immigrazione. Come già spiegato da altre tutta questa burocrazia ovviamente diventerà un motivo di espulsione per le migranti che vengono braccate come clandestine anche se ipocritamente si dice che si vorrebbe salvarle dalla tratta.

Oltretutto questo modo di trattare la regolarizzazione della prostituzione è esattamente speculare a quanto richiede la società di stampo patriarcale. I controlli e la registrazione obbligatoria si esigono affinché la puttana sia pulita, sana, matura, stigmatizzata, non già per offrire alla sex worker una tutela, strumenti e diritti per se stessa, quanto perché quella società, un po’ razzista, accennando alle migranti che svolgono quel mestiere, teme che vi sia una specie di contagio, una contaminazione con pregiudizio su eventuali malattie e cattive intenzioni da parte di queste donne.

Dunque là dove dovresti trovare una rete di servizi, di prevenzione per le malattie sessualmente trasmissibili, con tanto di tutela della privacy, cosa che va garantita sempre quando c’è di mezzo la salute, ovvero dove dovresti trovare facilitazioni e modalità di regolarizzazione per poter, finalmente, accedere a documenti, diritti, burocrazie che ti collocano tra i cittadini e le cittadine che mai possono essere vittime di discriminazione, ci troviamo in uno scenario per cui la storiella del tesserino o dell’abilitazione a fare la puttana serve a garantire che il maschio tedesco non infili il suo cazzo dentro una vagina che potrebbe procurargli problemi. Come se non fosse intenzione delle sex workers quella di esigere l’uso del preservativo.

Dunque invece che tutelare le sex workers, semmai, dal fatto che un cliente può pretendere prestazioni non consensualmente pattuite o che può evitare un pagamento dopo aver fruito della prestazione sessuale, il pregiudizio e il sospetto ricade sulla pelle della puttana perché la si immagina, stigmatizzandola, sporca, soprattutto perché straniera, e dunque da sottoporre a mille controlli.

Non solo: le abolizioniste, per esempio, premono affinché le sex workers, quelle che decidono di fare questo mestiere, siano sottoposte a visite psichiatriche. La loro idea sarebbe quella di giudicarle non in grado di intendere e di volere addirittura creando una specie di schizofrenia anagrafica, in termini di diritti, per cui tu sei maggiorenne a 18 anni ma loro, proprio in relazione al sex working, vorrebbero che tu compissi prima i 21 anni, poi ti farebbero volentieri sottoporre a visita psichiatrica e infine, quando avranno colto che tu sei irrecuperabile, un po’ come farebbe un’antiabortista dopo averti fatto attraversare la via crucis dei convincimenti e delle patologizzazioni per farti tornare indietro sulla tua decisione, senza alcun rispetto per la tua scelta personale, accecate dal fanatismo e da una ideologia che in modo ossessivo portano avanti, sulla pelle delle altre, millantando una rappresentanza, in nome delle altre, che nessuna ha loro riconosciuto, e dunque quando non c’è altro da fare ti spetta l’umiliazione, la mortificazione, come deterrente, per farti tornare in clandestinità e farti sentire comunque fuori posto.

Visita psichiatrica che attesti la tua totale capacità mentale nell’atto di scegliere questa professione. E lì voglio vedere se fanno la stessa cosa ogni volta che hanno a che fare con mestieri di altro tipo. Poi visite mediche di ogni genere. Quei buchi che dicono di voler tutelare, quel corpo che immaginano debba essere degno di rispetto, diventa cavia di esperimenti sociali e di attenzioni sgradite. Un dito in culo per controllare bene che non vi sia nulla di sospetto, un altro nella fica affinché si sappia che tutto va bene, una strizzatina di tette, già che ci siamo, volendo possono anche radiografarmi il cervello per stabilire se l’ampiezza corrisponde a quella di una puttana media, così da realizzare un catalogo, che chiameranno registro (pubblico) con tanto di foto, nomi, indirizzi reali, senza alcuna tutela della privacy, affinché lo Stato finalmente acquisisca il ruolo di magnaccia istituzionale. Volendo, in quel cazzo di registro, ci si può anche mettere anche la specialità della casa. Io faccio pompini a testa in giù, quell’altra separa le acque del mar rosso mentre ti fa venire, quell’altra ancora masturba anche le corde vocali per farti stare meglio, e via di questo passo.

L’umore tra le ragazze che lavorano in Germania, capirete bene, che è piuttosto basso. E se teniamo conto che quell’umore riguarderà le ragazze di tutta Europa, la cui frenesia oggi pare quella di rendere la vita peggiore alle sex workers, consegnandole alla “tutela” (leggasi persecuzione) dei patriarchi, diciamo che le cose non vanno così bene. La donna italiana con cui ho parlato così conclude la discussione: “sono andata via dall’Italia pensando che in Germania ci fosse più libertà e meno pregiudizi e invece mi tocca ricredermi… il fantastico nord Europa, Svezia in testa, propagandano libertà e invece si occupano solo di vincolare le scelte delle donne a un modello sociale che loro spacciano come libero e democratico. Quello che vedo è un fascismo dalle tinte finto/liberali. Qui non hanno mai perso l’abitudine a voler controllare i corpi e la vita delle persone… soprattutto se si tratta di donne!“

E’ questo che vogliamo anche per noi? Pensiamoci.

Abbatto i muri
24 07 2014

L’articolo seguente (qui in lingua originale), segnalato da Antonella e tradotto da Valeria, sintetizza cifre e risultati di una ricerca che prendeva in esame un periodo di tempo durante il quale in Rhode Island la prostituzione restò legale. Meno stupri, meno malattie sessualmente trasmissibili, perché c’erano più possibilità per le donne di praticare il sex working in luoghi più sicuri, al chiuso e con una maggiore cura degli aspetti sanitari e della prevenzione. Più possibilità di mantenere relazioni con le forze dell’ordine che quindi non venivano visti come repressori ma, in qualche caso, come alleati. Meno possibilità per gli stupratori di sfruttare occasioni conseguenti alla marginalizzazione sociale e allo stigma che pesa sulle prostitute costrette a esercitare in clandestinità e meno possibilità, per gli irresponsabili, di esigere rapporti senza preservativo e in cattive condizioni igieniche. La salute delle donne poteva essere maggiormente tutelata e così la loro sicurezza. Eccovi allora il pezzo tradotto e buona lettura!


Nel 2003 lo stato del Rhode Island decriminalizzò la prostituzione indoor inavvertitamente quando i legislatori fecero un emendamento ad una legge del 1980, perché si pensò che la legge ponesse fuorilegge alcune forme di sesso consensuale fra adulti. Questa scappatoia non venne evidenziata sino ad un pronunciamento di un giudice distrettuale nel 2003, dove si disse che lo scambio di denaro per sesso consensuale non era un crimine se questo avveniva a porte chiuse.

Solo nel 2009 lo stato corresse la legislazione in modo da ricriminalizzare le sex workers. Sebbene fosse stato un incidente involontario ed imbarazzante è stato utile come forma di “esperimento naturale”, permettendo ai ricercatori di analizzare cosa accade quando la prostituzione è legale.

In un documento del Nationale Bureau of Economic Research gli economisti Scott Cunningham e Manisha Shah hanno esaminato il periodo di 6 anni in cui i residenti dello Stato hanno considerato la prostituzione come non illegale. La conseguenza è stata prima di tutto un calo repentino di stupri e di malattie veneree. La prostituzione indoor è quella che si svolge in luoghi al chiuso, come i servizi di escort e i centri massaggi, in paragone con quella su strada.

Come ci si poteva aspettare, nel periodo dal 2003 al 2009 quando la prostituzione era considerata legale ci fu un netto aumento del mercato indoor, mentre con la fine di questo periodo di legalità ci fu un calo dei prezzi delle prestazioni. Il numero di stupri perseguibili calò del 31% nello stesso periodo e, siccome molte delle sex worker vivono nella zona della capitale Providence, lì fu più marcato il calo degli stupri.

Nel diagramma in basso si possono vedere in nero i casi di stupro denunciati in Rodhe Island paragonati ad altri stati usati come controllo dati. Il calo è netto e deciso.  Il calo nel crimine interessò solo lo stupro, quindi questo calo non può essere messo in relazione ad un incremento dei servizi di polizia, infatti altri crimini come furto, assassinio, ecc. non ebbero alcun declino nello stesso periodo.

Gli autori hanno anche evidenziato un calo del 39% nella gonorrea femminile nel periodo studiato. La gonorrea è una malattia venerea che colpisce in modo particolare le prostitute. La popolazione femminile ha normalmente una percentuale del 5% di malate, mentre fra le prostitute sale al 23%. Gli autori dello studio hanno anche scoperto che pratiche sessuali a rischio come fellatio senza condom o sesso anale avevano subito un forte calo durante il periodo di prostituzione legale.

Le cause per il calo di stupri e gonorrea non sono però chiare. Scrivono nel rapporto:

“Mentre ci piacerebbe poter dire qualcosa di definitivo sul meccanismo che si è instaurato durante la fase di legalità, che portò al calo osservato di stupri e gonorrea, siamo coscienti che ci sono suggerimenti suggestivi in questo senso che non possono essere provati ma non possiamo pretendere di aver identificato i legami causali che legano la decriminalizzazione con risultano in cambiamenti di comportamento. Però va presa in considerazione questa ipotesi.”

Durante il periodo di legalità era avvenuto un cambiamento fondamentale nella posizione delle sex workers e dei clienti nella contrattazione delle prestazioni. Già studi del 1990 mettono in evidenza come le prostitute che lavorano indoor sono molto meno vittimizzate di quelle in strada. In Rhode Island si potrebbe essere verificato uno spostamento da strada a indoor, vista la maggiore sicurezza. La decriminalizzazione della prostituzione potrebbe anche portare ad altri vantaggi, permettendo maggiori investimenti in sicurezza (telecamere, bodyguards), aumento della cooperazione con le forze dell’ordine e diminuzione della corruzione. Tutte queste cose diminuiscono il rischio di stupri.

La conclusione dei ricercatori è scomoda: forse alcuni uomini violenti considerano il ricorrere a prostitute una sostituzione allo stupro. Durante i sei anni in cui la prostituzione fu legale può essere che i potenziali stupratori abbiano preferito acquistare sesso invece che stuprare donne. Gli autori spiegano:

“Sebbene speculativa, c’è un’evidenza anestetica per questo ragionamento. Nel documentario del 2010 “Happy Ending”, sugli sforzi del Rodhe Island per ricriminalizzare la prostituzione indoor, c’è una testimonianza di una prostituta che dice di credere che uno dei suoi clienti sarebbe diventato uno stupratore se non avesse potuto acquistare sesso da lei.”

Questo studio potrebbe avere ripercussioni fondamentali. La prostituzione genera introiti per circa 14 miliardi di dollari negli USA, sebbene sia illegale quasi ovunque (tranne alcuni bordelli in Nevada). Pur essendo una grandissima industria, tutte le informazioni sulla decriminalizzazione si fondano su preconcetti. Per esempio negli studi fatti in passato veniva analizzata solo la prostituzione in strada, pur essendo l’85% del mercato svolto indoor.

Una grande sfida ad un studio approfondito di questa materia è che si va spesso a confondere con questioni etiche. Però come si può vedere da questi dati, l’illegalità della prostituzione fa più male che bene, causa più vittime e pratiche sessuali meno sicure.

Un lavoro come gli altri, ingiustamente discriminato dal perbenismo, e con tutto il diritto ad essere ricompensato come merita. E' la sintesi della prostituzione fatta da una innovativa sentenza del Tribunale di Roma. ...

Consenso e desiderabilità sociale del modello persecutorio

  • Venerdì, 06 Giugno 2014 15:07 ,
  • Pubblicato in Flash news

Abbatto i muri
06 06 2014

Scrive René Girard, antropologo, critico letterario e filosofo francese, che:

Oggi si può perseguitare solo dichiarando di essere contro la persecuzione. Si possono perseguitare solo i persecutori. Uno deve dimostrare di avere per avversario un persecutore se vuole soddisfare il proprio desiderio di persecuzione.“

Da ciò deriva il fatto che chiunque aspiri a perseguitare qualcun@ debba necessariamente provare che quel qualcun@ sia pessimo. Più giù troverete definiti quelli che, secondo Girard, sono gli stereotipi della persecuzione. Tra questi ne trovate uno che parla di credenze, l’accusa rivolta a qualcuno costituisce di per se’ un fatto per il quale non è neppure necessario stabilire una prova.
Ci sono casi in cui quella credenza si realizza sulla base di antipatie, risentimenti, paranoie e convinzioni personali ed altre in cui si usano le righe proposte o tratte dalla cronaca che sembrerebbero semplicemente indicare l’oggetto adatto alla futura persecuzione. Per aver ragione della propria necessità persecutoria poi, di solito, si esige un pubblico o comunque un branco, movimento, comitato, gruppo, partito, che viene appositamente galvanizzato affinché la ragione di quella persecuzione appaia ancora più plausibile.

Persecuzione, sia ben inteso, non è critica e non è neppure “opinione”, ma è l’attitudine scomposta, insistente, ingiuriosa, infamante, molesta di trarre consenso dalla persecuzione ai danni di qualcun@ perché trasgredisce la norma, qualunque essa sia. E dunque c’è chi pensa sia opportuno perseguitare la ex moglie o chi ritiene di perseguitare l’ex fidanzato, poi c’è, ancora, quella persona che ha pubblicato una immagine, ha reso una intervista, ha scritto un articolo che non capisci, perché non corrisponde le tue convizioni, e dunque da lì parte un attacco sistematico che non smette mai perché, come dice Girard: “Il non vedere l’altro come portatore di un sistema differente ma anormale non permette di poterlo distinguere come differente dal proprio sistema, ciò mette in crisi il sistema stesso perché non sa più come differenziarsi e rischia di cessare come sistema. Così le persecuzioni servono a chi le mette in atto anche solo verbalmente a riposizionarsi come gruppo minacciato dalla crisi identitaria del suo sistema che non sa più come differenziarsi dalle altre differenze.

L’alterità è una minaccia, mette in crisi le tue certezze, i quattro concetti base che ti servono per raccontare la tua monotona verità, la tua visione binaria, la banale esposizione di una realtà che non presenta alcuna complessità. L’alterità è una minaccia perché di fronte alla tua imposizione, fisica, intima, relazionale, culturale, non riesci ad accettare che qualcuno dica NO. Quella minaccia all’ordine costituito e al tuo ordine di idee va sconfitta, abbattuta, demolita, delegittimata, perché il tuo mondo non prevede si possa esistere in senso plurale. Bisogna essere, dire, fare, vivere, pensare uguale.

Alla realizzazione di una credenza popolare contribuisce dunque un insieme di pulsioni che poi, in realtà, sono sempre le stesse: paura, diffidenza, odio, miopia, voglia di preservare l’ordine nel quale siamo abituati a insistere. C’è la necessità di cancellare la pluralità che agisce dentro di noi, perché ci piace presentarci come voce sempre coerente e statica, giammai come soggetti dotati di pensiero critico in evoluzione. C’è da rendere all’esterno la necessità di piattezza che vorremmo riguardasse noi, così presi, come siamo, dal tentativo di riassumere la nostra esistenza in una visione mai patologizzabile, “sana”, “normale” (disse Foucault). Dunque l’apparente monotonia di argomenti ci dà equilibrio, ci evita il disorientamento, l’incertezza, ci toglie l’opportunità di rimetterci in discussione e ci induce a dividere il mondo esattamente in due. Il male fuori da te e il bene dentro te. Io sono perfett@ e tu sei quell@ che va escluso dalla società. Per far si che questo avvenga farò di tutto: ti priverò della stima sociale, della possibilità di ascolto, della visibilità, ti insulterò in ogni occasione perché è solo grazie alla tua perdita di credibilità che io so costruire la mia visibilità e il mio ruolo sociale.

Ai tempi della caccia alle streghe, giusto per fare un esempio, c’era una figura popolana che godeva di prestigio e fama. Colui o colei che era dotat@ di capacità di individuare la strega (o lo stregone), quell@ che in piazza metteva alla gogna, puntava il dito pubblicamente contro qualcun@ da bruciare veniva acclamat@ come persona desiderabile. Altri filosofi hanno scritto su come nel tempo sia cambiata la prospettiva del desiderio e in quanti modi può definirsi: è desiderabile quel che è desiderabile o lo è solo quello che è desiderabile per me? La desiderabilità è soggettiva? Come fa a diventare desiderabile qualcun@, un ruolo sociale, se non attraverso una propaganda che regala appeal a quel ruolo, così come oggi, per esempio, si fa con la “donna vittima“?

I tempi più bui della storia sono caratterizzati dal fatto che la desiderabilità massima riguardava l’accusatore, la persecutrice, quell@ che, in virtù della ragione nobile per la quale riceveva o procacciava investitura, passava il tempo a radiografare la vita altrui nella speranza di trovarvi un neo, qualcosa, che potesse essere utile alla condanna. Quel ruolo, ahimè, torna ad avere una certa importanza perché oggi viviamo in epoca giustizialista, securitaria, forcaiola, e invece che ragionare di cause sociali, culturali e nessi logici ci piace raccontare che il male sia riconoscibile in una persona in particolare e solo in quella.

Perciò potresti incontrare sulla tua strada una figura ricorrente, una anima nobile che ti perseguita perché schierata dalla parte della ragione, e mi riferisco ad uno qualunque dei miti del nostro secolo (Galimberti insegna), senza dimenticare la violenza etica (grazie alla Butler) che in relazione ad essi viene inflitta a chiunque non reciti dogmi e non si pieghi a quella superficiale interpretazione della realtà. Potrebbe perseguitarti perché non ragioni in senso allineato, perché disobbedisci, perché dissenti, perché semplicemente hai una idea differente e quella persecuzione prende corpo attraverso tutti quegli stratagemmi che sono utili a fare in modo che tu sia esclus@ dalla società dei buoni.

Potrebbe perseguitarti perché non appartieni al suo sesso, alla sua “razza”, perché il tuo partito è un altro, la tua religione è un’altra, perché tu costituiresti un pericolo a causa delle tue azioni o idee, in quanto sei divers@. Potrebbe perseguitarti, in qualità di stalker in ronda femminista, perché tu non sei di questa o di quell’altra chiesa, perché osi essere critica nei confronti di un certo femminismo, perché non pieghi la tua logica ad una mediocre e ottusa rappresentazione dell’oggi. Potrebbe perseguitarti perché qualcun@ dice che sei una corruttrice dell’altrui morale, perché il tuo corpo è nudo, il tuo mestiere non rispetta le convenzioni sociali e perché tutto ciò che sei viene stigmatizzato, marginalizzato e giudicato attraverso un termine che dice tutto: tu sei il “degrado”.

Potrebbe perseguitarti perché sei povero, migrante, accattone, disturbatore della “quiete pubblica” di ricchi che per prendere più distanza dagli umani, vivono in grattacieli di sordità sociale. Potrebbe perseguitarti perché non sei etero, non credi nel valore della famiglia “naturale” e perché vuoi prenderti il diritto di raccontare altri modelli di vita che devono essere ammessi nella narrazione corale. Potrebbe essere questo e altro ancora perché oggi, per l’appunto, come ieri: vive il mobbing e lo stalking per nobili ragioni. Se non mi somigli vai al confino. Ecco, questi sono alcuni spunti di riflessione, una riflessione ad alta voce.

Vi copio e incollo gli stereotipi della persecuzione così come li definisce e divide Girard:

- il primo è lo stereotipo della crisi, cioè dell’eclissi del culturale, la fine delle regole e delle “differenze” gerarchiche e funzionali che definiscono gli ordini culturali. Di fronte all’eclissi del culturale gli uomini però non si interessano alle sue cause originarie. Poiché la crisi è innanzitutto crisi del sociale, esiste una forte tendenza a spiegarla attraverso cause sociali e morali. Gli individui tendono a farsi folla indifferenziata e invece di incolpare se stessi tendono a incolpare la società nel suo insieme, portandoli al disimpegno, sia altri individui che sembrano loro particolarmente nocivi. I sospetti vengono accusati di un tipo particolare di crimini. I crimini più frequentemente invocati sono sempre quelli che trasgrediscono i tabù più rigorosi, relativamente alla cultura considerata: incesti, stupri, bestialità o crimini religiosi. Secondo Girard i persecutori finiscono per convincersi che un piccolo numero di individui, persino uno solo, possa rendersi estremamente nocivo all’intera società, malgrado la sua debolezza relativa. La folla per definizione cerca l’azione, ma non può agire sulle cause della crisi, cerca così una causa accessibile per sfogare la sua rabbia e in alcuni casi la sua violenza. L’opinione pubblica isterica, che ancora non si è fatta folla violenta, inverte il rapporto tra la situazione globale della società e la trasgressione individuale. Invece di vedere nel microcosmo individuale un riflesso o un’imitazione del livello globale, essa cerca nell’individuo la causa e l’origine di tutto ciò che la ferisce.

- Il secondo stereotipo è quello delle accuse stereotipate: non importa che le persone accusate abbiano realmente commesso il crimine, importa la credenza nei loro confronti: ovvero non è necessario stabilire la prova.

- Il terzo stereotipo invece riguarda l’appartenenza delle vittime della persecuzione a certe categorie di per sé già esposte a subirla. «Le minoranze etniche o religiose – scrive Girard – tendono a polarizzare contro di sé le maggioranze. (…) Non c’è quasi società che non sottometta le proprie minoranze, i propri gruppi mal integrati, o anche semplicemente distinti, a certe forme di discriminazione se non di persecuzione.»

Accanto ai criteri religiosi e culturali, ve ne sono di puramente fisici. La malattia, la follia, le deformità, l’infermità tendono a polarizzare i persecutori. Per esempio all’interno di una classe a scuola, ogni individuo che prova delle difficoltà di adattamento, lo straniero, il provinciale, l’orfano, il povero o semplicemente l’ultimo arrivato è più o meno a rischio di vittimizzazione e di essere considerato dagli altri un infermo. Quando l’opinione pubblica di un paese ha scelto le sue vittime in una certa categoria sociale, etnica o religiosa tende ad attribuire a questa le infermità e le deformità che rafforzano la polarizzazione. Questa tendenza sfocia poi in caricature razziste. Oltre a un’anormalità fisica vi è anche un’anormalità sociale in quanto è la media che definisce la norma.

Più ci si allontana dallo statuto sociale più comune più aumentano i rischi di persecuzione. Infine Girard affronta la questione molto attuale di quando le differenze divengono motivo di discriminazione e persecuzione. «Non vi è cultura – scrive – all’interno della quale ciascuno non si senta differente dagli altri e non giudichi le differenze legittime e necessarie». Secondo Girard l’esaltazione contemporanea della differenza non è altro che l’espressione astratta di una maniera di vedere comune di tutte le culture.

«Non è mai la loro differenza specifica che si rimprovera alle minoranze religiose, etniche o nazionali; si rimprovera loro di non differenziarsi in modo opportuno, al limite di non differenziarsi affatto».

La persecuzione e l’odio si scatenano quando non è l’altro nomos che si vede nell’altro, ma l’anomalia, non è l’altra norma, ma l’anormalità; l’infermo si muta in deforme e lo straniero in apolide. Il non vedere l’altro come portatore di un sistema differente ma anormale non permette di poterlo distinguere come differente dal proprio sistema, ciò mette in crisi il sistema stesso perché non sa più come differenziarsi e rischia di cessare come sistema. Così le persecuzioni servono a chi le mette in atto anche solo verbalmente a riposizionarsi come gruppo minacciato dalla crisi identitaria del suo sistema che non sa più come differenziarsi dalle altre differenze.

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Davvero il corpo è mio ma non è mio?

Abbatto i muri
16 05 2014

A smontare il ragionamento di Ida Dominijanni basterebbe il nome di Conchita Wurst. Vallo a dire a Conchita che “il corpo è mio ma non è mio” perchè “è inserito in una rete di relazioni e di significati dai quali nessuna, nel deciderne, può prescindere“.
La conclusione alla quale arriva la Dominijanni non c’entra con il moralismo. No. C’entra con il femminismo della differenza che ricorda la Butler decontestualizzandone un frammento senza ragionare del fatto che la Butler ha frantumato la teoria della differenza parlando di generi con altre e ben più complesse parole. Tanto per dire: per Butler non esiste proprio un “corpo delle donne” perché non esiste neppure la “donna” in quanto soggetto differente il cui genere è dato in senso biologicamente riduzionista.

Prova, perciò, a dirlo a Conchita Wurst che nella sua maniera di gestire il corpo c’è adesione ad una politica neoliberal/neoliberista, perché secondo questo parametro allora ogni commessa, hostess, operaio, zappatore, modello, modella, donna o uomo che prestano il corpo, braccia, gambe, testa, cuore, sangue e sudore, per fare un mestiere diventano complici del capitalismo. So tutto quel che c’è da sapere di biopolitica, biocapitalismo, neoliberismo e ho letto abbastanza di femminismo della differenza, quello per cui “l’uso mediatico del corpo di una donna” dovrebbe tenere conto di una presunta “differenza femminile” che non va sacrificata ad un “neutro maschile“.

Il che presuppone come questa differenza femminile ci renda in qualche modo naturalmente diverse, forse migliori, perciò in grado di rappresentare una esposizione dei corpi che debba seguire criteri altri, non si capisce quali, di modo che si vada incontro non già alle proprie scelte e desideri, perfino alle proprie pratiche femministe e performative, ma a quelli rispondenti in senso generale ad una filosofia che se non vivi secondo quei principi non sei degna neppure di dirti femminista.

E vallo a dire alle sex workers autodeterminate che scelgono di che campare, vallo a dire alle migranti, alle precarie, che scelgono la maniera attraverso la quale emanciparsi seppur aderendo ad un modello economico biocapitalista, vallo a dire alle pornoterroriste o alle pornofemministe che il corpo “è mio ma non è mio”, parentesi comoda e intesa in senso regressivo rispetto al “il corpo è mio e lo gestisco io”. Vallo a dire alle ragazze che vogliono mostrare, rappresentare, in un’epoca in cui chiunque, se dobbiamo dirla tutta, e lo dico da anticapitalista, aderisce in un modo o nell’altro al “modello neoliberista” che esige immagini, la firma su un social network strapieno di pubblicità, l’adesione a modelli di diffusione dei messaggi “anticapitalisti” con il mezzo più capitalista che ci sia. Il capitalismo non lo combatti stabilendo che l’uso del corpo delle donne debba essere vincolato ad un preciso codice militante, soprattutto se quello stesso codice militante lo diffondi attraverso la rete mediatica capitalista che si chiama facebook.

Non vado per semplificazioni: è ovvio che il corpo è inserito in una rete di relazioni e significati eccetera eccetera ma questa rete di relazioni equivale agli affetti, forse, e non al branco di genere il quale ti consegna colpe e responsabilità per le tue azioni pubbliche esigendo da te che tu viva secondo norme dettate dall’alto. La complessità nella gestione del corpo non può essere alibi per la sovradeterminazione, la delegittimazione delle singole azioni, perché altrimenti diventa soltanto una ulteriore morsa normativa che pone il corpo, di nuovo, al servizio di chi da secoli afferma che il mio corpo non mi appartiene e che gestirlo come pare a me significa produrre un danno alla società, alla famiglia, al contesto (politico?) al quale “appartengo”.

Se c’è una cosa che le femministe sanno è che le rivoluzioni culturali passano attraverso la gestione autodeterminata del proprio corpo ed è pericolosissimo avanzare una tesi secondo cui così non dovrebbe essere. Vallo a dire a una donna che abortisce che il corpo è suo ma non è suo e che gestirlo come pare a lei significa aderire ad un modello di produzione liberal/liberista eccetera eccetera. Vallo a dire ad una trans, una lesbica, un gay, una donna autodeterminata che non ha più alcuna voglia di subire paternalismi e maternalismi, vallo a dire a queste persone che il corpo non appartiene a loro ma, in definitiva, alla società.

Oltretutto intravedo una grande contraddizione: Dominijanni dice di essere, e lo è, so che è così, politicamente contro la strategia politica delle Se Non Ora Quando ma in definitiva veicola, in questo caso, sebbene in maniera più accademicamente ragionata, lo stesso concetto che rimanda al corpo delle donne come oggetto sociale, oggetto “di relazione”, oggetto da subordinare alla rete di “significati” che se parliamo della comunicazione non sono evidentemente una cosa così dogmatica e immobile, come sembrerebbe intendere Dominijanni, al punto che non puoi mai prescinderne. I “significati” si ribaltano, si sovvertono, si trasformano.

Riconosco alla Dominijanni di aver esposto una posizione articolata, intellettualmente onesta, dal suo punto di vista, ma è avvilente constatare come si semplifica la esigenza di rendere noto un pensiero femminista antimoralista e libertario che di certo è trasversalmente disconosciuto dai femminismi che in Italia determinano egemonia accademica e culturale. Io, per mio conto, porgo questi liberi pensieri accogliendo l’invito al dibattito. Spero mi si riconosca lo sforzo di aver prestato considerazione ad un ragionamento che pure non condivido.

La parola a chi legge: ditemi cosa ne pensate.

NB: sulla libertà delle donne rinvierei al capitolo “Libertà” scritto da Valeria Ottonelli nella raccolta di saggi per un Manifesto di un Nuovo Femminismo edito Mimesis, perché quel che è liberatorio, anche in senso politico, per te non è detto lo sia per me e viceversa. Ne ricopio giusto un paragrafo: “Le rivendicazioni di libertà sono pericolose perché, troppo spesso, sono fatte in nome e per conto terzi. Uno degli aspetti più distintivi e singolari della condizione delle donne è esattamente il fatto che loro, più di qualsiasi altro soggetto, sono oggetto di “liberazioni” estemporanee da parte di chi, senza interpellarle sui modi, sui tempi o sul perché, decide di giocare la parte del loro salvatore.“

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