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Yasmine Ergas, Ingenere.it
9 gennaio 2014

Sex worker o vittime? Nella discussione sulla prostituzione, si ripropongono in forma nuova domande cruciali: il sesso - ma anche la gravidanza, così come il lavoro di cura - si possono considerare lavori, e dunque trattare come oggetti di scambio? E le vecchie categorie di contratto e status sono sufficienti a regolare le enormi novità in fatto di famiglia, costume, società, stili di vita? Dove tracciare la riga tra lavoro ed essere?

Perché le femministe dovrebbero ascoltare le/i sex worker

  • Giovedì, 09 Gennaio 2014 12:00 ,
  • Pubblicato in Flash news

Intersezioni
09 01 2014

“I/Le sex worker si trovano spesso di fronte a preconcetti radicati, per via dei quali se non divulghiamo le nostre storie tragiche e le esperienze umilianti che abbiamo affrontato, corriamo il rischio di non essere credut* da molte persone appartenenti al movimento femminista. E’ ora di finirla, perché non vogliamo mettere in scena il nostro ‘porno tragico’ a vostro beneficio”, scrive Elena Jeffreys.

Discorso tenuto da Elena Jeffreys, Presidente Nazionale di Scarlet Alliance, alla conferenza Feminist Future organizzata a Melbourne, Australia, il 28-29 maggio 2011, nell’ambito della discussione “L’importanza del femminismo”.

Scarlet Alliance è un’associazione di rilevanza nazionale formata da sex worker e organizzazioni di sex worker australian*, aperta alla partecipazione di tutt* i/le sex worker, passat* e presenti. Scarlet Alliance incarna oltre due decenni di storia di organizzazione formale tra pari in Australia, ed è formata da diversi collettivi di sex worker in tutto il paese.

Questi collettivi sono attivi nel campo della sensibilizzazione, sviluppo di comunità, promozione della salute, prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili e HIV, sostegno alle persone colpite dalle politiche anti-traffico , sostegno per quanto riguarda rapporti di lavoro, giustizia economica e finanziaria, diritto alla casa, assistenza sociale, rinvii giudiziari e di polizia, salute e politica dei diritti umani – oltre 20.000 occasioni di erogazione di servizi diretti a sex worker in Australia ogni anno – e sono parte dell’associazione al fine di garantire che tutte queste informazioni si trasformino in potenti messaggi di rappresentanza a livello nazionale. In occasioni come questa.

Prendiamo molto seriamente la nostra attività di informazione, organizzazione, attivismo e politica da/per sex worker. Non è per noi uno scherzo. Non è indulgenza accademica. L’attivismo delle/i sex worker non è un percorso volto alla carriera. E’ volontariato: nessuno ci paga per essere qui. Non siamo qui per promuovere le nostre carriere e non stiamo cercando di riabilitare lo stigma che sopportiamo nella nostra vita di sex worker o di professionalizzare il nostro curriculum facendo attivismo.

L’attivismo non è una scusa per evadere dalla discriminazione che affrontiamo giorno dopo giorno in quanto sex worker. Il nostro attivismo per i/le sex worker potrebbe anche essere chiamato organizzazione del lavoro, perché senza di esso non avremmo alcun diritto. Tutto quanto le/i sex worker hanno ottenuto in termini di condizioni di lavoro, dignità, salute e accesso ai servizi, lo abbiamo ottenuto perché abbiamo lottato per noi stess*.

Credete a ciò che dico?

Ho la responsabilità, in quanto Presidente Nazionale della Australian Sex Workers Association, di comunicarvi il messaggio politico delle/dei sex worker.

Alcune persone, all’interno del movimento femminista, hanno etichettato quell* di noi che sono coinvolt* nel movimento per i diritti delle/i sex worker come “privilegiat*” e “prostitut* allegr*”, incapaci di comprendere i disagi che le/gli altr* sex worker affrontano.

Non date per scontato nulla delle/i sex worker che incontrerete alla conferenza di Scarlet Alliance questo fine settimana. Non date per scontato nulla sulle/i sex worker incontrat* su Facebook , nei media, e che si dedicano all’attivismo. Non date per scontato che non siamo stat* vittime di violenza, discriminazione, allontanamento dalla famiglia, abuso, violenza, pessime condizioni di lavoro, violenza domestica, povertà, corruzione della polizia o criminalità. Siamo persone, come voi, che hanno affrontato tutto ciò che nel corso di una vita affronta qualsiasi individuo. Ma, in quanto sex worker, affrontiamo anche preconcetti radicati, il che significa che se non condividiamo con voi le storie tragiche e le esperienze umilianti che abbiamo affrontato, corriamo il rischio di non essere credut*.

Questo è ciò che noi chiamiamo il “porno tragico”: un desiderio, nel movimento femminista, di ascoltare storie tragiche di disagio delle/i sex worker, e quando non lo accontentiamo, ci troviamo ad affrontare l’accusa di nascondere la “verità” sul sex work. Ad esempio, quando parliamo dell’assenza di incidenti relativi alla questione del traffico nell’industria del sesso, siamo accusat* di non riconoscere le condizioni di vita delle/i sex worker migranti. O quando presentiamo statistiche reali sul consumo di droga nell’industria del sesso, ci viene detto che stiamo ignorando o mentendo sul consumo di droga nel lavoro sessuale. Ci si aspetta che ‘mettiamo in scena’ una pornotragedia stereotipata per il pubblico delle femministe, e quando non ci stiamo, non veniamo prese sul serio.

Beh, sto per dirvi qualcosa che potreste non aver preso in considerazione. Non vogliamo recitare per voi.

Non dovremmo usare occasioni come questa come forma pubblica di counselling, o momento di sfogo per le difficoltà della nostra vita, allo scopo di convincervi quando diciamo che esigiamo i nostri diritti umani.

E non vogliamo che la comunità femminista si aspetti, ricompensi, o applauda una persona quando si lascia andare a descrivere tutte le esperienze negative che ha sopportato nella propria vita. Le persone che hanno realmente bisogno di counselling e sostegno per elaborare i propri traumi esistenziali non sono tenute a mostrarveli al fine di accedere ai diritti umani di base, assistenza o giustizia.

Se non credete a ciò che vi diciamo solo perché non vi mostriamo le nostre tragedie, allora siete parte di un circo malato, nel quale le/i sex worker rappresentano una forma di intrattenimento non consensuale.

Le/i sex worker non sono qui per questo. Siamo qui per sostenere la nostra battaglia, e chi non riesce a capirlo si è spostato qui accanto, perché non vogliono vederci vivere la nostra vita traboccanti di forza. [NB: la conferenza Feminist Futures si era divisa sull’argomento: Sheila Jeffreys e altre femministe radicali avevano affittato uno spazio per proseguire con quella che chiamavano la "vera" conferenza femminista, in segno di protesta contro le/gli attivist* pro sex work /pro trans invitat* all’ultimo momento].

Dunque, perché un gruppo di femministe si sente minacciato a tal punto dalle/i sex worker che affrontano energicamente le proprie vite? Beh, la risposta più semplice è che i/le ‘salvator*’ aumentano il proprio prestigio rendendo noi vittime e loro stess* salvator*. Non è una novità, è un fenomeno noto a partire dalla metà del XIX secolo, ai tempi rappresentò la via attraverso la quale molte donne di classe media sfuggirono dalla casa per entrare a far parte della vita pubblica nelle democrazie occidentali, tra cui anche l’Australia. Senza le Puttane Maledette non vi era alcuna necessità della Polizia Divina – le femministe che affermavano di essere la salvezza delle/i sex worker trovarono la fama, vennero celebrate, influenzarono le politiche ed ebbero voce in capitolo in Australia nel corso degli ultimi due secoli. A nostre spese.

Quell* tra voi impegnat* nelle organizzazioni della ‘salvezza’ , devono ammettere che a ‘salvare’ si ottiene privilegio. Posizionandosi nel ruolo di chi aiuta le/gli altr* si ottiene un ruolo nella società, che senza ‘vittime’ semplicemente non esisterebbe.

Questo è il motivo per il quale Scarlet Alliance sostiene una forma di educazione tra pari nel campo del sex work. Un approccio critico che vede le/ i sex worker sostenersi reciprocamente e autonomamente. Questo è il motivo per il quale sosteniamo le organizzazioni delle/i sex worker. Organizzandoci in maniera critica per noi stess*.

Questo è il motivo per cui non reciteremo la ‘nostra tragedia’ per voi. Perché per vivere la nostra vita con forza, è necessario che ci accettiate al nostro meglio. Vogliamo che il movimento femminista la smetta di punirci per la nostra forza, gratificarci per il nostro dolore, guadagnare privilegio alle spalle delle nostre esigenze, e vogliamo che ci ascolti quando parliamo. Noi continueremo ad alzare la voce per i nostri diritti e voi dovrete ascoltarci.

Perché chi nega la nostra esperienza , nega la nostra esistenza. Combattiamo già pessime leggi, non abbiamo anche bisogno di combattere metà della comunità femminista australiana.

Elena Jeffreys è Presidente di Scarlet Alliance. Articolo originale qui.

Feminoska

La Francia ordina l'orgasmo politically correct

Eretica, Il Fatto Quotidiano
4 dicembre 2013

L'approvazione in Francia della legge abolizionista contro la prostituzione, grazie all'alleanza tra femminismi istituzionali e paternalismi, realizza un modello autoritario in totale assenza di riconoscimento dei soggetti, i/le sex workers, che a questa legge si sono oppost* fin dall’inizio.

Sex workers, tasse e "Stato pappone"

  • Sabato, 23 Novembre 2013 14:49 ,
  • Pubblicato in L'Analisi
Abbato i muri
23 novembre 2013

La prostituzione non è un mestiere riconosciuto, le prostitute non hanno alcun diritto, non possono dare garanzie del loro lavoro per qualunque cosa, non possono fruire di diritti o sperare in una pensione, nessuno le ascolta quando tentano di inserirsi in discussioni oramai moraliste e teologiche che tentano innesti di morale per correggere la vita altrui, ma amministrazioni e Stato esigono da loro che paghino grosse multe.

Femminismo a Sud
03 09 2013

Da Abbatto i Muri:

A Porto Sant’Elpidio qualche tempo fa quattro fascisti, armati di tanica di gasolio e urlando “viva il duce”, aggredirono un gruppo di prostitute rumene e di trans lasciando a terra un bel po’ di contusi. Analogo episodio era avvenuto l’anno prima. Più di recente abbiamo letto di un pestaggio contro una prostituta rumena picchiata a sangue non si sa da chi. Poi una coppia di rumeni viene aggredita a sprangate. Oggi leggiamo che in risposta a quello che pensano sia un problema di ordine pubblico e di pubblica moralità è stata emessa una ordinanza che riguarda Porto Sant’Elpidio, Fermo e Porto San Giorgio, in cui si dice che

“sarà proibito «negoziare, concordare prestazioni sessuali a pagamento, intrattenersi con soggetti che, per l’atteggiamento, l’abbigliamento ovvero per le modalità comportamentali, manifestano l’intenzione di esercitare l’attività consistente in prestazioni sessuali». Vietato anche «fermare il veicolo in cui si è a bordo al fine di contattare il soggetto dedito alla prostituzione e consentirne la salita».”

Si parla di una sanzione di 200 euro, poi anche del

“«sequestro cautelare delle cose che servirono o furono destinate a commettere la violazione o che ne sono il prodotto», e l’allontanamento dal territorio in caso di reiterazione del comportamento scorretto.”.

Infine si annuncia che

“«Non è escluso che nelle prossime settimane vengano coinvolti cittadini e associazioni per mettere a punto azioni dimostrative e creare un’azione di disturbo e conseguentemente dissuadere indirettamente il fenomeno della prostituzione nella fase della contrattazione con gli eventuali clienti».”

Dunque, come già successo in moltissime altre città italiane, si finisce per emanare provvedimenti che criminalizzano le prostitute, le confinano in luoghi distanti dalla città, più esposte a crimini e violenze che potrebbero subire, e quegli stessi provvedimenti diventano un monito che indica a tutte le donne qual è la linea di decoro che bisogna seguire. Si parla infatti di “atteggiamento”, “abbigliamento” e “modalità comportamentali”. Attente tutte, dunque, perché atteggiarsi, abbigliarsi, comportarsi, in un modo giudicato indecoroso comporterà il fatto che potreste beccarvi una bella multa. Non capisco di che si parla a proposito del sequestro di strumenti utili al mestiere. Faranno incetta di dildi e altri sex toys? Capisco bene invece il riferimento all’allontanamento dal territorio perché questo diventa un modo per espellere soggetti che fanno parte della comunità europea come i rumeni e le rumene. Senza contare il fatto che le ronde antiprostituzione, che saranno portate avanti anche da gruppi di cittadini volenterosi, tenuto conto delle aggressioni di matrice politica precisa che sono state compiute in quel territorio, non possono che diventare delle cacce alle streghe, ovvero, cacce alle migranti senza permesso di soggiorno da mandare nei Cie.

Tutto ciò avviene mentre a Roma componenti del Pdl chiedono siano rinnovate ordinanze analoghe e altri sindaci di centro/destra appoggiano una proposta di referendum che mira alla abrogazione della Legge Merlin e/o alla riapertura delle case chiuse per rimpinguare le casse delle amministrazioni cittadine, regionali o dello Stato. Questo accade mentre il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute non viene neppure consultato e ovviamente chiede tutt’altro.

Tornando alla ordinanza, giacché invece che parlare di violenza sulle sex workers viene ancora una volta sollevato un problema di pubblica moralità, vorrei ricordare che tante sono le prese di posizione da parte di collettivi e movimenti che si oppongono a tutto ciò. Perché di persone che vengono a dirci come dobbiamo comportarci, vestirci e atteggiarci non abbiamo alcun bisogno e così in altre città e in risposta a questo tipo di ordinanze si sono fatte delle manifestazioni in cui si rivendicava il diritto di essere indecorose (e libere).

Così, per esempio, rispondevano a Pisa [fai il Meretricio Test] o a Rho. Qualcun@ che abbia voglia di dire altro su quel che succede a Porto Sant’Elpidio?

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