Abbatto i muri
13 05 2014

A proposito della orribile morte di Andrea Cristina, uccisa da un sadico, violento, stupratore e femminicida seriale, ecco alcune parole scritte da Pia Covre, presidentessa del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute. Buona lettura!

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A volte credo di non avere piu parole ma solo rabbia. Dolore e rabbia per una compagna assassinata e non ci sono parole nuove per dire BASTA.

Resta un sentimento di frustrazione perché non riusciamo a fermare questo stillicidio di donne uccise, e quando ad essere vittima è una donna che lavora nella prostituzione mi viene il sospetto che si poteva evitare, che si poteva fare qualcosa. Nel caso di Andrea Cristina uccisa da un seviziatore sadico seriale certamente c’erano episodi precedenti che avevano lasciato tracce ed elementi di investigazione utili a chi avrebbe potuto e dovuto fermarlo gia da tempo.

Gli episodi precedenti non sono stati presi in seria considerazione, la parola e le testimonianze di una donna che fa questo lavoro spesso non viene creduta. Le lavoratrici del sesso esistono ormai nei media e nell’ immaginario collettivo solo in due modi, o come “indecorose” poco vestite che disturbano e quindi da cacciare fuori dalle città con le retate di polizia o con le crociate e le processioni dei cittadini, o come “vittime ” abbandonate, nude, morte o moribonde oltre le periferie in strade senza uscita. E ci sentiamo senza via d’uscita in questo clima di abbandono e di emarginazione, con una società che sentiamo troppo spesso ostile e con amministratori che non si fanno scrupoli a fare ordinanze contro di noi e che, come nel medioevo, ci allontanano fuori le mura e ci lasciano in balìa di sfruttatori e violenti condannate allo stigma e alla morte.

Tutto questo ci rende sempre più vulnerabili. Non ci sono sufficienti interventi di empowerment e di supporto per le lavoratrici.

Nei due decenni precedenti sono stati realizzati progetti e servizi che tramite gli operatori fornivano interventi di strada per informare le donne sulla prevenzione e l’accesso ai servizi sanitari; gli operatori erano un punto di riferimento per le tante donne e anche trans che passavano. Ci sono esempi storici come il progetto TAMPEP a Torino che a fatica ancora esiste e ancora potrei citare il servizio del Comune di Mestre. Le donne con il supporto degli operatori trovavano il coraggio di denunciare, cosa che oggi fanno sempre meno perche impaurite dalle possibili ritorsioni o dal rischio di essere allontanate con misure di polizia.

Molti dei progetti di unità di strada nella prostituzione sono stati chiusi per mancanza di finanziamenti, perche gli aministratori pensano sia piu conveniente fare multe ai clienti e dar la caccia alle donne per multarle e infine, se riescono, per allontanarle. I politici peccatori ma cattolicissimi dibattono e alimentano la retorica della tratta ma allo stesso tempo riducono sostanzialmente anche i fondi per l‘accoglienza delle vittime. Solo poche città mantengono ancora interventi, e in regioni come il Trentino o l’Emilia Romagna, come ad esempio a Modena dove poco tempo fa le donne nigeriane rapinate per due volte hanno infine, con l’aiuto degli operatori della unità di strada, dato alla polizia le informazioni utili ad arrestare i delinquenti.

Qualcosa si deve fare, non si può lasciare che ci uccidano senza provare a ridurre la nostra vulnerabilità. Dobbiamo essere unite e attive nel difendere i nostri diritti e le nostre vite, nessuna deve essere isolata. Non ci sta bene che poi si realizzi una comunicazione da stampa dell’orrore da parte di chi scrive su di noi in toni che creano orride suggestioni, fino a superare la tremenda drammaticità dei fatti. Tutto questo ci espone ancora di più alla violenza dei maniaci. Esiste una solidarietà fra le donne che lavorano quando si conoscono e stanno abbastanza vicine nello stesso luogo. Sono i fattori di disturbo esterno, come le continue retate e il dover cambiare spesso città per lavorare, che impediscono la costruzione di relazioni solidali, perciò dovrebbero smettere di obbligarci ad essere sempre in fuga.

Devono lasciarci vivere, nessuno ha il diritto di perseguitarci in nome della propria morale e dei propri pregiudizi. La società civile deve fare qualcosa contro la nostra emarginazione, deve rispettare e far rispettare la nostra autodeterminazione qualsiasi sia la circostanza che ci ha fatto decidere di fare questo lavoro. I politici devono prendere consapevolezza della realtà e discutere con noi le scelte e le decisioni che vanno prese e che ci riguardano.

Pia Covre

per il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute
www.lucciole.org

Abbatto i muri
08 04 2014

La ragione per cui la Lega si occupa di prostituzione con trans a supporto per la raccolta firme non credo sia per lavare via lo stigma sociale che ha effetti devastanti sulle sex workers e sulle trans. D’altronde la Lega è chiara su questo punto e si rivolge ad un elettorato che evidentemente ne condivide l’impostazione: no ai quartieri con gay e trans; no a iniziative che parlino di violenza sulle trans “finanziate coi nostri soldi”; via queste “indecenti” esibizioni di transitudine dalle strade della città. Il tema è il decoro, la salvaguardia dell’infanzia che sarebbe soggetta a prove visive riprovevoli con queste trans che stazionerebbero finanche davanti agli asili (davvero?), il buon costume, la transfobia dell’elettorato, tutte cose che si riassumono nelle ordinanze pro/decoro e anti/degrado dei sindaci, divisi tra leghisti e tanti anche del Pd, nelle varie città in cui le prostitute vengono confinate in luoghi periferici, così sovraesposte al ricatto dello sfruttamento e alle violenze. Tutto ciò viene solitamente motivato con una grande preoccupazione per queste creature nominate in quanto vittime, oggetti da salvare e mai come soggetti autodeterminati da ascoltare.

Però la prostituzione è un lavoro, si saranno detti da quelle parti, e l’economia non va per il giusto verso. Le sex workers chiedono regolarizzazione e dunque diamogliela ma come diciamo noi, ovvero: via la legge Merlin, si riaprono le case chiuse (qualcuno dice) e i proventi di quel lavoro servono a pagare le tasse. Togliamo le prostitute dalle strade, per invitarle a chiudersi in luoghi che senza alcuna forma di regolarizzazione diventano scenari di nuovi sfruttamenti e usiamo le tasse per pagare cose utili che servono ai cittadini “normali”. D’altronde anche le ordinanze dei sindaci vanno in questa direzione. Prevedono sanzioni e pagamento multe, anche salate, se violi la norma pro/decoro, e questa cosa tocca sia le prostitute che i clienti, a discrezione del sindaco che emette questi provvedimenti.

Del referendum comunque la Lega ha voluto ragionarne con chi il mestiere lo fa o lo faceva. Non so cosa abbia capito ma deduco poco o niente se quel che ne ha tratto è che le prostitute invece che lavorare per un protettore illecito dovessero semplicemente affidarsi allo Stato pappone. Perché di fatto è come se delle prostitute si esigessero solo i soldi senza però tenere conto della loro richiesta di diritti. Abrogare la legge Merlin, come spiega Pia Covre durante l’audizione presso la Regione Lombardia, va anche bene e poi serve un intervento che riguarda regole da studiare tenendo conto delle esigenze delle sex workers. No allo sfruttamento della prostituzione, in special modo quella minorile, ma anche no a considerare le prostitute i nuovi bancomat dello Stato nella più totale assenza di regole.

In una intervista Pia Covre, presidente del Comitato per la difesa dei Diritti Civili delle Prostitute, spiega ancora che la crisi è arrivata anche per loro. Ci sono persone che vendono servizi sessuali a 5 euro e la tassazione, che – come testimoniano le salatissime cartelle esattoriali che arrivano alle prostitute - viene pretesa già da tempo, le sta mettendo molto in difficoltà perché il calcolo dei guadagni viene realizzato sull’intuito, sulla generalizzazione, non ci sono parametri validi e non ci sono riferimenti certi. C’è chi alla prostituzione attribuisce il valore di un lavoro a partita Iva o chi immagina che si tratti di proventi illeciti ma che illeciti non sono perché la prostituzione non è reato e perciò la confusione è tanta e alla fine quel che ne viene fuori è solo un far west in cui si approfitta dello stigma per sottrarre a queste persone il frutto del loro lavoro e oltre.

Le proposte delle sex workers sono chiare e le ricordano in ogni possibile occasione. Serve porre fine alla repressione per chi fa questo lavoro per scelta e serve regolarizzazione perché di certo vogliono pagare le tasse ma esigono anche che siano riconosciuti dei diritti: salute, sicurezza, fine dello stigma, riconoscimento professionale e molto altro.

Che dire sulla Lega? C’è un’altra contraddizione riferita al loro interesse per questo tema: le prostitute sono spesso migranti e la legge sull’immigrazione, la Bossi/Fini, che loro continuano a sostenere, pone donne e trans migranti in condizioni di ricattabilità. Sono disposti loro a rivedere le regole sull’immigrazione e a dare a queste persone l’opportunità di scegliere e di farlo nelle migliori condizioni possibili? Perché o sei securitario o non lo sei per niente. Perché altrimenti sono solo parole al vento, finalizzate alla campagna elettorale. Sono parole vuote. Che non significano niente. Voi non trovate che sia così?
—>>>QUI trovate l’intervento di Pia Covre e QUI le loro richieste.

Femminismo a Sud
01 04 2014

Da Abbatto i Muri:

Petizione a supporto della proposta di Amnesty per la depenalizzazione globale del sex work considerando la penalizzazione del sex work una violazione dei diritti umani. La prima firma è di Meena Saraswathi Seshu che è secretary-general del Sampada Gramin Mahila Sanstha (SANGRAM), organizzazione che si occupa di prevenzione all’HIV/AIDS, di supporto all’organizzazione, il lavoro, la rivendicazione di diritti di fasce della popolazione marginali e discriminate in Maharashtra, India. L’organizzazione comprende e rappresenta anche i/le sex workers, omosessuali e transgender. Potete trovare il testo e il form da compilare per le firme alla petizione che hanno lanciato a partire da QUI.

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A tutti i Paesi si chiede la depenalizzazione completa del sex work

Petizione a cura di sex workers, supporters, persone che sanno quanto sia importante smettere lo stigma e la criminalizzazione dei/delle sex workers.

Noi sosteniamo l’asserzione di Amnesty circa il fatto che gli Stati debbano avere l’obbligo a “riformare le loro leggi e sviluppare e attuare sistemi e politiche in grado di eliminare la discriminazione nei confronti di coloro i quali sono impegnati nel lavoro sessuale“. Amnesty invita gli Stati a “cercare attivamente di rendere più forti i più emarginati nella società, anche attraverso il sostegno del diritto alla libertà di associazione di quelli impegnati nel sex work, nella creazione di quadri di riferimento che garantiscano diritti e accesso appropriato a servizi sanitari di qualità, a condizioni di lavoro sicure e assicurino una lotta contro la discriminazione o l’abuso basati sul sesso, l’orientamento sessuale e/o l’identità di genere o la libertà di espressione “. Questi concetti fanno eco alle voci dei/delle sex workers in tutto il mondo, che sostengono che gli Stati devono assumersi questa responsabilità, devono garantire diritti fondamentali e perciò chiedono loro di adottare misure che aiuteranno a proteggere, rispettare e soddisfare tali diritti per tutti.

Negli ambienti in cui vengono criminalizzati molti aspetti del sex work, per esempio, diventa difficile la vita al di fuori dell’attività lavorativa [famiglie e bambini ne soffrono di più], e i/le sex workers affrontano la discriminazione e lo stigma che minano i loro diritti umani, compresa la libertà di ottenere garanzia di sicurezza, uguaglianza, tutela della salute. I dati suggeriscono che il rischio dei/delle sex workers di infezione da HIV è indissolubilmente legato alla loro emarginazione e alla condizione di illegalità in cui li relega lo Stato, la spinta verso il lavoro clandestino produce inoltre l’aumento delle possibilità di sfruttamenti e degli abusi da parte della polizia.

Secondo l’UNAIDS Guidance Note su HIV e Sex Work “anche dove i servizi sono teoricamente disponibili, i/le sex workers e i loro clienti devono affrontare notevoli ostacoli all’accesso alla prevenzione, cura, trattamento e supporto, dell’HIV, in particolare quando il sex work è criminalizzato.” Nei paesi in cui il sex work è depenalizzato, ci sono dati che provano il fatto che la violenza contro i/le sex workers si riduce, i rapporti tra i/le sex workers e la polizia sono migliorati, e l’accesso ai servizi sanitari è aumentato.

Le leggi punitive che criminalizzano e puniscono il sex work vengono usate come strumenti attraverso i quali i/le sex workers sono ricattati, vessati e i loro diritti umani sono regolarmente violati dalle forze dell’ordine, dalle autorità sanitarie e dai clienti. In molti paesi, i/le sex workers sono l’obiettivo principale a cui la polizia si dedica per vantare quote di arresti, per estorcere denaro e ricavare informazioni. La polizia esercita potere sui/sulle sex workers attraverso le minacce di arresto, con l’umiliazione pubblica, utilizzando i preservativi trovati come prova di attività illegali, realizzando la promozione per la salute pubblica, le campagne sulle malattie sessualmente trasmissibili e l’HIV sulla pelle dei/delle sex workers messi alla gogna. 567 test forzati per l’HIV rappresentano un fatto comune, insieme alla violazione del diritto ad un giusto processo e della privacy.

I/le sex workers in molte giurisdizioni (a cura di figure istituzionali) sono gli obiettivi di molestie frequenti, abusi fisici e sessuali, e sono obbligati alla ”riabilitazione”. Dove il sex work è illegale i/le sex workers spesso si sentono dire che c’è poco che possano fare per affrontare le violazioni perpetrate contro di loro e sono scoraggiati ad accedere ai servizi sanitari per paura di ulteriori stigmatizzazione e abuso.

I/le sex workers supportano l’analisi di Amnesty fatta a proposito del contesto del sex work a garanzia dei diritti umani, sugli accorgimenti sanitari necessari e altre utili implicazioni da assumere per i/le sex workers. La rimozione delle leggi e delle politiche punitive destinate ai/alle sex workers è un imperativo. Le International agencies come la Commissione Globale per l’HIV and the Law, UNAIDS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Alleanza Globale Contro il Traffico di Donne (GAATW) e Human Rights Watch hanno chiesto di sostenere la depenalizzazione del sex work. La depenalizzazione non è un tentativo di legalizzare i “protettori” né di aumentare lo sfruttamento dei/delle sex workers. Tali argomenti vengono usati da chi ha una conoscenza limitata del sex trade e compromettono la lotta dei/delle sex workers per il diritto alla salute e alla giustizia.

La depenalizzazione aiuterà i/le sex workers a organizzare e affrontare la lotta contro tutte le forme di sfruttamento, compreso il lavoro clandestino e la tratta, le condizioni di lavoro al di sotto di standard precisi o le azioni negative promosse da attori statali e non statali. Il movimento per i diritti dei/delle sex workers è perfettamente in linea con il movimento per i diritti delle donne nel condannare l’abuso e la violazione dei diritti delle donne, abusi e violazioni di diritti che riguardano anche i/le sex workers. Il sex work non deve essere equiparato allo sfruttamento sessuale o alla tratta.

Meena Saraswathi Seshu SANGRAM, India

Per firmare la petizione clicca qui:—>>>FIRMA


In duecento tra prostitute e supporter davanti al parlamento inglese, contro la proposta del primo ministro David Cameron di punire i clienti delle lavoratrici del sesso. Le signore della notte non ci stanno: "Siamo madri e mogli, non criminali", grida Niki Adams, sex worker e membro dell'English Collective of Prostitutes, il sindacato delle prostitute inglesi. ...

Abbatto i muri
26 03 2014

Giulia Garofalo Geymonat, che è ricercatrice in Scienze sociali e lavora al Centro di Gender Studies dell’Università di Lund in Svezia, da molti anni si occupa di politiche relative all’industria del sesso nei paesi europei. Ha scritto il libro “Vendere e comprare sesso“, e leggo oggi un suo pezzo su pagina99. Lo condivido qui. Buona lettura!


Si alla legalizzazione della prostituzione
Il mercato del sesso esiste e chiede rispetto e protezione
di Giulia Garofalo Geymonat

Chiariamo un malinteso. Non occorre amare la prostituzione per volerla legalizzare. Coloro che sostengono la legalizzazione, compresi stati come la Germania, l’Olanda, la Svizzera, l’Australia e la Nuova Zelanda, non sono promotori della prostituzione, mentre altri sarebbero anti-prostituzione. Con un argomento così delicato, bisogna stare attenti alla retorica giornalistica, e alla propaganda elettorale. Proprio come coloro che sostengono la criminalizzazione del lavoro sessuale – individui, associazioni, ma anche stati come la Svezia, la Thailandia, gli Stati Uniti, la Cina, la Russia – anche coloro che sostengono la legalizzazione vogliono proteggere le donne, i ragazzi e le persone trans dallo sfruttamento, la violenza, gli stupri, gli omicidi, e promuovere l’uguaglianza.
Tutti partiamo dall’urgenza di mettere fine alle storie di minorenni nella prostituzione, o di persone costrette a prostituirsi, senza alternative, con debiti altissimi, o senza strumenti per capire che vengono incastrati, e di tutti coloro che ne approfittano, o fanno finta di non rendersi conto. Molti di noi riconoscono che questo accade in Europa soprattutto alle persone migranti, messe in situazione di vulnerabilità non solo da trafficanti, sfruttatori e clienti senz’anima, ma anche dalle enormi disuguaglianze fra paesi del Sud e del Nord, dalle nostre leggi migratorie e da una società razzista. Molti sanno, in cuor loro, che in un mondo ideale, in cui le disuguaglianze non esistessero, le donne non fossero in posizione di subordinazione strutturale, la sessualità fosse un bene liberamente condiviso, l’industria del sesso non esisterebbe, o sarebbe molto piccola.
Per quanto mi riguarda, il fatto che la sessualità sia così fortemente commercializzata mi dà molto da pensare, ma provo una sensazione simile per altri beni fondamentali, quali la salute o il cibo, che pure si comprano e si vendono. Il punto è che, mentre cerchiamo di cambiare tutte, o almeno alcune, di queste ingiustizie, ci sono, nel frattempo, molte persone, anche fra noi, che comprano sesso (forse 40 milioni in Europa) e che di prostituzione vivono (forse 2 milioni in Europa). Ci sono donne giovani e meno giovani, ragazzi e persone trans che, insieme spesso ad altri lavori, con il lavoro sessuale si pagano gli studi, mantengono la famiglia, pagano i progetti migratori, le operazioni di transizione, o semplicemente pagano l’affitto o vanno al cinema.
A partire dagli anni ’70 in Europa, negli Stati Uniti e in America Latina, e poi, dagli anni ’90 anche in Asia e in Africa, si sono moltiplicati i gruppi di lavoratrici e lavoratori del sesso, autorganizzati, che provano a difendersi dai loro datori di lavoro, dai clienti irrispettosi, dagli aggressori. Questi gruppi, soprattutto nei paesi dove la prostituzione non è legale, denunciano gli stati, le istituzioni e le forze dell’ordine, che, mentre dicono di proteggerle, le discriminano, isolano, o peggio le aggrediscono e le arrestano. Attraverso questi sindacati di base, le sex workers più coraggiose e politicizzate escono allo scoperto rischiando pestaggi, licenziamenti, perdita della custodia dei figli. Lo fanno con l’appoggio di alcune organizzazioni che lavorano per i diritti delle donne, per i diritti umani, contro la tratta, e contro l’Hiv, e negli ultimi dieci anni sia l’Ilo che l’Onu hanno riconosciuto la loro importanza.
Quello che chiedono è uscire da una vita di sotterfugi, discriminazioni, arresti, vergogna, ricatti, isolamento, rischio e violenza. Chiedono protezione da parte della polizia e dei tribunali, accesso agli ospedali, diritto a farsi una famiglia. Chiedono di potere lavorare insieme, in locali sicuri, scambiarsi informazioni sul lavoro, impiegare buttafuori, segretarie, selezionare tranquillamente i propri clienti, e potere rifiutare, per esempio, quelli che cercano sesso senza preservativo. Chiedono la possibilità di versare contributi per la pensione, un’assicurazione sanitaria, un mutuo prima casa. Chiedono di poter cambiare lavoro, quando non vogliono o non possono più farlo. Infine, chiedono di essere attivamente coinvolte nelle operazioni contro la tratta e il lavoro forzato e minorile che esiste nella loro industria, e non invece subire repressioni indiscriminate.
Tutto questo non si può cominciare a fare se non si hanno spazi di legalità, chiarezza, sicurezza. Tutto questo richiede che lo Stato riconosca che ci sono forme inaccettabili e forme accettabili di prostituzione, e ascoltando tutte le parti in causa, metta fine alle prime sostenendo lo sviluppo delle altre.

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